Galvanor da Camelot (Lino Lavorgna)
Ho teso corde da campanile a campanile, ghirlande da finestra a finestra, catene d'oro da stella a stella, e danzo. www.lavorgna.it

Mar
25

Lino Lavorgna - Europa Nazione


PROLOGO
Oggi celebriamo il sessantesimo anniversario del Trattato di Roma, che sancì la nascita della futura Unione Europea. Dovrebbe essere un giorno di festa, di grande festa, ma non lo è, perché l’Europa, come concetto unitario, è scaduta nel cuore di chi la abita, ammesso che vi sia mai stata secondo i princìpi di coloro che, a giusta causa, possono definirsi “europeisti”. Un edificio costruito male, del resto, con fragili fondamenta e su un terreno non consono, è destinato a cadere. Il destino dell’Europa, pertanto, era già segnato quando si partì con il piede sbagliato. “CEE” fu il nome dato al Trattato Internazionale, ossia Comunità Economica Europea. Anteporre la progettualità economica a quella politica equivale a costruire un grattacielo partendo dall’ultimo piano. Tutto ciò che è accaduto in questi decenni, ivi compreso il mancato sviluppo di una vera coscienza unitaria, è la conseguenza di quel madornale errore, che perpetuava una propensione economicistica già attuata nel 1951, con il Trattato costitutivo della Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio. Di Stati Uniti d’Europa non si parlava se non accademicamente, perché i rigurgiti nazionalistici, presenti ovunque, non consentivano adeguati spazi in tal senso.


LE RAGIONI DI UN FALLIMENTO
In altri articoli, facilmente reperibili (1), ho esposto il lungo cammino che ha segnato il progetto federativo europeo. Ritengo superfluo, pertanto, ribadirne le varie fasi. Qui basta ricordare un solo concetto, dal quale partire per un’analisi che consenta di rappresentare in modo adeguato l’Europa contemporanea e dare un senso realistico a una celebrazione che, inevitabilmente, può solo sancire il trionfo dell’ipocrisia politica: il sogno europeo, nel corso dei secoli, ha pervaso le menti e i cuori di ben pochi soggetti, i quali, nella stragrande maggioranza dei casi, non avevano alcuna possibilità di incidere autorevolmente per l’istituzione degli Stati Uniti d’Europa. La classe politica continentale, a sua volta, è stata solo attenta ad “autotutelarsi”, senza mai preoccuparsi di creare i giusti presupposti per un vero progetto federativo che si configurasse sul modello degli Stati Uniti d’America. Non sono mancati politici autenticamente e sinceramente europeisti, ovviamente, ma nulla hanno potuto contro potentati di varia natura che li hanno facilmente messi fuori gioco. Oggi, purtroppo, stiamo sperimentando sulla nostra pelle quanto ci manchi un governo federale autorevole, un presidente europeo, un vero esercito europeo. Stiamo sperimentando, quindi, magari inconsapevolmente, quanto ci manchino gli “Stati Uniti d’Europa”.
Nel lontano 1977 scrissi il mio primo articolo europeista, sulla prestigiosa Rivista di Studi Corporativi, diretta dal compianto Gaetano Rasi. Vengono i brividi a rileggerlo: i concetti espressi potrebbero essere riproposti in toto oggi. E sono passati quaranta anni. L’Europa è una vecchia baldracca che ha puttaneggiato in tutti i bordelli, contraendo le peggiori infezioni, nella sua storia millenaria, per lo più terminanti in “ismo”. Tutte le infezioni sono state debellate, eccezion fatta per una distorta concezione del “nazionalismo”, che in molte aree sconfina in bieco provincialismo, non scevro di razzismo, termine che va sempre scritto senza alcun bisogno di supporto aggettivante, perché si caratterizza da solo. Chiunque abbia una coscienza europea ben sa quanto sia affascinante sentirsi connazionale di circa seicento milioni di persone, nonché sentirsi a casa propria ovunque ci si trovi, in un continente di oltre nove milioni di chilometri quadrati. (I dati fanno riferimento alla “ridefinizione” dei confini, descritta nell’articolo pubblicato su “CONFINI” nel numero di Novembre 2016 e sul Secolo d’Italia il 13 dicembre 2016). (1) La stupenda sensazione, però, si trasforma subito in mestizia, essendo ben chiaro quanto sia lontana la meta di un’Europa davvero unita sotto un’unica bandiera.
E’ amaro dirlo in questo giorno, ma l’incapacità di prevedere il futuro, da parte dei cosiddetti padri fondatori dell’Unione Europea (eccezion fatta per Altiero Spinelli), ha prodotto guasti immani. Nelle loro menti non era assente l’idea di un reale progetto federativo: essendo prima di tutto dei politici, però, lo sacrificarono alla realtà contingente, che non era (e non è) ancora pronta per questo passo. Altiero Spinelli, che aveva le idee ben chiare circa l’importanza dell’unità politica, dovette subire gli eventi della storia senza poterli condizionare più di tanto. Sancendo il primato dell’economia sulla politica, di fatto, l’Europa si è condannata a morte, con lenta agonia.


