Galvanor da Camelot (Lino Lavorgna)
Ho teso corde da campanile a campanile, ghirlande da finestra a finestra, catene d'oro da stella a stella, e danzo. www.lavorgna.it

Dic
14

Lino Lavorgna


Disponibile on line il nuovo numero di CONFINI, il cui tema del mese è dedicato alla “TRADIZIONE”.
Due i miei contributi:
I SENTIERI DEI CELTI: DA HALLSTATT ALLA COLLINA DI TARA (Pag. 19)
IL PIAVE MORVORAVA (1° CAPITOLO – Pag. 31)

Di seguito il link per la visione dei numeri arretrati:
NUMERI ARRETRATI DI CONFINI.

VERSIONE PDF DEL MAGAZINE, SCARICABILE.


CONFINI ritornerà on line nel mese di febbraio 2018. A tutti i lettori giungano i più fervidi auguri per le imminenti festività di fine e inizio anno.

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Dic
09


9 dicembre 1973: Il fallimento degli accordi di Sunningdale pesa sulle vicende attuali

Lino Lavorgna

Foto fonte web.


Non vi saranno frontiere rigide tra le due Irlande. Così è stato sancito nei recenti accordi per la Brexit, risolvendo uno dei punti più spinosi all’ordine del giorno, che per mesi ha tenuto con il fiato sospeso i repubblicani che lottano per l’Irlanda unita, i quali temevano di essere allontanati ancor più di quanto non lo siano ora dall’Unione Europea. E’ una fake news quanto si legge da più parti circa il timore, più o meno dello stesso spessore, anche da parte degli unionisti per il possibile ritorno dell’Irlanda del Nord sotto l’egida di Dublino. Tale ipotesi non è stata presa mai seriamente in considerazione da nessuno.
Al di là dei sospiri di sollievo che traspaiono unanimi, vi è poco da stare allegri: i problemi restano ed è difficile prevedere gli sviluppi futuri. Oggi ricorre l’anniversario di un momento storico, purtroppo naufragato nel peggiore dei modi grazie alla colpevole complicità di Londra che, come Hagen con Sigfrido, un attimo dopo aver pronunciato parole di amicizia, pugnalava alla schiena.
Nella piccola cittadina di Sunningdale, 38 km a Ovest di Londra, il 9 dicembre 1973 si riunirono i rappresentanti del Governo Inglese e dell’Irlanda del Nord per sottoscrivere un accordo, passato alla storia come “Sunningdale Agreement”, che avrebbe gettato le basi per un futuro di pace e, soprattutto, di possibile riunificazione dell’Irlanda, come chiaramente espresso dall’articolo 5 del Trattato:
“Il Governo Irlandese ha pienamente accettato e solennemente dichiarato che non vi sarebbe stato alcun cambiamento nello status dell’Irlanda del Nord fino a quando la maggioranza del popolo dell’Irlanda del Nord non avesse desiderato un cambiamento di tale status. Il Governo Britannico ha dichiarato solennemente che la sua politica è sempre stata quella di sostenere la volontà della maggioranza del popolo dell’Irlanda del Nord e tale sarebbe rimasta. Attualmente l’Irlanda del Nord è parte del Regno Unito. Se in futuro la maggioranza del popolo dell’Irlanda del Nord dovesse esprimere il desiderio di diventare parte di una Irlanda unita, il Governo Britannico sosterrebbe tale desiderio”.
Il trattato fu subito osteggiato dagli Unionisti dell’Irlanda del Nord, senza che l’Inghilterra muovesse un dito per impedire l’azione disfattista.
Detenendo il controllo dei principali servizi pubblici, a cominciare dalla fornitura dell’energia elettrica, nel maggio del 1974 misero in ginocchio tutto il territorio con un prolungato sciopero che determinò le dimissioni di Brian Faulkner, Primo Ministro Nord Irlandese. Il trattato decadde e riprese la battaglia tra le due fazioni. Una terra martoriata perse l’unica occasione seria, per riconciliarsi con se stessa, dopo gli accordi del 1921.
Oggi la situazione è resa ancora più grave dalla mancanza di un governo a causa della prolungata crisi politica. Le elezioni di marzo scorso sono state vinte dal Partito Democratico Unionista, nonostante la perdita di dieci seggi e la forte avanzata del Sinn Féin, lo storico partito guidato dal sanguigno Gerry Adams, che persegue il sogno di “A Nation Once Again”. Un chiaro segnale che il sentimento di ricongiunzione con l’Eire sta riconquistando vigore, nonostante l’ineluttabile processo di omologazione che lo ha deteriorato negli ultimi decenni, soprattutto tra i giovani, vessati da altre priorità e in maggioranza immuni dai fremiti ideali dei loro genitori e nonni, pronti a rischiare la vita e la galera nella secolare lotta contro gli occupanti. Tutto ciò avvantaggia gli unionisti, che potranno contare, a partire dal prossimo anno, anche sull’assenza del loro rivale più autorevole. Gerry Adams, infatti, dopo 34 anni di indiscussa leadership, ha deciso di ritirarsi a vita privata e di lasciare la guida del Sinn Féin. Non sarà facile sostituire un uomo con il suo carisma, ultimo esponente di quella generazione di “combattenti” che ha guadagnato un posto nella Storia grazie alla militanza nell’Irish Republican Army.
Tutto sarebbe stato diverso se non fossero naufragati gli accordi di Sunningdale e se le ultime elezioni fossero state vinte dal Sinn Féin. La storia, però, non si scrive con i “se” e pertanto nuove minacciose nubi si addensano sul cielo della parte nordica dell’Isola verde. Se scaricheranno soltanto pioggia, lo vedremo nei prossimi mesi.

