Galvanor da Camelot (Lino Lavorgna)
Ho teso corde da campanile a campanile, ghirlande da finestra a finestra, catene d'oro da stella a stella, e danzo. www.lavorgna.it

Ago
01
Giuseppina Federico - Lino Lavorgna

2 giugno 2007. Mamma con i suoi allievi dopo 58 anni. Foto tratta dall’archivio di famiglia


Michele Di Leone, ex allievo della mia Mamma, mi ha fatto omaggio di un libro dedicato al suo paese natio nel quale parla di tempi lontani, ma ben nitidi nella memoria. Nel 2007 si rese promotore di una riunione con i compagni di classe e la Maestra, ben rievocata nel libro.

Giuseppina Federico - Lino Lavorgna

Nella copertina si vede il vecchio ponte di Fabio Massimo, prima della rovinosa ristrutturazione. (Leggi mio post del 2009: https://galvanor.wordpress.com/2009/01/18/italici-scempi/)

Giuseppina Federico - Lino Lavorgna

Giuseppina Federico - Lino lavorgna

Giuseppina Federico - Lino Lavorgna

Giuseppina Federico - Lino Lavorgna

Giuseppina Federico - Lino Lavorgna

L’ articolo redatto da Mamma dedicato all’evento del 2007. Cliccarvi due volte sopra per leggerlo agevolmente

Giuseppina Federico - Lino lavorgna

La Maestra e l’allievo 58 anni dopo.
Michele Di Leone, autore del libro dedicato a Massa di Faicchio. Foto tratta dall’archivio di famiglia


Ringrazio Michele Di Leone per la testimonianza di affetto nei confronti della sua Maestra e mi complimento per il bel libro dedicato al paesello natio.
Nel 2007, quando fu organizzato l’evento, vivevo altrove, ma di esso ben mi giunse l’eco, perché non vi era giorno che non mi sentissi con l’adorata Mamma. Me ne parlò con entusiasmo e palese emozione, ben comprensibile del resto, considerato che aveva rivisto molti suoi allievi a distanza di 58 anni!!!
Mi riferì, però, anche un aneddoto che mi fece ridere molto. Come si sa il mondo è pieno di tipi strani ed è davvero difficile che della loro presenza resti immune un contesto caratterizzato da un numero cospicuo di persone. In occasione dell’evento organizzato da Michele Di Leone, il tipo strano di turno non trovò di meglio che avvicinare tutti i convenuti, riferendo che la maestra presente nella foto del 1949 non era mia Madre ma la sua. Il fatto generò viva apprensione perché accadde prima di pranzo e tutti si chiesero, pertanto, cosa sarebbe accaduto dopo qualche bicchiere di buon vino. Per fortuna non accadde nulla e il vino, caso mai, servì a placare le turbe psichiche del tipo strano, il cui tentativo di appropriazione indebita di Mamma altrui generò solo umana pietas.
Chi mi segue sa che un mio aforisma, concepito in chiave antirazzista, recita testualmente: “Nessuno ha colpe o meriti per dove nasce ma solo colpe o meriti per come vive”. Se fossi stato più cattivo lo avrei leggermente modificato per l’occasione e lo avrei inviato al tipo strano: “Nessuno ha colpe o meriti per i Genitori che si ritrova e può solo ritenersi fortunato se gliene capitano due straordinari e speciali come Lorenzo Lavorgna e Giuseppina Federico. Posso comprendere l’invidia e la tristezza di chi tale fortuna non abbia avuto, ma non per questo è possibile impossessarsene, sia pure a posteriori”. Anche io provai umana pietas, tuttavia, pensando alla madre vera del tipo strano, che forse non meritava quel gesto insulso da parte di un figlio ingrato. Contai fino a dieci, pertanto, e non gli scrissi nulla. Dopo tutto sono buono e misericordioso e la mia bontà ha sì gran braccia da prender tutto ciò che si rivolge a essa.
Detto questo, devo aggiungere altro.
Appartengo a una scuola di pensiero che rappresenta una sintesi tra la teoria innatista di Cartesio e quelle sviluppatesi in epoca recente, che privilegiano il condizionamento ambientale quale fattore primario del comportamento umano. A mio avviso, ferma restando la pregnante importanza dell’ambiente, il retaggio ancestrale – l’eredità di sangue – sia pure in forme diverse tra i vari soggetti, incide a sua volta sul comportamento, oltre a condizionare i tratti somatici e a trasmettere, talvolta, quelle che generalmente vengono definite “malattie ereditarie”.
Nella fattispecie si registra un fatto curioso. Il tipo strano di cui sopra è figlio di un soggetto non meno strano. A suo tempo tentò letteralmente di impossessarsi, con un sotterfugio, dell’abitazione avita, costruita dai miei nonni ed ereditata dal mio Papà. A seguito dell’acquisto di un terreno appartenente alla mia famiglia, infatti, non si sa come, nell’atto noatrile, con definizioni sibilline furono inserite le particelle catastali della casa e del terreno circostante. L’imbroglio fu scoperto molti anni dopo, ma non fu possibile classificarlo come tale: si trattò – fu detto – di un “involontario” errore perpetrato dal notaio. “Nulla di grave – disse l’infame, con la voce tremula di chie viene colto con le mani nella marmellata – basta una semplice rettifica”. Gli ingenti costi per il nuovo rogito, però, – sette milioni delle vecchie lire – necessario per riappropiarsi di qualcosa che già si possedeva, furono tutti a carico dei miei Genitori! Anche il notaio (una donna) si comportò in modo subdolo e criminale, sfruttando una situazione che aveva sconcertato non poco i miei genitori. Nell’atto di vendita è scritto che l’intero corpo immobiliare fu venduto per quattro milioni. Ovviamente si trattava di sanare quello che, “ufficialmente”, si configurava come un pregresso errore di un collega oramai non più in servizio. La parcella, pertanto, avrebbe dovuto essere stabilita in funzione dell’eccezionalità dell’evento o, al limite, della cifra registrata sull’atto!!! La malandrina, invece, pretese una somma quasi doppia, chissà, forse divisa con il tipastro che, zitto zitto e mogio mogio, lasciava passare gli anni tenendosi intestato impropriamente un bene di ingente valore! Questo fatto, insieme con tanti altri, è stato scoperto da me in epoca recente. In quel periodo vivevo una vita “iperdinamica” che mi teneva impegnato su più fronti. Nel 1984, tra l’altro, abitavo a Siena in quanto dirigevo l’ufficio economato della locale Questura. Le vicende di famiglia venivano gestite esclusivamente dai miei genitori. Se solo fossi stato messo al corrente di quanto stava avvenendo, mi sarei letteralmente mangiato il “tipo strano appropriatore indebito di beni altrui” e il notaio disonesto, che avrei senz’altro fatto radiare dall’albo.


Cliccare fino a due volte sulle foto per vederle ingrandite

Lug
13

Confini - Lino Lavorgna


Disponibile on line il nuovo numero di CONFINI, il cui tema del mese è dedicato alla “NAZIONE E NAZIONALITÀ”.
Tre i miei contributi:
“NAZIONALISMO E NAZIONALITÀ: UN PERCORSO AMBIGUO” – Pag. 4
“PAURA DELLE OMBRE: È STRUMENTALE O PSICOPATOLOGIA” – Pag. 53
“VITTORIO MUSSOLINI: QUANDO IL COGNOME CONDIZIONA LA VITA” – Pag. 55


Non ho mai mancato di segnalare gli editoriali del Direttore, il carissimo Angelo Romano, mettendone in luce l’altissima qualità.
La grammatica italiana non prevede la sublimazione del superlativo e pertanto, questa volta, devo far ricorso alle leggi della fisica, che consentono di relativizzare ogni cosa, anche l’eccellenza. Un calcio di rigore perfetto si traduce in gol, a volte anche bellissimo da vedere. Sono tanti i giocatori che ci deliziano con la loro perfezione nell’esecuzione. Poi vi è Messi che, in talune circostanze, trasforma quei pochi secondi in un’opera d’arte, in qualcosa che trascende “la perfezione” e la supera, riuscendo, quindi, a sublimarla.
Con l’editoriale nel numero 56 di Confini, almeno per me (anche questo è relativo) Angelo Romano si è superato. L’esordio – Mi piace sentirmi cittadino dell’Occidente e in particolare di sentirmi ed essere Europeo – addolcisce i sensi come l’Ouverture del Parsifal. Il prosieguo t’induce a chiudere gli occhi e a immaginarti sul battello che solca le placide acque della Moldava ed entra a Praga accompagnato dalle magiche note di Bedřich Smetana, che di quel fiume celebrano la suggestiva bellezza. E ancora, a mano a mano che i periodi si susseguono, estasiato come Lohengrin sulla barca trainata dal cigno, dal lago sacro vedo spuntare anche la mitica “Excalibur!” Il cuore incomincia a fremere. Sono io che sto scrivendo, senza rendermene conto? Lentamente scemano le note della “Vltava” e molti nomi, cui sono tributario da decenni per come abbiano nutrito il mio Spirito, si susseguono velocemente, lasciando affiorare l’immagine dei Cavalieri di Camelot che cavalcano lesti per combattere il male, ovunque esso alberghi: Keats, Wilde, Eliot, Kipling, Yeats, Dickens, Melville, Conan Doyle, Conrad, Twain, Byron, Tolkien! I loro nomi sono preceduti da quello di Boorman (vi è anche Shakespeare, sicuramente anch’egli mio creditore, ma in forma minore rispetto agli altri) e quale musica migliore di quella dei Carmina Burana potrebbe risuonare nella testa al cospetto di siffatto tripudio di sensazioni? Il corpo si surriscalda e siamo solo a metà articolo! Diavolo di un Direttore! La lucida analisi continua con la maestria di sempre e non manca (e come potrebbe, a questo punto!) un riferimento ai “miei amici” nordirlandesi, vessati dalla “spocchia imperialista” della perfida Albione, ai quali ho dedicato un articolo proprio nel magazine, rievocando i tempi in cui ho avuto il privilegio di marciare, mano nella mano, con una dolce eroina dell’Irish Republican Army. In un attimo mi ritrovo a Belfast, a cantare in un pub, con la voce rotta dall’emozione: “In aid of men like Connolly, Barney and McCann,To fight and die until they drive the British from our lands. Young and old, side by side, fighting day by day, They are the Army of the People – the Official IRA”.
Subito dopo, però, rigo dopo rigo, incomincio ad avvertire nell’aere le prime note di quel brano che, inevitabilmente, accompagnerà la parte finale dell’articolo. “A volte – scrive Angelo Romano – le comunità naturali diventano innaturali. Lo si capisce recandosi nelle banlieue parigine dove si è persa traccia dell’Europa e della Francia stessa…” Parole pesanti come pietre, che ti schiacciano senza rimedio, mentre ti chiedi, proprio come fa Angelo Romano: “Dove stiamo andando?” Alzo gli occhi e lo sguardo si posa sulla libreria di fronte, dove fa bella mostra di sé il terribile testo di Spengler, che ovviamente Romano cita, prefigurando scenari futuri molto diversi da quelli che osavamo immaginare da giovani, quando, con entusiastica innocenza, cantavamo: “Il futuro appartiene a noi”. L’articolo è terminato e mi ritrovo in un bagno di sudore. Quelle note di cui sopra, intanto, prendono corpo e diventano altissime, poi vibranti e spezzate, poi ancora alte, cupe, solenni, per poi affievolirsi. Sono le note della marcia funebre di Sigfrido, che sanciscono il crepuscolo degli Dei e “la fine dei tempi”.
Le ho sempre ascoltate, tuttavia, considerandole una catartica palingenesi e voglio continuare a concepirle in tal guisa. Generosa illusione, caro Direttore? Forse, ma va bene così, perché, dopo tutto: “Non tutto quel ch’è oro brilla, né gli erranti son perduti. Il vecchio ch’è forte non s’aggrinza, le radici profonde non gelano. Dalle ceneri rinascerà un fuoco, l’ombra sprigionerà una scintilla. Nuova sarà la lama ora rotta, e Re quei ch’è senza corona. Amen.

