Galvanor da Camelot (Lino Lavorgna)
Ho teso corde da campanile a campanile, ghirlande da finestra a finestra, catene d'oro da stella a stella, e danzo. www.lavorgna.it

Dic
05

Riportiamo l'Italia in Europa


Circa venti milioni di italiani, divisi su tutto, hanno trovato la sintesi su una vicenda che afferisce alla dignità umana prima che a qualsiasi altra cosa. C’entra poco la politica e ancor meno il tema su quale siamo stati chiamati a esprimere il nostro parere. Un tema che solo una sparuta minoranza, irrisoria, ha avuto la possibilità di comprendere e valutare in scienza e coscienza. I reportage televisivi sono stati eloquenti: la stragrande maggioranza degli elettori non è proprio entrata nel merito della proposta referendaria e dell’assurdo e subdolo quesito proposto. Il voto, al di là dei patetici tentativi effettuati negli ultimi due mesi, quando appariva chiaro che il vento stesse cambiando, è stato precipuamente un voto contro Renzi e contro il suo governo. Gli italiani hanno capito che ascoltavano chiacchiere senza costrutto e numeri sparati a casaccio su una ripresa che non riscontravano nelle proprie tasche, mentre la cronaca sviscerava, quotidianamente, un’Italia che sprofondava sotto il peso della malapolitica. Si sono sentiti presi per i fondelli e dignitosamente hanno detto basta. Basta con le lobby ciniche che riducono alla fame milioni di persone; basta con lo strapotere delle banche e basta con una classe politica complice e completamente asservita. E’ facilmente comprensibile, pertanto, il segnale lanciato da un popolo arrabbiato e offeso dalle continue ruberie di loschi figuri adusi a gestire il potere esclusivamente a proprio vantaggio. (Loschi figuri che – è giusto ricordarlo – occupano quelle dorate stanze anche per colpa di coloro che oggi li guardano in cagnesco). In questa prima analisi post-voto, pertanto, mi sembra opportuno rivolgere un pensiero agli “altri”, a quei tredicimilioniquattrocentotrentaduemiladuecentootto italiani che hanno avuto il barbaro coraggio di votare sì, nonostante tutto. Sono davvero tanti e fanno paura. Occorre una grande fantasia, infatti, per tributare loro la buona fede e quindi è chiaro che, in massima parte, hanno scelto coscientemente il male. Anche la buona fede, tuttavia, non è meno pericolosa e talvolta fa arrabbiare di più. Penso sia capitato un po’ a tutti ascoltare tantissime persone, sostanzialmente per bene, che lavorano sodo dalla mattina alla sera anche con importanti ruoli e qualificati titoli di studio, le quali, candidamente, hanno riferito che avrebbero votato SI’ perché era giusto approvare una riforma che tagliasse i costi della politica e riformasse lo Stato in modo più moderno. Non vi è stato verso di dialogare compiutamente e far loro comprendere l’abbaglio preso: sono persone abituate a decidere in un attimo cosa fare, pregne del loro egocentrismo, indaffaratissime e, manco a dirlo, disinformate su tutto ciò che attiene alla sfera politica. Guardano distrattamente un TG e decidono. Queste stesse persone, se sol avessero avuto l’umiltà di informarsi, avrebbero reso molto più consistente la vittoria del NO. Sono davvero tante e proprio per questo costituiscono un problema. Vi è un paese in macerie da ricostruire e una messe enorme di connazionali da “educare” alla civiltà, che comprende anche loro. Tra quei quasi 14 milioni di elettori che hanno detto sì a Renzi, però, fatta la necessaria e doverosa tara, si nasconde anche il marcio del Paese. Si vive una volta sola e non è giusto farsi guastare l’esistenza da coloro che coscientemente scelgono il male al posto del bene. Le Forze dell’Ordine e le Procure della Repubblica si facciano carico di questo dato e traggano le dovute conseguenze: il posto di costoro è la galera. Lo si deve alla “dignità” delle persone oneste e alle tante vittime delle loro malefatte. Vittime di ogni ordine e grado, naturalmente, e quindi anche i talentuosi giovani costretti a fuggire all’estero perché si vedono preferire nelle professioni i leccasedere senz’arte né parte.
Da oggi sarebbe davvero bello se si riuscisse a cambiare registro. Tocca al Presidente della Repubblica stabilire il percorso da seguire e l’etica impone di non tirargli la giacchetta in un senso o nell’altro, pur essendo consapevoli che egli non avrebbe mai occupato lo scanno del Quirinale senza la colpevole complicità di Renzi, che lo ha scelto e imposto precipuamente per pararsi il sedere. Grillo chiede le elezioni subito ed è comprensibile il suo punto di vista: vi sono buone probabilità che le vinca lui. L’auspicio, invece, è che il Presidente Mattarella trovi la quadra per consentire in primis il varo di una legge elettorale. Non vi è da fidarsi di questo Parlamento, ovviamente, ed è lecito supporre che tenterà di tirare a campare fino alla scadenza naturale della legislatura. Non potrebbe restare insensibile, però, a un chiaro appello che si trasformi in un monito: legge elettorale in pochi giorni ed elezioni entro marzo-aprile. Per il Governo è auspicabile una figura di alto profilo istituzionale, che guidi personalità con pari caratura. Nel frattempo, sul fronte della Destra, ciascuno si faccia un serio esame di coscienza. L’Italia ha bisogno di una vera “Destra” come ogni essere umano ha bisogno dell’ossigeno. In mancanza, sarà sempre un paese monco, anche senza Renzi e la sua corte dei miracoli. Quali che siano le decisioni del Presidente della Repubblica, non vi è tempo da perdere, perché le elezioni comunque non sono lontane e la Costituzione attende davvero di essere riformata, ma in modo corretto e dalle persone giuste. L’augurio più sincero che si possa rivolgere al popolo italiano, pertanto, è quello di riuscire a effettuare, finalmente, scelte oculate. Da uomo di destra auspico che anche la sinistra sappia “riformarsi” in modo da privilegiare soprattutto le persone oneste e capaci. Poi, in un confronto civile e autenticamente democratico, decideranno gli elettori chi debba rappresentarli. Speriamo solo che siano definitivamente relegati nell’angolo le mezze cartucce e i delinquenti.
Ora al lavoro, senza brindare e senza enfasi trionfalistiche. Questa è comunque una triste vittoria perché scaturisce da una partita che non si doveva proprio giocare e vi è un paese in macerie da ricostruire.

