Galvanor da Camelot (Lino Lavorgna)
Ho teso corde da campanile a campanile, ghirlande da finestra a finestra, catene d'oro da stella a stella, e danzo. www.lavorgna.it

Gen
11

Lino Lavorgna


Nella sezione personale della Piattaforma ISSUU è disponibile la raccolta degli articoli pubblicati nel corso del 2017.

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Dic
14

Lino Lavorgna


Disponibile on line il nuovo numero di CONFINI, il cui tema del mese è dedicato alla “TRADIZIONE”.
Due i miei contributi:
I SENTIERI DEI CELTI: DA HALLSTATT ALLA COLLINA DI TARA (Pag. 19)
IL PIAVE MORVORAVA (1° CAPITOLO – Pag. 31)

Di seguito il link per la visione dei numeri arretrati:
NUMERI ARRETRATI DI CONFINI.

VERSIONE PDF DEL MAGAZINE, SCARICABILE.


Nell’articolo sulla Grande Guerra, a causa di qualche problema, sono saltati alcuni righi e nella descrizione genealogica un nipote è diventato figlio.
A titolo di chiarezza, in attesa delle rettifiche, si trascrive di seguito l’intero articolo.
***
Con questo articolo iniziamo a celebrare il centesimo anniversario di un evento che cambiò la storia del mondo, macchiato dal sangue di 25milioni di persone, tra militari e civili. La Grande Guerra, già raccontata in mirabolanti saggi storici, romanzi, film, beneficerà di sicure nuove rievocazioni che poco potranno aggiungere al tanto già rappresentato, ma pur sempre utili sia sotto il profilo culturale sia per meglio assimilare le profonde e veloci mutazioni antropologiche che hanno influito pesantemente sul comportamento umano. “CONFINI” proverà a offrire il proprio contributo, mese dopo mese, fino a novembre, sforzandosi precipuamente di proporre gli argomenti con una chiave di lettura che consenta di andare oltre la mera esposizione dei fatti, mettendo in primo piano soprattutto le personalità di coloro che li hanno determinati e il contesto socio-politico che ha funto da elemento condizionante, rifuggendo da manierismi e censure, pur nella consapevolezza di non essere depositari di verità assolute. Nel manifesto programmatico del magazine, varato nel 1994, è scritto chiaramente: “Confini è il dubbio, davanti alle certezze ottuse. Confini è l’immagine di un futuro costruito sulla storia che narriamo”. Cercheremo di narrare, pertanto, una storia importante dalla quale trarre spunti per meglio guardare dentro noi stessi, magari per rimettere in discussione pensieri e convincimenti che ci accompagnano da sempre, grazie anche a una storiografia per certi versi pasticciona, per altri palesemente bugiarda e, solo molto raramente, se non proprio “obiettiva”, quanto meno “onesta”. Diradare le troppe nubi che offuscano la verità storica e capire da dove veniamo può facilitare il cammino, soprattutto ai più giovani, verso un futuro che assomiglia sempre più a un’autostrada priva di barriere divisorie, nella quale tutti corrono all’impazzata, in qualsiasi direzione, distruggendosi vicendevolmente. Uno scenario terribile, ancor più nefasto di qualsiasi guerra. Nella trattazione del conflitto daremo maggiore risalto alle vicende italiane ed è da questo presupposto che scaturisce il titolo del mini-saggio. Come sempre, marceremo controvento e controcorrente.