Di seguito il link per la visione dei numeri arretrati: NUMERI ARRETRATI DI CONFINI
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Lug
11


LA PAURA DELLE OMBRE O È STRUMENTALE O È PSICOPATOLOGIA


Egregi parlamentari che vi accingete a votare una legge che dovrebbe punire “l’apologia di fascismo”, chi vi parla, con animo sereno e sorriso sulle labbra, è un giovanotto di sessantadue anni che ha militato nel MSI, fino alla metà degli anni ottanta, senza mai definirsi fascista. Di fascisti ne ho conosciuti tanti, ovviamente, “serenamente” stimandoli e apprezzandoli quando il loro comportamento era tale da meritare rispetto e stima. Non so se ciò costituisca reato e chiedo lumi. Del fascismo, alla pari di “tutte le epoche storiche”, sono uno studioso, essendo un “appassionato” di storia. Le passioni insorgono spontanee: poteva capitarmi di appassionarmi alla botanica, al giardinaggio e all’orticoltura, attività nobilissime che vedo praticare con grande perizia da alcuni amici, invidiandoli un po’- il mio orticello fa semplicemente pena – ma non mi è capitato. Anche in questo caso spero di non incorrere nei rigori della legge! Ho avuto il privilegio, inoltre, di relazionarmi con personaggi che nel famigerato ventennio hanno occupato ruoli più o meno importanti, a cominciare da Giorgio Almirante, che mi ha insegnato un’importante regola, facendomi crescere in un attimo, e di molto, quando avevo solo venti anni: “Nella vita non basta avere ragione, bisogna anche sapersela prendere”. Evito di citare la lunga lista, tra l’altro facilmente intuibile, con l’unica eccezione del mio più caro amico, Michele Falcone, che essendo nato tre giorni dopo quel famoso otto settembre 1943, gli ideali fascisti li ha assimilati per retaggio ancestrale e condizionamento familiare, alla pari di tante persone nate negli anni postbellici. Il suo stile di vita merita un pubblico encomio perché, da sempre e spero ancora a lungo, si può caratterizzare con una sola parola: irreprensibile. La statura etico-morale, supportata da un alto livello culturale, gli ha consentito e gli consente di raggiungere vette esistenziali davvero ragguardevoli e invidiabili. Non posso fare a meno di citare due episodi: nel 1985, da consigliere provinciale in carica, non esitò a cedermi il suo collegio vincente perché riteneva giusto che “le mie qualità” fossero valorizzate con un ruolo più importante di quelli esercitati: segretario di sezione, dirigente provinciale, presidente provinciale Consulta Corporativa. Fu preso per pazzo e fummo “commissariati” entrambi dall’allora segretario regionale del partito: “anche” a destra, infatti, molti avevano difficoltà tanto a concepire l’attività politica come servizio per favorire il bene comune quanto a delegare i vari ruoli esclusivamente alle persone capaci e meritevoli. Recentemente, in occasione della presentazione del romanzo “Prigioniero del Sogno”, mi ha fatto un bellissimo regalo, che mi ripaga ampiamente per i tanti sacrifici compiuti al fine di mantenere sempre la schiena dritta, mutuando a mio favore una frase tratta da un’opera di Eutropio, da Pirro pronunciata riferendosi al console Fabrizio: “Ille est Pasquale, qui difficilius ab onestate quam sol a cursu suo averti potest”. (Gli amici d’infanzia mi chiamano con il nome anagrafico).
Egregi parlamentari, sono franco di cerimonie – lo sono stato da giovane, figuriamoci ora – e senza tanti giri di parole, pertanto, vi dico semplicemente che la legge in discussione si può definire solo con un’espressione “fantozziana”: “Una cagata pazzesca”. Ho avuto già modo di leggere qualificati e autorevoli pareri che ne mettono in luce le distonie costituzionali, considerandola “poggiata sul nulla”. Li condivido in pieno, ma non li ribadirò: a mio avviso, il solo prendervi sul serio conferisce alle vostre azioni una dignità e una legittimazione che non meritano. Non m’interessa sottolineare la vacuità del provvedimento, ritenendo che esso possa rispondere solo a due logiche: una palese azione strumentale protesa ad allontanare l’attenzione dai problemi reali o una psicopatologia bella e buona.
Se qualcuno ha realmente paura delle ombre è bene che si affidi a un bravo psicanalista. A me non fanno paura “le condotte meramente elogiative, o estemporanee che, pur non essendo volte alla riorganizzazione del disciolto partito fascista, siano chiara espressione della retorica di tale regime, o di quello nazionalsocialista tedesco”. E non mi fanno paura i gadget sulle bancarelle dei venditori ambulanti, venduti a pochi euro. Mi fate paura, e non poco, invece, voi tutti per come avete ridotto questo Paese; per la facilità con la quale legiferate a esclusivo vantaggio dei potentati che vi sostengono, incuranti delle sofferenze di un intero popolo. Mi fanno paura il vostro cinismo, i vostri limiti etici e culturali, la vostra condotta pubblica e privata. In poche parole, egregi parlamentari, a me fate paura, e anche molto schifo, esclusivamente voi. Non vi è nessun “rischio” di rigurgito del fascismo, in Italia. Vi è invece, e da troppo tempo, un solo pericolo reale: la vostra presenza in Parlamento. Lo so, è colpa precipua di chi vi ha votato. Ma questo è un altro discorso.


Alcune foto della mia biblioteca storica. Cliccarvi sopra due volte per vederle ingrandite, ma prima assicuratevi che ciò non costituisca reato. Non si sa mai.