Il MIRAGGIO DI MAASTRICHT
Il 7 febbraio 1992, nella tranquilla cittadina di Maastricht, i dodici stati della Comunità Europea sottoscrissero il famoso trattato che, di fatto, istituì l’Unione Europea. Sulla fase preparatoria dei lavori e sullo svolgimento degli stessi esiste una corposa e interessante bibliografia, purtroppo pochissimo nota, nonostante la sua fondamentale importanza per la vita di milioni di cittadini. Un po’ più difficile reperire le “verità nascoste”, capaci di offrire una visione realistica dell’evento. Entrare nel ginepraio dei fatti, anche se alcuni di essi – è corretto affermarlo in premessa – sono caratterizzati da elementi così paradossali che rendono oltremodo difficile distinguere la parte storica da quella leggendaria, consente di percepire sia la leggerezza sia il cinismo con i quali i potenti di turno abbiano giocato a dadi con il destino degli europei. I presupposti, apparentemente, costituiscono quanto di meglio si possa desiderare per un individuo. Nella realtà – quella realtà che prepotentemente è deflagrata negli ultimi tempi – il trattato evidenzia l’esaltazione di un momento, quello successivo alla caduta del muro di Berlino, la pervicace volontà egemonica dei maggiori fautori e anche una sorta di mancanza di lungimiranza da parte di alcuni illusi, a cominciare dal nefasto Jaques Delors, che realmente pensava di utilizzare la moneta unica per agevolare il processo di integrazione politica. Purtroppo le sue tesi trovarono valido supporto in paesi come Francia, Italia e Germania, scardinando le deboli obiezioni poste da Danimarca e Portogallo. Fa storia a sé l’euroscetticismo della Thatcher, che le costò la poltrona di primo ministro, nel 1990, influendo non poco sulla fine della sua carriera politica. E’ impossibile ripercorrere in questo contesto le fasi salienti del trattato, che ha imposto parametri stringenti per la gestione economica dei singoli stati. Come noto, infatti, gli articoli 99 e 104 prevedono di evitare disavanzi eccessivi e il non superamento dei rapporti del 3% deficit/Pil e del 60% debito/Pil. Parametri accettati, almeno fino a qualche anno fa, con la stessa semplicità con la quale si accetti una ricetta del medico per curare un raffreddore e quindi senza chiedersene “la ratio”. In base a quale dottrina sono stati scelti proprio quei parametri? La spiegazione più accreditata è quella relativa alla situazione economica, che all’epoca si configurava in un contesto di crescita. Già questo è un evidente errore, perché non si possono fissare paletti “eterni” in una materia così fluida e variabile come la politica economica. (E i fatti dell’ultimo decennio ne sono la prova più lampante). La cosa più buffa, però, che cito a memoria perché nel mio pur sterminato archivio non sono riuscito a reperire la fonte (e quindi sono pronto al “crucifige” nel momento in cui vi dico: fidatevi di me) è stato il modo con cui si è giunti a fissare quello che, in gergo economico, si chiama “modello di Domar”. Sostanzialmente accadde questo: i rappresentanti dei vari governi, dovendo fissare i parametri, chiesero ai membri del loro Staff di individuarli. Essi, di fatto, furano fissati da oscuri economisti, che lavorarono su processi economici non pertinenti. I politici si limitarono a prendere atto del rapporto e a ratificarlo, senza sottoporlo a pareri più autorevoli, in grado di rilevarne l’incongruità e le possibili conseguenze negative. Sembrano cose pazzesche, vero? Non sono state le sole e leggendo gli interessanti articoli pubblicati su riviste di geopolitica come “Limes” si può meglio penetrare nello strambo “mood” che caratterizzò un evento tanto importante. Segnalo anche il testo di Ida Magli “Contro l’Europa. Tutto quello che non vi hanno detto di Maastricht, Milano, Bompiani, 1997”. Pur non condividendone lo spirito, alcune rivelazioni sono molto interessanti in funzione di quanto sopra esposto.