Gerry Adams – Eroe Irlandese


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Nov
25

Lino Lavorgna


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ASCOLTA LA STORIA DI CYNTOIA BROWN

ARTICOLO SU HUFFPOST

FIRMA LA PETIZIONE PER LA SCARCERAZIONE DI CYNTOIA BROWN


“There are many things of which the whole of humanity must be ashamed wherever they happen. This woman in handcuffs does not only testify one of the many social discrepancies that afflict the United States of America, but also the unbearable lightness of being of the billions of people that these things tolerate turning their face on the other side.
Let us therefore strongly scream, our anger; a scream of civilization able to overwhelms as a swollen river the other face of evil, the most dangerous one, that you can find in the gilded rooms of every power, clad in hypocrisy and false respectability”.
(Sono tante le cose di cui deve vergognarsi l’intera umanità, ovunque accadano. Questa donna in manette non testimonia solo una delle tante distonie che affliggono gli Stati Uniti d’America, ma anche l’insostenibile leggerezza dell’essere di miliardi di persone che queste cose tollerano girando la faccia dall’altra parte.
Gridiamolo forte, allora, il nostro sdegno, affinché l’urlo della Civiltà travolga come un fiume in piena l’altra faccia del male, quella più pericolosa, facilmente reperibile nelle dorate stanze di ogni potere, ammantata di ipocrisia e falso perbenismo).


Sono tanti i volti del male. Oggi, celebrando come ogni anno la giornata mondiale contro la violenza sulle donne, giriamo pagina rispetto alla solita solfa che si ripete in modo stancamente rituale e affrontiamo il problema da una diversa prospettiva, relegando in secondo piano gli orchi adusi a stuprare e uccidere, perché figure di secondo piano sono. Portiamo alla luce, quindi, grazie alle vicende che da qualche mese hanno conquistato ribalta mediatica planetaria, orchi ben più pericolosi: quelli che rappresentano il lato oscuro dell’uomo, spesso nascosto da maschere di perbenismo. Non solo coloro che si approfittano del loro potere per ridurre in schiave sessuali le donne, ma anche coloro che, invece di perseguire i carnefici, umiliano le vittime nelle aule dei tribunali.
Non conosco il giudice che ha condannato all’ergastolo Cyntoia Brown e correttezza “imporrebbe” che non si esprimessero valutazioni in siffatte circostanze. La vicenda, tuttavia, consente almeno di manifestare seri dubbi sul suo equilibrio psicologico e sulla “visione del mondo”, che forse non legittimano il delicato ruolo che riveste.
Parimenti non conosco gli avvocati che, secondo quanto riferito da un loro collega, hanno “torturato” con domande oscene le studentesse statunitensi stuprate a Firenze, inducendo il Giudice a richiamarli severamente e a rifiutare la traduzione delle morbose domande per non consentire loro di fare un passo indietro nel tempo di oltre cinquanta anni.
Stupratori e assassini sono sempre esistiti e sempre esisteranno. Il vero nemico delle donne, però, è bene che lo si dica senza tanti giri di parole, è quell’universo maschile che non è stato ancora capace di emanciparsi dal proprio lato oscuro e dalle proprie frustranti debolezze che, tracimando in “vera violenza” contro le vittime, lasciano affiorare quegli impulsi incontrollati che li trasforma da esseri umani in bestie. In orchi.