LA GUERRA CHE NESSUNO VOLEVA
Era uno spirito inquieto, Paul Valery, e la sensibilità di poeta non gli impediva di manifestare con chiarezza e durezza i pensieri sulla vita, sugli uomini, sulla storia. Una sua celebre frase, pertanto, è la più opportuna per inquadrare nella giusta prospettiva le drammatiche vicende che ci accingiamo a narrare: “Questi meschini europei hanno preferito logorarsi in lotte intestine, invece di assumere nel mondo il grande ruolo che i Romani seppero assumersi e mantenere per secoli”. Prescindendo dal riferimento ai Romani, che lascia trasparire i sensi di quella diffusa ammirazione sulla quale sarà lecito fare chiarezza in altri momenti, è evidente come per il grande pensatore franco-italiano la cecità degli europei e la perseveranza nel volersi combattere vicendevolmente, invece di comprendere quanto fosse importante avviare un processo federativo, più o meno analogo a quello che si era attuato negli USA, doveva necessariamente sfociare in quella catastrofe già prevista da George Sorel, manco a dirlo anch’egli francese e filosofo, non meno sanguigno e caustico. Già nel 1906 affermò che era praticamente impossibile federare dei popoli troppo diversi tra loro per usi e costumi e poi, nel 1912, quando ebbe chiari i sentori dell’imminente conflitto, dichiarò testualmente: “L’Europa, questo cimitero, è abitata da popoli che cantano prima di massacrarsi tra loro. Presto i francesi e i tedeschi canteranno”.
I pensieri e le previsioni dei grandi uomini, però, restano accademia fino al momento in cui non trovano effettiva verifica e le sue esternazioni, pertanto, al massimo furono oggetto di conversazioni salottiere, senza scalfire minimamente i giochi di potere dei vari governi, intenti a curare i propri interessi, grazie anche a complesse alchimie dinastiche. I regnanti d’Europa, in effetti, erano tutti imparentati tra loro: un’immensa famiglia che, alla pari delle corti pre-rivoluzione francese, viveva tra agi e lussi sfrenati, poco curandosi dei popoli assoggettati.
I vincoli parentali dell’imperatore Francesco Giuseppe I d’Austria (1830-1916), esponente della principale famiglia reale e imperiale europea, costituiscono un dedalo ramificato in tutte le casate regnanti.
Guglielmo II, (1859-1941), imperatore di Germania, era nipote della Regina Vittoria d’Inghilterra, essendo sua madre la figlia di quest’ultima nonché sorella del futuro re Edoardo VII (soprannominato “Lo zio d’Europa”) e di Alice, che sposò Luigi IV d’Assia, Granduca d’Assia e del Reno, a sua volta legato per vincoli parentali a molte casate reali europee.
Nicola II di Russia (1868-1918) era figlio della principessa Dagmar di Danimarca (1847-1928). Sposando Alice Vittoria Elena Luisa Beatrice d’Assia, figlia di Alice e Luigi IV d’Assia, strinse stretti vincoli parentali tanto con la corona inglese quanto con quella tedesca.
Giorgio V del Regno Unito (1865-1936), era il figlio di Edoardo VII e di Alessandra di Danimarca, sorella di Dagmar, imperatrice di Russia in quanto moglie di Alessandro III, ossia i genitori di Nicola II.
Il Re d’Italia Vittorio Emanuele III (1869-1947) era nipote di Maria Adelaide d’Asburgo Lorena, a sua volta figlia del famoso Arciduca Ranieri, primo viceré del Lombardo-Veneto, e nipote di Maria Luisa di Borbone (mamma dell’Arciduca). Il bisnonno di Maria Adelaide, pertanto, era Carlo III di Borbone, Re di Napoli dal 1734 al 1759 e Re di Spagna dal 1759 al 1788. Il suocero di Maria Adelaide, Carlo Alberto di Savoia (padre di Vittorio Emanuele II), le era anche zio in quanto fratello di sua madre Maria Elisabetta di Savoia. La suocera, Maria Teresa d’Asburgo-Toscana, le era anche cugina di primo grado in quanto figlia di Ferdinando III d’Asburgo Lorena (fratello dell’Arciduca Ranieri). Dulcis in fundo, Maria Adelaide era anche la pronipote della famosa regina di Francia Maria Antonietta d’Asburgo Lorena, decapitata nel 1793.
Alberto I, Re dei Belgi (1875-1934), era imparentato da parte materna con la potente dinastia tedesca degli Hohenzollern-Sigmaringen, che vantava illustri antenati tra principi elettori, Re di Prussia, sovrani di Romania e imperatori germanici. Sposò Elisabetta Gabriele di Baviera (1876-1965), nipote sia dell’Imperatrice d’Austria (la famosa “Sissi”) sia di Maria Sofia delle Due Sicilie, moglie di Francesco II di Borbone (Franceschiello, ultimo re delle Due Sicilie). Elisabetta, inoltre, per parte materna era nipote di Michele di Braganza, Re del Portogallo. La figlia di Alberto I ed Elisabetta, Maria José del Belgio (1906-2001), nel 1930 sposò Umberto II di Savoia, ultimo Re d’Italia.
In Spagna, che si mantenne neutrale e non partecipò al conflitto (1), regnava Alfonso XIII di Borbone (1886-1941), figlio di Maria Cristina d’Asburgo-Teschen e sposo di Vittoria Eugenia di Battenberg, a sua volta figlia di Beatrice di Sassonia-Coburgo-Gotha, ultima figlia della Regina Vittoria e di Alberto di Sassonia-Coburgo-Gotha.
Un bell’intreccio dinastico-familistico di non facile decantazione che, come meglio vedremo in seguito, di tutto produsse fuorché grandi statisti. Ciononostante, alla vigilia della Grande Guerra, l’Europa era “il centro del mondo”, che dominava in massima parte. Unita, sarebbe stata invincibile. Il suo potenziale si esprimeva in qualsiasi settore: possedeva gli eserciti più forti al mondo; con i soli paesi che a pieno titolo potevano definirsi industriali (Regno Unito, Paesi Bassi, Belgio, Francia, Germania, Svizzera e Italia) superava abbondantemente la produzione degli Stati Uniti; sul piano artistico, culturale e intellettuale non era nemmeno il caso di parlare di primato perché la supremazia era assoluta e incomparabile. Il rovescio della medaglia era rappresentato dalle aspre divisioni nel suo seno che, perpetuando antichi rancori, alimentavano odio e intrighi, fomentati anche dalla difficile condizione sociale. Gran parte della popolazione, infatti, viveva in misere condizioni a causa dei salari bassi e del sistematico sfruttamento dei lavoratori da parte dei capitalisti, adusi solo ad aumentare i profitti. La cospicua produzione culturale, ancorché florida in ogni paese, restando appannaggio di classi ristrette, non riuscì ad amalgamare i popoli, prigionieri di marcati sentimenti nazionalisti. Fu proprio l’onda lunga di questi nazionalismi a generare i prodromi di quel terribile cataclisma che sconvolse il continente dal 1914 al 1918. L’assassinio dell’Arciduca ereditario Francesco Ferdinando e di sua moglie Sofia, a Sarajevo, il 28 giugno 1914, rappresentò la buona occasione che l’Austria attendeva per regolare i conti con la Serbia, cresciuta territorialmente dopo le guerre balcaniche del 1912 e 1913 e desiderosa di riunire sotto la propria corona tutti gli Slavi. La crisi, però, si sarebbe dovuta risolvere localmente e i governanti austriaci non pensavano certo a un conflitto su larga scala quando inviarono il famoso ultimatum, tra l’altro senza uno straccio di prova che il giovane attentatore avesse agito su ordine del governo serbo (2).
Nessuno voleva la guerra, del resto, e la Germania, alleata dell’Austria dal 1879 (3), lo specificò in modo chiaro alle potenze europee: “Noi desideriamo la localizzazione del conflitto, perché ogni intervento di un’altra potenza, vista la diversità dei legami di alleanza, determinerebbe delle conseguenze incalcolabili”.
Non solo nessuno voleva la guerra, ma tutti erano consapevoli dei grossi rischi in caso di un conflitto su scala continentale. Guglielmo II, che lo storico francese Duroselle definisce “pusillanime e terrorizzato dalle proprie responsabilità” (4), dopo la vittoria di Sedan (1870) aveva visto la progressiva trasformazione della Germania nella potenza politica e militare più importante del continente. Perché compromettere questo primato per una faccenda interna tra Austria e Serbia? Era ben consapevole, tra l’altro, che la morte dell’Arciduca Ferdinando aveva fatto tirare un sospiro di sollievo a molti governanti austriaci, ivi compreso lo stesso imperatore, che mal digeriva la propensione del nipote a rendersi paladino delle minoranze slave, promettendo loro prospettive autonomistiche all’interno dell’impero (5). Il 7 luglio partì addirittura per una crociera, sicuro che la guerra fosse ben lungi dallo scoppiare e che, nella peggiore delle ipotesi, tutto si sarebbe risolto in fretta, con un conflitto localizzato.
Dopo tutto “Dio” non poteva che orientare gli eventi in tal guisa e non a caso il motto della casa imperiale, mutuato dall’Ordine Teutonico e dai Re di Prussia, era
Su Poincaré esistono pareri contrastanti: alcuni lo vedono come un guerrafondaio, altri come una vittima degli eventi, che non riuscì a gestire come avrebbe voluto. Di certo ce l’aveva a morte con la Germania per la perdita dell’Alsazia-Lorena: era un bimbetto di dieci anni quando i Tedeschi occuparono la sua città natale, Bar-le-Duc, e questo episodio lo segnò molto. Non tollerava la politica militarista di Guglielmo II e, ritenendo la guerra un evento possibile, si adoperò per rafforzare le forze armate e rinsaldare i rapporti con Russia e Regno Unito, già sanciti negli accordi politico-militari noti come “Triplice Intesa”. Prepararsi a una guerra, però, non vuol dire desiderarla, soprattutto in un momento in cui aveva piena consapevolezza dei limiti del proprio esercito e della forza di quello avversario. Nicola II, tra tutti i regnanti, era di sicuro il più pacifista, anche a causa dei complessi tormenti interiori e le tante ombre familiari che condizionavano il suo agire. La dinastia Romanov, prescindendo dagli unanimi tributi di grandezza di cui è beneficiario Pietro I, che regnò dal 1682 al 1721, è più nota per gli omicidi, gli scandali e le nefandezze di corte che per gli aspetti positivi (6). Giorgio V, dal suo canto, era molto più preoccupato delle vicende irlandesi e a Londra l’eco dell’assassinio di un arciduca austriaco giunse molto attenuato. “Dove sono questi Balcani?” E’ la domanda che si posero molti inglesi, anche di alto rango, come sempre prigionieri della loro marcata autoreferenzialità. Francesco Giuseppe era in vacanza a Ischl quando i nipoti che non amava furono assassinati a Sarajevo. Vecchio e provato da tristi vicende familiari e da pesanti disfatte militari (7), non celava il suo intento di dare una lezione alla Serbia, senza pensare però a una guerra estesa, fomentata invece dall’uomo forte della Corte Asburgica, il potente ministro degli esteri Conte Leopold Berchtold von und zu Ungarish.
In Italia la morte dell’Arciduca Francesco Ferdinando fu accolta con moderata gioia, essendo egli ritenuto ostile agli interessi nazionali. Il governo era presieduto da Antonio Salandra, uno dei tanti “pupazzi” di Giolitti, che lo scelse come successore quando decise di dimettersi per le conseguenze del “Patto Gentiloni” (8). Nato in provincia di Foggia nel 1853, Salandra era il tipico esponente di quella borghesia dotta, attenta a mantenere gli equilibri, almeno fin quando è possibile. Trovatosi all’improvviso a gestire un evento molto più grande di lui, dovette dimostrare in fretta di essere all’altezza del ruolo, cosa che fece staccando i fili che lo tenevano legato al suo protettore e acquisendo la personalità del protagonista.
Nel resto d’Europa, intanto, le speranze di preservare la pace si affievoliscono giorno dopo giorno, nonostante i frenetici tentativi da tutti esperiti. Le condizioni poste alla Serbia nel famoso ultimatum, in realtà, sono umilianti e inaccettabili. Nondimeno, alle 17,50 del 25 luglio 1914, dieci minuti prima della scadenza fissata dal governo di Vienna per ottenere una risposta, il primo ministro Nikola Pašić comunicò all’ambasciatore austriaco, il Barone Gisel, che la Serbia accettava il referendum! Accettava le umiliazioni, gli insulti, le accuse gratuite. Riteneva solo che fosse impossibile consentire alle autorità austriache di indagare autonomamente nel territorio serbo. Dopo tutto erano stati avvertiti dei rischi connessi al viaggio dell’Arciduca in Bosnia! Solo chi fosse in mala fede può ritenere che la Serbia non avesse fatto di tutto per evitare la guerra. Gisel, però, aveva ordini ben precisi: o tutto o niente e di fatto già nelle ore precedenti aveva preparato i bagagli per lasciare Belgrado, sicuro che l’incontro si sarebbe concluso secondo i desiderata di Vienna. Il 28 luglio l’Austria dichiarò guerra alla Serbia e nello stesso giorno Nicola II propose una conferenza immediata con gli Austriaci, che non si degnarono nemmeno di rispondere. Guglielmo II, dal suo canto, inviò un telegramma al cugino il cui testo rivela la sua ipocrisia: “Spero bene che mi sarai di aiuto nello sforzo che faccio; sforzo che tende a evitare tutte le difficoltà che ancora potrebbero presentarsi”. In realtà la mobilitazione in Germania era in atto già da quattro giorni.
Nicola II, che non aveva capito ancora nulla, gli rispose: “Ti prego, in nome della nostra vecchia amicizia, dai fare il possibile per impedire ai tuoi alleati di andare troppo in là”.
L’Austria, però, nella notte tra il 29 e 30 luglio, alle 0,20, sparò il primo colpo di cannone contro Belgrado. Nel corso della notte successiva le truppe austriache tentarono di attraversare il Danubio, ma furono sconfitte. Gli austriaci si fermarono e i veri combattimenti con la Serbia sarebbero iniziati l’8 agosto.
Vi era ancora spazio per mantenere il conflitto localizzato e risolvere in tempi brevi la crisi?
(Continua nel prossimo numero).


NOTE
1) La neutralità spagnola faceva comodo sia alle potenze occidentali sia agli imperi centrali: l’esercito non era assolutamente in grado di sostenere una guerra moderna e quindi sarebbe stato una palla al piede per qualsiasi alleato. Francia e Gran Bretagna, inoltre, la preferivano neutrale per evitare rivendicazioni territoriali poco gradite: Tangeri, Gibilterra, Portogallo. Per approfondire: Maximiliano Fuentes Codera, España en la Primera Guerra Mundial. Una movilización cultural, Akal, Madrid, 2014.
2) Le autorità serbe avevano sconsigliato il viaggio dell’Arciduca, mettendo in guardia il governo austriaco su possibili attentati da parte dei connazionali residenti in Bosnia che mal sopportavano la dominazione austriaca. Anche il Vescovo di Sarajevo sconsigliò fortemente il viaggio. Nonostante ciò, non solo furono disattesi i consigli ben argomentanti, ma non furono adottate nemmeno le più elementari norme di sicurezza a tutela della coppia. La dinamica dell’attentato sconcerta proprio per queste carenze, che molti storici considerano volute proprio
3) Duplice alleanza in chiave anti russa, voluta dal Cancelliere tedesco Otto Von Bismark, che si trasformò in “Triplice alleanza” nel 1882 con l’ingresso dell’Italia.
4) Jean Baptiste Duroselle, “L’età contemporanea”, Edizioni UTET 1969. Non meno interessante il ritratto che ne fa Claude Guillaumin, “I grandi enigmi storici del nostro tempo”, Edizioni di Cremille, Ginevra 1969, mettendone in luce soprattutto l’autoesaltazione, che lo induce a ritenersi l’inviato speciale di Dio sulla terra. La domenica mattina, dopo essersi recato a messa, il Bollettino della Corte era redatto con la seguente formula: “Questa mattina, il Signore dei Signori si è recato a rendere omaggio al SIGNORE”.
5) Francesco Ferdinando non era amato dalla Corte Imperiale. Lo zio gli rimproverava il matrimonio con Sofia Chotek von Chotkowa, nobildonna boema non appartenente a nessuna famiglia regnante, tanto più che le frequenti visite alla dimora dell’Arciduca Federico Maria Alberto Guglielmo Carlo, Principe Reale e supremo comandante delle armate austro-ungariche, avevano fatto insorgere il felice convincimento che si fosse innamorato di sua figlia Marie Christine. Quando l’Arciduchessa Isabella, della quale la bella Sofia era dama di compagnia, scoprì la tresca, andò su tutte le furie e fece scoppiare uno scandalo pubblico. Il bel giovinetto, evidentemente, frequentando la dimora giocava con entrambe le fanciulle, preferendo però la più intrigante e affascinante Sofia come compagna per la vita. Il matrimonio fu celebrato senza la presenza dell’imperatore, che vietò la partecipazione anche ai fratelli di Francesco Ferdinando e impose il rito morganatico, in virtù del quale ai discendenti non sarebbe stato concesso di ascendere al trono imperiale. Le prospettive politiche di Francesco Ferdinando non furono capite né dal popolo né dagli alti dignitari della Corte e su di lui furono riversate ingiuste accuse su ogni versante politico-sociale.
6) Pietro I non esitò a giustiziare il figlio Alessio per cospirazione. Seppure buona parte della storiografia ufficiale tenda a escludere la responsabilità di Alessandro I nell’uccisione del padre, tale ipotesi appare inverosimile, tanto più che gli anni in cui regnò Paolo I furono tra i più terribili e bui della storia russa e Alessandro fu “sollecitato” da molti membri della corte imperiale a subentrargli. Le gesta di Caterina II non sono riassumibili in questo contesto e non a caso hanno dato vita a miriadi di saggi, spettacoli teatrali, film (ben trentatré fino ad oggi), documentari. Ebbe ventuno amanti secondo le fonti ufficiali, ma molti di più nella realtà, a molti dei quali riservò la stessa fine di suo marito, Pietro III. Nicola II, più che cattivo, come tanti suoi antenati, era un debole dominato dalla moglie, che a sua volta si abbandonò completamente alle “sollecitazioni” di Rasputin, molto abile nel conquistare la fiducia illimitata dei sovrani, grazie alla quale, oltre a condizionare pesantemente le scelte politiche, poteva permettersi di entrare “con eccessiva libertà” nelle stanze da letto delle giovanissime principesse Olga, Tatjana, Maria e Anastasia, concedendosi licenze oscene con la scusa di visitarle. La sua presunta relazione con la zarina è generalmente considerata una maldicenza da molti storici, almeno negli scritti ufficiali. Anche in mancanza di prove certe, tuttavia, riesce difficile credere che la zarina abbia resistito al suo potere ammaliatore e allo sguardo magnetico, che induceva tante dame a concederglisi senza indugi e in piena consapevole condivisione. Non a caso fu soprannominato il “monaco erotomane”.
7) A ventitré anni scampò miracolosamente a un attentato; nel 1859, dopo la seconda guerra d’indipendenza italiana, perse Lombardia, Toscana, Parma, Modena, e Romagna Pontificia; nel 1866 ebbe una sonora sconfitta dalla Prussia, che gli costò molti territori in Germania e la perdita del Veneto, del Friuli e di Mantova in quanto l’Italia beneficiò degli accordi di alleanza con la Prussia e ottenne i territori per il tramite di Napoleone III: l’Austria si rifiutò di cederli direttamente avendola sconfitta a Lissa e Custoza; nel 1867 il fratello Massimiliano fu assassinato in Messico e l’unico figlio Rodolfo si suicidò con la sua amante diciassettenne a Mayerling (almeno questa è la versione ufficiale, circa la quale qualcuno, compreso chi scrive, nutre seri dubbi); nel 1888 la moglie Sissi, celebrata in tanti film, fu assassinata a Ginevra dall’anarchico italiano luigi Lucheni.
8) Giolitti, alla vigilia delle elezioni politiche del 1913, desiderava bloccare l’avanzata del Partito Socialista Italiano e prese accordi con l’Unione Elettorale Cattolica Italiana, presieduta dal Conte Vincenzo Ottorino Gentiloni (imparentato con i Conti Gentiloni Silverj, famiglia da cui discende l’attuale Presidente del Consiglio) realizzando quello che è passato alla storia come “Patto Gentiloni” pur essendo solo uno dei tanti “inciuci all’italiana”. Di fatto il Partito Liberale mise a disposizione dei cattolici un cospicuo numero di seggi in cambio dell’impegno, da parte degli eletti, a onorare i sette punti dell’accordo, tutti protesi a garantire i princìpi della Chiesa. Il patto fu applicato in 330 collegi su 508, nei quali il Partito Socialista era potenzialmente vincente. Secondo le tipiche modalità comportamentali di Giolitti il patto sarebbe dovuto restare segreto, ma Gentiloni, che era un narciso desideroso di guadagnarsi il suo posticino nella Storia, venne meno alla parola data e rivelò i termini dell’accordo e i nomi dei candidati aderenti, molti dei quali massoni. Le reazioni furono immediate e violente e Giolitti fu associato a un malavitoso per aver realizzato un connubio tra la massoneria e la Chiesa. Papa Pio X, invece, sostenne il patto perché lo considerava vantaggioso per la Chiesa in chiave anti-socialista e tolse il “non expedit” varato dal suo predecessore, in virtù del quale per i cattolici non era opportuno partecipare alle elezioni politiche del Regno d’Italia e partecipare a qualsivoglia attività politica. Giolitti vinse le elezioni e gli eletti aderenti al patto furono ben 228 su 270. Il Partito Radicale, che aveva sostenuto Giolitti nei due precedenti Governi, per protesta uscì dalla maggioranza, che però restò ancora nelle mani di Giolitti, sia pure con il sostegno di forze non omogenee. Giolitti comprese che i tempi stavano cambiando dopo l’affossamento di un progetto di legge che prevedeva la precedenza del matrimonio civile su quello religioso. Aveva intrallazzato con i cattolici ritenendo che la Chiesa avrebbe aspettato a lungo il compenso della sua collaborazione, ma si era fatto male i conti. Il Vaticano, senza nemmeno compromettersi direttamente, era entrato in forze nel cuore dello Stato, che ancora considerava un nemico. Il tempo delle alleanze liberal-socialiste era tramontato e al vecchio inciucione aduso a governare “tenendo conto anche dei difetti e delle manchevolezze di un paese, alla pari del sarto che dovendo vestire un gobbo deve tenere conto do tale malformazione”, non restarono che le dimissioni, in attesa di tempi migliori.