L’EUROPA DI OGGI. L’EUROPA DI DOMANI.
La realtà è sotto gli occhi di tutti e tante parole non servono. L’Europa dei banchieri e dei mercanti ha ucciso il sentimento europeo. Il continuo appello alla doppia velocità ha sancito il fallimento di Maastricht. Il rigurgito del nazionalismo, ovunque, ha ucciso la convenzione di Schengen. La dissennata politica monetaria e il varo dell’euro a trazione tedesca hanno impoverito milioni di europei. La mancanza di coesione nella gestione della crisi mediorientale e dei profughi ha allontanato, e non di poco, il sogno europeo. L’autore di questo articolo è il leader di un movimento che si chiama “Europa Nazione” e coltiva il sogno degli Stati Uniti d’Europa da quando portava i pantaloni corti. Sono abituato da sempre alle risate di scherno e non mi fanno specie. Passeranno decenni, forse secoli, ma verrà il giorno in cui qualcuno potrà davvero sorridere sotto una bandiera europea, da “Europeo”. Voglio crederlo. Ovunque sarò, in quel momento, sorriderò anche io, con tutti coloro che al sogno europeo hanno dedicato la vita. Oggi non ho nulla da festeggiare, pertanto. Mi resta solo di sfogliare vecchi libri e vecchie riviste, inseguendo ricordi mai assopiti, per poi provare a strimpellare sulle corde della chitarra le note di quella canzone che cantavo in gioventù: “Da Praga a Stettino, da Roma a Berlino, un sol grido si leva, un sol grido si leva, Europa Nazione sarà; Europa Nazione sarà”. Sì, la voce è rotta dall’emozione, ma è bello gridare, con l’entusiasmo di un ventenne, “La mia Patria si chiama Europa”. Perché c’è voluto davvero tanto talento per diventare vecchio e non adulto.


1. In particolare vedere gli articoli alle pagine 49 – 64 – 74.

Mar
21


Ogni 21 marzo, primo giorno di primavera, l’Associazione “Libera” celebra la Giornata della Memoria e dell’Impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie, perché nel giorno di risveglio della natura si rinnovi la primavera della verità e della giustizia sociale. Dal 1996, ogni anno in una città diversa, viene letto un elenco di circa novecento nomi di vittime innocenti. Ci sono vedove, figli senza padri, madri e fratelli. Ci sono i parenti delle vittime conosciute, quelle il cui nome richiama subito un’emozione forte. E ci sono i familiari delle vittime il cui nome dice poco o nulla. E’ un dovere civile ricordarli tutti, pertanto, perché è a quei nomi e alle loro famiglie che dobbiamo la dignità dell’Italia intera.

Oggi siamo tutti sbirri, ha ricordato Don Ciotti. Faccio mia la frase, nel commosso e nostalgico ricordo di un tempo lontano, quando servivo lo Stato nella Questura di Siena.
Un saluto affettuoso a tutti gli sbirri d’Italia.

Lino Lavorgna

Questura di Siena – 1982/1985

Lino Lavorgna

Questura di Siena

Lino Lavorgna

Questura di Siena

Lino Lavorgna

A cena nel ristorante preferito, Cane e Gatto, con Questore, Vice Questore, Capo di Gabinetto, Capo della Polizia Giudiziaria


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Mar
18


Disponibile on line il nuovo numero di CONFINI, il cui tema del mese è dedicato al “Patriottismo culturale”.
Due i miei contributi:
“Patriottismo: bella parola se non fa rima con razzismo e fanatismo” (Pag. 21)
“Bobby Sands: Eroe d’Irlanda. Eroe d’Europa”. (Pag. 35)
Di seguito il link per la visione dei numeri arretrati: NUMERI ARRETRATI DI CONFINI