LA RIVOLUZIONE DELLE FARFALLE – VERSIONE IN INGLESE
Questo film, che narra le vicende verificatesi nella Repubblica Dominicana negli anni sessanta, è introvabile nella versione italiana. Sarebbe ora che fosse riproposto perché è proprio da quei tragici eventi che è nata la giornata mondiale contro la violenza sulle donne. Conoscere quella storia aiuta a meglio comprendere la meschinità degli uomini e fino a che punto siano capaci di spingersi. Serve anche a comprendere come tali atrocità trovino la complicità di chi dovrebbe combatterle. E’ forse anche per questa ragione che questa storia, come tante altre, viene occultata.
E possibile acquistare, tuttavia, il libro di Julia Alvarez che ha ispirato il film: IL TEMPO DELLE FARFALLE.

Nov
16

CONFINI - NOV 17 - LINO LAVORGNA


Disponibile on line il nuovo numero di CONFINI, il cui tema del mese è dedicato alla “AUTONOMIA”.
A pagina 4 il mio contributo.
Dal prossimo numero il magazine inizierà a narrare le vicende dell’ultimo anno della 1^ Guerra Mondiale, evento cui saranno dedicati dei numeri speciali nel corso del 2018.
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Ott
31


Al termine della Seconda Guerra Mondiale, in molte zone dell’Italia, soprattutto nel SUD, non era ancora giunta l’energia elettrica.
Le case erano illuminate con le classiche candele di cera, con le lampade a olio o a petrolio. Nei mesi freddi il tepore domestico era assicurato dai camini, dalle stufe a petrolio e dai bracieri, nei quali venivano riversati tizzoni di fuoco ardente.
Anche a Cancello Massone e nelle altre zone rurali di San Lorenzello, piccolo paese del Sannio beneventano, mancava l’energia elettrica.
Nella casa avita abitavano i miei Genitori e i nonni paterni, Pasquale e Pasqualina Festa, che avevano costruito la casa nel 1920, sul terreno ereditato dalla nonna, un tempo appartenente ai Massone, stimata famiglia insignita del lignaggio baronale che vantava molti personaggi illustri: docenti universitari, militari di carriera nell’esercito borbonico, giuristi, diplomatici d’alto rango.
La casa sorge sulla provinciale che congiunge Telese Terme a San Lorenzello e Cerreto Sannita, in una posizione equidistante dai centri abitati. In mancanza di edifici scolastici, ospitò la scuola elementare dal 1933 al 1960. Mamma Giuseppina frequentò la casa come allieva nel 1933 e 1934. Dopo le dimissioni dal Minsitero delle Corporazioni, nell’agosto del 1943, vi tornò come insegnante fino al 1945 e poi ancora dal 1957 al 1960, alternando il ruolo di “Beneamata Maestra” a quello di “Regina della casa”, avendone sposato il proprietario nel 1950. Nel 1957 si rese anche promotrice del “Centro di Lettura”, istituito per favorire l’alfabetizzazione degli adulti che non avevano frequentato le scuole primarie.
Nel 1950, dopo pochi mesi dal matrimonio, Papà Lorenzo decise che era giunto il momento di non tergiversare oltre nell’allinearsi con il progresso e così, con l’entusiastico fervore dei suoi trenta anni, fondò una Società Cooperativa per favorire l’elettrificazione delle zone rurali. Immancabilmente, come sempre accade alle persone che sono “avanti”, dovette faticare non poco per rimuovere gli ostacoli frapposti dai mestatori di turno, che mal sopportano gli spiriti liberi, orientati al Bene.