CONFINI ritornerà on line nel mese di febbraio 2018. A tutti i lettori giungano i più fervidi auguri per le imminenti festività di fine e inizio anno.

Dic
09


9 dicembre 1973: Il fallimento degli accordi di Sunningdale pesa sulle vicende attuali

Lino Lavorgna

Foto fonte web.


Non vi saranno frontiere rigide tra le due Irlande. Così è stato sancito nei recenti accordi per la Brexit, risolvendo uno dei punti più spinosi all’ordine del giorno, che per mesi ha tenuto con il fiato sospeso i repubblicani che lottano per l’Irlanda unita, i quali temevano di essere allontanati ancor più di quanto non lo siano ora dall’Unione Europea. E’ una fake news quanto si legge da più parti circa il timore, più o meno dello stesso spessore, anche da parte degli unionisti per il possibile ritorno dell’Irlanda del Nord sotto l’egida di Dublino. Tale ipotesi non è stata presa mai seriamente in considerazione da nessuno.
Al di là dei sospiri di sollievo che traspaiono unanimi, vi è poco da stare allegri: i problemi restano ed è difficile prevedere gli sviluppi futuri. Oggi ricorre l’anniversario di un momento storico, purtroppo naufragato nel peggiore dei modi grazie alla colpevole complicità di Londra che, come Hagen con Sigfrido, un attimo dopo aver pronunciato parole di amicizia, pugnalava alla schiena.
Nella piccola cittadina di Sunningdale, 38 km a Ovest di Londra, il 9 dicembre 1973 si riunirono i rappresentanti del Governo Inglese e dell’Irlanda del Nord per sottoscrivere un accordo, passato alla storia come “Sunningdale Agreement”, che avrebbe gettato le basi per un futuro di pace e, soprattutto, di possibile riunificazione dell’Irlanda, come chiaramente espresso dall’articolo 5 del Trattato:
“Il Governo Irlandese ha pienamente accettato e solennemente dichiarato che non vi sarebbe stato alcun cambiamento nello status dell’Irlanda del Nord fino a quando la maggioranza del popolo dell’Irlanda del Nord non avesse desiderato un cambiamento di tale status. Il Governo Britannico ha dichiarato solennemente che la sua politica è sempre stata quella di sostenere la volontà della maggioranza del popolo dell’Irlanda del Nord e tale sarebbe rimasta. Attualmente l’Irlanda del Nord è parte del Regno Unito. Se in futuro la maggioranza del popolo dell’Irlanda del Nord dovesse esprimere il desiderio di diventare parte di una Irlanda unita, il Governo Britannico sosterrebbe tale desiderio”.
Il trattato fu subito osteggiato dagli Unionisti dell’Irlanda del Nord, senza che l’Inghilterra muovesse un dito per impedire l’azione disfattista.
Detenendo il controllo dei principali servizi pubblici, a cominciare dalla fornitura dell’energia elettrica, nel maggio del 1974 misero in ginocchio tutto il territorio con un prolungato sciopero che determinò le dimissioni di Brian Faulkner, Primo Ministro Nord Irlandese. Il trattato decadde e riprese la battaglia tra le due fazioni. Una terra martoriata perse l’unica occasione seria, per riconciliarsi con se stessa, dopo gli accordi del 1921.
Oggi la situazione è resa ancora più grave dalla mancanza di un governo a causa della prolungata crisi politica. Le elezioni di marzo scorso sono state vinte dal Partito Democratico Unionista, nonostante la perdita di dieci seggi e la forte avanzata del Sinn Féin, lo storico partito guidato dal sanguigno Gerry Adams, che persegue il sogno di “A Nation Once Again”. Un chiaro segnale che il sentimento di ricongiunzione con l’Eire sta riconquistando vigore, nonostante l’ineluttabile processo di omologazione che lo ha deteriorato negli ultimi decenni, soprattutto tra i giovani, vessati da altre priorità e in maggioranza immuni dai fremiti ideali dei loro genitori e nonni, pronti a rischiare la vita e la galera nella secolare lotta contro gli occupanti. Tutto ciò avvantaggia gli unionisti, che potranno contare, a partire dal prossimo anno, anche sull’assenza del loro rivale più autorevole. Gerry Adams, infatti, dopo 34 anni di indiscussa leadership, ha deciso di ritirarsi a vita privata e di lasciare la guida del Sinn Féin. Non sarà facile sostituire un uomo con il suo carisma, ultimo esponente di quella generazione di “combattenti” che ha guadagnato un posto nella Storia grazie alla militanza nell’Irish Republican Army.
Tutto sarebbe stato diverso se non fossero naufragati gli accordi di Sunningdale e se le ultime elezioni fossero state vinte dal Sinn Féin. La storia, però, non si scrive con i “se” e pertanto nuove minacciose nubi si addensano sul cielo della parte nordica dell’Isola verde. Se scaricheranno soltanto pioggia, lo vedremo nei prossimi mesi.

Gerry Adams – Eroe Irlandese


Cliccare sulle foto per vederle ingrandite

Nov
25

Lino Lavorgna


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“There are many things of which the whole of humanity must be ashamed wherever they happen. This woman in handcuffs does not only testify one of the many social discrepancies that afflict the United States of America, but also the unbearable lightness of being of the billions of people that these things tolerate turning their face on the other side.
Let us therefore strongly scream, our anger; a scream of civilization able to overwhelms as a swollen river the other face of evil, the most dangerous one, that you can find in the gilded rooms of every power, clad in hypocrisy and false respectability”.
(Sono tante le cose di cui deve vergognarsi l’intera umanità, ovunque accadano. Questa donna in manette non testimonia solo una delle tante distonie che affliggono gli Stati Uniti d’America, ma anche l’insostenibile leggerezza dell’essere di miliardi di persone che queste cose tollerano girando la faccia dall’altra parte.
Gridiamolo forte, allora, il nostro sdegno, affinché l’urlo della Civiltà travolga come un fiume in piena l’altra faccia del male, quella più pericolosa, facilmente reperibile nelle dorate stanze di ogni potere, ammantata di ipocrisia e falso perbenismo).


Sono tanti i volti del male. Oggi, celebrando come ogni anno la giornata mondiale contro la violenza sulle donne, giriamo pagina rispetto alla solita solfa che si ripete in modo stancamente rituale e affrontiamo il problema da una diversa prospettiva, relegando in secondo piano gli orchi adusi a stuprare e uccidere, perché figure di secondo piano sono. Portiamo alla luce, quindi, grazie alle vicende che da qualche mese hanno conquistato ribalta mediatica planetaria, orchi ben più pericolosi: quelli che rappresentano il lato oscuro dell’uomo, spesso nascosto da maschere di perbenismo. Non solo coloro che si approfittano del loro potere per ridurre in schiave sessuali le donne, ma anche coloro che, invece di perseguire i carnefici, umiliano le vittime nelle aule dei tribunali.
Non conosco il giudice che ha condannato all’ergastolo Cyntoia Brown e correttezza “imporrebbe” che non si esprimessero valutazioni in siffatte circostanze. La vicenda, tuttavia, consente almeno di manifestare seri dubbi sul suo equilibrio psicologico e sulla “visione del mondo”, che forse non legittimano il delicato ruolo che riveste.
Parimenti non conosco gli avvocati che, secondo quanto riferito da un loro collega, hanno “torturato” con domande oscene le studentesse statunitensi stuprate a Firenze, inducendo il Giudice a richiamarli severamente e a rifiutare la traduzione delle morbose domande per non consentire loro di fare un passo indietro nel tempo di oltre cinquanta anni.
Stupratori e assassini sono sempre esistiti e sempre esisteranno. Il vero nemico delle donne, però, è bene che lo si dica senza tanti giri di parole, è quell’universo maschile che non è stato ancora capace di emanciparsi dal proprio lato oscuro e dalle proprie frustranti debolezze che, tracimando in “vera violenza” contro le vittime, lasciano affiorare quegli impulsi incontrollati che li trasforma da esseri umani in bestie. In orchi.


LA RIVOLUZIONE DELLE FARFALLE – VERSIONE IN INGLESE
Questo film, che narra le vicende verificatesi nella Repubblica Dominicana negli anni sessanta, è introvabile nella versione italiana. Sarebbe ora che fosse riproposto perché è proprio da quei tragici eventi che è nata la giornata mondiale contro la violenza sulle donne. Conoscere quella storia aiuta a meglio comprendere la meschinità degli uomini e fino a che punto siano capaci di spingersi. Serve anche a comprendere come tali atrocità trovino la complicità di chi dovrebbe combatterle. E’ forse anche per questa ragione che questa storia, come tante altre, viene occultata.
E possibile acquistare, tuttavia, il libro di Julia Alvarez che ha ispirato il film: IL TEMPO DELLE FARFALLE.

Nov
16

CONFINI - NOV 17 - LINO LAVORGNA


Disponibile on line il nuovo numero di CONFINI, il cui tema del mese è dedicato alla “AUTONOMIA”.
A pagina 4 il mio contributo.
Dal prossimo numero il magazine inizierà a narrare le vicende dell’ultimo anno della 1^ Guerra Mondiale, evento cui saranno dedicati dei numeri speciali nel corso del 2018.
Di seguito il link per la visione dei numeri arretrati:
NUMERI ARRETRATI DI CONFINI.

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Ott
31


Al termine della Seconda Guerra Mondiale, in molte zone dell’Italia, soprattutto nel SUD, non era ancora giunta l’energia elettrica.
Le case erano illuminate con le classiche candele di cera, con le lampade a olio o a petrolio. Nei mesi freddi il tepore domestico era assicurato dai camini, dalle stufe a petrolio e dai bracieri, nei quali venivano riversati tizzoni di fuoco ardente.
Anche a Cancello Massone e nelle altre zone rurali di San Lorenzello, piccolo paese del Sannio beneventano, mancava l’energia elettrica.
Nella casa avita abitavano i miei Genitori e i nonni paterni, Pasquale e Pasqualina Festa, che avevano costruito la casa nel 1920, sul terreno ereditato dalla nonna, un tempo appartenente ai Massone, stimata famiglia insignita del lignaggio baronale che vantava molti personaggi illustri: docenti universitari, militari di carriera nell’esercito borbonico, giuristi, diplomatici d’alto rango.
La casa sorge sulla provinciale che congiunge Telese Terme a San Lorenzello e Cerreto Sannita, in una posizione equidistante dai centri abitati. In mancanza di edifici scolastici, ospitò la scuola elementare dal 1933 al 1960. Mamma Giuseppina frequentò la casa come allieva nel 1933 e 1934. Dopo le dimissioni dal Ministero delle Corporazioni, nell’agosto del 1943, vi tornò come insegnante fino al 1945 e poi ancora dal 1957 al 1960, alternando il ruolo di “Beneamata Maestra” a quello di “Regina della casa”, avendone sposato il proprietario nel 1950. Nel 1957 si rese anche promotrice del “Centro di Lettura”, istituito per favorire l’alfabetizzazione degli adulti che non avevano frequentato le scuole primarie.
Nel 1950, dopo pochi mesi dal matrimonio, Papà Lorenzo decise che era giunto il momento di non tergiversare oltre nell’allinearsi con il progresso e così, con l’entusiastico fervore dei suoi trenta anni, fondò una Società Cooperativa per favorire l’elettrificazione delle zone rurali. Immancabilmente, come sempre accade alle persone che sono “avanti”, dovette faticare non poco per rimuovere gli ostacoli frapposti dai mestatori di turno, che mal sopportano gli spiriti liberi, orientati al Bene.
Lorenzo Lavorgna era soprattutto un benefattore e i benefattori sono invisi ai perfidi, adusi a sfogare con una condotta immorale le frustrazioni scaturite dai propri limiti e dalla vita miserabile. In ogni epoca storica, poi, non sono mai mancati i “lazzari”, per ignoranza incapaci di discernere il grano dal loglio, sempre in ritardo sui tempi e spaventati dal “nuovo che avanza”. Davvero una bella guerra, per il mio Papà! Un uomo che conosceva sin da ragazzino, tanto per citare solo uno dei tanti aneddoti che mi sono stati raccontati, non esitò a puntargli il fucile in faccia, minacciandolo di morte se avesse continuato a chiedergli l’autorizzazione per l’istallazione dei pali nel suo terreno. Era saggio, il mio Papà, temprato dagli anni di guerra, dalla dura campagna in Libia e soprattutto da un retaggio ancestrale che affonda le radici nella notte dei tempi. Non poteva certo temere un fucile mantenuto da mani tremanti e sudaticce. Sorrise al poveretto e lo “disarmò” con la sua voce pacata, facendogli comprendere che un giorno lo avrebbe ringraziato per l’utile opera che stava producendo, anche per lui! Il poveretto abbassò fucile e capo, rendendosi conto di essere un nano al cospetto di un Gigante.
Nondimeno quelli furono anni fastidiosi, soprattutto per la cara Mamma, che proprio non riusciva ad accettare lo spirito altruistico ed eccessivamente “romantico” del marito, che continuava l’opera entusiasticamente intrapresa nonostante fosse costantemente osteggiato da chi avrebbe dovuto portarlo in palmo di mano.
Nel 1954 la RAI iniziò i programmi televisivi, ma la televisione era ancora un miraggio perché i lavori di elettrificazione procedevano a rilento. Papà non esitò a intervenire con i suoi capitali per fronteggiare i mille ostacoli artatamente orditi dagli squallidi individui che volevano far fallire il progetto. Dopo sette anni di dure battaglie, finalmente, l’impresa poté ritenersi compiuta. Tutte le aree rurali furono “illuminate” grazie all’opera indefessa di un Uomo eccezionale. Aveva promesso che il secondo figlio sarebbe cresciuto senza candele e lampade a petrolio e mantenne la promessa. Non mancarono cattiverie e tiri mancini anche a lavori ultimati ma Papà non si curava dei meschini e guardava avanti.
Il 31 ottobre 1957, presso il Grand Hotel delle Terme di Telese, si tenne la cerimonia inaugurale. Il ruolo di “Madrina” fu affidato alla Donna che, nonostante la ripugnanza nei confronti di troppe persone che erano lì a gozzovigliare dopo aver boicottato per anni il progetto, non aveva mai mancato di supportare Papà, dandogli forza nei momenti di sconforto. Dietro ogni Grande Uomo, infatti, vi è sempre una Grande Donna: nella fattispecie, Giuseppina Federico, mia Madre.
Nel marzo del 2016, dopo cinquantanove anni, non senza un pizzico di emozione, di buon mattino mia sorella Annalisa e io vedemmo gli operai dell’ENEL che ammodernavano la rete realizzata grazie al mio Papà, sostituendo pali e cavi.
Oggi, 31 ottobre 2017, scrivo questo ricordo con il cuore in sussulto, come sempre quando parlo della mia Famiglia, e con tanto orgoglio. Sono trascorsi sessanta anni da quando mio Padre poté esclamare, con quel suo sorriso più unico che raro: “E LUCE FU”.
Avevo poco più di due anni, allora, e ovviamente non ricordo nulla. Ma è come se vedessi un film perché riesco a immaginare tutte le scene di quei momenti, che si assomigliano sempre: sono le scene nelle quali gli Uomini destinati a essere ricordati in eterno si ergono con la semplicità del loro essere, brillando di luce propria, mentre, tutt’intorno, i nanerottoli con le facce tese e il perenne mal di pancia mugugnano sottovoce, rosi e corrosi dall’invidia e dalla cattiveria. E’ la storia dell’umanità, del resto, che si ripete ciclicamente.
Oggi di Uomini come Lorenzo Lavorgna ne nascono sempre di meno, perché il male sta trionfando in ogni latitudine e l’odio acceca gli animi. Ancorché pochi, tuttavia, sono loro che consentiranno di tenere accesa la fiammella della speranza per un mondo migliore e alla fine vinceranno, perché il male può vincere qualche battaglia, ma non vincerà mai la guerra.
Ciao, Papà. Grazie di tutto.


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VIDEO SU VIMEO

Ott
19


Disponibile on line il nuovo numero di CONFINI, il cui tema del mese è dedicato al “TEMPO”, argomento quanto mai attuale a causa della diffusa propensione a mal gestirlo, a esserne schiavi. Tutti pronunciano, affranti, frasi tipo “Non ho tempo”, “La giornata dovrebbe essere di 48 ore”, senza rendersi conto di essere precipitati in un ingranaggio mortale, che affligge inutilmente l’esistenza e trasforma gli individui in burattini manovrati da oscuri demoni. “Mi hai inviato una e-mail. Cosa volevi dirmi?” mi sono sentito dire qualche tempo fa, da qualcuno che evidentemente aveva urgente bisogno di uno psicoterapeuta, cosa che gli consigliai senza indugio e senza, ovviamente, rispondere alla sua domanda. Nessuno ascolta, nessuno legge, l’autoreferenzialità domina e si assumono anche decisioni importanti fidandosi precipuamente di un istinto che, immancabilmente, è quasi sempre fallace, essendo solo il retaggio di insulsa presunzione. Tutti vittime del Tempo? No, tutti vittime dei propri limiti, perché il Tempo è lo stesso per tutti, ammesso che esista.

Tre i miei contributi.
“AS TIME GOES BY! AS TIME GOES BY?” (Pag. 17)
“IL SESSO MALATO: STUPRI, MOLESTIE, ACCONDISCENDENZA” (Pag. 37)
“ERNST JUNGER: QUEL POMERIGGIO DI OTTOBRE, TRENTA ANNI FA” (Pag. 42)


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Ott
13

Lino Lavorgna


Vi è un gran parlare, in questi giorni, dello scandalo che ha travolto Hollywood grazie alle dichiarazioni di “alcune” tra le tanti attrici che sono state molestate sessualmente dal produttore Harvey Weinstein. Gli argomenti pruriginosi “tirano” e la stampa si è gettata a capofitto sulla vicenda, producendo una messe enorme di analisi e interviste. E’ facile presagire che i tanti settimanali di gossip camperanno bene per molti mesi, con questa storia, in attesa della prossima. Il fulcro della vicenda, in effetti, è proprio questo: “niente di nuovo sotto il sole”.
Voglio dire anche io la mia, pertanto, secondo le modalità che mi sono congeniali, racchiudibili nell’antico detto “pane al pane e vino al vino”. Pazienza per chi poi si sentirà i pugni nello stomaco.
In premessa è corretto affermare (e per quanto mi riguarda “ribadire”, considerato che l’ho detto e scritto centinaia di volte) che chiunque abusi del proprio potere per portarsi a letto una donna è un essere spregevole, indegno di vivere in un consorzio civile e meritevole, prima ancora di rispondere penalmente delle sue azioni, di essere “trattato” clinicamente con procedure particolari sui cui dettagli non scendo, precisando solo che metterebbero al sicuro chiunque dovesse trovarsi al suo cospetto.
Detto questo, passiamo al secondo aspetto della vicenda, che appare addirittura banale nella sua enunciazione: “se tutti coloro che ricevono molestie, invece di assecondare i porci, li denunciassero subito, il fenomeno si ridurrebbe drasticamente”. Il dato fondamentale, pertanto, è che esistono i porci ma anche le zoccole, che con i porci non si fanno alcuno scrupolo di accompagnarsi, pur di far carriera o di ottenere una parte in un film. Certo, può costare caro dire “NO” (e io lo so per esperienza diretta, come spiegherò tra poco) ma è una questione di scelta: chi dice “SI’” non è una vittima ma una che si prostituisce. Ho alcune amiche che avevano iniziato una brillante carriera nel mondo dello spettacolo, con numeri davvero alti sotto qualsivoglia profilo: talento reale, buona scuola, physique du rôle, grande personalità, indiscusso fascino. Hanno ricevuto, come tante, ricatti e molestie e si sono rese conto che se non avessero ceduto sarebbero state scavalcate dalle mezze cartucce pronte ad aprire le gambe a un semplice schiocco di dita. Hanno visto i loro sogni infranti sul mefitico altare di un sistema schifoso, popolato da essere immondi, e hanno deciso di non accettarne le regole. Si sono realizzate professionalmente in altri contesti, nei quali sono loro a dirigere la baracca e quindi non corrono alcun rischio. Hanno dovuto rinunciare, però, a ciò che più bramavano.
Da giovane, le mie sorti di teatrante, che vivevano momenti difficili per la propensione a produrre le cose che piacevano a me e non quelle che piacevano agli altri, subirono un radicale cambiamento quando incontrai una persona che dimostrò di apprezzare i miei lavori e si rese disponibile a produrre anche l’opera più importante da me realizzata, ossia la trasposizione in prosa della tetralogia wagneriana (L’anello del Nibelungo). Un’opera che mi era costata quasi un anno di lavoro e che induceva a scomposte reazioni tutti coloro ai quali la proponevo. Ne ho sentite di tutti i colori: “Ma tu sei pazzo”; “Ma chi te lo fa fare”, metti in scena una cosuccia allegra e cerchiamo di avere anche qualche contributo”. Quelli più importanti, poi, erano i peggiori (e ritorniamo al solito discorso): “Linuccio, ma tu nun tien pure nu giro e’ belle figliole? E faccimm’ nu bell musical, nu can can! A chi cazz vuò che interess sta cosa strevza che m’hai purtat! Ca nun se capisce nient! Si vulimm fa caccosa io sto ccà”. “Ma no guardi, lei è un importante produttore teatrale e io “solo” di teatro sono venuto a parlare con lei”. “E vabbuò, e nui dint a nu teatro facimm o’ spettacolo, ma porta doie belle figliole… lassa sta’ sti cose strevze”. (Chiedo scusa ai napoletani veraci per gli errori, ma presumo che il concetto traspaia. Per i non napoletani: “strevz” vuol dire “strano”). Può immaginarsi la mia gioia, pertanto, quando finalmente trovai qualcuno che mi prese seriamente in considerazione. Avrebbe potuto essere un uomo, magari felicemente sposato o fidanzato e invece era una donna. Professionalmente era un vero portento e me ne resi conto subito. Purtroppo si prese una brutta scuffia per me e mi fece chiaramente capire che il nostro rapporto doveva marciare su due binari. Non si può parlare di molestie, ovviamente, perché i suoi sentimenti erano reali, ma io dovetti scegliere: avrei potuto assecondarla e beneficiare del suo “insostituibile supporto” o troncare subito. Optai per la seconda ipotesi e dissi “NO”: non mi andava di “prostituirmi”, tanto più nei confronti di una persona che era sinceramente innamorata di me. Correva l’anno 1988 e i miei sogni di “teatrante” finirono lì. Se si può dire “NO” in simili circostanze è ancora più facile dirlo al cospetto di un porco che generi profondo disgusto. E’ solo una questione di “scelta”.
Il mondo dello spettacolo da sempre funge come “icona” di questo diffuso malcostume. Ma ciò rappresenta la più colossale delle leggende metropolitane. Non vi è ambiente che ne sia immune… come ben sanno soprattutto le vere “vittime” di questo lercio sistema, che non sono certo le donne “molestate” dagli uomini ricchi e potenti, bensì quelle che, dicendo “NO”, lasciano loro campo libero per fulgide carriere in ogni settore: artistico, professionale… e politico.


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Ott
06


L’indole di un cavaliere errante è per natura riservata e, a detta di coloro che sono capaci di comprendere la natura dell’uomo, ciò dipenderebbe dalla difficoltà oggettiva di esprimere in modo esaustivo i turbamenti dell’animo, che in un cavaliere errante raggiungono vette così alte da far apparire banale ogni possibile descrizione. Si lascia parlare il silenzio, quindi, soprattutto in certi momenti. Soprattutto quando il dolore è forte e serra la gola, salvo poi sforzarsi di vincere quella naturale propensione, che si subisce ma non si accetta.
Ho saputo solo oggi della dipartita di Franco Orsomando, lo scorso 17 settembre. Non ci vedevamo da tempo e ci siamo sentiti qualche mese fa, ripromettendoci una rimpatriata che, purtroppo, la caducità della vita non ha reso possibile. Ora sono qui, dopo una lunga conversazione con la cara Elvira, a sforzarmi di trovare le parole giuste per celebrare in modo degno un Amico, ben sapendo, tuttavia, che non sarò capace di tradurre in parole il turbinio di sensazioni, pensieri, ricordi ed emozioni che affollano la mia testa.
Le affinità elettive con Franco non sono elencabili, perché, di fatto, non è nemmeno il caso di definirle tali: l’osmosi era pressoché totale. E se la comune passione per la fotografia consentì di conoscerci, l’amore per la Madre Patria Europa saldò in modo indissolubile un’amicizia già pregna di solide radici e quotidianamente sublimata da azioni più che significative. Fotograficamente era più bravo di me nella fotografia “d’interni”, che richiede una profonda conoscenza delle luci e il loro sapiente utilizzo, possibile solo grazie a severi studi e a tanta esperienza. Essendomi dedicato precipuamente al reportage, difettavo nelle foto in studio e in quelle che richiedevano l’utilizzo del flash. Franco, a differenza di tanti altri professionisti gelosi del proprio sapere, con il sorriso sulle labbra fungeva da “Maestro”, mettendo a mia disposizione in pochi minuti ciò che a lui era costato mesi di studio e prove. Mi donava serenamente la sua maggiore esperienza, insegnandomi anche “trucchi” che andavano ben al di là delle tecniche consolidate, essendo retaggio esclusivo di tanto tempo perso a provare, a riprovare, a correggere, sia in fase di ripresa sia in camera oscura. (A quel tempo predominava il bianco e nero e stampavamo autonomamente le foto, nella sede del circolo fotografico il “Borgo”, a Casertavecchia).
Sul fronte “sociale” l’intesa non era minore. Convinti europeisti, propugnavamo le nostre idee nei rispettivi “campi di battaglia”: io in politica, lui nel sindacato. Era funzionario della Federazione Italiana Salariati e Braccianti Agricoli e Presidente della Federazione Europea dei Sindacati dei Lavoratori Agricoli. Per meglio caratterizzare la sua “weltanschauung” non trovo di meglio che proporre la lettura del suo intervento in occasione della ratifica dell’accordo per il miglioramento dell’occupazione nel settore agricolo, tenutosi a Bruxelles il 24 luglio 1997, alla presenza del Presidente della Commissione Europea Jaques Santer, reperito nel sito il9marzo.it (Cliccare qui per leggere il discorso). Sono trascorsi venti anni e, come spesso accade quando si leggono i testi di persone che abbiano la vista lunga, le parole di Franco appaiono tristemente profetiche, perché i problemi segnalati, purtroppo, sono ancora irrisolti e per certi versi divenuti ancora più gravi. “Lasciar correre la sola logica di mercato con cieca fiducia nei suoi risultati sarebbe uno sciagurato errore, che lascerebbe sul campo pochi vincitori e molti vinti”. Si chiedeva cosa sarebbe divenuta l’Europa, con l’avvento del terzo millennio, preconizzando i rischi connessi ai distonici rapporti tra i vari paesi nella gestione dell’immigrazione, per le conseguenze non solo sul piano demografico, ma anche sul piano del confronto fra lingue, culture e religioni diverse. Tutto questo venti anni fa! Il monito lanciato all’Europa da Franco Orsomando, nel rispetto dei sacri valori e princìpi protesi a privilegiare una politica sociale e non quella vessatoria delle lobby economiche e della malapolitica, cadde nel vuoto e le nefaste conseguenze delle sue parole al vento sono sotto gli occhi di tutti. Leggetelo attentamente, quel discorso: è un doveroso tributo a una persona che ha raccolto molto di meno di quanto non abbia seminato, ma soprattutto è una “lezione” che arricchisce, perché – e ripeto “purtroppo” – quanto mai attuale.
Ora Franco Orsomando ci guarda da quello spazio infinito da cui tutti proveniamo e dove tutti ci ritroveremo. Sono convinto che ci punta anche con uno dei suoi potenti teleobiettivi e ci sorride. Sapeva sorridere lui, nonostante tutto, perché i Grandi Uomini hanno il dono di nascere postumi e di capire prima ciò che accade dopo. E’ anche per questo, dopo tutto, che vivono in eterno, perché di loro, e del tanto bene che hanno fatto, non si smetterà mai di parlare.


Nella foto Franco Orsomando, a sx, con Lino Lavorgna. Casertavecchia, 1974. Cliccare per ingrandire

Ott
05


ERNST JÜNGER A NAPOLI

Lino Lavorgna - Ernst Jünger


Il mio ricordo dell’incontro con Ernst Jünger pubblicato sul SECOLO D’ITALIA in occasione del trentesimo anniversario del convegno tenutosi a Napoli, presso l’Istituto Universitario “Suor Orsola Benincasa”.
Clicca qui per leggere l’articolo

Lino Lavorgna - Ernst Jünger

La locandina del convegno con la data sbagliata (1897 anziché 1987)