Feb
21

Giusepna Federico


“PRENDIMI LA MANO”
Non mi spaventa il clamore della folla,
né la perfidia dei singoli.
Non mi spaventa il mare in tempesta
e quieto solco i sentieri nelle selve ombrose.
Non mi spaventano le cime innevate,
i deserti di sabbia e pietre e quelli dell’anima.
Non mi spaventano i fiumi in piena
né i predatori a due e a quattro zampe.
Ovunque mi trovi,
socchiudo gli occhi e sorrido,
tendo il braccio e sussurro: “prendimi la mano”.
Tu appari dalle ombre del Tempo,
la stringi e tutto si trasforma in musica,
mentre il sole squarcia le tenebre.

SANTUARIO MADONNA DELLE GRAZIE CERRETO SANNITA

PADRE GIOVANNI


(Padre Giovanni, fotografato dopo la celeberazione della messa dedicata a Mamma e Papà presso il Santuario “Madonna delle Grazie”, Cerreto Sannita).

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PHOTOGALLERY

VIDEO

Feb
19

CONFINI FEBBRAIO 2017


Disponibile, on line, il nuovo numero di CONFINI. Il tema del mese è dedicato alle “capre al potere” e il mio contributo segue l’eccellente editoriale del Direttore, a pagina 5. L’articolo per la rubrica “Visioni Europee”, per gentile concessione del Direttore, in questo numero è sostituito con un servizio promozionale su EUROPA NAZIONE, che intende organizzare un convegno a fine aprile. (Pagina 51).
Di seguito il link alla raccolata completa del magazine: CONFINI – TUTTI I NUMERI PUBBLICATI.


Nell’articolo intitolato “Le capre al potere” ho citato lo slogan coniato nel 1975, in occasione della mia prima candidatura alle elezioni comunali: “Spezzate le catene”. Lo slogan fungeva da supporto all’aforisma sulla democrazia che figurava sul manifesto elettorale utilizzato nelle elezioni amministrative del 1985, reperito nel mio sterminato archivio e che volentieri pubblico anche per doveroso omaggio al carissimo amico Michele Falcone, Uomo di grandi meriti e rare virtù. Come ho più volte scritto in altri contesti e non mi stancherò mai di ribadire, nel 1983 fu l’artefice principale della mia elezione a segretario di sezione, carica che si sommava a quella di dirigente provinciale e presidente della Consulta Corporativa. Nel 1985, da consigliere provinciale uscente, senza indugio alcuno mi concesse il suo collegio, vincente al 100%, per consentire la mia duplice elezione al consiglio provinciale e comunale. In qualità di segretario di sezione, infatti, mi spettava il primo posto nella lista, a quei tempi foriero di sicura elezione. Egli optò per la candidatura alla Regione, con ruolo di capolista essendo il responsabile provinciale del partito. Due giorni prima della presentazione delle liste, gli oppositori interni, che mal digerivano la nostra “intransigenza” e il feroce contrasto alla “malapolitica”, riuscirono a ottenere, da una direzione regionale guidata da soggeti affini al loro modus operandi e a noi fortemente ostili, il commissariamento della sezione e della federazione. Furono sconvolte tutte le liste, con conseguente disfacimento elettorale e il dimezzamento dei voti.

MIFESTO ELETTORALE 1985

Feb
06

Lettera aziendale


Seicento docenti universitari, accademici della Crusca, storici, filosofi, sociologi ed economisti hanno inviato una lettera aperta al Governo e al Parlamento chiedendo “interventi urgenti” per rimediare alle carenze in italiano dei loro studenti.