Lorenzo Lavorgna era soprattutto un benefattore e i benefattori sono invisi ai perfidi, adusi a sfogare con una condotta immorale le frustrazioni scaturite dai propri limiti e dalla vita miserabile. In ogni epoca storica, poi, non sono mai mancati i “lazzari”, per ignoranza incapaci di discernere il grano dal loglio, sempre in ritardo sui tempi e spaventati dal “nuovo che avanza”. Davvero una bella guerra, per il mio Papà! Un uomo che conosceva sin da ragazzino, tanto per citare solo uno dei tanti aneddoti che mi sono stati raccontati, non esitò a puntargli il fucile in faccia, minacciandolo di morte se avesse continuato a chiedergli l’autorizzazione per l’istallazione dei pali nel suo terreno. Era saggio, il mio Papà, temprato dagli anni di guerra, dalla dura campagna in Libia e soprattutto da un retaggio ancestrale che affonda le radici nella notte dei tempi. Non poteva certo temere un fucile mantenuto da mani tremanti e sudaticce. Sorrise al poveretto e lo “disarmò” con la sua voce pacata, facendogli comprendere che un giorno lo avrebbe ringraziato per l’utile opera che stava producendo, anche per lui! Il poveretto abbassò fucile e capo, rendendosi conto di essere un nano al cospetto di un Gigante.
Nondimeno quelli furono anni fastidiosi, soprattutto per la cara Mamma, che proprio non riusciva ad accettare lo spirito altruistico ed eccessivamente “romantico” del marito, che continuava l’opera entusiasticamente intrapresa nonostante fosse costantemente osteggiato da chi avrebbe dovuto portarlo in palmo di mano.
Nel 1954 la RAI iniziò i programmi televisivi, ma la televisione era ancora un miraggio perché i lavori di elettrificazione procedevano a rilento. Papà non esitò a intervenire con i suoi capitali per fronteggiare i mille ostacoli artatamente orditi dagli squallidi individui che volevano far fallire il progetto. Dopo sette anni di dure battaglie, finalmente, l’impresa poté ritenersi compiuta. Tutte le aree rurali furono “illuminate” grazie all’opera indefessa di un Uomo eccezionale. Aveva promesso che il secondo figlio sarebbe cresciuto senza candele e lampade a petrolio e mantenne la promessa. Non mancarono cattiverie e tiri mancini anche a lavori ultimati ma Papà non si curava dei meschini e guardava avanti.
Il 31 ottobre 1957, presso il Grand Hotel delle Terme di Telese, si tenne la cerimonia inaugurale. Il ruolo di “Madrina” fu affidato alla Donna che, nonostante la ripugnanza nei confronti di troppe persone che erano lì a gozzovigliare dopo aver boicottato per anni il progetto, non aveva mai mancato di supportare Papà, dandogli forza nei momenti di sconforto. Dietro ogni Grande Uomo, infatti, vi è sempre una Grande Donna: nella fattispecie, Giuseppina Federico, mia Madre.
Nel marzo del 2016, dopo cinquantanove anni, non senza un pizzico di emozione, di buon mattino mia sorella Annalisa e io vedemmo gli operai dell’ENEL che ammodernavano la rete realizzata grazie al mio Papà, sostituendo pali e cavi.
Oggi, 31 ottobre 2017, scrivo questo ricordo con il cuore in sussulto, come sempre quando parlo della mia Famiglia, e con tanto orgoglio. Sono trascorsi sessanta anni da quando mio Padre poté esclamare, con quel suo sorriso più unico che raro: “E LUCE FU”.
Avevo poco più di due anni, allora, e ovviamente non ricordo nulla. Ma è come se vedessi un film perché riesco a immaginare tutte le scene di quei momenti, che si assomigliano sempre: sono le scene nelle quali gli Uomini destinati a essere ricordati in eterno si ergono con la semplicità del loro essere, brillando di luce propria, mentre, tutt’intorno, i nanerottoli con le facce tese e il perenne mal di pancia mugugnano sottovoce, rosi e corrosi dall’invidia e dalla cattiveria. E’ la storia dell’umanità, del resto, che si ripete ciclicamente.
Oggi di Uomini come Lorenzo Lavorgna ne nascono sempre di meno, perché il male sta trionfando in ogni latitudine e l’odio acceca gli animi. Ancorché pochi, tuttavia, sono loro che consentiranno di tenere accesa la fiammella della speranza per un mondo migliore e alla fine vinceranno, perché il male può vincere qualche battaglia, ma non vincerà mai la guerra.
Ciao, Papà. Grazie di tutto.


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VIDEO SU VIMEO

Ott
19


Disponibile on line il nuovo numero di CONFINI, il cui tema del mese è dedicato al “TEMPO”, argomento quanto mai attuale a causa della diffusa propensione a mal gestirlo, a esserne schiavi. Tutti pronunciano, affranti, frasi tipo “Non ho tempo”, “La giornata dovrebbe essere di 48 ore”, senza rendersi conto di essere precipitati in un ingranaggio mortale, che affligge inutilmente l’esistenza e trasforma gli individui in burattini manovrati da oscuri demoni. “Mi hai inviato una e-mail. Cosa volevi dirmi?” mi sono sentito dire qualche tempo fa, da qualcuno che evidentemente aveva urgente bisogno di uno psicoterapeuta, cosa che gli consigliai senza indugio e senza, ovviamente, rispondere alla sua domanda. Nessuno ascolta, nessuno legge, l’autoreferenzialità domina e si assumono anche decisioni importanti fidandosi precipuamente di un istinto che, immancabilmente, è quasi sempre fallace, essendo solo il retaggio di insulsa presunzione. Tutti vittime del Tempo? No, tutti vittime dei propri limiti, perché il Tempo è lo stesso per tutti, ammesso che esista.

Tre i miei contributi.
“AS TIME GOES BY! AS TIME GOES BY?” (Pag. 17)
“IL SESSO MALATO: STUPRI, MOLESTIE, ACCONDISCENDENZA” (Pag. 37)
“ERNST JUNGER: QUEL POMERIGGIO DI OTTOBRE, TRENTA ANNI FA” (Pag. 42)


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Ott
13

Lino Lavorgna


Vi è un gran parlare, in questi giorni, dello scandalo che ha travolto Hollywood grazie alle dichiarazioni di “alcune” tra le tanti attrici che sono state molestate sessualmente dal produttore Harvey Weinstein. Gli argomenti pruriginosi “tirano” e la stampa si è gettata a capofitto sulla vicenda, producendo una messe enorme di analisi e interviste. E’ facile presagire che i tanti settimanali di gossip camperanno bene per molti mesi, con questa storia, in attesa della prossima. Il fulcro della vicenda, in effetti, è proprio questo: “niente di nuovo sotto il sole”.
Voglio dire anche io la mia, pertanto, secondo le modalità che mi sono congeniali, racchiudibili nell’antico detto “pane al pane e vino al vino”. Pazienza per chi poi si sentirà i pugni nello stomaco.
In premessa è corretto affermare (e per quanto mi riguarda “ribadire”, considerato che l’ho detto e scritto centinaia di volte) che chiunque abusi del proprio potere per portarsi a letto una donna è un essere spregevole, indegno di vivere in un consorzio civile e meritevole, prima ancora di rispondere penalmente delle sue azioni, di essere “trattato” clinicamente con procedure particolari sui cui dettagli non scendo, precisando solo che metterebbero al sicuro chiunque dovesse trovarsi al suo cospetto.
Detto questo, passiamo al secondo aspetto della vicenda, che appare addirittura banale nella sua enunciazione: “se tutti coloro che ricevono molestie, invece di assecondare i porci, li denunciassero subito, il fenomeno si ridurrebbe drasticamente”. Il dato fondamentale, pertanto, è che esistono i porci ma anche le zoccole, che con i porci non si fanno alcuno scrupolo di accompagnarsi, pur di far carriera o di ottenere una parte in un film. Certo, può costare caro dire “NO” (e io lo so per esperienza diretta, come spiegherò tra poco) ma è una questione di scelta: chi dice “SI’” non è una vittima ma una che si prostituisce. Ho alcune amiche che avevano iniziato una brillante carriera nel mondo dello spettacolo, con numeri davvero alti sotto qualsivoglia profilo: talento reale, buona scuola, physique du rôle, grande personalità, indiscusso fascino. Hanno ricevuto, come tante, ricatti e molestie e si sono rese conto che se non avessero ceduto sarebbero state scavalcate dalle mezze cartucce pronte ad aprire le gambe a un semplice schiocco di dita. Hanno visto i loro sogni infranti sul mefitico altare di un sistema schifoso, popolato da essere immondi, e hanno deciso di non accettarne le regole. Si sono realizzate professionalmente in altri contesti, nei quali sono loro a dirigere la baracca e quindi non corrono alcun rischio. Hanno dovuto rinunciare, però, a ciò che più bramavano.
Da giovane, le mie sorti di teatrante, che vivevano momenti difficili per la propensione a produrre le cose che piacevano a me e non quelle che piacevano agli altri, subirono un radicale cambiamento quando incontrai una persona che dimostrò di apprezzare i miei lavori e si rese disponibile a produrre anche l’opera più importante da me realizzata, ossia la trasposizione in prosa della tetralogia wagneriana (L’anello del Nibelungo). Un’opera che mi era costata quasi un anno di lavoro e che induceva a scomposte reazioni tutti coloro ai quali la proponevo. Ne ho sentite di tutti i colori: “Ma tu sei pazzo”; “Ma chi te lo fa fare”, metti in scena una cosuccia allegra e cerchiamo di avere anche qualche contributo”. Quelli più importanti, poi, erano i peggiori (e ritorniamo al solito discorso): “Linuccio, ma tu nun tien pure nu giro e’ belle figliole? E faccimm’ nu bell musical, nu can can! A chi cazz vuò che interess sta cosa strevza che m’hai purtat! Ca nun se capisce nient! Si vulimm fa caccosa io sto ccà”. “Ma no guardi, lei è un importante produttore teatrale e io “solo” di teatro sono venuto a parlare con lei”. “E vabbuò, e nui dint a nu teatro facimm o’ spettacolo, ma porta doie belle figliole… lassa sta’ sti cose strevze”. (Chiedo scusa ai napoletani veraci per gli errori, ma presumo che il concetto traspaia. Per i non napoletani: “strevz” vuol dire “strano”). Può immaginarsi la mia gioia, pertanto, quando finalmente trovai qualcuno che mi prese seriamente in considerazione. Avrebbe potuto essere un uomo, magari felicemente sposato o fidanzato e invece era una donna. Professionalmente era un vero portento e me ne resi conto subito. Purtroppo si prese una brutta scuffia per me e mi fece chiaramente capire che il nostro rapporto doveva marciare su due binari. Non si può parlare di molestie, ovviamente, perché i suoi sentimenti erano reali, ma io dovetti scegliere: avrei potuto assecondarla e beneficiare del suo “insostituibile supporto” o troncare subito. Optai per la seconda ipotesi e dissi “NO”: non mi andava di “prostituirmi”, tanto più nei confronti di una persona che era sinceramente innamorata di me. Correva l’anno 1988 e i miei sogni di “teatrante” finirono lì. Se si può dire “NO” in simili circostanze è ancora più facile dirlo al cospetto di un porco che generi profondo disgusto. E’ solo una questione di “scelta”.
Il mondo dello spettacolo da sempre funge come “icona” di questo diffuso malcostume. Ma ciò rappresenta la più colossale delle leggende metropolitane. Non vi è ambiente che ne sia immune… come ben sanno soprattutto le vere “vittime” di questo lercio sistema, che non sono certo le donne “molestate” dagli uomini ricchi e potenti, bensì quelle che, dicendo “NO”, lasciano loro campo libero per fulgide carriere in ogni settore: artistico, professionale… e politico.


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Ott
06


L’indole di un cavaliere errante è per natura riservata e, a detta di coloro che sono capaci di comprendere la natura dell’uomo, ciò dipenderebbe dalla difficoltà oggettiva di esprimere in modo esaustivo i turbamenti dell’animo, che in un cavaliere errante raggiungono vette così alte da far apparire banale ogni possibile descrizione. Si lascia parlare il silenzio, quindi, soprattutto in certi momenti. Soprattutto quando il dolore è forte e serra la gola, salvo poi sforzarsi di vincere quella naturale propensione, che si subisce ma non si accetta.
Ho saputo solo oggi della dipartita di Franco Orsomando, lo scorso 17 settembre. Non ci vedevamo da tempo e ci siamo sentiti qualche mese fa, ripromettendoci una rimpatriata che, purtroppo, la caducità della vita non ha reso possibile. Ora sono qui, dopo una lunga conversazione con la cara Elvira, a sforzarmi di trovare le parole giuste per celebrare in modo degno un Amico, ben sapendo, tuttavia, che non sarò capace di tradurre in parole il turbinio di sensazioni, pensieri, ricordi ed emozioni che affollano la mia testa.
Le affinità elettive con Franco non sono elencabili, perché, di fatto, non è nemmeno il caso di definirle tali: l’osmosi era pressoché totale. E se la comune passione per la fotografia consentì di conoscerci, l’amore per la Madre Patria Europa saldò in modo indissolubile un’amicizia già pregna di solide radici e quotidianamente sublimata da azioni più che significative. Fotograficamente era più bravo di me nella fotografia “d’interni”, che richiede una profonda conoscenza delle luci e il loro sapiente utilizzo, possibile solo grazie a severi studi e a tanta esperienza. Essendomi dedicato precipuamente al reportage, difettavo nelle foto in studio e in quelle che richiedevano l’utilizzo del flash. Franco, a differenza di tanti altri professionisti gelosi del proprio sapere, con il sorriso sulle labbra fungeva da “Maestro”, mettendo a mia disposizione in pochi minuti ciò che a lui era costato mesi di studio e prove. Mi donava serenamente la sua maggiore esperienza, insegnandomi anche “trucchi” che andavano ben al di là delle tecniche consolidate, essendo retaggio esclusivo di tanto tempo perso a provare, a riprovare, a correggere, sia in fase di ripresa sia in camera oscura. (A quel tempo predominava il bianco e nero e stampavamo autonomamente le foto, nella sede del circolo fotografico il “Borgo”, a Casertavecchia).
Sul fronte “sociale” l’intesa non era minore. Convinti europeisti, propugnavamo le nostre idee nei rispettivi “campi di battaglia”: io in politica, lui nel sindacato. Era funzionario della Federazione Italiana Salariati e Braccianti Agricoli e Presidente della Federazione Europea dei Sindacati dei Lavoratori Agricoli. Per meglio caratterizzare la sua “weltanschauung” non trovo di meglio che proporre la lettura del suo intervento in occasione della ratifica dell’accordo per il miglioramento dell’occupazione nel settore agricolo, tenutosi a Bruxelles il 24 luglio 1997, alla presenza del Presidente della Commissione Europea Jaques Santer, reperito nel sito il9marzo.it (Cliccare qui per leggere il discorso). Sono trascorsi venti anni e, come spesso accade quando si leggono i testi di persone che abbiano la vista lunga, le parole di Franco appaiono tristemente profetiche, perché i problemi segnalati, purtroppo, sono ancora irrisolti e per certi versi divenuti ancora più gravi. “Lasciar correre la sola logica di mercato con cieca fiducia nei suoi risultati sarebbe uno sciagurato errore, che lascerebbe sul campo pochi vincitori e molti vinti”. Si chiedeva cosa sarebbe divenuta l’Europa, con l’avvento del terzo millennio, preconizzando i rischi connessi ai distonici rapporti tra i vari paesi nella gestione dell’immigrazione, per le conseguenze non solo sul piano demografico, ma anche sul piano del confronto fra lingue, culture e religioni diverse. Tutto questo venti anni fa! Il monito lanciato all’Europa da Franco Orsomando, nel rispetto dei sacri valori e princìpi protesi a privilegiare una politica sociale e non quella vessatoria delle lobby economiche e della malapolitica, cadde nel vuoto e le nefaste conseguenze delle sue parole al vento sono sotto gli occhi di tutti. Leggetelo attentamente, quel discorso: è un doveroso tributo a una persona che ha raccolto molto di meno di quanto non abbia seminato, ma soprattutto è una “lezione” che arricchisce, perché – e ripeto “purtroppo” – quanto mai attuale.
Ora Franco Orsomando ci guarda da quello spazio infinito da cui tutti proveniamo e dove tutti ci ritroveremo. Sono convinto che ci punta anche con uno dei suoi potenti teleobiettivi e ci sorride. Sapeva sorridere lui, nonostante tutto, perché i Grandi Uomini hanno il dono di nascere postumi e di capire prima ciò che accade dopo. E’ anche per questo, dopo tutto, che vivono in eterno, perché di loro, e del tanto bene che hanno fatto, non si smetterà mai di parlare.


Nella foto Franco Orsomando, a sx, con Lino Lavorgna. Casertavecchia, 1974. Cliccare per ingrandire

Ott
05


ERNST JÜNGER A NAPOLI

Lino Lavorgna - Ernst Jünger


Il mio ricordo dell’incontro con Ernst Jünger pubblicato sul SECOLO D’ITALIA in occasione del trentesimo anniversario del convegno tenutosi a Napoli, presso l’Istituto Universitario “Suor Orsola Benincasa”.
Clicca qui per leggere l’articolo

Lino Lavorgna - Ernst Jünger

La locandina del convegno con la data sbagliata (1897 anziché 1987)

Set
30
Dichiarazione Indipendenza Americana

Dalla dichirazione d’indipendenza americana – 4 luglio 1776


Non starò qui a cianciare sulle ragioni (legittime, sia ben chiaro) che spingono i Catalani a invocare l’indipendenza. Su tutti i giornali, più o meno chiaramente, sono esposte le “semplici” ragioni di natura economica che fungono da motore alla volontà secessionista. Non starò nemmeno a confutare le arrampicature sugli specchi di coloro che si oppongono al referendum, farraginosamente espresse da un mortificante articolo pubblicato da “El Pais”, intitolato “10 falsi miti sull’indipendentismo catalano”. Mortificante perché quando il giornalismo manifesta un asservimento che attenta alla democrazia, mortifica le coscienze.
Non vi parlerò di queste cose, pertanto, che potete trovare, cucinate in tutte le salse, su ogni media. Ovviamente occorre fare molta attenzione nel discernere il grano dal loglio, ma ciò vale sempre, del resto.
Per manifestare il mio sostegno alla causa catalana, pertanto, vi parlerò di un’altra cosa; di quella cosa che move il sole e l’altre stelle e sempre vince contro tutto. Vi parlerò di Amore e del diritto di ogni essere umano a ergersi, (anche in armi, se necessario) in un mare di triboli, per disperderli. I concetti sopra esposti, come hanno già intuito le menti più illuminate, non sono farina del mio sacco e vengono da lontano: da Dante, da Virgilio, da Shakespeare. Sono concetti, quindi, eleggibili a “dogma”, non tanto per doveroso ossequio alla Grandezza di chi li ha coniati, quanto per la legittimazione conquistata secolo dopo secolo, grazie al comportamento umano.
Sono Europeo, prima ancora di essere italiano, e in quanto tale, come ben noto a chi mi onora della sua attenzione, da circa mezzo secolo predico l’ineluttabilità degli “Stati Uniti d’Europa” e combatto l’Europa dei mercanti, che umilia e vessa l’Europa dei Popoli. Non vi potrà mai essere una vera Europa Unita se si coltiva la sub cultura della tirannide, che alimenta solo odio. Queste cose le sanno bene tutti, a Madrid come a Bruxelles e come in qualsiasi altra capitale del continente. Perché, allora, non si recepisce un messaggio così semplice, che risolverebbe d’incanto problemi secolari? Potere? Soldi? Beh, se fossero queste le ragioni, ancorché deprecabili, varrebbero come attenuante per chi è pronto a correre il rischio di una guerra civile pur di tutelare i propri interessi. E’ già successo e vi è, ovviamente, chi ha fatto di peggio.
Nossignori, questi sono solo aspetti marginali, che hanno la loro importanza, certo, ma che non bastano a spiegare comportamenti assurdi e scellerati. La ragione primaria è un’altra e si definisce con un termine molto eloquente: stupidità. A Mariano Rajoy vengono crisi d’ansia al solo pensiero di governare un paese di 39milioni di abitanti anziché di 47milioni e non gli interessa che la stragrande maggioranza dei catalani oggi lo infilzerebbe volentieri con un spiedo per rosolarlo a fuoco lento, mentre domani potrebbe sorridergli senza più vedere in lui un nemico, un tiranno, un affossatore della democrazia. Come chiamate tutto questo, voi? Io non so trovare un termine diverso da “stupidità”.
La Catalogna non è Spagna e la Spagna non è Catalogna. La storia è quella che è. Occorre conoscerla e regolarsi di conseguenza. Coloro che la negano, in buona o mala fede, contribuiscono solo a rendere questo mondo sempre più invivibile. Sono Europeo e in quanto tale mi sento fratello di tutti gli Europei, che vorrei vedere passeggiare mano nella mano, sorridendosi: Inglesi, Irlandesi, Scozzesi, Fiamminghi, Valloni, Italiani del Nord, Italiani del Sud, Sardi, Cechi, Slovacchi, Baschi, Catalani, Tirolesi, Bretoni, Corsi, Bavaresi, Fiamminghi e tutti gli altri popoli che hanno segnato la storia d’Europa. Cosa vi è di più bello dell’Europa e degli Europei, su questo Pianeta? Nulla. Sanguina, l’Europa, tuttavia, perché troppi stupidi consentono a chi stupido non è di farne strame. Continuerà a sanguinare, pertanto, fin quando gli stupidi non saranno sostituiti da soggetti capaci di cacciare i mercanti dal Tempio. E quel giorno sarà l’Amore a trionfare. Amore per la Libertà. Amore per l’altro, che resta sempre il modo più nobile per amare se stesso.

1992

2011

2017

2017 -(Per me sarà sempre “Sotavento”)

Testo integrale della dichiarazione d’indipendenza americana.


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