Vittorio Mussolini – 1983

Lug
09


Nella mia camera da letto vi sono quattro foto appese alle pareti: mio Padre, mia Madre, mio Fratello, Falcone e Borsellino. Ogni mattina, quando mi sveglio, i loro sguardi mi ricordano ciò che sono, da dove vengo, ciò che “devo essere”. Punto.
La premessa è d’obbligo, mentre mi accingo a commentare la recente sentenza della Corte di Cassazione, con la quale è stata revocata la condanna a dieci anni inflitta all’ex numero due del SISDE, Bruno Contrada, accusato di concorso in associazione mafiosa. All’epoca dei fatti il reato non “era sufficientemente chiaro”, secondo quanto stabilito anche dalla Corte europea dei diritti umani, che nel 2015 condannò lo Stato italiano a risarcire Contrada. Un risarcimento irrisorio dal punto di vista economico, vano dal punto di vista pratico perché la pena era già stata scontata e importante solo sotto il profilo sostanziale: la decisione della Corte di Strasburgo, alla base della recente sentenza della Corte di Cassazione, inevitabilmente si ripercuoterà su altre vicende che presentano analoghi aspetti. In linea di principio non vi è nulla da eccepire: “Nullum crimen, nulla poena sine praevia lege poenali” è un concetto così scontato da non consentire nemmeno di essere messo in discussione, a prescindere dalla controversa vicenda di cui è stato protagonista Contrada: ha sempre sostenuto la stessa tesi, senza però riuscire a farla accettare dai giudici. La disquisizione giuridica sulla norma, in verità, a me interessa poco, soprattutto ora che ha messo tutti d’accordo. Il punto focale è un altro: Contrada è innocente o colpevole? Ho sempre seguito con molta attenzione l’iter giudiziario dell’ex agente segreto, cercando di “entrare” nei meandri di una matassa intricata e pregna d’insidie che facilmente potevano mandare fuori strada. Da un lato il mio “intuito” propendeva per la sua innocenza; dall’altro, la forte stima nutrita nei confronti di alcuni suoi accusatori – sia ben chiaro: “alcuni”, non tutti – m’induceva a pensare che forse mi sbagliavo; che forse non avendo elementi sufficienti per un’approfondita analisi avevo preso fischi per fiaschi; che non potevo considerare il mio intuito “infallibile”, seppur mi aveva dato ragione tante volte. Il dubbio costituiva l’unica certezza e quindi mi sono sempre compenetrato nella difficoltà oggettiva di chi, per mestiere, era costretto a scioglierlo in un modo o nell’altro, dando per scontato un aspetto che comunque scontato non poteva essere: la buona fede e l’estrema correttezza procedurale dei soggetti chiamati a decidere.
Sono trascorsi venticinque anni dall’inizio della vicenda e il dubbio persiste, anche se devo ammettere che la bilancia pende “abbastanza” dal lato dell’innocenza. Vi sono vicende, purtroppo, destinate a restare irrisolte perché gli unici che potrebbero chiarirle, evidentemente, hanno tutto l’interesse a che restino tali. Permane il tormento di un uomo che, se innocente, ha trascorso venticinque anni d’inferno, non certo riparabili con la sentenza assolutoria. Permane il tormento, inoltre, di altri “Grandi Uomini” che, sempre in caso d’innocenza, sono stati indotti a dubitare, a temerlo senza ragione, a considerarlo un nemico di quello Stato che hanno servito con onore, invece che un compagno di strada con il quale condividere la battaglia contro il male. Se Contrada è colpevole, la Giustizia ha subito l’ennesima sconfitta per non essere stata in grado di fare piena luce, indipendentemente dalla pastoia interpretativa sul concetto di “concorso esterno”. Il fatto che vi siano persone che sanno e non parlano contribuisce non poco a far pendere la bilancia da un lato anziché dall’altro.
Voglio citare, a tal proposito, un episodio che mi riguarda direttamente. Correva l’anno 2004. In quel periodo abitavo nella periferia Sud di Caserta, a poca distanza da un albergo che, di fatto, costituiva una “dependance” della mia villetta, in virtù del rapporto amicale con il proprietario e dei tanti eventi che vi organizzavo. Nel corso di una delle tante cene con amici diretti e indiretti mi fu presentato un personaggio – un militare: per privacy non riferisco di quale arma – con il quale nacque subito una forte empatia. Solo qualche settimana dopo il nostro primo incontro mi rivelò che non ci eravamo conosciuti per caso e che gli ero stato “segnalato” da un amico comune, del quale ovviamente mi fece il nome. Fu in quella circostanza che mi spiegò anche il perché del suo interesse nei mei confronti. Era un convinto assertore dell’innocenza di Contrada – chissà: forse era stato un suo collaboratore: non me l’ha mai detto e se anche lo avesse fatto, ovviamente, ora scriverei comunque che non me lo ha mai detto – e sapeva che anch’io, in alcune circostanze, mi ero espresso in tal senso. Di me sapeva tutto: sapeva anche che quando prestavo servizio in Questura avevo sostenuto un colloquio per entrare nel SISDE e che i miei trascorsi politici avevano pesato negativamente ai fini dell’ammissione, nonostante il brillante esito del colloquio. Mi disse che voleva girare un film su Bruno Contrada e aveva pensato a me per scrivere la sceneggiatura, dirigerlo e ritagliarmi un ruolo come attore, scegliendo il personaggio che più mi aggradava. Non male come progetto. Gli sorrisi e gli feci la classica domanda che sempre si pone a qualcuno che ti espone belle idee: “Un film costa e non poco. Chi lo produce?” Annuì per far comprendere che si aspettava la domanda e replicò con una frase che evidentemente aveva elaborato in precedenza. “Partiamo dal presupposto che nel film ci sarà un solo attore più o meno famoso e che non devi preoccuparti per le “location” ma solo per troupe, cast e tutto il resto. Quanto pensi ti serva per realizzarlo?” Gli feci comprendere che non era semplice parlare di costi senza sviluppare un progetto articolato e che mi sembrava prematuro sparare cifre a casaccio. “Ti capisco – disse lui – allora te la comunico io. Hai a disposizione un budget di centocinquantamila euro. Non sono tanti, ma in sala arrivano film che sono anche costati di meno. E tu ne sai qualcosa”. Pronunciò l’ultima parte della frase sorridendo, facendo intendere che alludeva “anche” a un mio amico, il compianto Ninì Grassia, con il quale avevo girato “Come Sinfonia”, bravissimo nel produrre film low-budget e dal quale avevo acquisito utili suggerimenti in tal senso. Ci accomiatammo concordando di vederci con metodica frequenza. Non nascondo il tumulto di quei giorni. Mi misi subito al lavoro per reperire quanto più materiale possibile. Altro “mi sarebbe stato consegnato da lui stesso, in seguito”. Il tumulto, però, durò poco. Dopo una settimana esatta, infatti, l’amico mi telefonò per dirmi che era tutto annullato. “Come mai?” chiesi un po’ ingenuamente. “Ne parliamo da vicino. Torna al tuo lavoro e non pensarci più”. Fu l’ultima volta che parlai con lui e non l’ho più rivisto.
Bruno Contrada ha ora ottantasei anni ed è un uomo stanco e malato. Non sono facilmente predisposto all’umana pietas nei confronti di coloro che operano al servizio del male e il mio rigore esistenziale non fa sconti a nessuno.
I presupposti di civiltà, però, impongono estrema cautela quando il dubbio è più forte di ogni evidenza e di evitare esternazioni non supportate da chiari elementi probanti. Questa regola l’ho sempre rispettata. Mi concedo un’eccezione, perché proprio non me la sento di non dare fiducia al mio intuito. Mi sono di conforto, altresì, l’immagine di quella bilancia che prepotente si forma nella mia mente, con il peso maggiore sul lato dell’innocenza, e l’immagine del vecchio poliziotto che vedete nella foto in alto e che, insieme a tante altre, proprio non trasmette la sensazione di essere al cospetto di un delinquente.

Giu
20

Lino Lavorgna


Disponibile on line il nuovo numero di CONFINI, il cui tema del mese è dedicato alla “SOSTENIBILITA'”.
Due i miei contributi:
“UOMO E NATURA: OCCASIONI PERDUTE E CUPI ORIZZONTI” – Pag. 9
“I MINISTRI DELLA PUBBLICA IGNORANZA” – Pag. 26

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Mag
18


Disponibile on line il nuovo numero di CONFINI, il cui tema del mese è dedicato alla “GRANDEUR”.
Tre i miei contributi
“J’AI DEUX AMOURS: MON PAYS ET PARIS” – Pagina 15.
“NON SPORCHIAMO LA PUREZZA DEL MITO” – Pagina 28
“LE CONCLUSIONI AFFRETTATE” – Pagina 33.
Di seguito il link per la visione dei numeri arretrati: NUMERI ARRETRATI DI CONFINI

VERSIONE PDF DEL MAGAZINE

Mag
15

Lino Lavorgna


E’ arrivato nelle sale cinematografiche “King Arthur – Il potere della spada”, ennesimo polpettone sulla figura di Re Artù e della mitica spada Excalibur, diretto dall’ex marito della cantante Madonna, Guy Ritchie.


PROLOGO
Il primo impatto con la spada di Re Artù lo ebbi all’età di cinque anni. In quel periodo la mia dimora era frequentata da amici di Papà, appartenenti all’ex Corpo Forestale dello Stato. Un giorno ricevemmo un bellissimo regalo (scrivo questo dato perché oramai sono trascorsi circa sessanta anni e non vi è rischio che possano essere puniti per il loro gesto di generosità): due spade, una romana e l’altra cartaginese, rinvenute alle pendici del Monte Erbano, teatro delle scaramucce tra Annibale e Fabio Massimo nel corso della seconda guerra punica. Si può ben immaginare come quelle spade mi facessero volare con la fantasia e il dolore che provai quando furono rubate, forse non proprio da “ladri professionisti”, ma da persone che avevano libero accesso a casa: parliamo di anni in cui non si sprangavano le porte e i furti nelle abitazioni erano molto rari. Papà Lorenzo ne acquistò una di plastica, che iniziava a essere massicciamente utilizzata in vari settori produttivi, e me la regalò cercando di lenire il mio dispiacere: “Vedi, questa è ancora più bella delle altre e in più ha poteri magici: si chiama Excalibur ed è la spada di un Re”. Le sue parole, purtroppo, servirono a poco: la spada proprio non poteva reggere il confronto con quelle vere, forgiate ventidue secoli prima. Il riferimento ai poteri magici, tuttavia, qualche effetto produsse, incuneandosi agevolmente in una mente già predisposta a ricevere particolari suggestioni. Gli anni trascorsero veloci e quel giocattolo, ben presto, finì tra i rifiuti alla pari di tanti altri. Non ciò che rappresentava, però. Intorno ai dieci anni, grazie a Mamma Giuseppina, maestra elementare e responsabile di un centro di lettura ubicato proprio nella nostra abitazione, scoprii, sia pure solo favolisticamente, “I cavalieri della Tavola Rotonda”.(1) Iniziai, così, quel meraviglioso viaggio tra i sentieri di Camelot e del Ciclo Bretone, che continua ancora oggi. Le gesta dei cavalieri generavano emozioni indescrivibili e fremiti culturali che mi spingevano ad approfondire spasmodicamente la materia. Lancillotto, manco a dirlo, fu il primo che mi sedusse, inducendomi a creare il teorema che ancora oggi risulta scandaloso per molti, circa l’impossibilità di concepire la fedeltà in amore un valore assoluto: “Quando arriva un cavaliere della tavola rotonda – affermavo con un sorriso che rivelava molto più di quanto non esprimessi verbalmente – non vi è donna che possa resistere, anche se moglie di un re”. (Fu fonte di infinita gioia, qualche anno dopo, apprendere che il mio teorema era stato preceduto da analoghe riflessioni di Friedrich Nietzsche e Albert Einstein). La scoperta di Parsifal, poi, mi consentì quella “immedesimazione” che è ben nota a chiunque sia appassionato di letteratura. Non a caso è proprio il suo nome che ho scelto per il protagonista del romanzo “Prigioniero del Sogno”. Se Parsifal e Lancillotto si sono imposti come i cavalieri delle “affinità elettive”, Gawain (Galvano), nipote di Re Artù, è colui che, dal 1972, ossia da quando ho iniziato l’attività giornalistica, rappresenta il mio “avatar”, grazie all’assonanza del suo nome con l’anagramma del mio cognome: “Galvanor”. Ecco la genesi di “Galvanor da Camelot”, pseudonimo con il quale ho firmato tanti articoli.