LA LETTERA APERTA DEGLI ACCADEMICI


Encomiabile iniziativa! Meglio tardi che mai, nonostante sia lecito non farsi illusioni: gli attuali governanti hanno ben altri pensieri per la testa, non certo grammatica, sintassi e ortografia. La lattera aperta, tuttavia, può contribuire senz’altro a smuovere le acque. Il problema, però, non riguarda solo gli studenti! La lingua italiana è massacarata quotidianamente anche da coloro che, per ruolo professionale, dovrebbero utilizzarla in modo impeccabile. Giornalisti in primis, ma anche molti docenti, purtroppo, al cospetto di congiuntivi, verbi servili, costrutti sintattici leggermente più complessi di una semplice frase composta da soggetto, verbo e complemento, assomigliano ai naviganti della domenica che si trovino improvvisamente a fronteggiare il mare grosso. Stendiamo un velo pietoso, poi, proprio sui politici, i cui incidenti grammaticali, sommati alla crassa ignoranza, costituiscono il piatto forte di tanti servizi giornalistici simpaticamente confezionati da una brava inviata de “Le Iene”, di cui non ricordo il nome. Le distonie presenti nelle lettere aziendali sono più tollerabili: da una rivenditore di prodotti gastronomici vogliamo soprattutto “buoni prodotti” e senz’altro gli perdoniamo le sfasature grammaticali, sia scritte sia orali; le grandi aziende, però, dovrebbero preoccuparsi di salvaguardare anche la comunicazione, affidandola a persone “capaci” e purtroppo questo non sempre accade. Quel “Gentile Signore (o Gentile Cliente) con la presente siamo a dirivi…”, diffusissimo, se fosse contemplato come reato penale potrebbe essere punito con non meno di trenta anni di lavori forzati. Molto grave, invece, il riscontro di errori nei comparti comunicativi della Pubblica Amministrazione, specialmente se aggravato dal ridicolo “burocratese”, che a parole tutti vogliono sconfiggere e nei fatti è più resistente delle zanzare nelle zone lacustri.
E’ inutile farla lunga. Per scrivere e parlare bene non basta solo studiare la grammatica: occorre leggere molto, iniziando in tenera età. Oggi, poi, occorre prestare anche molta attenzione a cosa proporre ai bambini e agli adoloscenti per la loro formazione in quanto l’offerta di schifezze scritte con i piedi, nocive e diseducative, sovrasta la qualità. Per non parlare delle tendenze modaiole in campo (pseudo)letterario, che hanno consentito a insulsi scribacchini di caratterizzarsi come scrittori.
L’abbandono sistematico dei classici è nociva per la formazione di un individuo almeno quanto lo sia, per la sua salute, il continuo ricorso ai cibi spazzatura, ignominiosamente propinati da mamme indegne, che pur di restare lontane dai fornelli e di seguire i precetti di una sana alimentazione, ingozzano i loro pargoli con le schifezze prodotte dalle multinazionali senza scrupoli, trasformandoli in fagotti ambulanti che prima o poi pagheranno il fio di tanta scellerataggine.
A conclusione di questo articolo, pertanto, mi sia consentito di rendere omaggio a una Donna straordinaria, mia Madre, pubblicando la foto dei primi “quaranta” romanzi che hanno costituito la base della mia formazione adolescenziale, letti grazie ai suoi preziosi suggerimenti. (Nella foto sono raccolti nell’edizione curata dalla casa editrice SAIE e a mia volta acquistati come regalo di compleanno per mia sorella, quando ha compiuto sei anni).
Nella seconda foto, invece, vi è proprio la mia Mamma, in una stanza della casa avita, nella quale abito tuttora. Un tempo quella stanza fungeva da scuola elementare nelle ore mattutine e da “centro di lettura” nelle ore pomeridiane. Mamma vi venne prima come allieva e poi come maestra. Quando sposò mio Padre, anch’egli presente nella foto, poté recarsi al lavoro scendendo semplicemente una rampa di scale. Volle fortemente l’istituzione del centro di lettura, frequentato soprattutto dagli adulti con bassa scolarizzazione, ben consapevole di quanto fosse importante, per la formazione di una vera società civile, elevare lo spirito critico delle persone, propinando loro il meglio della letteratura universale. Oggi, invece, politici autorevoli, magari inopinatamente assurti alle più alte cariche istituzionali, suggeriscono ai giovani che vogliono impegnarsi in politica e ai parlamentari amici di non perdere tempo con la lettura dei classici e di dedicarsi esclusivamente alla visione della fiction statunitense “House of Cards”, che insegna a praticare l’attività politica nel modo migliore… per tutelare i propri interessi. O tempora, o mores.

Lino Lavorgna

Lino Lavorgna

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Gen
31


Disponibile, sul SECOLO D’TALIA, un articolo sul difficile equilibrio tra legge elettorale e rappresentanza politica.

Clicca qui per la raccolta completa degli articoli sul “SECOLO D’ITALIA”.