Nov
25

GIORNATA MONDIALE CONTRO LA VIOLENZA SULLE DONNE


Celebriamo pure tutte le giornate contro i mali del mondo ma, nel contempo, cerchiamo di comprendere che non è con le celebrazioni che si risolvono i problemi. I dati, spaventosi, sono facilmente reperibili in centinaia di siti web. Solo quest’anno, in Italia, a tutt’oggi sono 116 le vittime della follia omicida maschile. L’indignazione contro l’incapacità di molti uomini a vivere un rapporto paritetico e civile con le donne è unanime e, naturalmente, ampiamente condivisibile. Ciò che merita un’analisi più approfondita, invece, è l’approccio al problema, tutto incentrato su due aspetti ritenuti fondamentali: “educare” gli uomini, stimolando la loro emancipazione da una condizione di arretratezza culturale e comportamentale; esortare le donne a denunciare sin dal primo momento le violenze subite. E’ ben chiaro che, siffatte azioni, qualora ottenessero i risultati insiti nei propositi, risolverebbero alla fonte il problema, relegandolo a una dimensione minimalistica o annullandolo del tutto. Purtroppo le cose non stanno in questo modo – i dati lo dimostrano – e pertanto si rende necessario cambiare registro, se non si vuole correre il rischio di tramutare le azioni proposte in vuota e fallace retorica, consegnando annualmente alla cronaca centinaia di vittime.
La violenza degli uomini nei confronti delle donne non è qualcosa che si potrà sconfiggere in tempi brevi perché attiene a distonie esistenziali di stampo antropologico che sfuggono a ogni possibilità di cura. E’ un virus per il quale non è stato ancora scoperto l’antidoto. Chi ne fosse colpito, pertanto, e in virtù di esso perpetra un’azione criminale, può solo subire le conseguenze penali. Intanto, però, qualcuno per mano sua ha cessato di vivere. Occorrerà ancora molto tempo prima che il processo evolutivo della specie consentirà di sconfiggere anche questo virus e, al momento, non è dato di sapere “quando e soprattutto “se”. Occorrerebbe molto spazio per una approfondita analisi delle cause che, in un dato momento, mandano in tilt il cervello di molti uomini, facendo perdere loro ogni possibilità di auto-controllo: bisognerebbe partire da molto lontano, facendo un bel viaggio a ritroso nel tempo. Deve essere chiaro, infatti, che sono due i fattori condizionanti della perdita di controllo: uno di stampo ereditario e l’altro determinato dai condizionamenti ambientali. Tali fattori agiscono quasi sempre in combinata, elevando alla massima potenza la capacità distruttiva e annullando in un colpo solo ogni possibile barriera protettiva. Un radicale e velocissimo cambiamento dei costumi, che ha visto la donna negli ultimi quaranta anni conquistare diritti e libertà negati per millenni, ha esasperato ancor più il problema, in quanto l’evoluzione del maschio non ha marciato con analogo passo. Il gap è destinato ad aumentare sensibilmente perché è ancora lontano il picco massimo, oltre il quale non sarà possibile salire.
E’ opportuno, pertanto, lavorare precipuamente sulle donne, per inculcare tutti i presupposti di “autotutela” e di difesa. Cosa senz’altro più realizzabile dell’educazione maschile, ma anch’essa molto complessa, in particolare quando la vittima è ingabbiata da un lato in quel meraviglioso sentimento che si chiama “Amore”, che purtroppo a volte si trasforma in una volontaria prigione, e dall’altro nella sua “emancipazione culturale”, che la porta a considerare con leggerezza l’universo maschile, inducendola a rapportarsi a esso utilizzando gli stessi parametri che caratterizzano il proprio agire.
Cosa si può fare materialmente? Partire dalle adolescenti, con la stessa saggezza che si utilizza per insegnare loro qualsiasi altra cosa serva a difendersi da un possibile male. L’ho già scritto qualche altra volta e lo ribadisco perché l’esempio è emblematico. Una sedicenne riceve una telefonata da un’amica alle 17 del pomeriggio con invito a recarsi in un negozio del centro per degli acquisti. La ragazza, di buona famiglia, ben educata, brillante studentessa, sa che deve comunicare ogni cosa ai genitori e pertanto telefona al papà per dirgli che sta per uscire e sarebbe rincasata per cena. Il padre le augura buona passeggiata e dice che sarà a casa entro le 18. La famiglia abita in un appartamento al quinto piano di un palazzo di Napoli ubicato in un parco munito di portiere che vigila su chiunque entri o esca. Una sedicenne, vivaddio, impiegherà un po’ di minuti per prepararsi a una passeggiata pomeridiana e quindi l’ora che separa la sua uscita dal rientro del papà si accorcia sicuramente di molto. Cionondimeno, la ragazza, ubbidiente, rispetta in toto l’insegnamento ricevuto e chiude la porta d’ingresso a doppia mandata, attivando l’antifurto. Diciamo che a quell’ora sarebbe bastato tirare la porta e via. Ma tant’è: gli ordini del papà, ben articolati da convincenti argomenti, si rispettano anche quando il rischio furto è prossimo allo zero. La giovinetta, però, ben educata a tutelare i beni patrimoniali, non ha ricevuto pari formazione nel “tutelare se stessa”, alla pari della sua amica. Passeggiando per Via Toledo, le ragazze accettano senza indugio l’invito di due bellimbusti in moto a farsi un giro con loro. Il resto ve lo risparmio. Ricordiamo tutti la ragazza di Roma che, all’Aquila, accettò l’invito di un soldato, in discoteca, e da costui fu brutalmente stuprata e abbandonata nella neve. Lei aveva presupposto che potesse “fare amicizia” in discoteca con un uomo e uscire con lui, da sola, per fare “quattro chiacchiere” e basta. Quante sono, poi, le donne che ritengono di poter dialogare civilmente da sole con gli uomini che lasciano? Tantissime: le troviamo tutte tra le centinaia di vittime uccise dagli uomini abbandonati. Gli esempi, del primo e secondo caso, sono migliaia ed è da essi che occorre partire. In questi giorni sta girando uno spot, concepito per la giornata mondiale contro la violenza sulle donne, in cui si vedono tante bambine che dichiarano ciò che faranno da adulte; l’ultima dichiara mestamente: “Da grande finirò in ospedale, perché mio marito mi picchia”. Sono tanti coloro che si stanno ribellando, considerando lo spot offensivo. Non hanno capito nulla: è proprio questa la strada da seguire, tra l’altro migliorandola con un’azione formativa ben strutturata per incidere anche sulle ragazze più adulte e sulle donne mature. Io l’avrei girato in modo ancora più dirompente, per esempio: i mariti che picchiano sono solo una parte del problema. Psicologi, antropologi e pedagoghi sono coloro che devono avere il compito di stabilire le strategie più idonee per insegnare alle donne a tutelare se stesse come tutelano i beni di una casa. Non si può prescindere da loro e nessuno deve pensare di essere depositario di verità assolute. La follia omicida di uomini disperati non si può fermare. Insegnare alle donne a difendersi in modo più oculato, invece, è possibile. Ma non è cosa per tutti e in tanti, prima di criticare certe scelte, dovrebbero farsi un bel bagno di umiltà.

LO SPOT INGIUSTAMENTE INCRIMINATO


L’episodio che ha dato origine alla giornata mondiale contro la violenza sulle donne risale al periodo della dittatura di Trujillo nella Repubblica Dominicana e al massacro delle sorelle Mirabal, avvenuto il 25 novembre 1960. Quei tragici anni sono stati raccontati in un avvincente romanzo di Julia Alvarez: “Il tempo delle farfalle”, da cui è stato tratto un non meno avvincente film diretto da Mariano Barroso, con lo stesso titolo.
In Italia il libro è stato pubblicato dalla casa editrice Giunti, ma è irreperibile. Ha un costo di copertina di circa sei euro, ribassato sui web stores a 3,90 euro. Un capolovaro al prezzo di un caffè e un cornetto, ma purtroppo è irreperibile e Giunti non si prende la briga di ristamparlo. A dirla tutta qualche copia è disponibile, ma solo su Amazon. Il prezzo? 2186,33 euro! Mi sembra giusto… se gli editori sono così stolti da pubblicare scemenze al posto dei capolavori, chi li detiene è giusto che li venda a peso d’oro.
Anche il film, manco a dirlo, è irrperibile, perché certe verità è meglio obnubilarle. Poi, ogni 25 novembre, facciamo finta di interessarci al problema, senza sapere nemmeno da dove nasce.
E dal 26 continuiamo a contare le vittime.

IL TEMPO DELLE FARFALLE

IL FILM IN INGLESE


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Nov
23

CONFINI NR 49


Disponibile on line il Nr. 49 di CONFINI, quasi interamente dedicato alle elezioni di Donald Trump alla presidenza degli USA e all’importante appuntamento elettorale del 4 dicembre, che vedrà milioni di italiani esprimere un voto per qualcosa di cui non hanno compreso nulla, come apmpiamente documentato, quotidianamente, dai bravi cronisti di SKYTG24.


Cinque i miei contributi:


1) A.A.A. STATISTI CERCASI – Rubrica “Tema di Copertina”. Un’analisi in chiave prospettica di quello che potrà avvenire con la vittoria di Trump e soprattutto quello che è auspicabile per l’Europa. Avendo previsto la sua vittoria sin dal luglio scorso, l’analisi sulle cause che l’hanno determinata l’avevo già effettuata.

2) DOV’E’ LA DESTRA? – Rubrica “Politica” – Una pacata riflessione sulla crisi della Destra in Italia.

3) HOLODOMOR: IL GENOCIDIO DIMENTICATO – Dieci milioni le vittime di Stalin in Ucraina, dal 1929 al 1933. Un genocidio ancora misconosciuto in Italia, e non solo.

4) EUROPA E STATI UNITI D’EUROPA – Rubrica “Visioni Europee”. Seconda puntata del minisaggio sull’Europa che sarà.

5) DOPPIO COGNOME: SCENARI FUTURI. – Rubrica “Società” – Un divertissement redatto in chiave surrealista sulla scemenza del doppio cognome.


Da non perdere l’editoriale del Direttore Angelo Romano, il contributo di Giancarlo Fini, intitolato “Il mistero Trump” e l’interessante intervista di Giuseppe Farese a Marco Tarchi.

Di seguito il link alla piattaforma Issuu, nella quale è possibile leggere tutti i numeri di CONFINI:

RACCOLTA NUMERI ARRETRATI DI CONFINI.

Per una ottimale lettura sulla piattaforma Issuu procedere come segue:
1) Cliccare sul numero della rivista che si desidera leggere;
2) Cliccare con il tasto destro sulla copertina;
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Il sito del magazine, che rimanda all’ultimo numero pubblicato, è il seguente: “CONFINI”

Nov
22

GAETANO RASI


Correva l’anno 1977 e da meno di due ero stato eletto presidente della Consulta Provinciale Corporativa, in quel di Caserta. Gaetano Rasi, fondatore e presidente della Consulta dal 1972, lo avevo incontrato una sola volta, in un convegno ufficiale, senza avere avuto la possibilità materiale di interloquire con lui se non per un formale scambio di saluti. Pur appartenendo a una scuola di pensiero che aveva “già” fatto i conti con il passato e si proiettava verso il futuro auspicando una destra moderna, sociale ed europea, guardavo con interesse al Corporativismo, le cui tematiche, se sapientemente interpretate, avrebbero potuto costituire una valida alternativa alle derive marxiste e capitaliste, superando l’anacronistica lotta di classe e legando in modo indissolubile due primari fattori produttivi: capitale e lavoro. E’ bene precisare, tuttavia, che siffatta concezione economica della società, più che azzardata e temeraria, appariva semplicemente assurda, incomprensibile e impraticabile. All’interno dello stesso MSI, del resto, la Consulta non è che avesse grande seguito, obnubilata dagli elementi di natura sentimentale e di facile presa per la stragrande maggioranza degli elettori, fortemente ideologizzati. Nella stessa minoranza evoluta, poi, vi erano tanti soggetti che guardavano con disinteresse all’economia, perché erano ben altre le discipline che affascinavano e catturavano l’attenzione. Sotto questo profilo io stesso – va detto per correttezza – non mi discostavo da tale presupposto. Mi rendevo conto, però, che per chiudere il cerchio occorreva aggiungere un tassello alla nostra dottrina sociale, aumentando l’attenzione verso le tematiche di natura economica. Predicare il primato della politica sull’economia era senz’altro positivo, ma la riluttanza con la quale si affrontavano le problematiche economiche costituiva un serio problema. Gaetano Rasi queste cose le aveva capite benissimo e le predicava con forza e determinazione, che non bastarono però, a scuotere più di tanto l’ambiente. Del resto non accadde nulla di nuovo. Anche in epoca fascista il Corporativismo funse più da “bandiera” propagandistica che da reale elemento di politica sociale. Osteggiato dalla Confindustria, al di là dei proclami “roboanti” che ne sancivano l’efficacia, fu ben presto coperto da una cortina di polvere. Giuseppe Bottai ne fu un convinto assertore, almeno fino al momento in cui Farinacci non gli disse: “Lascia un po’ stare il tuo corporativismo. Tanto, neppure Mussolini lo fa sul serio”. (Dal Diario di Bottai. Rizzoli Editore). Gaetano Rasi ha svolto un lavoro eccellente con il suo Istituto, pubblicando una rivista che costituiva un importante punto di riferimento per chiunque volesse studiare le tematiche sociali elaborate da studiosi e analisti che erano sì schierati, ma rispondevano precipuamente alla loro coscienza. Grazie al mio ruolo iniziai una assidua frequentazione con l’Istituto e Gaetano Rasi prese a ben volermi. Non gli sembrava vero che un giovane di 22 anni si appassionasse a una disciplina ostica e molto snobbata. I libri che vedete nella foto me li regalò tutti lui, esortandomi a studiare bene i fondamentali, per poi adeguarli alle mutate esigenze della società. Quando l’intesa divenne più marcata trovai il coraggio di parlargli della mia forte vocazione europeista, ritenendo giusto (e soprattutto onesto) dirgli anche che, non fosse altro per un fatto generazionale, il mio approccio con la storia doveva essere necessariamente diverso da quello di coloro che avevano vissuto, magari con ruoli importanti, l’esperienza fascista. “Puoi dirmi tutto quello che vuoi” replicò, esortandomi ad aprirmi senza riserve. Fu così che gli manifestai il proposito di scrivere un articolo “europeista” sulla rivista, scevro della retorica che ti portava da un lato a cantare “Europa nazione sarà” e dall’altra a considerare l’Italia il centro del mondo. Il dado era tratto e pertanto, vincendo tutte le ritrosie, gli confessai, sia pure in modo raffazzonato, quello che poi è diventato un punto saliente del mio pensiero: degli uomini possono venire da mondi diversi e anche contrapposti, ma se in buona fede intenti a operare per il bene comune, inevitabilmente molte barriere sono destinate a cadere. E sotto questo profilo, sulle tematiche europeiste, non vi erano sostanziali differenze tra ciò che pensavo io e quello che sostenevano Altiero Spinelli e i suoi adepti del Movimento Federalista Europeo. Mi sorrise e mi disse che era d’accordo, ma di stare “molto attento”, ricordandomi la fine che avevano fatto tutti coloro che avevano precorso i tempi. Cionondimeno accettò di pubblicare l’articolo lincato in calce e si può ben immaginare l’ostracismo che dovetti subire da consistenti fette di “amici”. La rivista, però, non era letta dai facinorosi e ciò mi risparmiò qualche brutta “mazziata”. Non mi pesava l’incomprensione, del resto, forte del monito del Poeta che troneggiava, allora come ora, in un poster affisso nel mio studio: “Se un uomo non è disposto a correre qualche rischio per le sue idee, o le sue idee non valgono nulla o non vale niente lui”. A 22 anni avevo scritto su una rivista nella quale figuravano nomi che facevano tremare i polsi, per storia personale, cultura, statura etica. E avevo parlato di Europa, superando i pregiudizi del tempo. Questa gioia, da sola, valeva tutti gli ostracismi possibili e immaginabili.
Due giorni fa Gaetano Rasi è partito per il grande viaggio e domani, alle ore 11, si terranno le esequie presso la Basilica di San Lorenzo in Lucina a Roma, nella omonima piazza. Sono passati quaranta anni e io continuo a scrivere di Europa. Anche l’articolo del 1977 potrebbe essere pubblicato oggi, senza cambiamenti. Io sarò nato anche postumo e sono troppo avanti. La lentezza che mi circonda, tuttavia, sgomenta. Buon viaggio, Maestro. Grazie per avermi capito. Non è che siano stati in tanti.

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Nov
18
Statua ubicata nel Memoriale alle vittime di Holodomor - Kiev

Statua ubicata nel Memoriale alle vittime di Holodomor – Kiev


Che la storia del mondo debba essere riscritta, è un dato di fatto. Da un lato vanno corrette con un metro più obiettivo le pagine ben note, tramandate con una mistificazione che dura, nei casi più estremi, da millenni; dall’altro vanno rivelate le pagine oscure, quelle antiche e quelle recenti, occultate per i più svariati motivi, non ultimi quelli ancorati alla cinica “ragion di stato”, che sempre privilegia gli equilibri malsani. E’ quanto accaduto, per esempio, con le “foibe”, artatamente dimenticate per non urtare Tito; con il “genocidio armeno”, del quale non si parla come si dovrebbe per non far arrabbiare i turchi e in particolare il suo attuale leader; con il massacro della classe dirigente polacca, occultato per non far dispiacere il prezioso alleato russo nella lotta al nazi-fascismo; con le tante repressioni dei dittatorelli del Sud America, che essendo stati “amici” degli “amici” vanno lasciati in pace, nonostante si fossero macchiati di crimini orrendi. (Provate a trovare, per esempio, il film “La rivoluzione delle farfalle” e il romanzo da cui è tratto, “Il tempo delle farfalle”, e poi ditemi se vi siete riusciti: si narrano le vicende delle vittime di Trujllo, dittatore della Repubblica Dominicana e fantoccio degli USA).
Il genocidio di cui parlo in questo articolo è quello perpetrato da Stalin, in Ucraina, dal 1929 al 1933: “holodomor”, ossia “infliggere la morte attraverso la fame”.
Non tragga in inganno il titolo: vi furono anche deportazioni, omicidi, esecuzioni, massacri atroci. In totale, sia pure nell’immancabile balletto delle cifre che vede contrapporsi diversi studiosi, è lecito ritenere che in cinque anni furono oltre cinque milioni le vittime della ferocia staliniana. Questo è il numero più accreditato, da citare per dovere di cronaca. Devo precisare tuttavia, che appartengo a una schiera di analisti, minoritaria, che sostiene altre tesi e indica ben altre cifre: circa dieci milioni di vittime, inserendo, quindi, anche quelle perite negli anni successivi al 1933 a causa delle angherie subite, che non figurano nel computo ufficiale del genocidio. E’ appena il caso di citare, poi, cosa abbia rappresentato siffatto sterminio sotto il profilo delle nascite: almeno 3 milioni di bimbi mai nati. Ma procediamo con ordine.
L’Ucraina, come noto, diviene parte integrante dell’URSS nel 1922. Nel 19° secolo, quando il territorio faceva parte per metà dell’impero russo e per metà di quello austro-ungarico, divenne il “granaio d’Europa”. Il processo di russificazione, già avviato ai tempi dello Zar, fu portato alle estreme conseguenze dopo la fine dell’impero austro-ungarico e la completa annessione del paese. I contadini dell’Ucraina, chiamati kulaki, possedevano grandi appezzamenti di terreno, erano benestanti e potevano utilizzare mezzadri scegliendoli tra i contadini poveri: i kombèdy. Gli utili conseguiti consentivano ai kulaki una vita più che dignitosa, del tutto incomparabile a quella dei kombèdy, intrisa di stenti e sofferenze.
Tale presupposto discriminatorio fu conseguenza della riforma agraria del 1906, che consentiva l’assegnazione delle terre ai contadini, ma solo dietro pagamento di un tributo. In tal modo i contadini poveri diventarono ancora più poveri, mentre quelli in grado di riscattare del terreno si trasformarono in benestanti possidenti. Lenin cercò di correggere la discrasia concedendo delle terre anche ai kombédi. Alla sua morte, però, prese corpo la politica repressiva di Lev Trotskij, che riteneva i kulaki una minaccia per i princìpi comunisti, in virtù della loro condizione privilegiata. Con Stalin si arrivò al genocidio vero e proprio, iniziato nel 1929, dopo un periodo in cui il dittatore sembrava addirittura sostenere le tesi di Bucharin, che auspicava “l’arricchimento dei contadini”, ritenendo l’agricoltura fondamentale per lo sviluppo economico dell’URSS. Stalin cambiò ben presto idea (anche se è più lecito ritenere che il suo pensiero fosse analogo a quello di Trotskij e mistificato per mantenere saldo il distacco con il suo principale avversario interno, che farà poi assassinare in Messico) e attuò un piano di collettivizzazione forzata delle terre, con lo scopo precipuo di trasferire risorse dall’agricoltura all’industria. I kulaki furono colpiti duramente da tali provvedimenti e iniziarono un’azione di protesta e di boicottaggio della politica staliniana. Mal gliene colse. Stalin approfittò dell’occasione non solo per sterminare i dissidenti, ma per realizzare un altro suo proposito (che poi avrebbe attuato anche in Polonia), ossia distruggere il carattere nazionale del popolo ucraino, estendendo, di fatto, le atrocità repressive contro tutti. Furono distrutte le chiese e perseguitati i cattolici. Fu vietato finanche lo “scampanio”, che rappresentava l’identità dei villaggi. Manco a dirlo, sulla scia di quanto già perpetrato dai turchi con gli armeni, fu sterminata l’intellighenzia dell’Ucraina al fine di cancellare la memoria storica del Paese e renderlo più facilmente addomesticabile. Non ebbe pietà neppure per i sostenitori del comunismo, che anelavano a una sorta di autonomia rispetto ai diktat di Mosca. Dal 1929 al 1932 lo sterminio si configurò con gli eccidi materiali e la deportazione in Siberia di milioni di contadini, che perirono tra mille sofferenze. Nel biennio 1932-33 fu attuato lo “sterminio per fame”, perpetrato con la requisizione totale dei generi alimentari e l’obbligo di cedere allo stato tutto il grano prodotto, in modo che ai produttori non restava che morire di fame. Il genocidio è stato qualcosa di mostruoso, in termini numerici superiore addirittura a quello perpetrato da Hitler contro gli Ebrei. La sinistra, per decenni, ha nascosto la testa nella sabbia, nonostante fosse in possesso di tutti gli elementi per “scrivere” una pagina di storia nel rispetto della verità.
Solo nel marzo del 2008 il Governo dell’Ucraina e 19 nazioni hanno sancito che si configura come “genocidio” quanto accaduto dal 1929 al 1933 e il 23 ottobre dello stesso anno il Parlamento europeo ha riconosciuto l’Holodomor come un crimine contro l’umanità. Il giorno della memoria è stato fissato, annualmente, nel quarto sabato di novembre. Tra i 19 paesi che hanno riconosciuto l’Holodomor come genocidio manca l’Italia.

Dino Valdelli - Holodomor -

Dino Valdelli – Holodomor –

Harvest of Despair – The 1933 Ukrainian Holodomor Famine Genocide (Documentary)

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Nov
09

Con Mamma e Papà


Delle elezioni americane parlerò più tardi, quando tutti i dati saranno completi, anche se mentre scrivo è già chiaro che Donald Trump sarà il prossimo presidente degli USA.
In questo articolo, pertanto, voglio parlare di me in rapporto a quanto ho avuto modo di ascoltare, divertendomi non poco, nel corso della maratona televisiva notturna e a quanto scritto in precedenti articoli dedicati alle elezioni.
Sono stato educato a osservare, in ogni circostanza, un sorta di “understatement” ancorato a un’etica relazionale che vede sconveniente l’autocelebrazione. E’ così forte tale propensione che anche i complimenti ricevuti, talvolta, m’imbarazzano. E l’imbarazzo cresce con l’incedere dell’età, perché sentirsi dare del “bravissimo” per attività che si svolgono da sempre, con lusinghieri risultati, stona. Questa vicenda delle elezioni presidenziali statunitensi, però, m’induce a concedermi una deroga da siffatta rigida modalità comportamentale, ancorché anch’essa espressa senza eccessiva enfasi, con moderazione e un tenue sorriso sulle labbra.
Voglio parlare, infatti, della “sorpresa dei babbei” e replicare “dolcemente” a coloro che, in diverse circostanze, quando ho rampognato a giusta causa soggetti che alle rampogne non erano abituati, con voce tremula cercavano di dissimulare i forti mal di pancia, asserendo che ero pervaso da un “complesso di superiorità”. No, cari miei, la verità era ed è sostanzialmente diversa e ora che ho i capelli bianchi lo dico ridendoci su: “Sono semplicemente superiore e senza alcun complesso”. Incassate e portate a casa. Ovviamente parlo di campi specifici. Nell’articolo evincibile sotto il presente, intitolato Il sonno della ragione genera mostri”, che a sua volta ne richiama altri precedenti, scrivo che, mentre tutto il mondo si sbrodolava inneggiando alla sicura vittoria della Clinton, avevo previsto quella di Trump già nel mese di luglio scorso e tutte le successive analisi non hanno mai incrinato tale convincimento. (Chi non lo avesse fatto è bene che lo legga, prima di continuare la lettura di questo, che di esso si configura quasi come una seconda parte).
Ancora ieri tutti i giornali davano vincente la Clinton e questa notte è stato davvero interessante (oltre che divertente) osservare il comportamento delle mezze cartucce di mezzo mondo che, nel giro di poche ore, hanno dovuto mutare espressioni e argomenti. Sarebbe bello realizzare un docufilm di un paio di ore montando gli spezzoni salienti delle varie maratone televisive. Il più divertente di tutti, come sempre, è stato Alain Friedman.
Cito a memoria: “L’America è un paese di ignoranti; io sono newyorchese e New York non è l’America: è più evoluta e ha un taglio che l’avvicina all’Europa; Sanders avrebbe senz’altro vinto ed è stato un errore candidare la Clinton; oramai è il momento di buttare a mare tutti i sondaggisti, che non ne azzeccano una (non solo loro, caro Alain… anche tu e tutti gli analisti planetari fate parte della categoria dei “babbei sorpresi”); tutti i giornalisti hanno sottovalutato Trump (errore caro Alain: non lo hanno proprio capito e hanno “sopravvalutato” la Clinton e l’apparato che la sosteneva); Trump ha compreso bene le istanze del popolo americano e ha parlato alla pancia di chi non vuole immigrati, non vuole i neri, non vuole giustizia sociale, non vuole controllo delle armi, non ha gradito le riforme di Obama, essendo privo di ogni presupposto di etica sociale (Bravo Alain! Ma queste cose le hai capite alle 4 di questa notte?)
L’inviata negli USA di Rainews24, con l’aria affranta di chi sia appena scampata a un naufragio, ma con espressione che ricordava Marina Confalone nella celebre scena della lavastoviglie, interloquendo proprio con Alain Friedman, cercava di convincere soprattutto se stessa che la Clinton proprio non “andava bene”: “Che diavolo voleva di più? Obama le ha lasciato una bassa disoccupazione, è sceso in campo per lei cinque volte al giorno, ha sconfitto lo stato islamico in tempo utile per mettere sulla bilancia della campagna elettorale l’importante evento… ma nonostante questo l’America non l’ha digerita”. Poi, riprendendo fiato, ha cercato di trovare altre giustificazioni (Quante “illuminazioni dell’ultimo minuto”, ho visto). Ha detto, infatti, che la Clinton non poteva parlare più di tanto degli scandali trumpiani essendo la moglie cornuta di un presidente bugiardo e fedifrago, amica e capo di una donna cornuta moglie di un uomo che si diletta a inviare foto osé a ragazze minorenni.
A Federico Rampini per poco non gli facevano una flebo tanto era giù di corda: ha farfugliato qualcosa, ma onestamente non ricordo le sue parole, pronunciate a casaccio.
Il tempo passa e appare davvero patetico l’incitamento di Kate Perry delle ore 4,16: la cantante ancora spera nella vittoria di Hillary o forse così le hanno detto di riferire pubblicamente. Da Mentana qualcuno dice che tutto il “denaro” era dalla parte di Clinton, che ha speso dieci volte più di quanto non abbia speso Trump, che però vince grazie al suo messaggio “dirompente”. Le borse asiatiche, intanto, precipitano a capofitto e Mario Sechi, con la solita espressione di istrione mefistofelico, senza nascondere la sua soddisfazione per la sicura vittoria di Trump, fa sfoggio di citazioni colte suggerendo il termine “distopia” a qualcuno che si arrampicava sugli specchi per spiegare i disastri mondiali che ci aspettano.
Un altro babbeo de “Il Foglio”, in collegamento dagli USA, ammette la colpa dei media e asserisce candidamente: “Non abbiamo capito nulla”. Egregio babbeo, affettuosamente, per voi de “Il Foglio” sotto questo punto di vista non vi era alcun bisogno di aspettare le elezioni in USA: lo sapevamo tutti da tempo.
Nella parte bassa dello schermo, intanto, iniziano a scorrere le dichiarazioni che spezzano il cuore anche ai più incalliti sostenitori della Clinton, che continuano a giocare sulla mappa digitalizzata, ipotizzando impossibili rimonte. “Obama: a prescindere risultato America nazione grande”. “Clinton ringrazia lo Staff. Comunque vada ha fatto un grande lavoro”. Messaggi da “de profundis”.
Il Direttore di Rainews24, Antonio Di Bella, si capisce che maledice i suoi collaboratori ogni volta che sente la frase: “E ora passiamo la parola al nostro direttore”. Quando ciò accade abbassa la testa senza sapere cosa dire. Poi, evidentemente, si scrive una frase e la memorizza. In un passaggio successivo, infatti, declama solennemente: “Quella che sembrava una follia sta diventando una realtà ora dopo ora”. Egregio babbeo Di Bella, di quale follia parli? Ti bastava leggere il mio articolo del 29 luglio e capivi tutto!!!
Anche i babbei del New York Times devono arrendersi all’evidenza. Fino alle 04,26 danno ancora vincente Hillary, ma alle 04:27 cambiano il titolo: “Trump dimostra una forza inaspettata”. Inaspettata da chi non abbia occhi per vedere e orecchie per sentire, ovviamente.
Oramai la mappa degli USA è una macchia rossa estesissima e quindi è arrivato il momento “camaleontico” che vede, questo bisogna ammetterlo, anche i babbei più babbei districarsi come maestri insuperabili. Ora tutti “spiegano” le cause recondite che hanno portato Trump alla vittoria! Antonio Di Bella si scrive una seconda frase e, alla prima occasione, la cita con enfasi escatologica: “E’ la serata più nera per i democratici. Trump ha sorpreso tutti: giornalisti, analisti e politici”.
Dall’inviata de “la7”, finalmente, si ode qualcosa di sensato: “Trump ha devastato i democratici, ma lui non è repubblicano e ha devastato anche i leader repubblicani, che non lo digerivano e ora devono andare da lui con il cappello in mano a chiedere perdono. Loro, non la base, che invece lo ha sostenuto”.
Nella sede di SKYTG24 qualcuno sembra seriamente preoccupato che Trump se ne vada in giro con la famosa valigetta dei bottoni che comandano le bombe atomiche. Alle 5,26 Bruno Vespa riferisce di un twitter scherzoso pubblicato in Canada: “Aperto l’ufficio emigrazione per gli americani che vogliono emigrare in Canada”.
Dopo aver ascoltato il Re dei babbei, spengo la TV e mi concedo un’oretta di sonno.
Di fatto, come scritto nel precedente articolo, nessuno aveva compreso quello che stava accadendo negli USA, eccezion fatta per chi scrive e per Michael Moore.
Cari babbei di tutto il mondo, vi saluto affettuosamente.
Come ho detto all’inizio, dedico questo articolo a me stesso, “superiore senza complessi”. Prima ancora, però, lo dedico ai miei Genitori. Non sarei ciò che sono, se non fossi stato loro figlio. Sono il migliore, ed è grazie a loro. Grazie Mamma, Grazie Papà, per tutto quello che mi avete donato come retaggio ancestrale e per tutto quello che mi avete insegnato. Vi voglio bene e siete sempre con me.

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Nov
05


Quando la Democrazia fa più paura del terrorismo.

ELEZIONI USA


Su questo Pianeta siamo poco più di sette miliardi di persone. La scorsa estate, mentre tutti i media del mondo si prodigavano in esaltanti previsioni a favore di Hillary Clinton, data vincente nei confronti di Trump con scarti addirittura imbarazzanti, superiori ai dieci punti, analizzando i dati in mio possesso, conclusi che il gap enunciato con tracotante sicumera fosse farlocco. Non solo: sia pure con una forbice molto ristretta, Trump risultava addirittura in vantaggio. Il 29 luglio, in questo blog, scrissi un articolo dal titolo eloquente, “Bye Bye american dream”, nel quale, vox clamantis in deserto, prospettai senza tanti giri di parole la vittoria di Trump, analizzando le cause che avevano assicurato al goffo e rozzo Tycoon una messe pazzesca di sostenitori.
Passano le settimane, ma la musica non cambia. Per gli abitanti del Pianeta Terra e dintorni sarà Hillary Clinton il futuro presidente degli USA. Non fanno testo gli elettori di Trump, ovviamente, in quanto la loro “fiducia” nella vittoria si colora dei tratti irrazionali che sempre caratterizzano i sogni dei “tifosi”. Gli analisti “razionali”, però, propendono tutti per Hillary. “I cittadini americani non permetteranno che la prima potenza mondiale finisca nelle mani di un bamboccio viziato, ignorante, sessista, razzista e guerrafondaio” diventa un mantra ripetuto a ogni piè sospinto che conquista sempre più numerosi adepti. Non certo chi scrive, tuttavia: effettuando autonomamente sondaggi e analisi, infatti, rilevavo che era Trump a crescere. Ai primi di ottobre, restando sempre voce isolata nello scenario planetario, ribadisco il concetto nel numero 48 di “CONFINI”.
Su Trump, intanto, si riversano secchiate di letame per le sue goliardate sessiste e si vanno a scovare anche quelle effettuate alle scuole elementari: donne grasse come balene, cameriere di alberghi, hostess in pensione E’ un fiume in piena di testimonianze pruriginose: mi ha toccato la patata; mi ha baciato la zizza; allungava le mani tra le gambe. Oddio!!! Vogliamo davvero consegnare gli USA a un maniaco sessuale? Manco a parlarne! “Hillary vola!” titolano i grandi soloni del giornalismo planetario. A me, però, i conti non tornano e vedo tutt’altro. Quel margine ancora risicato a vantaggio di Trump si arricchisce di un nuovo affluente, scaturito proprio dalla reazione alla campagna denigratoria nei suoi confronti! Davvero sono cosi scemi i guru democratici? Mah! Il 23 ottobre, che sono scemi, lo scrivo chiaramente in un post su Facebook.
Il 26 ottobre ribadisco per la terza volta, su “Il Secolo d’Italia”, la possibile vittoria di Trump, lasciando trasparire l’effetto boomerang della campagna denigratoria. Sono ancora in mesta solitudine. Il 27 ottobre, però, senza che la cosa mi stupisse più di tanto, mi vedo affiancare da Michael Moore, personaggio che anche in passato ha dimostrato di “vedere chiaro” e in più è un profondo conoscitore, dal di dentro, della società americana. Il grande regista espone chiaramente concetti molto simili a quelli da me ribaditi fin da luglio. Ora siamo in due a pensarla allo stesso modo: due su sette miliardi! (Come detto, non fanno testo gli elettori di Trump). Magari è proprio grazie a lui, sicuramente più autorevole di me, che il “mondo che conta” si sveglia dal lungo torpore e incomincia a tremare. Tra tremare e tramare la differenza è di una sola vocale e così, coloro che proprio non lo vogliono, Trump alla Casa Bianca, pensano bene di utilizzare la super arma contro la quale nessuno può vincere: “IL MERCATO”. In concitate riunioni nelle dorate stanze di Wall Street, i padroni del mondo preparano una controffensiva mediatica tutta incentrata sul crollo dell’economia, delle borse, sulla perdita dei posti di lavoro. Perché non sono certo le minacce guerrafondaie di Trump a spaventare le persone, o le sue manimorte, pensano, ma il crollo del “mercato”.
Terrorismo mediatico a tutto spiano, quindi, per cercare di recuperare consensi a favore della Clinton.
Paradossalmente, più o meno contestualmente, in Gran Bretagna si rendono conto che la Brexit è stata sancita “illegittimamente” perché priva del voto del Parlamento! Si sono distratti, poverini: avevano dimenticato le lezioni di Diritto Costituzionale. Cose che capitano, per carità! Noi italiani lo sappiamo bene perché al potere mandiamo persone che il Diritto Costituzionale non sanno neppure che esista, ivi compreso un capo di governo che ritiene plausibile farsi una riforma costituzionale a sua immagine e somiglianza, per assicurarsi il potere vita natural durante e trasformarsi, di fatto, in nuovo monarca. Se americani e inglesi si fanno beffe della democrazia cercando di truccare le carte, possiamo essere da meno? Ci mancherebbe altro! Ecco che Alfano, preoccupatissimo a giusta causa di essere seppellito da una valanga di “NO” e di terminare la sua poco esaltante carriera governativa (ma molto vantaggiosa per lui), senza alcun ritegno dichiara che forse è meglio non farlo, il referendum. In precedenza era accaduta la stessa cosa con la legge elettorale, che da dogma diventa discutibile quando appare chiaro che può favorire altri e non il PD. Sembrano barzellette, vero? Purtroppo non lo sono. E’ il delirio di un mondo alla deriva, in mano a dei parvenu. Sembra quasi che la Democrazia faccia più paura del terrorismo e forse è proprio così. Perché il sonno della ragione (il nostro sonno) non può che generare i mostri che giocano con le nostre vite. A quando il risveglio?

Ott
31

Gli antichi Celti nella notte di Samhain


“In Irlanda, il mondo dei morti non è tanto distante da quello dei vivi. Essi sono a volte così prossimi che le cose del mondo paiono soltanto ombre dell’aldilà”
(William B. Yeats)

*****


Era bella come il sole, Caitlin. La tipica bellezza che a venti anni esplode verso il massimo splendore, in lei sublimata dalla marcata personalità e dalla militanza nell’Irish Republican Army, che la facevano apparire ben più adulta, sia pure senza intaccarne la fisicità. Pioveva a dirotto, a Belfast, quel 30 ottobre del 1978. Cenavamo in un ristorantino non lontano dal muro nei pressi di Falls Road, che separa la zona cattolica da quella protestante. (Li chiamano “peace lines”, i muri di Belfast, ma muri restano). Era la mia prima volta a Belfast e mi batteva forte il cuore per essere insieme con una giovane donna, combattente per la libertà del suo popolo, appartenente alla più importante Brigata dell’IRA, quella nella quale militava Bobby Sands! L’avevo conosciuta nell’estate dello stesso anno, a Roma, e ci eravamo scritti e telefonati spesso, dopo il suo rientro. Ben volentieri, ovviamente, accettai l’invito a trascorrere qualche giorno da lei, in occasione della Festività del Samhain. Lei era rimasta affascinata dalla mia passione per il mondo “celtico” e per il sostegno ideale alla causa indipendentista: elementi che senz’altro contribuirono a facilitare un approccio che sfociò subito in qualcosa di più intimo. Nei giorni trascorsi insieme a Belfast parlammo di tante cose e mi fu possibile decantare in modo più che esaustivo concetti e pensieri “appassionatamente “ studiati su libri e riviste. (E’ appena il caso di ricordare che, in quel periodo, non esisteva “Internet”). In questo articolo non parlerò dei “troubles”, ma solo della sua lezione sulle festività celtiche, in particolare quella di Samhain. Abitava in un piccolo appartamento non lontano dall’orto botanico e dalla Queen’s University, dove frequentava la facoltà di Biologia. La sua famiglia viveva a Feeny, un piccolo centro distante una novantina di chilometri a Nord-Ovest, nei pressi della mitica “Derry”, altra città simbolo nel sanguinoso periodo dei troubles. Dalla finestra si scorgeva un bel tratto del Lagan, che offriva una visione suggestiva con le mille luci che assumevano un effetto cross-screen in virtù della pioggia battente. Mentre lo ammiravamo estasiati, teneramente abbracciati, fummo distratti dalla vista di qualcuno che era entrato nella stradina praticamente deserta, dal lato nord. La vidi incupirsi, ma senza scomporsi. “Chi sono?”, chiesi, avendo intuito dalla divisa che non dovevano essere proprio delle persone a lei simpatiche. “Sono i bastardi della Royal Ulster Constabulary… – replicò con voce ferma – …sono spietati e provano un gusto sadico nel massacrarci. E sono Irlandesi. Come me”. Vi sono frasi che valgono interi libri e in quella breve frase si racchiudeva tutto il dramma di un popolo che da secoli viveva in una sorta di infinita guerra civile. Poliziotti irlandesi al servizio del governo di Sua Maestà, che reprimevano con ferocia inaudita altri Irlandesi che combattevano all’insegna di un antico sogno: “A nation once again”. Istintivamente e all’unisono volgemmo lo sguardo verso il mobile collocato sul lato opposto della stanza, non lontano dalla porta. Lo guardammo per qualche attimo e poi, sempre all’unisono, in una sorta di sincronismo telepatico, tornammo a guardarci intensamente, accennando un mesto sorriso che trasmetteva lo stesso pensiero: non quella sera e non contro Irlandesi. Tenendoci per mano ci dirigemmo verso il divano, restando a lungo in silenzio. Poi, finalmente, lei riprese a parlare. Mi disse quanto sarebbe stato bello, “quella sera”, trovarsi sulla collina di Tara (nell’Irlanda indipendente, non lontano da Dublino) dove si celebra il più rinomato festival dedicato all’antico rito celtico. “Parlami di Samhain”, le chiesi, mentre mi accingevo a mettere in funzione il portentoso “Akai”, munito di un nastro di circa di tre ore, pieno di brani musicali dei Dubliners e dei Chieftains, che attivai a basso volume. Attese che ritornassi sul divano, si sdraiò appoggiando la testa sulle mie gambe e, con la sua voce calda e profonda, mi condusse in un magico mondo le cui radici si perdono nella notte dei tempi.
Samhain, capodanno per gli antichi Celti, celebra la fine dell’estate e l’inizio di un periodo di letargo che culminerà con il “risveglio” nella primavera successiva, quando i semi si trasformeranno in piante. Anche l’anima dell’uomo si rinnova, a partire dalla notte a cavallo dal 31 ottobre al primo novembre, spalancando le porte dell’aldilà e rendendo possibile ogni incontro, in un contesto che fonde elementi simbolici alla magia degli elementi, privi di ogni barriera: i morti possono venire di qua; i vivi possono andare di là. Un interscambio continuo in una notte che segna lo spartiacque tra due mondi, indissolubilmente legati. La morte viene esorcizzata gioiosamente con danze e fuochi che bruciano fino all’alba sulle colline sacre agli Dei, perché ogni fine è un nuovo inizio e ogni inizio è una nuova fine. Birra e idromele scorrono a fiumi dopo l’accensione dei fuochi da parte dei Druidi, che in tal modo danno il via ai banchetti. Si balla fino allo stordimento intorno ai roghi, che indicano anche la strada del ritorno alle anime smarritesi in quel ginepraio festoso, dovendo esse irrimediabilmente rientrare dall’altra parte entro l’alba. Al sorgere del sole ciascuno è al suo posto e i “vivi” rientrano nelle loro dimore portando una torcia accesa da uno dei falò. Un fuoco sacro utilizzato per rendere omaggio ai cari trapassati, perpetuando l’antico rito che vedeva i Celti custodire le ossa dei loro cari, ritenendo che ciò consentisse loro una sorta di “benefico legame”.
Chissà dove sarà ora Caitlin e se vi è andata, poi, sulle sacre colline di Tara. Io vi sono stato, molti anni dopo quella vacanza a Belfast, e non dimenticherò mai cosa significhi respirare un’aria antica, rimasta incontaminata, che ti consente un reale viaggio a ritroso nel tempo.
Questa sera milioni di persone, in tutto il mondo, si divertiranno in modo malsano, ubriacandosi fino a farsi male, scimmiottando una trasposizione grottesca di un antico rito, mutuato dagli USA con il nome di “Halloween”.
Si stordiranno in gruppi, nei vari locali che sfruttano commercialmente l’evento mediatico. Il periodo che inizia con Samhain, però, è un periodo di riflessione, che dovrebbe consentire a ciascuno di iniziare un viaggio con se stesso, lasciandosi alle spalle gli inutili fardelli per coltivare il nuovo seme da cui nascerà la pianta a primavera. Una sorta di rigenerazione spirituale che nulla ha a che vedere con dolcetti e scherzetti o altre amenità concepite ad arte per trasformare ludicamente ciò che appartiene all’intimo umano e quindi alla sacralità dell’essere.
L’invito che va rivolto ai giovani, pertanto, è quello di recuperare la vera essenza della festività e di tuffarsi nello studio di tutto ciò che essa rappresenta per lo “spirito”, insieme con le altre tre grandi festività che segnano le stagioni dell’anno: Imbolc, Beltane, Lughnasadh. Riscoprire le radici più lontane della nostra bella Europa vuol dire legarsi di più a essa. Non serve “Halloween” per divertirsi e chi si ubriaca è solo scemo, quale che sia il contesto in cui lo fa.
Parafrasando Rudolf Steiner, pertanto, l’invito che rivolgo ai giovani, per questa sera, è di “ritrovarsi con se stessi” in una sorta di catartica palingenesi scevra di ogni contaminazione festaiola. E per l’invito utilizzo proprio i suoi versi, tratti dal “Calendario dell’anima”.


“Nella luce solare dell’anima
germogliano i maturi frutti del pensiero.
Ogni sentimento si trasforma
in sicura conoscenza di sé.
Gioiosamente mi è dato di sentire
l’autunnale destarsi dello spirito!
L’inverno desterà in me l’estate dell’anima.
Solarmente dalle profondità dello spirito
anela all’esterno la luce.
Diviene forza di volontà della vita
e splende nella opacità sensoria
per svincolarne forze che,
dagli impulsi dell’anima,
facciano maturare
le potenze creatrici
dell’umana opera”.


Se anche una sola persona, leggendo questo articolo, dovesse trovare lo stimolo per approfondire gli “spunti” in esso contenuti e rinunciare all’insulsa carnevalata serale, l’umile cavaliere errante che lo ha redatto non l’avrà scritto invano e di questo sarà felice.

Le festività celtiche


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Ott
19


Disponibile on line il nr. 48 di “CONFINI”, il cui tema del mese è dedicato alla crisi dei partiti politici.

CONFINI NR. 48


Tre i miei contributi presenti nel magazine.

“ADDIO, PARTITI” (Rubrica “Tema di copertina”)
“EUROPA E STATI UNITI D’EUROPA” (Rubrica “Europa-Visioni Europee) (Prima parte)
“BYE BYE AMERICAN DREAM” (Rubrica “Geopolitica”)


Da non perdere il toccante editoriale del Direttore ANGELO ROMANO, intitolato “PARTITO CERCASI – RILANCIARE L’IDEA DI PARTITO”. La sua analisi, lucida e spietata come sempre, trasmette l’umana sofferenza di chi ha visto un intero mondo sgretolarsi e impoverirsi, giorno dopo giorno. A differenza del nichilismo senza speranza che traspare dal mio articolo sullo stesso argomento, Angelo Romano non rinuncia a tenere accesa la fiammella, ben supportato dal solido retaggio culturale e dagli insegnamenti di tanti Maestri. Mi sovviene alla mente un celebre aforisma di Jung:“A quanto possiamo discernere, l’unico scopo dell’esistenza umana è di accendere una luce nell’oscurità del mero essere”. Cosa dire? Semplicemente ciò che ripeto spesso in circostanze analoghe: possa il suo anelito di speranza prevalere sul mio nichilismo. Alla pari di Lancillotto, che vagava per il mondo nella spasmodica ricerca di un cavaliere che lo battesse, provando gioia infinita quando approdò alla Corte di Camelot, dopo essersi imbattuto in Re Artù, che grazie al potere magico della spada Excalibur riuscì a sconfiggerlo in duello, vago lungo i sentieri dell’essere in attesa di provare la stessa gioia, scoprendo di avere torto.

Di seguito il link alla piattaforma Issuu, nella quale è possibile leggere tutti i numeri di CONFINI:
RACCOLTA NUMERI ARRETRATI DI CONFINI.

Il sito del magazine, che rimanda all’ultimo numero pubblicato, è il seguente: “CONFINI”

Set
26


BUON COMPLEANNO, MAESTRO
MARTIN HEIDEGGER


Il linguaggio è la casa dell’essere e nella sua dimora abita l’uomo.
L’esserci, l’essere umano, compreso nella sua estrema possibilità d’essere, è il tempo stesso, e non è nel tempo.
Siamo troppo in ritardo per gli dei, troppo in anticipo per comprendere l’Essere.


Oggi tutti parlano della “crisi economica” che attanaglia il Pianeta, commettendo un madornale errore di natura concettuale e lessicale. Non può esistere una “crisi economica”: l’economia è solo un mezzo proteso a organizzare le risorse al fine di soddisfare i bisogni degli individui. Parlare di crisi “economica”, pertanto, equivale ad addossare alle scope la presenza della spazzatura nelle strade. Utilizziamo bene “le scope” (concepite nella loro accezione più ampia) e sparirà la spazzatura; utilizziamo bene lo strumento “economia”, ossia “organizziamo” nel migliore dei modi possibili le risorse, e spariranno i “problemi economici”. La crisi, di fatto, figlia di una metastasi dell’economia che si chiama “finanza”, altro non incarna se non l’incapacità dell’uomo a “essere” ciò che il “tempo” in cui vive richiede. Una crisi dei valori che non trova corrispondenza nella storia dell’umanità e, anche in virtù di ciò, inevitabile. Lo straordinario progresso scientifico registrato dalla metà degli anni cinquanta del secolo scorso ai giorni nostri ha lasciato indietro la maggioranza degli esseri umani. La dicotomia si è aggravata grazie alla vertiginosa e progressiva accelerazione nell’ultimo trentennio, che ha reso il problema ancora più grave perché, travolgendo tutto, ha distrutto anche l’unica arma che poteva fungere come serio antidoto alla deriva verso l’abisso: la cultura.
Oggi il mondo è popolato da una maggioranza di zombi che s’illudono di vivere “il loro presente”, senza rendersi conto di essere solo la proiezione di qualcosa che già “non è più”. E’ passata; surclassata dal fluire di eventi che li ha uccisi nonostante stessero ancora respirando e che quindi non capiranno mai. Sono pochi gli immuni da questa penosa condizione che, per certi versi, ricorda i periodi di “transizione” tra le varie epoche storiche, nei quali brillavano coloro che, più e meglio di altri, riuscivano a comprendere “l’essenza del proprio tempo”. I nomi li conosciamo tutti e, generalmente, prima ancora che nei libri di storia, li troviamo nei testi di filosofia. In assenza di un “pensiero”, infatti, non vi potrà mai essere “un’azione”. Non vi sarebbero mai stati Robespierre, Danton e Marat senza Montesquieu, Voltaire e Rousseau. Sì, certo, il fallimento della società post-illuminista è sotto gli occhi di tutti, ma proprio perché “fallimentare” ha potuto reperire nel suo seno i germi (e che germi!) per una rinascita che è ancora incompiuta, ma possibile. Quella di prima, naturalmente, non era neppure il caso di definirla una “società”.
Abbiamo abiurato la cultura come antidoto a ogni male. Milioni di individui recitano una triste parte in quel simulacro del sapere rappresentato dalle università, dove si fabbricano marionette da manovrare, utili solo ai capitani di ventura che determinano i destini di tutta l’umanità: pochi e ben nascosti nelle loro dorate stanze, in alti grattacieli. La scienza viene asservita al male e così abbiamo “scienziati” capaci di asserire che le centrali nucleari non sono nocive e che il tal farmaco è buono per sconfiggere il tal male. Ovviamente il tutto dietro lauti compensi. Parlando con giovani psicologi sono rimasto colpito dal loro percorso accademico, che presentava strane analogie, tutte protese a incanalare la disciplina verso sentieri che è un eufemismo definire “lacunosi e devianti”. Ho acquistato un testo di “Storia della psicologia”, molto gettonato. Si può immaginare la sorpresa quando ho visto lo spazio dedicato a Carl Gustav Jung: tre righi.
Abiurare la cultura vuol dire privarsi delle menti “pensanti” e senza “pensatori” non vi può essere che la deriva verso il baratro. Non è certo per caso che l’attuale premier sconsigli la lettura dei classici della filosofia e del pensiero politico e inviti i suoi sodali ad affidarsi esclusivamente alle “lezioni” di “House of Cards”.
Oggi ricorre il compleanno di Martin Heidegger, nato “solo” 127 anni fa in un piccolo paesino del Baden-Württemberg e autore di un testo che insegna a “vivere nel mondo”; anzi, a “essere nel mondo”.
Questo testo non lo legge più nessuno e i pochi che lo fanno, magari, già sono corazzati contro ogni distonia sociale e hanno ben poco da imparare.
Ritorniamo al pensiero. Riscopriamo la filosofia. Gettiamo le fondamenta di un mondo nuovo partendo da un presupposto molto semplice: tutto ciò che di buono serva per vivere al meglio e in buona armonia con il prossimo è già stato scritto. Quando va bene, nel nostro tempo, si scrivono baggianate senza costrutto. Nella maggioranza dei casi, invece, autentiche mistificazioni concepite ad arte per annebbiare la mente.
Riscopriamo la filosofia perché è solo grazie ad essa che potranno nascere nuovi “uomini di azione” degni di questo nome, capaci di cambiare la storia.
Leggetelo attentamente “Essere e Tempo”, cari giovani. Scoprirete che è un’opera incompiuta: manca la seconda parte, poco importante, e la terza, che invece lo è molto, perché sarebbe stata dedicata al problema del senso dell’essere, cosa non possibile quando fu concepito il testo, perché non esisteva un “linguaggio” capace di tradurre il pensiero dell’autore, che decise di parlare con “il silenzio”. Oggi il linguaggio per spiegare ogni cosa esiste, ma il lassismo dei più fa sì che esso sia utilizzato male, variando il senso delle cose e quindi “alterando la verità”. Il linguaggio rapportato alla vera natura dell’essere, invece, proprio come ci ha insegnato Heidegger, può fare la differenza. Cari giovani, fatevi un favore: scrivetela voi quella terza parte. Sarete i primi beneficiari delle azioni che da essa scaturiranno.

ESSERE E TEMPO

SEIN UND ZEIT