LA STORIA BUGIARDA
La locuzione latina “Historia magistra vitae” viene assimilata da quasi tutti gli esseri umani sin dalla più tenera età, trasformandosi in un assioma da riproporre ogni volta che qualche occasione lo consenta. Mi ha fatto sempre sorridere questa frase, sistematicamente smentita dalla realtà, alla quale sopravvive con una forza pari a quella dei virus per i quali non esiste antidoto. Diventa sconcertante, poi, se espressa nella formula integrale, concepita da Cicerone e inserita nel “De Oratore”: “Historia vero testis temporum, lux veritatis, vita memoriae, magistra vitae, nuntia vetustatis”. La storia, in effetti, eccezion fatta per i pochi eletti capaci di decantarla dall’enorme mole di manipolazioni strumentali, non è testimone dei tempi, non è luce della verità, non è vita della memoria, non è maestra di vita e solo parzialmente è messaggera dell’antichità. La storia dell’umanità, in qualsiasi epoca, è “sporca”, perché l’essere umano, ancorché a parole anelante al bene, nei fatti è portato a compiere immani scelleratezze per le sue smodate ambizioni. Non mancano le eccezioni, ovviamente, ed è giusto rimarcarlo: in ogni epoca vi sono stati personaggi che hanno rappresentato l’eccezione alla regola, sia pure in numero davvero esiguo. L’ho già scritto in passato da qualche parte, ma l’episodio merita di essere ribadito: molti anni fa suggerivo ad alcuni allievi di non fidarsi ciecamente della storiografia ufficiale, di effettuare opportune comparazioni tra più testi, di “ragionare” autonomamente, di provare a discernere il grano dal loglio e non avere remore nel confutare anche fatti legittimati da storici autorevoli. A titolo di esempio parlai dell’epopea romana, dagli albori alla caduta di Romolo Augustolo, sforzandomi di far comprendere che non era tutto oro quello che ci avevano spacciato nelle aule scolastiche. Citai numerosi aneddoti, tra i quali spiccavano il paradosso di Costantino e i due triumvirati, questi ultimi comparati a quello tra Craxi, Andreotti e Forlani, per far comprendere la natura non propriamente etica di azioni ciclicamente riscontrabili in ogni epoca.(2) A quel punto un giovane esclamò testualmente: “Ma in 1221 anni di storia vi sarà stato pure qualcuno che si sia distinto per un comportamento ineccepibile!” Mi sentii gelare il sangue nelle vene mentre mi rendevo conto che gli unici nomi balzati d’imperio alla mente furono Tiberio e Caio Gracco, pur nella consapevolezza che riflettendo con calma avrei senz’altro individuato altri personaggi meritevoli di buona considerazione.


LA SACRALITA’ DEL MITO
Il mito è importante nella formazione di un individuo proprio perché sopperisce alle carenze della storia. Esso infonde una spinta ideale verso il bene in quanto si nutre di elementi leggendari che lo rendono spurio delle contaminazioni negative afferenti alla realtà ed esaltano i simboli, ossia le “proteine” della coscienza. “Il simbolo desta un presagio, mentre la lingua può solo spiegare. Il simbolo fa vibrare le corde dello spirito tutte insieme, mentre la mente è costretta a darsi a un singolo pensiero per volta. Il simbolo spinge le sue radici fino alle più segrete profondità dell’anima, mentre la lingua giunge a sfiorare, come un lieve alito di vento, la superficie dell’intelletto: quello è orientato verso l’interno, questa verso l’esterno. Solo al simbolo riesce di raccogliere nella sintesi di una impressione unitaria gli elementi più diversi. Le parole fanno finito l’infinito, i simboli conducono invece lo spirito di là delle frontiere del mondo finito e diveniente, verso il mondo infinito e reale”. Il magistrale concetto, concepito da uno dei più grandi studiosi di mito e simboli, Johann Jakob Bachofen, sembra quasi fare il verso a ciò che sosteneva l’imperatore Flavio Claudio Giuliano, ben quindici secoli prima, nel colleroso discorso contro il cinico Eraclio, filosofastro da strapazzo cui attribuì l’epiteto di “cane farneticante”: “Ciò che nei miti si presenta inverosimile, è proprio quel che ci apre la vita alla verità. Infatti, quanto più paradossale e straordinario è l’enigma, tanto più appare ammonirci a non affidarci alla nuda parola, ma ad affaticarci intorno alla verità riposta”. (3) Concetti che trovano ulteriori e autorevoli consacrazioni tra studiosi appartenenti a scuole di pensiero antitetiche, quali Ludwig Klages, Alfred Baeumler, Julius Evola, René Guenon, Karl Marx, Friedrich Engels, Erich Neumann, Wilhelm Reich, Erich Fromm, nonché in ambito psicoanalitico, a cominciare da Sigmund Freud e Carl Gustav Jung. In epoca moderna risultano pregevoli i lavori del compianto Adriano Romualdi e di Claudio Risé. (4) Senza alcuna pretesa di comparazione a nomi tanto prestigiosi, poi, mi fa piacere riferire il mio modesto contributo alla materia, mai venuto meno nell’incedere lungo i sentieri della vita.(5) La riflessione di Bachofen, tra l’altro, troneggia nella pagina del sito “europanazione.eu” dedicata all’illustrazione del simbolo.
Il ciclo Bretone, alla pari dell’opera di Tolkien, offre all’animo umano quanto di meglio si possa desiderare per arricchirsi idealmente e fortificarsi. Il mondo sarebbe senz’altro migliore se sin dalla più tenera età le future generazioni fossero indotte allo studio di questa importante fetta di letteratura, corroborata dai numerosi saggi, al fine di meglio comprendere la vera natura dell’uomo e orientarlo al bene.


LA DISSACRAZIONE DEL MITO: UNA MODA INSULSA
Esiste senz’altro una vocazione dissacratoria di matrice ideologica, che persegue scopi ben precisi e affonda le radici nel razionalismo illuminista, mutuata poi in varie correnti di pensiero confluite nell’illusione del materialismo storico, pre e post 1968. Siffatta strutturata attività mistificatoria, tuttavia, ancorché praticata da personaggi capaci di esercitare un forte potere condizionante a livello culturale e artistico, ha prodotto danni minori rispetto a quelli, devastanti, provocati dalla naturale mutevolezza dei tempi, in particolare nell’ultimo trentennio, che ha visto il trionfo dell’edonismo più marcato, il continuo e crescente rifiuto della “conoscenza” di ciò che afferisce al passato, la trasvalutazione di tutti i valori, il decadimento del gusto (e conseguente affermazione del cattivo gusto), una insostenibile leggerezza dell’essere protesa alla massima semplificazione. Tutti elementi che hanno generato una sostanziale e diffusa ignoranza, a sua volta principale causa di non volute mistificazioni e proprio per questo più pericolose di quelle “volute”. E’ facile, per esempio, confutare la famosa frase di Bertolt Brecht: “Beati i popoli che non hanno bisogno di eroi” e spiegarne le distonie. (Absit iniuria verbis, ovviamente, nei confronti di un insigne personaggio che per altri versi merita il massimo rispetto). Altrettanto facile, soprattutto oggi, “smitizzare” le saccenti teorie della scuola di Francoforte e tacitare i pochi epigoni che testardamente ancora a essa guardano con patetica enfasi. Il regista francese Luc Besson, per meri motivi ideologici, ha “volutamente” dissacrato il mito dei cavalieri della tavola rotonda nel film “Lancelot du Lac”; anche in questo caso non è difficile spiegarne le ragioni recondite, in linea con la sua particolare visione del mondo. Molto più complicato, invece, far comprendere il danno provocato da film come quello in programmazione, o dall’altro che lo ha preceduto, King Arthur, diretto dal bravissimo regista Antoine Fuqua, che tra l’altro è anche un bel film. Non vi era certo volontà mistificatoria in Fuqua, ma solo una mancanza di cognizione sull’intricata materia. Analoga ignoranza ha indotto Guy Ritchie a girare un insulso polpettone, che a quanto pare è solo l’inizio di una serie che dovrebbe comprendere sei film, assicurandogli lauti guadagni. Non si può crocifiggere Fuqua, ovviamente, grandissimo regista, e non si può nemmeno crocifiggere Ritchie, che per quanto mediocre regista, ha tutto il diritto di fare i film che vuole, tanto più se dispone di una nutrita corte di fan, come dimostrano i due precedenti polpettoni su Sherlok Holmes. La dissacrazione del mito, tra l’altro, non riguarda solo il cinema e lo stesso filone letterario dedicato al ciclo Bretone è stato saccheggiato da pseudo scrittori, diventati ricchissimi e famosi in breve tempo. Che possiamo fare? E’ inutile illudersi: poco o punto. Salvo scrivere articoli come questo e sperare che almeno qualcuno apra gli occhi, ricordandogli che cibarsi di “mito” e magari contribuire a limitarne la dissacrazione, consente di elevarsi verso vette che assicurano una vista privilegiata sul mondo e sulle vicende umane. E’ senz’altro una impresa faticosa, ma foriera di grandi gioie. L’autore di questo articolo, per esempio, ha mangiato pane e mito sin da quando indossava i pantaloni corti, sforzandosi sempre di mutuare nella “realtà quotidiana” gli insegnamenti appresi. E’ sicuramente anche per questo che, agli albori della vecchiaia, uno dei suoi più cari amici gli ha potuto dedicare la frase che vale i sacrifici di una vita: “Ille est Pasquale, qui difficilius ab honestate quam sol a cursu suo averti potest”. Credetemi, una frase del genere non garantisce le laute prebende di cui è beneficiario chi scelga di navigare nelle paludi mefitiche oggi tanto di moda, nonostante lo facciano puzzare sempre di cacca, ma consente di passare dalla leggenda alla storia, suscitando una gioia indescrivibile per aver sempre percorso, e continuare a percorrere, i sentieri di un vero cavaliere della tavola rotonda, senza mai sbandare o cadere da cavallo.


1) Nella nostra casa era ubicata sia la scuola elementare nella quale insegnava mia madre sia il centro di lettura, che in quegli anni fungeva da supporto formativo per gli adulti con scarsa scolarizzazione.
2) Costantino, come noto, inventò la favoletta del segno divino per caricare le sue truppe in occasione della battaglia di Ponte Milvio, contro Massenzio, e tante generazioni di studenti hanno creduto che l’evento fosse vero, considerando “un grande imperatore”, nonostante non si fosse fatto scrupoli nel far uccidere il cognato Licinio, il figlio Crispo, il nipote Liciniano, la moglie Fausta. Il primo triumvirato avvenne nel 70 A.C. tra Cesare , Pompeo e Crasso; il secondo si ebbe nel 33 A.C. tra Antonio, Augusto e Lepido ed entrambi avevano intenti non propriamente orientati a una sana gestione del potere.
3) “Al cinico Eraclio”, Giuliano l’apostata – Editore “Congedo”, 2000. Importanti riferimenti anche nei saggi “Il mistero del Graal”, Julius Evola – Edizioni Mediterranee, 1972; “L’imperatore Giuliano – Realtà storica e rappresentazione”, Maria Carmen De Vita – Le Monnier Università, 2015.
4) Per Adriano Romualdi vedere innanzitutto “Nietzsche e la mitologia egualitaria”, Edizioni di Ar, 1971; “Sul problema d’una Tradizione Europea”, Ed. Tradizione, Palermo, 1973; “Gli Indoeuropei. Origini e migrazioni”, Edizioni di Ar, 1978; “Drieu La Rochelle: il mito dell’Europa, (con Guido Giannettini e Mario Prisco), 1965, Edizioni del Solstizio; “Una cultura per l’Europa”, Ed. Settimo Sigillo, 1986. Di Claudio Risé consiglio tutta la pubblicistica, a partire dal testo fondamentale “Parsifal – l’iniziazione maschile all’amore”, Editrice La scuola, e i numerosi articoli reperibili nel suo sito.
5) “Prigioniero del sogno”, Edizioni Albatros, 2015. Vedere anche in questo blog: “Tutti alla ricerca del Graal”; “King Arthur”

Lino Lavorgna

Excalibur – Il capolavoro di Boorman, che rievoca senza sconvolgimenti il mito dei
Cavalieri della Tavola Rortonda.

Lino Lavorgna

Lino lavorgna

Michele Falcone durante la presentazione del mio romanzo “Prigioniero del Sogno”. (Gli amici d’infanzia mi chiamano con il nome di battesimo)

Cliccare sulle foto per vederle ingrandite.

Mag
05

Bobby Sands


In occasione del trentaseiesimo anniversario della morte di Bobby Sands ripropongo l’articolo dedicato all’Eroe nel numero 52 di CONFINI


PROLOGO
Era bella come il sole, Caitlin. La tipica bellezza che a venti anni esplode verso il massimo splendore, in lei sublimata dalla marcata personalità e dalla militanza nell’Irish Republican Army, che la facevano apparire più adulta, sia pure senza intaccarne la fisicità. Pioveva a dirotto, a Belfast, quel 30 ottobre del 1978. Cenavamo in un ristorantino non lontano dal muro nei pressi di Falls Road, che separa la zona cattolica da quella protestante. (Li chiamano “peace lines”, i muri di Belfast, ma muri restano). Era la mia prima volta nella capitale nordirlandese e mi batteva forte il cuore per essere insieme con una giovane donna, combattente per la libertà del suo popolo, appartenente alla più importante Brigata dell’IRA, quella nella quale militava Bobby Sands. L’avevo conosciuta nell’estate dello stesso anno, a Roma, e ci eravamo scritti e telefonati spesso, dopo il suo rientro. Ben volentieri, ovviamente, accettai l’invito a trascorrere qualche giorno da lei, in occasione della Festività del Samhain. Lei era rimasta affascinata dalla mia passione per il mondo celtico e per il sostegno ideale alla causa indipendentista, elementi che senz’altro contribuirono a facilitare un approccio che sfociò subito in qualcosa di più intimo. Nei giorni trascorsi insieme mi fu possibile decantare in modo più che esaustivo concetti e pensieri appassionatamente studiati su libri e riviste (è appena il caso di ricordare che, in quel periodo, non esisteva Internet). Abitava in un piccolo appartamento non lontano dall’orto botanico e dalla Queen’s University, dove frequentava la facoltà di Biologia. La sua famiglia viveva a Feeny, un piccolo centro distante una novantina di chilometri a Nord-Ovest, nei pressi della mitica “Derry”, altra città simbolo nel sanguinoso periodo dei troubles. Mi disse quanto sarebbe stato bello, quella sera, recarsi sulla collina di Tara – nell’Irlanda indipendente, non lontano da Dublino – dove si celebra il più rinomato festival dedicato all’antico rito celtico. Dalla finestra si scorgeva un bel tratto del Lagan, che offriva una visione suggestiva grazie all’effetto cross-screen generato dalla pioggia battente sulle luci dei lampioni. Mentre lo ammiravamo estasiati, teneramente abbracciati, fummo distratti dalla vista di qualcuno che era entrato nella stradina praticamente deserta, dal lato nord. La vidi incupirsi, ma senza scomporsi. “Chi sono?”, chiesi, avendo intuito dalla divisa che non dovevano essere proprio delle persone a lei simpatiche. “Sono i bastardi della Royal Ulster Constabulary – replicò con voce ferma – sono spietati e provano un gusto sadico nel massacrarci. E sono Irlandesi. Come me”. Vi sono frasi che valgono interi libri e in quella breve frase si racchiudeva tutto il dramma di un popolo che da secoli viveva in una sorta di infinita guerra civile. Poliziotti irlandesi al servizio del governo di Sua Maestà, che reprimevano con ferocia inaudita altri irlandesi che combattevano all’insegna di un antico sogno: “A nation once again”. Istintivamente e all’unisono volgemmo lo sguardo verso il mobile collocato sul lato opposto della stanza, non lontano dalla porta. Lo guardammo per qualche attimo e poi, sempre all’unisono, in una sorta di sincronismo telepatico, tornammo a fissarci intensamente, accennando un mesto sorriso che trasmetteva lo stesso pensiero: non quella sera e non contro irlandesi. Tenendoci per mano ci dirigemmo verso il divano, restando a lungo in silenzio. Da un vecchio registratore a nastro le voci calde e profonde dei Dubliners, dei Chieftains e dei Wolfe Tones ci accarezzavano l’anima, placando i tormenti.


IN MEMORIA DI UN EROE
Scrivo questo articolo nel tardo pomeriggio del 9 marzo 2017, dopo essermi concesso qualche ora di ideale viaggio nel tempo, sfogliando vecchi album e inseguendo i ricordi, sempre accompagnato dalle note sublimi di cantori unici al mondo. Fisso estasiato le foto di un giovane uomo, che oggi avrebbe la mia età – ci separano solo dieci mesi dal giorno di nascita – percependo ben nitida la distanza abissale che separa un uomo normale, che pure ha combattuto mille battaglie, da un eroe, che per le sue ha sacrificato la vita.
Roibeard Gearóid Ó Seachnasaigh, alias Robert Gerard Sands, detto “Bobby”, nacque a Belfast il 9 marzo 1954, in un quartiere popolato prevalentemente da protestanti perché i suoi avi avevano abbracciato tale confessione. I genitori, John (morto nel 2014) e Rosaleen, invece, erano cattolici e ben presto furono costretti a trasferirsi in una nuova dimora, amorevolmente messa a disposizione dai genitori di Rosaleen nella zona Sud di Belfast, per sfuggire alle continue intimidazioni dei lealisti. Bobby era il maggiore di quattro figli: Marcella, nata nel 1955; Bernadette, nata nel 1958, importante membro della causa indipendentista, fondatrice del County Sovereignty Movement e moglie di Michael McKevitt, a sua volta importante membro dell’IRA; John, nato nel 1962, docente universitario.
L’infanzia di Bobby è stata segnata dalla continua visione delle violenze perpetrate dai protestanti filoinglesi nei confronti dei cattolici. Una sua vicina offendeva sistematicamente la madre, mentre il papà era al lavoro. Rosaleen subiva in silenzio, per evitare guai peggiori alla famiglia. Anche dopo il primo trasferimento, però, nonostante il nuovo quartiere fosse a maggioranza cattolica, i problemi non si risolsero del tutto e la casa fu quasi distrutta dai lealisti. La famiglia, pertanto, fu costretta a trasferirsi di nuovo in un altro quartiere, più protetto, nella zona Ovest della città.
Bobby, nel 1970, iniziò un apprendistato come carrozziere, ma le continue vessazioni subite lo costrinsero ad abbandonare il percorso formativo. La goccia che fece traboccare il vaso si ebbe nel 1971, quando i colleghi lo affrontarono armi in pugno, dicendogli che la zona dove sorgeva l’istituto era interdetta ai “sporchi feniani” e che se si fosse fatto rivedere lo avrebbero ucciso. Nel 1972, a diciotto anni, entrò nell’IRA, divenendo membro del 1° Battaglione della Brigata Belfast. Nello stesso anno sposò Geraldine Noade e nel 1973 nacque il loro unico figlio, Gerard.
Arrestato più volte, il 1° marzo 1981 iniziò uno sciopero della fame che lo portò alla morte il 5 maggio dello stesso anno. Altri nove compagni di sventura seguirono il suo esempio, immolando la propria vita tra maggio e agosto 1981. A nulla servirono le proteste che si levarono da tutto il mondo per impedire lo scempio. La Thachter, all’epoca primo ministro, fu irremovibile e non volle accogliere le richieste dei detenuti, che richiedevano condizioni di detenzione umane. La vita eroica di Bobby Sands durante la sua militanza nell’IRA non è dissimile da quella di tanti altri eroi che emersero per coraggio e naturale carisma. E’ impossibile tratteggiarla compiutamente in un articolo, perché si correrebbe il rischio di significative omissioni e di non trasmettere le emozioni e le suggestioni che solo un accurato approfondimento possono offrire. Conoscere bene quelle vicende, invece, è molto importante perché ci aiuta a meglio comprendere anche problematiche attualissime, legate alle sorti dell’Europa. L’Irlanda del Nord è parte integrante della Gran Bretagna e quindi ora non più nell’Unione Europea, nonostante ciò non sia gradito dalla maggioranza dei suoi abitanti, alla pari degli Scozzesi, che già stanno organizzando un referendum per abbandonare la Gran Bretagna e rientrare in Europa.
Il primo libro da leggere, pertanto, è quello scritto proprio da Bobby Sands durante la sua prigionia: “Un giorno della mia vita”, edito da Feltrinelli. Altri testi significativi: “Qui Belfast. Storia contemporanea della guerra in Irlanda del Nord”, Silvia Calamati, Red Star Press, 2013; “Storia del conflitto anglo-irlandese”, Riccardo Michelucci, Odoya, 2009. Questi sono solo tre esempi di una corposa messe di opere che ciascuno potrà facilmente reperire, se ne ha voglia. Anche in rete non mancano importanti siti che affrontano in modo serio ed equilibrato l’argomento. Da non perdere, poi, il capolavoro cinematografico di Steve McQueen (da non confondere con l’omonimo attore), “Hunger”, del 2008, nel quale un superlativo Michael Fassbender interpreta il ruolo di Bobby Sands.

Apr
23

CONFINI APRILE 2017 - LINO LAVORGNA


Disponibile on line il nuovo numero di CONFINI, il cui tema del mese è dedicato all’altra metà del cielto
A pagina 29 il mio contributo: “Un solo cielo, per favore”, che trascrivo anche in calce.
Di seguito il link per la visione dei numeri arretrati: NUMERI ARRETRATI DI CONFINI


All’altra metà del cielo ho dedicato un romanzo, “Prigioniero del Sogno”, e una messe infinita di poesie. Ogni donna che mi abbia sorriso ha ricevuto in dono almeno un componimento poetico e a tutt’oggi, a quanto mi risulta, gli unici versi dedicati alle meravigliose creature che rispondono al nome di “modelle” sono quelli da me fermati sulla carta una quindicina di anni fa, in una notte di luna piena, sulla piccola spiaggia di Amalfi il cui nome ricorda il colore delle acque spumeggianti che bagnano la sua battigia, suggestionato dal canto e dalla visione di dolcissime sirene. (1) Mi sarebbe oltremodo facile, pertanto, celebrare in questo articolo lo stupendo universo femmineo, cesellandolo con un sincero e sentito “grazie di esistere”. Non potrei aggiungere nulla di nuovo, però, a quanto traspaia da un numero sterminato di romanzi e saggi, molti dei quali di pregevole fattura. Se mi lasciassi sopraffare dalla tentazione, correrei solo il rischio di annoiare con una inutile e stucchevole ridondanza di concetti. Trovo molto più costruttivo, invece, destrutturare la pur suggestiva caratterizzazione attribuita a Mao Tse-tung e che ovviamente Mao Tse-tung non ha mai pronunciato, rinunciando a una divisione strumentale e manichea, protesa a considerare le donne come un universo a sé stante, ancorché fascinoso ed esaltante. Di fatto non esiste “l’altra metà del cielo”, ma un unico “cielo” nel quale, da sempre, uomini e donne si confrontano con tutte le modalità rese possibili dalla natura umana. Scandagliamolo questo cielo, soprattutto alla luce della complessa realtà contingente, dando per scontata la conoscenza di una storia che si perde nella notte dei tempi e che può risalire tanto a 250mila anni fa, volendo prendere per buona l’accreditata e ampiamente condivisa teoria che attribuisce alla comparsa dell’homo sapiens l’origine della specie umana, quanto a oltre due milioni di anni fa, come invece amo sostenere, sia pure in scarna compagnia, immaginando l’homo habilis in tutte le funzioni che gli consentivano di sopravvivere e perpetuarsi, ancorché praticate in modo che oggi definiremmo “bestiali”, soprattutto per come si procacciava il cibo e si accoppiava.
Senza tanti giri di parole, quindi, affondiamo il coltello nella piaga. La donna per millenni è stata considerata un accessorio al servizio dell’uomo e lo è ancora in molte parti del mondo. Anche nel “civilizzato” occidente il processo di emancipazione nasce con terribile ritardo rispetto a quanto sarebbe stato lecito aspettarsi in virtù del progressivo sviluppo del pensiero, sancendo, di fatto, una dicotomia prettamente antropologica tra “progresso culturale” e “natura umana”. Tra la moltitudine di esempi che la storia mette a disposizione, emblematiche risultano le riflessioni di personaggi del calibro di Vincenzo Gioberti e Antonio Rosmini. Per il primo “La donna, insomma, è in un certo modo verso l’uomo ciò che è il vegetale verso l’animale, o la pianta parassita verso quella che si regge e si sostentata da sé”. Per Rosmini, fiore all’occhiello della cultura cattolica e recentemente assurto agli altari della beatitudine, “Compete al marito, secondo la convenienza della natura, essere capo e signore; compete alla moglie, e sta bene, essere quasi un’accessione, un compimento del marito, tutta consacrata a lui e dal suo nome dominata”. Pur nella doverosa contestualizzazione epocale, è evidente come fosse marcato il distorto retaggio culturale, che non va confuso, è bene chiarirlo subito, con la più famosa visione nicciana, inserita nel “Così parlò Zarathustra”, in virtù della quale “L’uomo deve essere educato alla guerra e la donna al ristoro del guerriero”. Qui siamo in un altro fronte di speculazione concettuale, del quale, magari, è lecito trattare qualora si dovesse affrontare il problema della “crisi dell’uomo” e non certo in questo contesto.
Si devono ad Anna Kuliscioff e solo agli inizi del ventesimo secolo i primi approcci per una estensione dei diritti primari alle donne, con risultati molto flebili. Per la stragrande maggioranza degli uomini la donna continuava a essere un oggetto utile solo per soddisfare voglie e desideri, costretta alla bieca obbedienza e alla sopportazione di ogni sopruso. Guai a ribellarsi! In provincia di Latina, nel 1902, una ragazzina di appena undici anni conquistò fama planetaria per essersi opposta a uno stupro, pagando con la vita il gesto di ribellione: il suo nome è Maria Goretti, venerata come santa e martire dal 1950. Se tutte le donne stuprate negli ultimi cento anni dovessero trascorrere l’eternità in Paradiso, non basterebbe una città grande come New York per contenerle.


UOMINI E DONNE: IL DIFFICILE EQUILIBRIO


Al termine della seconda guerra mondiale, almeno in occidente, per la donna inizia un percorso di parificazione. Nel 1948, con la dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, si sancisce il diritto di voto, in precedenza adottato solo da pochi stati. Dovremo però arrivare al biennio1979-1981, praticamente ieri, affinché l’ONU ratifichi la Convenzione sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione della donna. Il trattato internazionale, manco a dirlo, è lastricato di eccellenti propositi e contempla tutto quanto di bello e di buono si possa desiderare per una concreta parità di genere. Questo nella forma. Nella sostanza, però, la realtà è ben diversa e sono ben evidenti gli scogli, che di fatto assomigliano a catene montuose, se si guarda al di sotto delle onde dalle quali affiorano: per i paesi islamici, ovviamente, la convenzione è un tabu; è sconvolgente, invece, ma solo per chi non conosca la realtà sociale di quel paese, la mancata ratifica da parte degli Stati Uniti, dopo aver comunque firmato il trattato. Per dovere di cronaca, poi, va detto che il Vaticano non l’ha proprio sottoscritto. Eccezion fatta per il Nord Europa, negli altri paesi con “le carte a posto”, tra i quali l’Italia, la cronaca quotidiana ci mostra nella sua spietatezza quanto la realtà sia difforme dai buoni propositi.
Al di là delle roboanti iniziative fini a se stesse e inconcludenti sul piano pratico, il vero processo di emancipazione femminile inizia negli anni sessanta e assume caratterizzazioni consistenti e crescenti dalla metà degli anni settanta del secolo scorso. Nel 1963 Mary Quant indusse milioni di donne a indossare la minigonna, suscitando fremiti di ogni genere in un universo maschile non certo pronto a recepire la portata rivoluzionaria di un cambiamento di costumi che andava ben oltre la sua apparenza. In un vero battito di ali la donna prende coscienza della sua forza e trasforma la società, imponendo con prepotenza il proprio ruolo sia nella famiglia sia nel mondo del lavoro. Si emancipa anche sessualmente, mettendo sempre più in crisi gli uomini che non riescono a marciare con la stessa velocità. Il gap diventa via via più marcato e di difficile decantazione, come qualsiasi cosa che, venendo da molto lontano, presenta lati oscuri e indecifrabili.


LIMITI E RITARDO EVOLUTIVO DEL GENERE MASCHILE


Il rischio di generalizzazione è forte e quindi, a scanso di equivoci, invito tutti a visitare il sito del Professore Claudio Risé (2) e fare incetta dei suoi libri, dopo aver stabilito, con calma, un percorso di lettura che ne consenta la più congrua fruizione. Come ho detto innanzi, la pubblicistica valida è senz’altro corposa, ma i libri e gli articoli di Claudio Risé sono più che sufficienti per comprendere la più complessa tra le fenomenologie esistenziali. Qui, pertanto, mi limito a rappresentare, con pennellate rapide, la pochezza di un universo maschile che, nel rapporto con la donna, si può definire solo squallido e penoso, in particolare al di sotto del quarantacinquesimo parallelo. Partiamo da un singolo esempio, che ne vale milioni: qualche anno fa era possibile reperire in rete il video di un rapporto orale tra il professore di una nota università del centro Italia e una sua allieva. Il professore era solito ricattare sessualmente le allieve per promuoverle all’esame. Il video, che ebbi modo di vedere, è raccapricciante: la ragazza piangeva copiosamente mentre con disgusto gli succhiava l’uccello e il tipastro, invece, ansimava con occhi chiusi, incurante della violenza che stava perpetrando. Sappiamo tutti che questa pratica è diffusa e che tanti uomini riescono a provare piacere sessuale pur nella consapevolezza di generare ribrezzo alle povere malcapitate. Tale “propensione”, che con termine più appropriato è definita “capacità”, costituisce una vera e propria psicopatologia, non certo lieve. Questi soggetti, di fatto, su una scala da zero a dieci, che veda collocati sullo zero i necrofili e sul dieci le persone mentalmente sane, sono racchiusi tra il segmento 1-3. Bella roba, vero? E sono tanti! Milioni!
Tutti noi ne conosciamo almeno un paio, magari senza avere consapevolezza di essere al cospetto di pervertiti. In virtù della mia eclettica vita ne ho conosciuti tantissimi, anche consapevolmente. Da molti di loro, infatti, sono stato “amorevolmente sfottuto” per aver sempre evitato di approfittare del mio ruolo professionale. (3) Un paio di pervertiti, poi, hanno addirittura incrociato la mia strada, tentando di sedurre due mie fidanzate. Il primo era un noto docente dell’ISEF e la mia compagna, che sapeva bene come avrei reagito, mi confidò il suo malsano approccio solo dopo la sua morte. Nel secondo caso si trattava di un importante direttore sanitario e anche in questa circostanza la notizia mi fu comunicata, dal papà della mia ex, in modo da impedirmi ogni reazione. Indossava una divisa con un grado di tutto rispetto e mi fece giurare che “qualunque cosa mi avesse riferito non avrei fatto nulla”. “Voglio evitare – aggiunse – di doverti arrestare“. Inutile precisare che la mancata corresponsione delle avance e delle esplicite proposte oscene non consentì alla mia fidanzata di essere assunta.
Solo poche settimane fa abbiamo avuto modo di assistere a un episodio sconcertante, che è costato il posto alla conduttrice RAI Paola Perego. Nel suo programma ha mostrato le sei ragioni che inducono gli uomini italiani a preferire le donne dell’est: recuperano bene la fisicità dopo il parto, sono sempre sexy, perdonano il tradimento, sono disposte a far comandare il proprio uomo, lavorano bene in casa, non frignano e non fanno mai storie. La conduttrice ha senz’altro sbagliato l’approccio giornalistico con il quale ha montato il servizio, incentrato sulle donne e non sullo “schifo” che traspare dal sondaggio. A sua discolpa va detto che quel taglio era stato autorizzato proprio dai dirigenti che poi l’hanno licenziata, spaventati da un vero sollevamento popolare. Al di là di ogni pur valido disgusto per i limiti e le incapacità dei dirigenti RAI nel fronteggiare problematiche solo leggermente complesse, il dato importante è ciò che emerge dal sondaggio: una tipologia di maschio da buttare nel cesso e sommergere con una cascata di acqua mefitica.
Negli ultimi anni, ai succitati fenomeni di sub-cultura, si è aggiunta (o per meglio dire: si è amplificata) un’altra grave psicopatologia: l’incapacità di accettare la fine di un amore, che sfocia nell’incontrollata aggressività. Sono circa duemila le donne ammazzate dal 2006 e purtroppo il fenomeno non sembra arginabile. Sono troppe le variabili che influiscono negativamente, a cominciare dalla mancanza di un’adeguata legislazione e dalla leggerezza con la quale le donne si pongono di fronte al problema. La propensione ad accettare forme di dialogo anche in contesti impossibili, infatti, costituisce un imperdonabile errore di valutazione psicologica: si attribuisce al partner la capacità di gestire la crisi relazionale con la forma mentis che si sente propria. Altra variabile negativa è l’eccessiva tolleranza: sono oltre sette milioni le donne che hanno subito in silenzio, per vergogna o paura, atti di violenza, stupri, vessazioni, ricatti sessuali, botte. La mancata denuncia di questi crimini si tramuta in un innegabile vantaggio per chi li perpetra.


UOMINI E DONNE SOTTO LO STESSO CIELO, MANO NELLA MANO.


Per fortuna il titolo di questo paragrafo non rappresenta una meta retorica, ma una realtà conclamata e consolidata, anche se minoritaria. L’obiettivo da perseguire, pertanto, è quello di elevare la percentuale a livelli tali da relegare le distonie al rango di fisiologiche eccezioni. Lo sforzo deve essere congiunto e proprio le donne devono fungere da spinta propulsiva per un concreto passo avanti verso la civiltà. L’uomo, infatti, ha dimostrato di fare pasticci anche quando si sforza di essere dalla parte delle donne. Un esempio eclatante, a tal proposito, è rappresentato dalle quote rosa in politica, baggianata che offende precipuamente le donne, come ho avuto modo di scrivere più volte. Un partito che, per esempio, dovendo presentare una lista di venti persone, disponesse di dodici donne meritevoli, dovrebbe privarsene di due. Anche nel caso opposto, con più uomini disponibili e meritevoli, si dovrebbe abbassare il livello qualitativo della lista per rispettare una legge idiota. Un altro aspetto da non sottovalutare è l’errata “gestione” del processo di emancipazione femminile in taluni contesti lavorativi. E’ pacifico che uomini e donne abbiano una conformazione fisica diversa e “compiti” diversi loro assegnati dalla natura. Affidare la vigilanza armata di un obiettivo sensibile a una donna, ancorché perfettamente addestrata, è una sciocchezza: un terrorista maschio, a parità di addestramento, avrebbe facilmente il sopravvento.
Verrà il giorno, forse, in cui vedremo davvero, almeno nel nostro emisfero, uomini e donne sotto lo stesso cielo, mano nella mano, in piena e compiuta armonia. Nell’attesa, non stanchiamoci mai di ripetere che l’uomo e la donna sono due scrigni chiusi a chiave, dei quali uno contiene la chiave dell’altro. Uno dei due, pertanto, deve scardinare il proprio scrigno affinché possa aprire l’altro. Non importa chi dei due lo faccia, l’importante è che ciò accada. Cerchiamo sempre di ricordarci, poi, soprattutto noi maschietti, che un uomo sulla luna o su Marte non sarà mai interessante quanto una donna sotto il sole.


1. (Belle, leggiadre, sorridenti, come farfalle nei prati in fiore svolazzano le modelle. Incroci lo sguardo ed è come se il sole ti baciasse, rigenerando corpo e mente. Catartica palingenesi, bellezza sublimata dal profumo della vita, cuori che pulsano e il ritmo frenetico di chi non sa fermarsi mai. A volte passeggiano nella notte su spiagge deserte, per ritrovarsi. Come sembrano piccole, le stelle nel cielo!)
2. http://www.claudio-rise.it (Vedere anche il blog http://www.claudiorise.wordpress.com). Claudio Risé è uno dei più grandi psicoterapeuti al mondo e tra i massimi studiosi del rapporto uomo-donna.
3) Quando dirigevo una emittente televisiva, per avere la certezza che una donna scegliesse “me” e non il direttore dell’emittente, nessuna delle mie partner aveva accesso ai vari programmi televisivi. Nell’ambito dei fashion award e dello showbiz, poi, vigevano le stesse regole e venivano sistematicamente rifiutate sia le avance di fanciulle in cerca di “protezione” sia quelle di qualche mamma avvenente. “Guarda che funziona così ovunque”, mi dicevano tanti colleghi, “scandalizzati” per la mia condotta, che suscitava anche dei dubbi sulla mia virilità allorquando replicavo che non sarei mai riuscito ad avere un rapporto con una donna che, di fatto, si stava solo prostituendo.

Mar
25

Lino Lavorgna - Europa Nazione


PROLOGO
Oggi celebriamo il sessantesimo anniversario del Trattato di Roma, che sancì la nascita della futura Unione Europea. Dovrebbe essere un giorno di festa, di grande festa, ma non lo è, perché l’Europa, come concetto unitario, è scaduta nel cuore di chi la abita, ammesso che vi sia mai stata secondo i princìpi di coloro che, a giusta causa, possono definirsi “europeisti”. Un edificio costruito male, del resto, con fragili fondamenta e su un terreno non consono, è destinato a cadere. Il destino dell’Europa, pertanto, era già segnato quando si partì con il piede sbagliato. “CEE” fu il nome dato al Trattato Internazionale, ossia Comunità Economica Europea. Anteporre la progettualità economica a quella politica equivale a costruire un grattacielo partendo dall’ultimo piano. Tutto ciò che è accaduto in questi decenni, ivi compreso il mancato sviluppo di una vera coscienza unitaria, è la conseguenza di quel madornale errore, che perpetuava una propensione economicistica già attuata nel 1951, con il Trattato costitutivo della Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio. Di Stati Uniti d’Europa non si parlava se non accademicamente, perché i rigurgiti nazionalistici, presenti ovunque, non consentivano adeguati spazi in tal senso.


LE RAGIONI DI UN FALLIMENTO
In altri articoli, facilmente reperibili (1), ho esposto il lungo cammino che ha segnato il progetto federativo europeo. Ritengo superfluo, pertanto, ribadirne le varie fasi. Qui basta ricordare un solo concetto, dal quale partire per un’analisi che consenta di rappresentare in modo adeguato l’Europa contemporanea e dare un senso realistico a una celebrazione che, inevitabilmente, può solo sancire il trionfo dell’ipocrisia politica: il sogno europeo, nel corso dei secoli, ha pervaso le menti e i cuori di ben pochi soggetti, i quali, nella stragrande maggioranza dei casi, non avevano alcuna possibilità di incidere autorevolmente per l’istituzione degli Stati Uniti d’Europa. La classe politica continentale, a sua volta, è stata solo attenta ad “autotutelarsi”, senza mai preoccuparsi di creare i giusti presupposti per un vero progetto federativo che si configurasse sul modello degli Stati Uniti d’America. Non sono mancati politici autenticamente e sinceramente europeisti, ovviamente, ma nulla hanno potuto contro potentati di varia natura che li hanno facilmente messi fuori gioco. Oggi, purtroppo, stiamo sperimentando sulla nostra pelle quanto ci manchi un governo federale autorevole, un presidente europeo, un vero esercito europeo. Stiamo sperimentando, quindi, magari inconsapevolmente, quanto ci manchino gli “Stati Uniti d’Europa”.
Nel lontano 1977 scrissi il mio primo articolo europeista, sulla prestigiosa Rivista di Studi Corporativi, diretta dal compianto Gaetano Rasi. Vengono i brividi a rileggerlo: i concetti espressi potrebbero essere riproposti in toto oggi. E sono passati quaranta anni. L’Europa è una vecchia baldracca che ha puttaneggiato in tutti i bordelli, contraendo le peggiori infezioni, nella sua storia millenaria, per lo più terminanti in “ismo”. Tutte le infezioni sono state debellate, eccezion fatta per una distorta concezione del “nazionalismo”, che in molte aree sconfina in bieco provincialismo, non scevro di razzismo, termine che va sempre scritto senza alcun bisogno di supporto aggettivante, perché si caratterizza da solo. Chiunque abbia una coscienza europea ben sa quanto sia affascinante sentirsi connazionale di circa seicento milioni di persone, nonché sentirsi a casa propria ovunque ci si trovi, in un continente di oltre nove milioni di chilometri quadrati. (I dati fanno riferimento alla “ridefinizione” dei confini, descritta nell’articolo pubblicato su “CONFINI” nel numero di Novembre 2016 e sul Secolo d’Italia il 13 dicembre 2016). (1) La stupenda sensazione, però, si trasforma subito in mestizia, essendo ben chiaro quanto sia lontana la meta di un’Europa davvero unita sotto un’unica bandiera.
E’ amaro dirlo in questo giorno, ma l’incapacità di prevedere il futuro, da parte dei cosiddetti padri fondatori dell’Unione Europea (eccezion fatta per Altiero Spinelli), ha prodotto guasti immani. Nelle loro menti non era assente l’idea di un reale progetto federativo: essendo prima di tutto dei politici, però, lo sacrificarono alla realtà contingente, che non era (e non è) ancora pronta per questo passo. Altiero Spinelli, che aveva le idee ben chiare circa l’importanza dell’unità politica, dovette subire gli eventi della storia senza poterli condizionare più di tanto. Sancendo il primato dell’economia sulla politica, di fatto, l’Europa si è condannata a morte, con lenta agonia.


Il MIRAGGIO DI MAASTRICHT
Il 7 febbraio 1992, nella tranquilla cittadina di Maastricht, i dodici stati della Comunità Europea sottoscrissero il famoso trattato che, di fatto, istituì l’Unione Europea. Sulla fase preparatoria dei lavori e sullo svolgimento degli stessi esiste una corposa e interessante bibliografia, purtroppo pochissimo nota, nonostante la sua fondamentale importanza per la vita di milioni di cittadini. Un po’ più difficile reperire le “verità nascoste”, capaci di offrire una visione realistica dell’evento. Entrare nel ginepraio dei fatti, anche se alcuni di essi – è corretto affermarlo in premessa – sono caratterizzati da elementi così paradossali che rendono oltremodo difficile distinguere la parte storica da quella leggendaria, consente di percepire sia la leggerezza sia il cinismo con i quali i potenti di turno abbiano giocato a dadi con il destino degli europei. I presupposti, apparentemente, costituiscono quanto di meglio si possa desiderare per un individuo. Nella realtà – quella realtà che prepotentemente è deflagrata negli ultimi tempi – il trattato evidenzia l’esaltazione di un momento, quello successivo alla caduta del muro di Berlino, la pervicace volontà egemonica dei maggiori fautori e anche una sorta di mancanza di lungimiranza da parte di alcuni illusi, a cominciare dal nefasto Jaques Delors, che realmente pensava di utilizzare la moneta unica per agevolare il processo di integrazione politica. Purtroppo le sue tesi trovarono valido supporto in paesi come Francia, Italia e Germania, scardinando le deboli obiezioni poste da Danimarca e Portogallo. Fa storia a sé l’euroscetticismo della Thatcher, che le costò la poltrona di primo ministro, nel 1990, influendo non poco sulla fine della sua carriera politica. E’ impossibile ripercorrere in questo contesto le fasi salienti del trattato, che ha imposto parametri stringenti per la gestione economica dei singoli stati. Come noto, infatti, gli articoli 99 e 104 prevedono di evitare disavanzi eccessivi e il non superamento dei rapporti del 3% deficit/Pil e del 60% debito/Pil. Parametri accettati, almeno fino a qualche anno fa, con la stessa semplicità con la quale si accetti una ricetta del medico per curare un raffreddore e quindi senza chiedersene “la ratio”. In base a quale dottrina sono stati scelti proprio quei parametri? La spiegazione più accreditata è quella relativa alla situazione economica, che all’epoca si configurava in un contesto di crescita. Già questo è un evidente errore, perché non si possono fissare paletti “eterni” in una materia così fluida e variabile come la politica economica. (E i fatti dell’ultimo decennio ne sono la prova più lampante). La cosa più buffa, però, che cito a memoria perché nel mio pur sterminato archivio non sono riuscito a reperire la fonte (e quindi sono pronto al “crucifige” nel momento in cui vi dico: fidatevi di me) è stato il modo con cui si è giunti a fissare quello che, in gergo economico, si chiama “modello di Domar”. Sostanzialmente accadde questo: i rappresentanti dei vari governi, dovendo fissare i parametri, chiesero ai membri del loro Staff di individuarli. Essi, di fatto, furano fissati da oscuri economisti, che lavorarono su processi economici non pertinenti. I politici si limitarono a prendere atto del rapporto e a ratificarlo, senza sottoporlo a pareri più autorevoli, in grado di rilevarne l’incongruità e le possibili conseguenze negative. Sembrano cose pazzesche, vero? Non sono state le sole e leggendo gli interessanti articoli pubblicati su riviste di geopolitica come “Limes” si può meglio penetrare nello strambo “mood” che caratterizzò un evento tanto importante. Segnalo anche il testo di Ida Magli “Contro l’Europa. Tutto quello che non vi hanno detto di Maastricht, Milano, Bompiani, 1997”. Pur non condividendone lo spirito, alcune rivelazioni sono molto interessanti in funzione di quanto sopra esposto.


L’EUROPA DI OGGI. L’EUROPA DI DOMANI.
La realtà è sotto gli occhi di tutti e tante parole non servono. L’Europa dei banchieri e dei mercanti ha ucciso il sentimento europeo. Il continuo appello alla doppia velocità ha sancito il fallimento di Maastricht. Il rigurgito del nazionalismo, ovunque, ha ucciso la convenzione di Schengen. La dissennata politica monetaria e il varo dell’euro a trazione tedesca hanno impoverito milioni di europei. La mancanza di coesione nella gestione della crisi mediorientale e dei profughi ha allontanato, e non di poco, il sogno europeo. L’autore di questo articolo è il leader di un movimento che si chiama “Europa Nazione” e coltiva il sogno degli Stati Uniti d’Europa da quando portava i pantaloni corti. Sono abituato da sempre alle risate di scherno e non mi fanno specie. Passeranno decenni, forse secoli, ma verrà il giorno in cui qualcuno potrà davvero sorridere sotto una bandiera europea, da “Europeo”. Voglio crederlo. Ovunque sarò, in quel momento, sorriderò anche io, con tutti coloro che al sogno europeo hanno dedicato la vita. Oggi non ho nulla da festeggiare, pertanto. Mi resta solo di sfogliare vecchi libri e vecchie riviste, inseguendo ricordi mai assopiti, per poi provare a strimpellare sulle corde della chitarra le note di quella canzone che cantavo in gioventù: “Da Praga a Stettino, da Roma a Berlino, un sol grido si leva, un sol grido si leva, Europa Nazione sarà; Europa Nazione sarà”. Sì, la voce è rotta dall’emozione, ma è bello gridare, con l’entusiasmo di un ventenne, “La mia Patria si chiama Europa”. Perché c’è voluto davvero tanto talento per diventare vecchio e non adulto.


1. In particolare vedere gli articoli alle pagine 49 – 64 – 74.