Gen
25

MALAITALIA


Disponibile, sul “SECOLO D’ITALIA”, l’articolo intitolato “ITALIA E ITALIANI: TUTTI I NODI VENGONO AL PETTINE”. (Cliccare sul titolo). Una disamina su vizi antichi, sempre attuali, come dimostrano le tragiche vicende di questi giorni. E’ semplicemente pazzesco leggere la dichiarazione della funzionaria prefettizia che non ha dato l’allarme, (cliccare qui per accedere all’articolo su “La Repubblica”) ma di cose pazzesche ne abbiamo sempre ascoltate e purtroppo continueremo ad ascoltarle.


Nella foto una scena del film “Dante’s Peak – La furia della montagna”, diretto da Roger Donaldson e magistralmente interpretato da Pierce Brosnan, nel quale gli imbecilli di turno causarono immani disastri, anche se solo nella finzione cinematografica. Purtroppo, però, proprio come ha detto la funzionaria “con la coscienza a posto”, la mamma degli imbecilli è sempre incinta e gli imbecilli di turno i disastri li causano anche nella realtà.

La raccolta dei miei articoli sul “Secolo d’Italia”.

Gen
13

HIO HOP

(Testo della canzone “Hip Hop Hooray” – Naughty by Nature)


Hip-Hop Hurràa, hoo heyyy hoooo. Hai disegnato un’immagine della mia mattina, ma non hai potuto fare il mio giorno, hey! Io sto spaccando e tu stai sbadigliando ma non hai mai guardato verso di me, hey! Ti sto leccando tesoro, in ogni singolo modo, hey! Il tuo flow straniero è divertente e una carta verde è in arrivo (la carta verde è una carta con cui un immigrato può diventare un residente permanente legale negli Stati Uniti). Questo non ha un cazzo a che vedere con lo shampoo, ma guarda la tua testa e le tue spalle fratello maggiore: sono marcate abbastanza da piegarti. Yo, te l’ho detto un assalto pauroso di quello che ho fatto, in più ho suonato un pezzo funky. Quindi attento alle tue cadute e i trucchi per quella musica e la scimmia morde. Grilletti (la parte esterna del meccanismo di scatto di una pistola) dalla Grilltown Illtown. Alcuni chiedono come ci si sente adesso. Com’è che funziona è che noi siamo veri e quindi siamo ancora in giro. Non luccichiamo con un fantasma di freestyle. Non stiamo cercando di sembrare belli. Ritira quello che stai pensando perchè sto improvvisando. Vivo e muoio per l’Hip Hop.Questo è l’Hip Hop per oggi, Io ammiro l’Hip Hop Quindi… Ne hai sentite molte su un fratello che guadagna più terreno. Lentamente arrivo alla resa dei conti con ogni piccola zoccola in giro, no! Voglio sapere a chi stai credendo hai motivi divertenti. Anche quando dormo tu pensi che stia imbrogliando. Hai detto che so che sei mister O.P.P (Riferimento alla canzone O.P.P.). Amico il tu-O PP (gioco di parole: pee -pee è un termine per dire pene) non mi vedrà neanche amico. Dovresti sapere che ci ero dentro quando non lo colpivo. E fai un passo verso il non considerarti il rappresentante Heck! Mi sono fatto la tua partner perché è calda come una fornaia, perché io sono ribelle per natura, non perché ti odio. Hai messo il tuo cuore in una parte di una parte che si espande da un’altra parte, anche se ti ho perdonato quando hai fatto faville. Cerchi di comportarti come se qualcosa di grosso mancasse, anche se il mio nome è graffiti scritto sul tuo gattino (qui Trech fa riferimento alla sua ragazza che ha il tatuaggio del suo nome sul petto). Amo le donne nere sempre e il non rispettarle non è la via.Iniziamo una famiglia.Hip Hop Hip Hip Hop Hip Hip Hop Hurrrà. Ci sono molti Hip Hoppers (è un termine per definire i b-boy e le b-girls, ossia i ballerini di break dance). Fattene una ragione: l’Hip Hop sta toccando il top oggi (L’Hip Hop era già un fenomeno di massa negli anni ’90). Lascia perdere quello che hai sentito. Perché non mi sto tirando fuori no hey. Non sto tranciando il raccolto, ma sta crescendo ogni giorno! Ecco un suono di fulmine dalle meraviglie trovate dal paese underground lungo la collina. