Galvanor da Camelot (Lino Lavorgna)
Ho teso corde da campanile a campanile, ghirlande da finestra a finestra, catene d'oro da stella a stella, e danzo. www.lavorgna.it

Ott
13

Lino Lavorgna


Vi è un gran parlare, in questi giorni, dello scandalo che ha travolto Hollywood grazie alle dichiarazioni di “alcune” tra le tanti attrici che sono state molestate sessualmente dal produttore Harvey Weinstein. Gli argomenti pruriginosi “tirano” e la stampa si è gettata a capofitto sulla vicenda, producendo una messe enorme di analisi e interviste. E’ facile presagire che i tanti settimanali di gossip camperanno bene per molti mesi, con questa storia, in attesa della prossima. Il fulcro della vicenda, in effetti, è proprio questo: “niente di nuovo sotto il sole”.
Voglio dire anche io la mia, pertanto, secondo le modalità che mi sono congeniali, racchiudibili nell’antico detto “pane al pane e vino al vino”. Pazienza per chi poi si sentirà i pugni nello stomaco.
In premessa è corretto affermare (e per quanto mi riguarda “ribadire”, considerato che l’ho detto e scritto centinaia di volte) che chiunque abusi del proprio potere per portarsi a letto una donna è un essere spregevole, indegno di vivere in un consorzio civile e meritevole, prima ancora di rispondere penalmente delle sue azioni, di essere “trattato” clinicamente con procedure particolari sui cui dettagli non scendo, precisando solo che metterebbero al sicuro chiunque dovesse trovarsi al suo cospetto.
Detto questo, passiamo al secondo aspetto della vicenda, che appare addirittura banale nella sua enunciazione: “se tutti coloro che ricevono molestie, invece di assecondare i porci, li denunciassero subito, il fenomeno si ridurrebbe drasticamente”. Il dato fondamentale, pertanto, è che esistono i porci ma anche le zoccole, che con i porci non si fanno alcuno scrupolo di accompagnarsi, pur di far carriera o di ottenere una parte in un film. Certo, può costare caro dire “NO” (e io lo so per esperienza diretta, come spiegherò tra poco) ma è una questione di scelta: chi dice “SI’” non è una vittima ma una che si prostituisce. Ho alcune amiche che avevano iniziato una brillante carriera nel mondo dello spettacolo, con numeri davvero alti sotto qualsivoglia profilo: talento reale, buona scuola, physique du rôle, grande personalità, indiscusso fascino. Hanno ricevuto, come tante, ricatti e molestie e si sono rese conto che se non avessero ceduto sarebbero state scavalcate dalle mezze cartucce pronte ad aprire le gambe a un semplice schiocco di dita. Hanno visto i loro sogni infranti sul mefitico altare di un sistema schifoso, popolato da essere immondi, e hanno deciso di non accettarne le regole. Si sono realizzate professionalmente in altri contesti, nei quali sono loro a dirigere la baracca e quindi non corrono alcun rischio. Hanno dovuto rinunciare, però, a ciò che più bramavano.
Da giovane, le mie sorti di teatrante, che vivevano momenti difficili per la propensione a produrre le cose che piacevano a me e non quelle che piacevano agli altri, subirono un radicale cambiamento quando incontrai una persona che dimostrò di apprezzare i miei lavori e si rese disponibile a produrre anche l’opera più importante da me realizzata, ossia la trasposizione in prosa della tetralogia wagneriana (L’anello del Nibelungo). Un’opera che mi era costata quasi un anno di lavoro e che induceva a scomposte reazioni tutti coloro ai quali la proponevo. Ne ho sentite di tutti i colori: “Ma tu sei pazzo”; “Ma chi te lo fa fare”, metti in scena una cosuccia allegra e cerchiamo di avere anche qualche contributo”. Quelli più importanti, poi, erano i peggiori (e ritorniamo al solito discorso): “Linuccio, ma tu nun tien pure nu giro e’ belle figliole? E faccimm’ nu bell musical, nu can can! A chi cazz vuò che interess sta cosa strevza che m’hai purtat! Ca nun se capisce nient! Si vulimm fa caccosa io sto ccà”. “Ma no guardi, lei è un importante produttore teatrale e io “solo” di teatro sono venuto a parlare con lei”. “E vabbuò, e nui dint a nu teatro facimm o’ spettacolo, ma porta doie belle figliole… lassa sta’ sti cose strevze”. (Chiedo scusa ai napoletani veraci per gli errori, ma presumo che il concetto traspaia. Per i non napoletani: “strevz” vuol dire “strano”). Può immaginarsi la mia gioia, pertanto, quando finalmente trovai qualcuno che mi prese seriamente in considerazione. Avrebbe potuto essere un uomo, magari felicemente sposato o fidanzato e invece era una donna. Professionalmente era un vero portento e me ne resi conto subito. Purtroppo si prese una brutta scuffia per me e mi fece chiaramente capire che il nostro rapporto doveva marciare su due binari. Non si può parlare di molestie, ovviamente, perché i suoi sentimenti erano reali, ma io dovetti scegliere: avrei potuto assecondarla e beneficiare del suo “insostituibile supporto” o troncare subito. Optai per la seconda ipotesi e dissi “NO”: non mi andava di “prostituirmi”, tanto più nei confronti di una persona che era sinceramente innamorata di me. Correva l’anno 1988 e i miei sogni di “teatrante” finirono lì. Se si può dire “NO” in simili circostanze è ancora più facile dirlo al cospetto di un porco che generi profondo disgusto. E’ solo una questione di “scelta”.
Il mondo dello spettacolo da sempre funge come “icona” di questo diffuso malcostume. Ma ciò rappresenta la più colossale delle leggende metropolitane. Non vi è ambiente che ne sia immune… come ben sanno soprattutto le vere “vittime” di questo lercio sistema, che non sono certo le donne “molestate” dagli uomini ricchi e potenti, bensì quelle che, dicendo “NO”, lasciano loro campo libero per fulgide carriere in ogni settore: artistico, professionale… e politico.


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Ott
06


L’indole di un cavaliere errante è per natura riservata e, a detta di coloro che sono capaci di comprendere la natura dell’uomo, ciò dipenderebbe dalla difficoltà oggettiva di esprimere in modo esaustivo i turbamenti dell’animo, che in un cavaliere errante raggiungono vette così alte da far apparire banale ogni possibile descrizione. Si lascia parlare il silenzio, quindi, soprattutto in certi momenti. Soprattutto quando il dolore è forte e serra la gola, salvo poi sforzarsi di vincere quella naturale propensione, che si subisce ma non si accetta.
Ho saputo solo oggi della dipartita di Franco Orsomando, lo scorso 17 settembre. Non ci vedevamo da tempo e ci siamo sentiti qualche mese fa, ripromettendoci una rimpatriata che, purtroppo, la caducità della vita non ha reso possibile. Ora sono qui, dopo una lunga conversazione con la cara Elvira, a sforzarmi di trovare le parole giuste per celebrare in modo degno un Amico, ben sapendo, tuttavia, che non sarò capace di tradurre in parole il turbinio di sensazioni, pensieri, ricordi ed emozioni che affollano la mia testa.
Le affinità elettive con Franco non sono elencabili, perché, di fatto, non è nemmeno il caso di definirle tali: l’osmosi era pressoché totale. E se la comune passione per la fotografia consentì di conoscerci, l’amore per la Madre Patria Europa saldò in modo indissolubile un’amicizia già pregna di solide radici e quotidianamente sublimata da azioni più che significative. Fotograficamente era più bravo di me nella fotografia “d’interni”, che richiede una profonda conoscenza delle luci e il loro sapiente utilizzo, possibile solo grazie a severi studi e a tanta esperienza. Essendomi dedicato precipuamente al reportage, difettavo nelle foto in studio e in quelle che richiedevano l’utilizzo del flash. Franco, a differenza di tanti altri professionisti gelosi del proprio sapere, con il sorriso sulle labbra fungeva da “Maestro”, mettendo a mia disposizione in pochi minuti ciò che a lui era costato mesi di studio e prove. Mi donava serenamente la sua maggiore esperienza, insegnandomi anche “trucchi” che andavano ben al di là delle tecniche consolidate, essendo retaggio esclusivo di tanto tempo perso a provare, a riprovare, a correggere, sia in fase di ripresa sia in camera oscura. (A quel tempo predominava il bianco e nero e stampavamo autonomamente le foto, nella sede del circolo fotografico il “Borgo”, a Casertavecchia).
Sul fronte “sociale” l’intesa non era minore. Convinti europeisti, propugnavamo le nostre idee nei rispettivi “campi di battaglia”: io in politica, lui nel sindacato. Era funzionario della Federazione Italiana Salariati e Braccianti Agricoli e Presidente della Federazione Europea dei Sindacati dei Lavoratori Agricoli. Per meglio caratterizzare la sua “weltanschauung” non trovo di meglio che proporre la lettura del suo intervento in occasione della ratifica dell’accordo per il miglioramento dell’occupazione nel settore agricolo, tenutosi a Bruxelles il 24 luglio 1997, alla presenza del Presidente della Commissione Europea Jaques Santer, reperito nel sito il9marzo.it (Cliccare qui per leggere il discorso). Sono trascorsi venti anni e, come spesso accade quando si leggono i testi di persone che abbiano la vista lunga, le parole di Franco appaiono tristemente profetiche, perché i problemi segnalati, purtroppo, sono ancora irrisolti e per certi versi divenuti ancora più gravi. “Lasciar correre la sola logica di mercato con cieca fiducia nei suoi risultati sarebbe uno sciagurato errore, che lascerebbe sul campo pochi vincitori e molti vinti”. Si chiedeva cosa sarebbe divenuta l’Europa, con l’avvento del terzo millennio, preconizzando i rischi connessi ai distonici rapporti tra i vari paesi nella gestione dell’immigrazione, per le conseguenze non solo sul piano demografico, ma anche sul piano del confronto fra lingue, culture e religioni diverse. Tutto questo venti anni fa! Il monito lanciato all’Europa da Franco Orsomando, nel rispetto dei sacri valori e princìpi protesi a privilegiare una politica sociale e non quella vessatoria delle lobby economiche e della malapolitica, cadde nel vuoto e le nefaste conseguenze delle sue parole al vento sono sotto gli occhi di tutti. Leggetelo attentamente, quel discorso: è un doveroso tributo a una persona che ha raccolto molto di meno di quanto non abbia seminato, ma soprattutto è una “lezione” che arricchisce, perché – e ripeto “purtroppo” – quanto mai attuale.
Ora Franco Orsomando ci guarda da quello spazio infinito da cui tutti proveniamo e dove tutti ci ritroveremo. Sono convinto che ci punta anche con uno dei suoi potenti teleobiettivi e ci sorride. Sapeva sorridere lui, nonostante tutto, perché i Grandi Uomini hanno il dono di nascere postumi e di capire prima ciò che accade dopo. E’ anche per questo, dopo tutto, che vivono in eterno, perché di loro, e del tanto bene che hanno fatto, non si smetterà mai di parlare.


Nella foto Franco Orsomando, a sx, con Lino Lavorgna. Casertavecchia, 1974. Cliccare per ingrandire

Ott
05


ERNST JÜNGER A NAPOLI

Lino Lavorgna - Ernst Jünger


Il mio ricordo dell’incontro con Ernst Jünger pubblicato sul SECOLO D’ITALIA in occasione del trentesimo anniversario del convegno tenutosi a Napoli, presso l’Istituto Universitario “Suor Orsola Benincasa”.
Clicca qui per leggere l’articolo

Lino Lavorgna - Ernst Jünger

La locandina del convegno con la data sbagliata (1897 anziché 1987)

Set
30
Dichiarazione Indipendenza Americana

Dalla dichirazione d’indipendenza americana – 4 luglio 1776


Non starò qui a cianciare sulle ragioni (legittime, sia ben chiaro) che spingono i Catalani a invocare l’indipendenza. Su tutti i giornali, più o meno chiaramente, sono esposte le “semplici” ragioni di natura economica che fungono da motore alla volontà secessionista. Non starò nemmeno a confutare le arrampicature sugli specchi di coloro che si oppongono al referendum, farraginosamente espresse da un mortificante articolo pubblicato da “El Pais”, intitolato “10 falsi miti sull’indipendentismo catalano”. Mortificante perché quando il giornalismo manifesta un asservimento che attenta alla democrazia, mortifica le coscienze.
Non vi parlerò di queste cose, pertanto, che potete trovare, cucinate in tutte le salse, su ogni media. Ovviamente occorre fare molta attenzione nel discernere il grano dal loglio, ma ciò vale sempre, del resto.
Per manifestare il mio sostegno alla causa catalana, pertanto, vi parlerò di un’altra cosa; di quella cosa che move il sole e l’altre stelle e sempre vince contro tutto. Vi parlerò di Amore e del diritto di ogni essere umano a ergersi, (anche in armi, se necessario) in un mare di triboli, per disperderli. I concetti sopra esposti, come hanno già intuito le menti più illuminate, non sono farina del mio sacco e vengono da lontano: da Dante, da Virgilio, da Shakespeare. Sono concetti, quindi, eleggibili a “dogma”, non tanto per doveroso ossequio alla Grandezza di chi li ha coniati, quanto per la legittimazione conquistata secolo dopo secolo, grazie al comportamento umano.
Sono Europeo, prima ancora di essere italiano, e in quanto tale, come ben noto a chi mi onora della sua attenzione, da circa mezzo secolo predico l’ineluttabilità degli “Stati Uniti d’Europa” e combatto l’Europa dei mercanti, che umilia e vessa l’Europa dei Popoli. Non vi potrà mai essere una vera Europa Unita se si coltiva la sub cultura della tirannide, che alimenta solo odio. Queste cose le sanno bene tutti, a Madrid come a Bruxelles e come in qualsiasi altra capitale del continente. Perché, allora, non si recepisce un messaggio così semplice, che risolverebbe d’incanto problemi secolari? Potere? Soldi? Beh, se fossero queste le ragioni, ancorché deprecabili, varrebbero come attenuante per chi è pronto a correre il rischio di una guerra civile pur di tutelare i propri interessi. E’ già successo e vi è, ovviamente, chi ha fatto di peggio.
Nossignori, questi sono solo aspetti marginali, che hanno la loro importanza, certo, ma che non bastano a spiegare comportamenti assurdi e scellerati. La ragione primaria è un’altra e si definisce con un termine molto eloquente: stupidità. A Mariano Rajoy vengono crisi d’ansia al solo pensiero di governare un paese di 39milioni di abitanti anziché di 47milioni e non gli interessa che la stragrande maggioranza dei catalani oggi lo infilzerebbe volentieri con un spiedo per rosolarlo a fuoco lento, mentre domani potrebbe sorridergli senza più vedere in lui un nemico, un tiranno, un affossatore della democrazia. Come chiamate tutto questo, voi? Io non so trovare un termine diverso da “stupidità”.
La Catalogna non è Spagna e la Spagna non è Catalogna. La storia è quella che è. Occorre conoscerla e regolarsi di conseguenza. Coloro che la negano, in buona o mala fede, contribuiscono solo a rendere questo mondo sempre più invivibile. Sono Europeo e in quanto tale mi sento fratello di tutti gli Europei, che vorrei vedere passeggiare mano nella mano, sorridendosi: Inglesi, Irlandesi, Scozzesi, Fiamminghi, Valloni, Italiani del Nord, Italiani del Sud, Sardi, Cechi, Slovacchi, Baschi, Catalani, Tirolesi, Bretoni, Corsi, Bavaresi, Fiamminghi e tutti gli altri popoli che hanno segnato la storia d’Europa. Cosa vi è di più bello dell’Europa e degli Europei, su questo Pianeta? Nulla. Sanguina, l’Europa, tuttavia, perché troppi stupidi consentono a chi stupido non è di farne strame. Continuerà a sanguinare, pertanto, fin quando gli stupidi non saranno sostituiti da soggetti capaci di cacciare i mercanti dal Tempio. E quel giorno sarà l’Amore a trionfare. Amore per la Libertà. Amore per l’altro, che resta sempre il modo più nobile per amare se stesso.

1992

2011

2017

2017 -(Per me sarà sempre “Sotavento”)

Testo integrale della dichiarazione d’indipendenza americana.


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Set
23

CONFINI - LINO LAVORGNA


Disponibile on line il nuovo numero di CONFINI, il cui tema del mese è dedicato alla “MAL’ARIA”, neologismo coniato dal Direttore mer meglio rappresentare, con un termine singolo e forte, una realtà sociale che atterrisce, che non lascia intravedere vie di uscita.
A pagina cinque il mio contributo, che ripropongo integralmente a beneficio dei lettori che hanno problemi nella consultazione on line del magazine.


UNA PAROLA NUOVA PER VIZI ANTICHI.
“Cari Amici, il prossimo tema di copertina sarà: “Mal’aria”.
Il riferimento è all’immigrazione e ai costi spropositati che si abbattono sul sistema sanitario, a quanti in Europa rifiutano la redistribuzione dei migranti, al clima politico sempre più teso, alle iniziative illiberali della sinistra, a una ripresa economica che sembra essere solo un abbaglio, alle devastanti conseguenze dei cambi climatici…”.
Mal’aria, neologismo coniato dal Direttore quanto mai pertinente. La lingua deve evolversi per meglio rappresentare la mutevolezza dei tempi. E il termine incarna in pieno quell’insostenibile pesantezza del tempo contemporaneo, che atterrisce perché non lascia più intravedere l’unico vero sostegno dell’umanità: la speranza.
Mal’aria, quindi: aria malata, avvelenata, irrespirabile. Aria che uccide. Parliamone, ma senza fronzoli retorici, proposizioni di ricette impossibili, accuse e difese di ufficio, facile ironia sui contaballe, ennesimo pubblico ludibrio per malfattori e delinquenti comodamente assisi sulle poltrone del potere. Sarebbe tempo perso e, onestamente, poco vi è da aggiungere al tanto già detto e scritto. Tutti i giorni paghiamo le conseguenze della malapolitica, quella di oggi e quella di ieri; tutti i giorni la malasanità conquista la ribalta della cronaca, gettando nello sconforto migliaia di famiglie; tutti i giorni ascoltiamo l’insulso bla-bla-bla di ciarlatani sulla cui malafede nessuno ha dubbi, a cominciare da chi li sostiene. Che senso ha ribadire sempre le stesse cose?


SINISTRA: UN’ILLUSIONE CHE DURA DA TROPPO TEMPO
Parliamone, di mal’aria, stendendo un velo pietoso anche sulle iniziative illiberali della sinistra, perché non ha più senso (ammesso che ne abbia avuto in passato) parlare di sinistra, e ne ha ancor meno nella rappresentazione della sua illiberalità, che tra l’altro renderebbe oltremodo lunga e complessa l’analisi. Ogni persona culturalmente evoluta sa bene che la sinistra è sempre stata e sempre sarà inutile e dannosa. Punto. Le sue varie e spocchiose anime hanno degli elettori in buona fede – l’ingenuità alberga ovunque – che la vorrebbero semplicemente al servizio del bene, di chi non ce la fa a correre a trecento all’ora, come richiesto da una società incancrenita dalla degenerazione di un sistema nato già malato: il capitalismo. Non è certo con “politiche liberali” che si vedrebbero realizzati gli ambìti propositi, perché è stata proprio la degenerazione dei princìpi sanciti dal liberalismo delle origini a inquinare la società contemporanea. Ma su questo campo fermiamoci qui: le distonie del liberalismo meritano ben altro spazio. Va ben evidenziata, invece, l’anomalia di cui la sinistra beneficia per colpe altrui e che a essa può essere ascritta come merito, essendo stata capace di impossessarsi del “potere culturale”, monopolizzato e gestito a proprio uso e consumo grazie anche all’assenza di competitors validi. Occorre riconoscere che molti intellettuali di area trascendono i confini dell’appartenenza politica e producono analisi serie e oneste, facilmente condivisibili in virtù del loro rigore scientifico. Da qui, poi, a vedere presi in considerazione i loro suggerimenti dalla (pseudo)sinistra al potere, ce ne corre. Quella ortodossa quanto meno è caratterizzata per buona parte da soggetti di una certa levatura, più “umani”. Nondimeno la loro capacità di governare un paese è prossima allo zero e quindi, lo dico affettuosamente soprattutto per i tanti che non ho difficoltà a considerare amici, vanno benissimo per trascorrere una gradevole serata discutendo sui massimi sistemi, sui grandi poeti che fanno vibrare le corde dello spirito; per una partita a scacchi; per una grigliata al tramonto, degustando senza esagerare dei buoni vini.


DESTRA: L’ISOLA CHE NON C’E’
Parimenti non ha più senso parlare di destra, o almeno di quella che si spaccia per tale. Dov’è la destra in Italia? Una vera destra moderna, sociale ed europea? Se qualcuno ne conosce l’indirizzo, me lo invii, ma per favore non commetta l’errore commesso da qualcuno su “Facebook”, quando posi la stessa domanda: mi segnalò “Europa Nazione”, ossia casa mia. Su questo argomento proprio non è il caso di dilungarci, essendo stato più volte trattato.


BURATTINAI E BURATTINI
A cosa serve rampognare continuamente i ciarlatani che parlano di ripresa economica, arzigogolando intorno a diagrammi astrusi, zero virgola e baggianate varie, infischiandosene della gente che muore di fame? Non solo è tempo perso, ma è anche autolesionistico. Quanto più si cerchi di sbugiardarli con dati di fatto concreti, che richiedono analisi complesse e molto lavoro, tanto più si esaltano e godono: le argomentazioni serie scivolano via senza essere nemmeno recepite; sulle loro baggianate si costruiscono lunghi talk-show e si consumano fiumi d’inchiostro. Non vi è partita, non vi è mai stata, tra chi conta balle e chi racconta la verità. La mente umana risponde a meccanismi che tendono sempre a privilegiare la semplicità. Ciò che non si comprende facilmente viene respinto istintivamente, lasciando spazio agli slogan a effetto di chi ha ben compreso come prendere per i fondelli le masse. Accade ciò che con termine scientifico si definisce “scotomizzazione”, estensione psicologica di un concetto oculistico che riguarda una particolare patologia: l’occhio vede solo ciò che la mente vuole vedere. Anche le orecchie producono lo stesso effetto e si predispongono precipuamente all’ascolto di ciò che si preferisce ascoltare. E’ storia vecchia, già nota agli antichi greci e agli induisti. I primi scolpirono sull’architrave del Tempio di Apollo, a Delfi, la celebre massima “γνῶθι σαυτόν” perché solo attraverso la conoscenza di se stesso si può sviluppare una visione del mondo che non sia il riflesso di una mistificazione prodotta ad arte per ingannare. I secondi, molto più prosaicamente, sostenevano che: “La drammaticità della vita è frutto della nostra proiezione mentale.” Si dannerà l’anima, Jung, per rendere più fruibili questi concetti, ai quali, nel 1931, dedicò l’opera: “Il Problema dell’Inconscio nella Psicologia Moderna”. A che è servito tutto ciò e il tanto altro lavoro svolto da autorevoli pensatori per segnare il cammino? Qualcuno, forse – a prescindere da uno sparuto numero di eletti, che però non hanno inciso sulla storia dell’umanità – ha tratto insegnamento dal “Mito della Caverna” e dall’opera di Nietzsche, con tutto quello che vi è stato in mezzo? Tutto lavoro andato perduto nel tempo, come le famose lacrime nella pioggia di “Blade Runner”, considerati gli uomini senza qualità capaci di conquistare il potere con barzellette e balle grosse come catene montuose.
La percezione della realtà è sempre falsata per i limiti propri della natura umana e per l’incapacità di compiere una semplice azione che, per altri versi, compiamo con naturalezza in mille circostanze, quando per esempio ci affidiamo a un meccanico, a un idraulico, a un muratore, al giardiniere. Tranne casi eccezionali non ci salta mai per la mente di mettere in discussione il loro operato. Li chiamiamo, li paghiamo e ci godiamo il lavoro eseguito. Basterebbe seguire la stessa regola anche per la delega del potere, che dovrebbe riguardare solo persone di alto profilo sotto tutti i punti di vista, alle quali affidarci con fiducia, senza avere la presunzione di voler comprendere le loro scelte in campo politico-economico-sociale, nella gestione degli scenari globali e delle complesse relazioni internazionali. Se le persone sono caratterizzate da un alto spessore, opereranno per il bene comune, adottando i provvedimenti più giusti in quel dato momento; uomini senza qualità non potranno che produrre azioni senza qualità. Sono questi ultimi a prevalere, tuttavia, perché le loro capacità affabulatorie hanno maggiore presa. Si passa in tal modo una vita intera a commettere sempre gli stessi errori, per poi lamentarsi quando le mezze cartucce al potere depredano la sanità; chiudono gli ospedali lasciando intere zone prive di strutture sanitarie, per magari aprirli dove non servono e solo per sporchi giochi utili solo al loro tornaconto; rubano a man bassa; conferiscono ruoli importanti ai babbei di turno, purché a loro asserviti, obbligando i veri talenti all’oblio o a emigrare; legiferano ad personam e si guardano bene dal produrre una vera riforma dello Stato, funzionale alle reali esigenze dei cittadini. A cosa servono comuni con poche centinaia o poche migliaia di abitanti? Non sarebbe più logico accorparli in modo da raggiungere almeno quindicimila abitanti? Invece di una decina di sindaci incapaci e lestofantelli può darsi che si riesca a eleggerne uno decente, ottenendo ingenti risparmi anche nella gestione dei dipendenti e dei servizi, magari rendendoli addirittura più efficienti. Prendiamo l’isola d’Ischia come esempio estendibile in ogni zona d’Italia: 64mila abitanti suddivisi in 46 kmq. Di fatto meno abitanti di quanti non ve ne siano nel quartiere Arenella di Napoli e una superficie pari a quella del comune di Frosinone. Che senso ha la presenza di ben sei comuni in quell’isola? E’ facile dedurre la risposta, anche alla luce di recenti vicende. A cosa servono le province e le regioni? A sprecare soldi per consentire a poche migliaia di persone di arricchirsi indebitamente e di fare la bella vita, complicandola in modo indecente a tutte le restanti, che però hanno la responsabilità di non fare nulla per impedire che ciò accada. Lo sfacelo della sanità regionalizzata, come già detto, oramai ha raggiunto punti di non ritorno. Atterriscono e disorientano i comportamenti di troppi soggetti che agiscono nel dispregio più assoluto di ogni canone etico. E’ di pochi giorni fa, per esempio, la notizia dei medici arrestati a Monza, ben dodici, perché compravano protesi di bassa qualità in cambio di soldi e regali. Con notizie simili accumulatesi negli ultimi decenni, tuttavia, si potrebbe scrivere un’enciclopedia più corposa della Treccani. Che razza di uomini sono costoro? Possibile che la bramosia di denaro consenta di non provare il minimo ritegno nel tradire la propria missione? I politici sono cinici per natura e non vi è da sorprendersi se si “vendono” alle multinazionali per imporre obbligatoriamente ben dieci vaccini ai bambini (di eguale dosaggio a prescindere dalle caratteristiche del bambino), oltre ad avallare tante altre schifezze in campo farmacologico e non solo, periodicamente (e invano) denunciate. Ma i medici che tradiscono il giuramento di Ippocrate proprio non si reggono… Scrivo queste righe con la gola che brucia e il cuore che sanguina: la malasanità ha ucciso un mio carissimo Amico nel 2003 e più recentemente mio Cognato e mia Madre. Sto ancora aspettando giustizia, convivendo ogni giorno con il malessere generato dai complessi di colpa per scelte che una persona come me avrebbe dovuto evitare, essendo ben consapevole delle penose condizioni in cui versa la sanità nella mia regione.
A cosa è servito privatizzare servizi primari come le comunicazioni telefoniche e la fornitura di energia elettrica? Il mercato libero avrebbe dovuto consentire di contenere i prezzi e invece ha solo alimentato un grande caos, con aziende che addirittura insegnano ai dipendenti “come truffare i clienti”, facendo cartello con quelle concorrenti per sfruttare meglio un popolo che in materia di consumi risulta impreparato e indifeso. Il digital divide nel nostro paese è mostruoso; la fibra ottica è un mero sogno per molte zone, alcune delle quali presentano seri problemi anche per la connessione tradizionale. Nazionalizzare tali servizi, con regole che non ricalchino gli sprechi e le gestioni clientelari pre-privatizzazione, costituirebbe un grande vantaggio per i cittadini, in particolare per coloro che risiedono nelle aree più penalizzate. Analogo discorso vale anche per i trasporti pubblici, a cominciare dai treni per finire alla compagnia aerea di bandiera, le cui disastrose gestioni fanno venire il voltastomaco. Moralizzare i banchieri è solo un ridicolo ossimoro; non sbatterli in galera, però, quando depredano a man bassa i risparmi dei cittadini e per altri reati non meno gravi, è sintomatico di “affinità elettive” semplicemente vergognose.


LA PAURA DELL’ALTRO
Fanno paura i flussi migratori degli ultimi anni. E’ inutile negarlo. Il razzismo esiste e va combattuto senza indugio. Ai razzisti di mestiere, tuttavia, si è aggiunto un nutrito gruppo di persone che rifugge da tale ignobile sentimento e ha semplicemente paura. La paura non è un reato. Nessuno può condannarmi perché mi rifiuto di salire su aerei e barche di piccole dimensioni. Al massimo può prendermi in giro. Anche l’egoismo, ancorché deprecabile, non costituisce un reato. Le cose cambiano solo quando sfocia in atteggiamenti che, finalizzati a tutelare i propri interessi, danneggiano quelli degli altri. Sulla crisi determinata dai flussi migratori oramai esiste una florida letteratura: seria, faceta, farlocca, ignobile. Ogni giorno si scrive di tutto e di più. Ritengo superfluo aggiungere chiacchiere alle chiacchiere e voglio sforzarmi di individuare una chiave di lettura del problema che possa realmente offrire nuovi spunti, analizzandolo freddamente, senza lasciarmi trasportare dai sentimenti, che sono buoni, rifuggendo però anche dalla trappola dell’ipocrisia buonista. Anche io ho paura e lo dico senza riserve. Con pari sincerità, però, posso aggiungere che la mia paura non m’induce ad assumere atteggiamenti tout-court ostili nei confronti dell’altro, alterando “in modo assoluto” quei concetti serenamente accettati quando il problema non esisteva ed era possibile avere rapporti con “chiunque” o viaggiare più o meno “dovunque”, eccezion fatta per le aree vessate da sanguinosi e duraturi conflitti. Sono stato fidanzato con due donne musulmane, tra gli anni ottanta e novanta del secolo scorso, con le quali l’interazione non presentava alcuna difficoltà. Di certo non mi sono preoccupato nel visitare la Turchia e non mi sarei preoccupato nel visitare anche altri paesi nei quali non sono mai stato. Oggi, al solo pensiero di mettere piede a Istanbul (con tutto quello che ho scritto contro l’attuale classe dirigente), mi tremano le gambe. E per quanto possa essere culturalmente attrezzato per accettate il fatto che non tutti i musulmani sono terroristi, è inutile girarci intorno, la paura, “sia pure non in modo assoluto”, come ben anticipato, ha condizionato il pensiero.
Se ho paura io, non posso pretendere che non l’abbiano gli altri e anche ciò che scrivo deve tenere conto di questo banale assioma. La distinzione tra paura e razzismo, quindi, è fondamentale per inquadrare in una corretta ottica lo spinoso problema, perché è del tutto evidente che in molti casi è il secondo aspetto che assume valenza prioritaria, altrove in Europa più ancora che in Italia. E questo non va bene.
E’ davvero importante, quindi, saper distinguere il grano dal loglio e trovare il coraggio di affermare concetti anche duri, ma che possano configurarsi in un’ottica di “realtà” e “civiltà”. A tal fine va deprecato tanto il “buonismo ipocrita” quanto “il rifiuto assoluto”, da chiunque praticati. Non si può tollerare che si pretenda di cambiare il nostro stile di vita per adeguarlo a quello di chi viene a vivere nel nostro paese; che si pretenda di non rispettare le nostri leggi e le nostre consuetudini. Non si può accettare che una donna, quale che sia la sua provenienza, non possa comportarsi come qualsiasi altra donna. Non si può accettare che non si possano condannare apertamente le lapidazioni, le torture e tutte le altre nefandezze che sistematicamente sono perpetrate in tanti paesi orientali. Qui non si tratta di difendere esclusivamente i nostri valori ma presupposti di civiltà che dovrebbero albergare dappertutto. Parimenti va inculcato e difeso il principio che non esistono “popoli” superiori agli altri, ma solo persone buone e persone cattive, in tutti i popoli, e che il problema della “redistribuzione dei migranti” è un falso problema: non si possono trasferire in Europa tutte le vittime della “follia tirannesca” che imperversa in Africa e in Medio Oriente. Occorre “bonificare” quelle aree e renderle vivibili.


LA CECITA’ DELL’UOMO CHE NON RISPETTA LA NATURA
Avevo diciannove anni quando fondai l’Associazione Nazionale Salvaguardia Ecologica e prospettai i rischi connessi al mancato rispetto della natura. I disastri ambientali non sono una conseguenza dei cambi climatici ma della scempiaggine umana. Ne sono trascorsi oltre quaranta e ripeto sempre le stesse cose. L’ultima volta nel numero 55 di questo magazine, risalente ad appena due mesi fa. L’articolo s’intitola: “Uomo e natura – Occasioni perdute e cupi orizzonti”. Non vi è alcun bisogno, pertanto, che ne ricalchi i concetti.


LE RADICI ANTICHE DELLA MAL’ARIA
La foto che accompagna l’articolo è emblematica. Si vedono due personaggi la cui espressività è ben percepibile anche da chi non sia un esperto d’arte o uno psicologo. A sinistra si vede un uomo con il volto tagliato, segnato da incisive rughe, che accenna un sorriso sardonico appena percettibile. Ha labbra serrate e occhi spenti, che generano turbamento. Non ha certo l’aria di un condottiero; molto più verosimilmente è assimilabile a un mafioso. Ben altre suggestioni, invece, scaturiscono dalla statua sulla destra della foto. Fierezza, forza, bellezza, virilità. I capelli al vento rivelano una personalità che ama la libertà e la spontaneità, doti di leader, orientamento al “bene”. Ispira spontanea fiducia ed è lontano mille miglia dalla fisiognomica del tiranno. Lo sguardo fiero e le labbra leggermente incurvate dimostrano che il personaggio ha avuto poche occasioni di “ridere” o “sorridere”, nel corso della sua vita: di sicuro è stato un condottiero con grandi responsabilità. Abbiamo, quindi, almeno figurativamente, un mafioso a sinistra e un eroe a destra. (Del punto interrogativo parleremo alla fine dell’articolo). Grazie a questo confronto è possibile compiere un veloce viaggio nel tempo, lungo più di duemila anni, estremamente rivelatore. A sinistra vi è Marco Licinio Crasso, politico e comandante militare della Repubblica Romana; miliardario (acquisì gli ingenti beni dei proscritti di Silla, da lui sostenuto nella guerra civile dell’83-82 A.C.); finanziatore di uomini potenti, tra i quali Cesare che, per restituirgli i soldi ricevuti in prestito, utilizzò il bottino della guerra gallica; cinico e spregiudicato nella gestione degli affari pubblici; corruttore impenitente: si comprava i senatori con la stessa disinvoltura con la quale è possibile comprare un chilo di mele al mercato; puttaniere incallito e bisex (a quel tempo i rapporti omosex erano una consuetudine soprattutto tra le classi sociali più alte e fa scuola la famosa citazione di Svetonio che riguarda Cesare: “L’uomo di tutte le donne, la donna di tutti gli uomini”); spregevole nei rapporti; spietato con chi non lo assecondava; ammalato di delirio di onnipotenza e, come spesso accade ai personaggi che si sentono Dio in terra, in talune circostanze incapace di vedere cose le cui effettive peculiarità appaiono ben evidenti a chiunque: muovere guerra ai Parti senza cavalleria anticipa le follie politiche e belliche di tanti futuri personaggi a lui simili.
A destra vi è Spartaco, lo schiavo trace divenuto gladiatore e fomentatore della famosa rivolta che sfociò nella terza guerra servile, conclusasi con la sua morte e il trionfo di Crasso. La vicenda è nota e non serve rievocarla, anche perché ampiamente sfruttata dalla cinematografia, a cominciare dal capolavoro di Stanley Kubrik, del 1960.
Cosa ci rivelano, pertanto, questi due personaggi? Che da sempre sono i “Crasso” a dominare e gli “Spartaco” a soccombere, a morire in battaglie perse in partenza, a essere crocefissi. Una volta la crocifissione era materiale. Con l’avvento della democrazia tale necessità è andata via via scomparendo. I “Crasso” si sono evoluti e hanno affinato la gestione del potere in modo molto più subdolo e raffinato, inducendo i nemici a crocifiggersi da soli, a combattersi tra loro, facendosi legittimare nella gestione del potere, direttamente o indirettamente, con libere elezioni. Roba da premio Nobel per capacità affabulatoria. La domanda che sorge spontanea, pertanto, è la seguente: se da oltre duemila anni accadono sempre le stesse cose, sarà mai possibile cambiare il corso della storia? Nel prologo ho scritto che l’umanità è atterrita perché vede sparire giorno dopo giorno siffatta speranza, facendo ricorso a un’iperbole per meglio caratterizzare la drammaticità del momento. Il concetto espresso, in realtà, se pur avvalorato da dati di fatto incontrovertibili, non potrà mai raggiungere una valenza assoluta, anche se dovessero verificarsi catastrofi sociali ben più gravi di quelle che segnano le nostre giornate. Per l’essere umano – come traspare dalla saggezza di Lin Yutang – la speranza non potrà mai sparire perché è come una strada nei campi, che di fatto non esiste e prende forma quando molte persone li attraversano. I giovani, soprattutto, hanno il “diritto” di non perderla. Più di ogni altra cosa, però, hanno il “dovere” di alimentarla con le loro azioni. L’effettivo cambio di rotta dipende dall’armonica coniugazione tra il diritto a sperare e il dovere di lottare per cambiare veramente le cose. Quelli della mia generazione non possono suggerire “ricette” perché sono tutti colpevoli per il pessimo mondo che si lascia loro in eredità. Sono colpevoli anche quelli come me che il male hanno sempre combattuto, non fosse altro perché non sono stati bravi nello sconfiggerlo. E per questa incapacità, cari giovani, possiamo solo invocare il vostro perdono. Un’esortazione è lecita, tuttavia, formulata con tutto l’amore che il cuore di un vecchio è in grado di partorire: scegliete bene la foto che deve sostituire il punto interrogativo. Esso, di fatto, incarna tutti voi, perché tutti voi, insieme, dovete trovare la strada maestra da percorrere negli anni a venire. Ma ogni marcia ha bisogno di un capo-carovana e la meta da raggiungere è la più impegnativa tra le tante che potrete e dovrete prefiggervi: mettere tutti i Crasso in condizione di non nuocere e rendere onore ai tanti Spartaco che hanno immolato la loro vita, secolo dopo secolo, per difendere i valori più nobili e sacri di ogni essere umano. Sceglietelo bene o saremo sempre punto e a capo.


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VERSIONE PDF DEL MAGAZINE

Ago
20

LinoLavorgna


“Il prossimo obiettivo è l’Italia”. La minaccia dell’ISIS, lanciata sulla piattaforma mediatica Telgram subito dopo gli attentati in Spagna e Russia, non giunge certo inaspettata e non ci sorprende. Era nell’aria. Ciò che sconcerta è vivere con la consapevolezza che qualcosa accadrà, senza sapere dove e quando. Esperti di terrorismo, politici, tuttologi, ogni giorno ci bombardano con analisi che tengono in debita considerazione la realtà contingente e i possibili scenari futuri. I riferimenti al “passato”, precipuamente, riguardano le statistiche, gli attentati compiuti, il numero delle vittime, i luoghi macchiati da tanto sangue innocente. Si tende a sorvolare su aspetti che invece vanno ribaditi perché, come sempre, chi è causa del suo mal può solo piangere se stesso. Portare alla luce “le colpe” serve soprattutto a “capire” e a prestare maggiore attenzione in futuro. Ho scritto “colpe” e non “errori”, che pure vi sono stati e numerosi, perché sono le prime che hanno generato i secondi e lo sfacelo che sta terrorizzando il mondo.
Ripropongo integralmente, pertanto, un articolo scritto nel dicembre 2015 e pubblicato nel numero quaranta del mensile “CONFINI”, intitolato “Venti di guerra: verità nascoste e paure palesi”, dal quale emergono le gravi colpe di USA, Gran Bretagna e, purtroppo, anche dell’Italia: l’informativa sulla vendita dell’uranio all’Iraq partì proprio dal nostro Paese. Una precisazione: nell’articolo si legge una previsione a favore della Clinton per le elezioni presidenziali negli USA. Già nel mese di marzo 2016, tuttavia, mi resi conto che avrebbe vinto Trump e, “vox clamantis in deserto” – un deserto planetario – iniziai a scriverlo, come facilmente riscontrabile consultando l’archivio di questo blog e di “CONFINI”.


VENTI DI GUERRA: VERITA’ NASCOSTE E PAURE PALESI (DICEMBRE 2015)


USA, 2003 – L’ex Ambasciatore Joseph C. Wilson parla in un’aula universitaria affollata.
“Chi di voi conosce le sedici parole del discorso del Presidente Bush che ci hanno portato in guerra?”
Nessuno risponde.
“Chi di voi sa come si chiama mia moglie?”
Tutti in coro: “Valerie Plame!”
“Allora, come fate a sapere questo e non quello? Quand’è che la domanda è cambiata da “perché stiamo entrando in guerra?” a “chi è la moglie di quest’uomo?” Io ho posto la prima domanda, ma qualcun altro ha posto la seconda. E ha funzionato. Perché nessuno di noi conosce la verità. L’attacco che è stato sferrato, non è stato sferrato contro di me, non è stato sferrato contro mia moglie. E’ stato sferrato contro di voi. Tutti voi. Se questo vi fa arrabbiare e non vi fa sentire rappresentati come vorreste, fate qualcosa, ragazzi. Quando Benjamin Franklin uscì da Indipendent Source subito dopo la seconda stesura della costituzione, in strada fu avvicinato da una donna, che gli chiese: “Signor Franklin, che sorta di Governo ci avete lasciato in eredità?” E Franklin disse: “Una Repubblica, Signora, se saprete mantenerla”. La responsabilità di un paese non è nelle mani di pochi privilegiati. Noi siamo forti e siamo liberi dalla tirannia e lo saremo finché ognuno di noi avrà sempre in mente qual è il suo dovere di cittadino. Che sia per chiedere conto della buca in fondo a una strada o DELLE BUGIE IN UN DISCORSO SULLO STATO DELL’UNIONE, FATEVI SENTIRE! FATELE QUELLE DOMANDE! PRETENDETE LA VERITÀ! Nessuno vi regalerà mai la Democrazia, statene certi. Ma questa è la nostra Democrazia! E se facciamo il nostro dovere, sarà la Democrazia in cui i nostri figli vivranno”.


Joseph Wilson era ambasciatore in Niger, nel 2002, e scoprì che il rapporto sulla presunta vendita dell’uranio all’Iraq, redatto con la complicità dei servizi segreti italiani, era falso: Saddam Hussein non aveva alcuna possibilità di costruire una bomba atomica.
Le sedici parole bugiarde di George Bush, con le quali si decise di attaccare l’Iraq, furono le seguenti: “The British government has learned that Saddam Hussein recently sought significant quantities of uranium from Africa”.
Valerie Plame, moglie di Wilson, è l’ex agente della CIA incaricata di condurre indagini segrete sulla proliferazione delle armi di distruzione di massa. I due coniugi decisero di contrastare la manipolazione delle informazioni, orchestrata da Bush per giustificare l’intervento militare. Nel luglio del 2003, pochi mesi dopo l’inizio della guerra, l’ex ambasciatore pubblicò un articolo sul New York Times, scoprendo il bluff. Per vendetta Bush fece rivelare l’identità sotto copertura della moglie, che fu costretta a lasciare la CIA.
Tutto ciò che sta accadendo oggi è la risultante di quei fatti. Un imbecille alla Casa Bianca e tanti complici pronti ad assecondarlo, con fini puramente economici, cinicamente tutelati sulla pelle di tantissime persone: oltre tredicimila i morti della coalizione internazionale; oltre venticinquemila i morti dell’esercito di Saddam; 1.220.000 i civili morti. A tali cifre vanno aggiunte le decine di migliaia di morti registratesi dagli albori della “primavera araba”, nel 2011, ai giorni nostri.
E’ praticamente impossibile, in questo articolo, esporre i fatti in modo esaustivo, perché non si può prescindere dai molti “antefatti”, che hanno origine con le controversie tra Sciiti e Sunniti e si dipanano attraverso quattordici secoli di complessa Storia, resa ancor più intricata dalle massicce ingerenze occidentali, iniziate con il colonialismo e amplificatesi a dismisura negli ultimi decenni. Sinteticamente, si possono solo esporre alcuni concetti chiave, per inquadrare il problema in un’ottica “realistica”, partendo da dati inoppugnabili, come quelli sopra esposti. Saddam, come sappiamo, fu deposto nel 2003. Nel mese di maggio, Lewis Paul Bremer, l’uomo che governava l’Iraq in nome e per conto di George Bush, emise due decreti: messa al bando del partito Baath (quello di Saddam) e smantellamento dell’esercito. Oltre quattrocentomila militari si trovarono esclusi da ogni ruolo e privati anche del trattamento pensionistico. Il risentimento fu forte e costoro iniziarono a organizzarsi in gruppi paramilitari, ostili agli USA, ai loro alleati e al governo Sciita imposto dall’Occidente. Ecco i primi germi del futuro Stato Islamico che, dopo alcuni incisivi “prodromi”, vedrà la luce ufficialmente il 29 giugno del 2014, con la proclamazione di Abū Bakr al-Baghdādī a Califfo dello Stato Islamico dell’Iraq e del Levante. Il dibattito di queste settimane s’incentra sulla “paura” degli attentati terroristici, possibili ovunque, e sulle strategie da attuare per rendere “inoffensivo” l’ISIS. Improvvisati strateghi, soprattutto italiani, esaltati dalla ribalta televisiva, parlano di offensiva terrestre da effettuare con un esercito di almeno centomila uomini. In realtà, militarmente parlando, un’offensiva strutturata in modo serio non potrebbe prevedere meno di duecentomila uomini, con oneri economici, al netto di armi, munizioni, vettovagliamento e altre necessità logistiche, di circa 60milioni di euro al giorno. L’Europa, DIVISA, non è in grado di organizzare un esercito d’invasione. Chi lo guiderebbe, come sarebbero strutturate le Divisioni, le gerarchie? Passerebbero mesi, se non anni, solo per la “quadra” di questi problemi, con scarse speranze di raggiungerla. Gli unici in grado di attaccare via terra, quindi, come sempre, sono gli USA, che però non ne vogliono sapere. Obama non vuole chiudere la sua presidenza scatenando una guerra dai risvolti imprevedibili e Hilary Clinton, che gli succederà e già parla da Presidente, ha detto che all’invasione non vi pensa proprio. Sarebbe tutto diverso, ovviamente, se esistessero gli “STATI UNITI D’EUROPA”, confederati sotto un’unica bandiera, con un unico esercito, un Governo Federale e un solo Parlamento. Ma la Storia, si sa, non si fa con i “se”. Cosa accadrà, quindi? Ne parliamo nei prossimi mesi.

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Quello che è accaduto lo abbiamo visto, purtroppo, e ne parliamo ogni giorno.


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Ago
01
Giuseppina Federico - Lino Lavorgna

2 giugno 2007. Mamma con i suoi allievi dopo 58 anni. Foto tratta dall’archivio di famiglia


Michele Di Leone, ex allievo della mia Mamma, mi ha fatto omaggio di un libro dedicato al suo paese natio nel quale parla di tempi lontani, ma ben nitidi nella memoria. Nel 2007 si rese promotore di una riunione con i compagni di classe e la Maestra, ben rievocata nel libro.

Giuseppina Federico - Lino Lavorgna

Nella copertina si vede il vecchio ponte di Fabio Massimo, prima della rovinosa ristrutturazione. (Leggi mio post del 2009: https://galvanor.wordpress.com/2009/01/18/italici-scempi/)

Giuseppina Federico - Lino Lavorgna

Giuseppina Federico - Lino lavorgna

Giuseppina Federico - Lino Lavorgna

Giuseppina Federico - Lino Lavorgna

Giuseppina Federico - Lino Lavorgna

L’ articolo redatto da Mamma dedicato all’evento del 2007. Cliccarvi due volte sopra per leggerlo agevolmente

Giuseppina Federico - Lino lavorgna

La Maestra e l’allievo 58 anni dopo.
Michele Di Leone, autore del libro dedicato a Massa di Faicchio. Foto tratta dall’archivio di famiglia


Ringrazio Michele Di Leone per la testimonianza di affetto nei confronti della sua Maestra e mi complimento per il bel libro dedicato al paesello natio.
Nel 2007, quando fu organizzato l’evento, vivevo altrove, ma di esso ben mi giunse l’eco, perché non vi era giorno che non mi sentissi con l’adorata Mamma. Me ne parlò con entusiasmo e palese emozione, ben comprensibile del resto, considerato che aveva rivisto molti suoi allievi a distanza di 58 anni!!!
Mi riferì, però, anche un aneddoto che mi fece ridere molto. Come si sa il mondo è pieno di tipi strani ed è davvero difficile che della loro presenza resti immune un contesto caratterizzato da un numero cospicuo di persone. In occasione dell’evento organizzato da Michele Di Leone, il tipo strano di turno non trovò di meglio che avvicinare tutti i convenuti, riferendo che la maestra presente nella foto del 1949 non era mia Madre ma la sua. Il fatto generò viva apprensione perché accadde prima di pranzo e tutti si chiesero, pertanto, cosa sarebbe accaduto dopo qualche bicchiere di buon vino. Per fortuna non accadde nulla e il vino, caso mai, servì a placare le turbe psichiche del tipo strano, il cui tentativo di appropriazione indebita di Mamma altrui generò solo umana pietas.
Chi mi segue sa che un mio aforisma, concepito in chiave antirazzista, recita testualmente: “Nessuno ha colpe o meriti per dove nasce ma solo colpe o meriti per come vive”. Se fossi stato più cattivo lo avrei leggermente modificato per l’occasione e lo avrei inviato al tipo strano: “Nessuno ha colpe o meriti per i Genitori che si ritrova e può solo ritenersi fortunato se gliene capitano due straordinari e speciali come Lorenzo Lavorgna e Giuseppina Federico. Posso comprendere l’invidia e la tristezza di chi tale fortuna non abbia avuto, ma non per questo è possibile impossessarsene, sia pure a posteriori”. Anche io provai umana pietas, tuttavia, pensando alla madre vera del tipo strano, che forse non meritava quel gesto insulso da parte di un figlio ingrato. Contai fino a dieci, pertanto, e non gli scrissi nulla. Dopo tutto sono buono e misericordioso e la mia bontà ha sì gran braccia da prender tutto ciò che si rivolge a essa.
Detto questo, devo aggiungere altro.
Appartengo a una scuola di pensiero che rappresenta una sintesi tra la teoria innatista di Cartesio e quelle sviluppatesi in epoca recente, che privilegiano il condizionamento ambientale quale fattore primario del comportamento umano. A mio avviso, ferma restando la pregnante importanza dell’ambiente, il retaggio ancestrale – l’eredità di sangue – sia pure in forme diverse tra i vari soggetti, incide a sua volta sul comportamento, oltre a condizionare i tratti somatici e a trasmettere, talvolta, quelle che generalmente vengono definite “malattie ereditarie”.
Nella fattispecie si registra un fatto curioso. Il tipo strano di cui sopra è figlio di un soggetto non meno strano. A suo tempo tentò letteralmente di impossessarsi, con un sotterfugio, dell’abitazione avita, costruita dai miei nonni ed ereditata dal mio Papà. A seguito dell’acquisto di un terreno appartenente alla mia famiglia, infatti, non si sa come, nell’atto noatrile, con definizioni sibilline furono inserite le particelle catastali della casa e del terreno circostante, nostante fossero distanti circa due chilometri dal terreno venduto! L’imbroglio fu scoperto molti anni dopo, nel 1984, ma non fu possibile classificarlo come tale: si trattò – fu detto – di un “involontario” errore perpetrato dal notaio. “Nulla di grave – disse l’infame, con la voce tremula di chi viene colto con le mani nella marmellata – basta una semplice rettifica”. Gli ingenti costi per il nuovo rogito, però, – sette milioni delle vecchie lire – necessario per riappropiarsi di qualcosa che già si possedeva, furono tutti a carico dei miei Genitori! Anche il notaio (una donna) si comportò in modo subdolo e criminale, sfruttando una situazione che aveva sconcertato non poco i miei Genitori. Nell’atto di vendita è scritto che l’intero corpo immobiliare fu “riacquistato” per quattro milioni. Ovviamente si trattava di sanare quello che, “ufficialmente”, si configurava come un pregresso errore di un collega oramai non più in servizio. La parcella, pertanto, avrebbe dovuto essere stabilita in funzione dell’eccezionalità dell’evento o, al limite, della cifra registrata sull’atto!!! La malandrina, invece, pretese una somma quasi doppia di quella trascritta nel rogito, chissà, forse divisa con il tipastro che, zitto zitto e mogio mogio, lasciava passare gli anni tenendosi intestato impropriamente un bene di ingente valore! Questo fatto, insieme con tanti altri, è stato scoperto da me in epoca recente. In quel periodo vivevo una vita “iperdinamica” che mi teneva impegnato su più fronti. Nel 1984, tra l’altro, abitavo a Siena, dove dirigevo l’ufficio economato della locale Questura. Le vicende di famiglia venivano gestite esclusivamente dai miei genitori. Se solo fossi stato messo al corrente di quanto stava avvenendo, mi sarei letteralmente mangiato il “tipo strano appropriatore indebito di beni altrui” e il notaio disonesto, che avrei senz’altro fatto radiare dall’albo.


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Lug
13

Confini - Lino Lavorgna


Disponibile on line il nuovo numero di CONFINI, il cui tema del mese è dedicato alla “NAZIONE E NAZIONALITÀ”.
Tre i miei contributi:
“NAZIONALISMO E NAZIONALITÀ: UN PERCORSO AMBIGUO” – Pag. 4
“PAURA DELLE OMBRE: È STRUMENTALE O PSICOPATOLOGIA” – Pag. 53
“VITTORIO MUSSOLINI: QUANDO IL COGNOME CONDIZIONA LA VITA” – Pag. 55


Non ho mai mancato di segnalare gli editoriali del Direttore, il carissimo Angelo Romano, mettendone in luce l’altissima qualità.
La grammatica italiana non prevede la sublimazione del superlativo e pertanto, questa volta, devo far ricorso alle leggi della fisica, che consentono di relativizzare ogni cosa, anche l’eccellenza. Un calcio di rigore perfetto si traduce in gol, a volte anche bellissimo da vedere. Sono tanti i giocatori che ci deliziano con la loro perfezione nell’esecuzione. Poi vi è Messi che, in talune circostanze, trasforma quei pochi secondi in un’opera d’arte, in qualcosa che trascende “la perfezione” e la supera, riuscendo, quindi, a sublimarla.
Con l’editoriale nel numero 56 di Confini, almeno per me (anche questo è relativo) Angelo Romano si è superato. L’esordio – Mi piace sentirmi cittadino dell’Occidente e in particolare di sentirmi ed essere Europeo – addolcisce i sensi come l’Ouverture del Parsifal. Il prosieguo t’induce a chiudere gli occhi e a immaginarti sul battello che solca le placide acque della Moldava ed entra a Praga accompagnato dalle magiche note di Bedřich Smetana, che di quel fiume celebrano la suggestiva bellezza. E ancora, a mano a mano che i periodi si susseguono, estasiato come Lohengrin sulla barca trainata dal cigno, dal lago sacro vedo spuntare anche la mitica “Excalibur!” Il cuore incomincia a fremere. Sono io che sto scrivendo, senza rendermene conto? Lentamente scemano le note della “Vltava” e molti nomi, cui sono tributario da decenni per come abbiano nutrito il mio Spirito, si susseguono velocemente, lasciando affiorare l’immagine dei Cavalieri di Camelot che cavalcano lesti per combattere il male, ovunque esso alberghi: Keats, Wilde, Eliot, Kipling, Yeats, Dickens, Melville, Conan Doyle, Conrad, Twain, Byron, Tolkien! I loro nomi sono preceduti da quello di Boorman (vi è anche Shakespeare, sicuramente anch’egli mio creditore, ma in forma minore rispetto agli altri) e quale musica migliore di quella dei Carmina Burana potrebbe risuonare nella testa al cospetto di siffatto tripudio di sensazioni? Il corpo si surriscalda e siamo solo a metà articolo! Diavolo di un Direttore! La lucida analisi continua con la maestria di sempre e non manca (e come potrebbe, a questo punto!) un riferimento ai “miei amici” nordirlandesi, vessati dalla “spocchia imperialista” della perfida Albione, ai quali ho dedicato un articolo proprio nel magazine, rievocando i tempi in cui ho avuto il privilegio di marciare, mano nella mano, con una dolce eroina dell’Irish Republican Army. In un attimo mi ritrovo a Belfast, a cantare in un pub, con la voce rotta dall’emozione: “In aid of men like Connolly, Barney and McCann,To fight and die until they drive the British from our lands. Young and old, side by side, fighting day by day, They are the Army of the People – the Official IRA”.
Subito dopo, però, rigo dopo rigo, incomincio ad avvertire nell’aere le prime note di quel brano che, inevitabilmente, accompagnerà la parte finale dell’articolo. “A volte – scrive Angelo Romano – le comunità naturali diventano innaturali. Lo si capisce recandosi nelle banlieue parigine dove si è persa traccia dell’Europa e della Francia stessa…” Parole pesanti come pietre, che ti schiacciano senza rimedio, mentre ti chiedi, proprio come fa Angelo Romano: “Dove stiamo andando?” Alzo gli occhi e lo sguardo si posa sulla libreria di fronte, dove fa bella mostra di sé il terribile testo di Spengler, che ovviamente Romano cita, prefigurando scenari futuri molto diversi da quelli che osavamo immaginare da giovani, quando, con entusiastica innocenza, cantavamo: “Il futuro appartiene a noi”. L’articolo è terminato e mi ritrovo in un bagno di sudore. Quelle note di cui sopra, intanto, prendono corpo e diventano altissime, poi vibranti e spezzate, poi ancora alte, cupe, solenni, per poi affievolirsi. Sono le note della marcia funebre di Sigfrido, che sanciscono il crepuscolo degli Dei e “la fine dei tempi”.
Le ho sempre ascoltate, tuttavia, considerandole una catartica palingenesi e voglio continuare a concepirle in tal guisa. Generosa illusione, caro Direttore? Forse, ma va bene così, perché, dopo tutto: “Non tutto quel ch’è oro brilla, né gli erranti son perduti. Il vecchio ch’è forte non s’aggrinza, le radici profonde non gelano. Dalle ceneri rinascerà un fuoco, l’ombra sprigionerà una scintilla. Nuova sarà la lama ora rotta, e Re quei ch’è senza corona. Amen.

Di seguito il link per la visione dei numeri arretrati: NUMERI ARRETRATI DI CONFINI
VERSIONE PDF DEL MAGAZINE

Lug
11


LA PAURA DELLE OMBRE O È STRUMENTALE O È PSICOPATOLOGIA


Egregi parlamentari che vi accingete a votare una legge che dovrebbe punire “l’apologia di fascismo”, chi vi parla, con animo sereno e sorriso sulle labbra, è un giovanotto di sessantadue anni che ha militato nel MSI, fino alla metà degli anni ottanta, senza mai definirsi fascista. Di fascisti ne ho conosciuti tanti, ovviamente, “serenamente” stimandoli e apprezzandoli quando il loro comportamento era tale da meritare rispetto e stima. Non so se ciò costituisca reato e chiedo lumi. Del fascismo, alla pari di “tutte le epoche storiche”, sono uno studioso, essendo un “appassionato” di storia. Le passioni insorgono spontanee: poteva capitarmi di appassionarmi alla botanica, al giardinaggio e all’orticoltura, attività nobilissime che vedo praticare con grande perizia da alcuni amici, invidiandoli un po’- il mio orticello fa semplicemente pena – ma non mi è capitato. Anche in questo caso spero di non incorrere nei rigori della legge! Ho avuto il privilegio, inoltre, di relazionarmi con personaggi che nel famigerato ventennio hanno occupato ruoli più o meno importanti, a cominciare da Giorgio Almirante, che mi ha insegnato un’importante regola, facendomi crescere in un attimo, e di molto, quando avevo solo venti anni: “Nella vita non basta avere ragione, bisogna anche sapersela prendere”. Evito di citare la lunga lista, tra l’altro facilmente intuibile, con l’unica eccezione del mio più caro amico, Michele Falcone, che essendo nato tre giorni dopo quel famoso otto settembre 1943, gli ideali fascisti li ha assimilati per retaggio ancestrale e condizionamento familiare, alla pari di tante persone nate negli anni postbellici. Il suo stile di vita merita un pubblico encomio perché, da sempre e spero ancora a lungo, si può caratterizzare con una sola parola: irreprensibile. La statura etico-morale, supportata da un alto livello culturale, gli ha consentito e gli consente di raggiungere vette esistenziali davvero ragguardevoli e invidiabili. Non posso fare a meno di citare due episodi: nel 1985, da consigliere provinciale in carica, non esitò a cedermi il suo collegio vincente perché riteneva giusto che “le mie qualità” fossero valorizzate con un ruolo più importante di quelli esercitati: segretario di sezione, dirigente provinciale, presidente provinciale Consulta Corporativa. Fu preso per pazzo e fummo “commissariati” entrambi dall’allora segretario regionale del partito: “anche” a destra, infatti, molti avevano difficoltà tanto a concepire l’attività politica come servizio per favorire il bene comune quanto a delegare i vari ruoli esclusivamente alle persone capaci e meritevoli. Recentemente, in occasione della presentazione del romanzo “Prigioniero del Sogno”, mi ha fatto un bellissimo regalo, che mi ripaga ampiamente per i tanti sacrifici compiuti al fine di mantenere sempre la schiena dritta, mutuando a mio favore una frase tratta da un’opera di Eutropio, da Pirro pronunciata riferendosi al console Fabrizio: “Ille est Pasquale, qui difficilius ab onestate quam sol a cursu suo averti potest”. (Gli amici d’infanzia mi chiamano con il nome anagrafico).
Egregi parlamentari, sono franco di cerimonie – lo sono stato da giovane, figuriamoci ora – e senza tanti giri di parole, pertanto, vi dico semplicemente che la legge in discussione si può definire solo con un’espressione “fantozziana”: “Una cagata pazzesca”. Ho avuto già modo di leggere qualificati e autorevoli pareri che ne mettono in luce le distonie costituzionali, considerandola “poggiata sul nulla”. Li condivido in pieno, ma non li ribadirò: a mio avviso, il solo prendervi sul serio conferisce alle vostre azioni una dignità e una legittimazione che non meritano. Non m’interessa sottolineare la vacuità del provvedimento, ritenendo che esso possa rispondere solo a due logiche: una palese azione strumentale protesa ad allontanare l’attenzione dai problemi reali o una psicopatologia bella e buona.
Se qualcuno ha realmente paura delle ombre è bene che si affidi a un bravo psicanalista. A me non fanno paura “le condotte meramente elogiative, o estemporanee che, pur non essendo volte alla riorganizzazione del disciolto partito fascista, siano chiara espressione della retorica di tale regime, o di quello nazionalsocialista tedesco”. E non mi fanno paura i gadget sulle bancarelle dei venditori ambulanti, venduti a pochi euro. Mi fate paura, e non poco, invece, voi tutti per come avete ridotto questo Paese; per la facilità con la quale legiferate a esclusivo vantaggio dei potentati che vi sostengono, incuranti delle sofferenze di un intero popolo. Mi fanno paura il vostro cinismo, i vostri limiti etici e culturali, la vostra condotta pubblica e privata. In poche parole, egregi parlamentari, a me fate paura, e anche molto schifo, esclusivamente voi. Non vi è nessun “rischio” di rigurgito del fascismo, in Italia. Vi è invece, e da troppo tempo, un solo pericolo reale: la vostra presenza in Parlamento. Lo so, è colpa precipua di chi vi ha votato. Ma questo è un altro discorso.


Alcune foto della mia biblioteca storica. Cliccarvi sopra due volte per vederle ingrandite, ma prima assicuratevi che ciò non costituisca reato. Non si sa mai.

Vittorio Mussolini – 1983

Lug
09


Nella mia camera da letto vi sono quattro foto appese alle pareti: mio Padre, mia Madre, mio Fratello, Falcone e Borsellino. Ogni mattina, quando mi sveglio, i loro sguardi mi ricordano ciò che sono, da dove vengo, ciò che “devo essere”. Punto.
La premessa è d’obbligo, mentre mi accingo a commentare la recente sentenza della Corte di Cassazione, con la quale è stata revocata la condanna a dieci anni inflitta all’ex numero due del SISDE, Bruno Contrada, accusato di concorso in associazione mafiosa. All’epoca dei fatti il reato non “era sufficientemente chiaro”, secondo quanto stabilito anche dalla Corte europea dei diritti umani, che nel 2015 condannò lo Stato italiano a risarcire Contrada. Un risarcimento irrisorio dal punto di vista economico, vano dal punto di vista pratico perché la pena era già stata scontata e importante solo sotto il profilo sostanziale: la decisione della Corte di Strasburgo, alla base della recente sentenza della Corte di Cassazione, inevitabilmente si ripercuoterà su altre vicende che presentano analoghi aspetti. In linea di principio non vi è nulla da eccepire: “Nullum crimen, nulla poena sine praevia lege poenali” è un concetto così scontato da non consentire nemmeno di essere messo in discussione, a prescindere dalla controversa vicenda di cui è stato protagonista Contrada: ha sempre sostenuto la stessa tesi, senza però riuscire a farla accettare dai giudici. La disquisizione giuridica sulla norma, in verità, a me interessa poco, soprattutto ora che ha messo tutti d’accordo. Il punto focale è un altro: Contrada è innocente o colpevole? Ho sempre seguito con molta attenzione l’iter giudiziario dell’ex agente segreto, cercando di “entrare” nei meandri di una matassa intricata e pregna d’insidie che facilmente potevano mandare fuori strada. Da un lato il mio “intuito” propendeva per la sua innocenza; dall’altro, la forte stima nutrita nei confronti di alcuni suoi accusatori – sia ben chiaro: “alcuni”, non tutti – m’induceva a pensare che forse mi sbagliavo; che forse non avendo elementi sufficienti per un’approfondita analisi avevo preso fischi per fiaschi; che non potevo considerare il mio intuito “infallibile”, seppur mi aveva dato ragione tante volte. Il dubbio costituiva l’unica certezza e quindi mi sono sempre compenetrato nella difficoltà oggettiva di chi, per mestiere, era costretto a scioglierlo in un modo o nell’altro, dando per scontato un aspetto che comunque scontato non poteva essere: la buona fede e l’estrema correttezza procedurale dei soggetti chiamati a decidere.
Sono trascorsi venticinque anni dall’inizio della vicenda e il dubbio persiste, anche se devo ammettere che la bilancia pende “abbastanza” dal lato dell’innocenza. Vi sono vicende, purtroppo, destinate a restare irrisolte perché gli unici che potrebbero chiarirle, evidentemente, hanno tutto l’interesse a che restino tali. Permane il tormento di un uomo che, se innocente, ha trascorso venticinque anni d’inferno, non certo riparabili con la sentenza assolutoria. Permane il tormento, inoltre, di altri “Grandi Uomini” che, sempre in caso d’innocenza, sono stati indotti a dubitare, a temerlo senza ragione, a considerarlo un nemico di quello Stato che hanno servito con onore, invece che un compagno di strada con il quale condividere la battaglia contro il male. Se Contrada è colpevole, la Giustizia ha subito l’ennesima sconfitta per non essere stata in grado di fare piena luce, indipendentemente dalla pastoia interpretativa sul concetto di “concorso esterno”. Il fatto che vi siano persone che sanno e non parlano contribuisce non poco a far pendere la bilancia da un lato anziché dall’altro.
Voglio citare, a tal proposito, un episodio che mi riguarda direttamente. Correva l’anno 2004. In quel periodo abitavo nella periferia Sud di Caserta, a poca distanza da un albergo che, di fatto, costituiva una “dependance” della mia villetta, in virtù del rapporto amicale con il proprietario e dei tanti eventi che vi organizzavo. Nel corso di una delle tante cene con amici diretti e indiretti mi fu presentato un personaggio – un militare: per privacy non riferisco di quale arma – con il quale nacque subito una forte empatia. Solo qualche settimana dopo il nostro primo incontro mi rivelò che non ci eravamo conosciuti per caso e che gli ero stato “segnalato” da un amico comune, del quale ovviamente mi fece il nome. Fu in quella circostanza che mi spiegò anche il perché del suo interesse nei mei confronti. Era un convinto assertore dell’innocenza di Contrada – chissà: forse era stato un suo collaboratore: non me l’ha mai detto e se anche lo avesse fatto, ovviamente, ora scriverei comunque che non me lo ha mai detto – e sapeva che anch’io, in alcune circostanze, mi ero espresso in tal senso. Di me sapeva tutto: sapeva anche che quando prestavo servizio in Questura avevo sostenuto un colloquio per entrare nel SISDE e che i miei trascorsi politici avevano pesato negativamente ai fini dell’ammissione, nonostante il brillante esito del colloquio. Mi disse che voleva girare un film su Bruno Contrada e aveva pensato a me per scrivere la sceneggiatura, dirigerlo e ritagliarmi un ruolo come attore, scegliendo il personaggio che più mi aggradava. Non male come progetto. Gli sorrisi e gli feci la classica domanda che sempre si pone a qualcuno che ti espone belle idee: “Un film costa e non poco. Chi lo produce?” Annuì per far comprendere che si aspettava la domanda e replicò con una frase che evidentemente aveva elaborato in precedenza. “Partiamo dal presupposto che nel film ci sarà un solo attore più o meno famoso e che non devi preoccuparti per le “location” ma solo per troupe, cast e tutto il resto. Quanto pensi ti serva per realizzarlo?” Gli feci comprendere che non era semplice parlare di costi senza sviluppare un progetto articolato e che mi sembrava prematuro sparare cifre a casaccio. “Ti capisco – disse lui – allora te la comunico io. Hai a disposizione un budget di centocinquantamila euro. Non sono tanti, ma in sala arrivano film che sono anche costati di meno. E tu ne sai qualcosa”. Pronunciò l’ultima parte della frase sorridendo, facendo intendere che alludeva “anche” a un mio amico, il compianto Ninì Grassia, con il quale avevo girato “Come Sinfonia”, bravissimo nel produrre film low-budget e dal quale avevo acquisito utili suggerimenti in tal senso. Ci accomiatammo concordando di vederci con metodica frequenza. Non nascondo il tumulto di quei giorni. Mi misi subito al lavoro per reperire quanto più materiale possibile. Altro “mi sarebbe stato consegnato da lui stesso, in seguito”. Il tumulto, però, durò poco. Dopo una settimana esatta, infatti, l’amico mi telefonò per dirmi che era tutto annullato. “Come mai?” chiesi un po’ ingenuamente. “Ne parliamo da vicino. Torna al tuo lavoro e non pensarci più”. Fu l’ultima volta che parlai con lui e non l’ho più rivisto.
Bruno Contrada ha ora ottantasei anni ed è un uomo stanco e malato. Non sono facilmente predisposto all’umana pietas nei confronti di coloro che operano al servizio del male e il mio rigore esistenziale non fa sconti a nessuno.
I presupposti di civiltà, però, impongono estrema cautela quando il dubbio è più forte di ogni evidenza e di evitare esternazioni non supportate da chiari elementi probanti. Questa regola l’ho sempre rispettata. Mi concedo un’eccezione, perché proprio non me la sento di non dare fiducia al mio intuito. Mi sono di conforto, altresì, l’immagine di quella bilancia che prepotente si forma nella mia mente, con il peso maggiore sul lato dell’innocenza, e l’immagine del vecchio poliziotto che vedete nella foto in alto e che, insieme a tante altre, proprio non trasmette la sensazione di essere al cospetto di un delinquente.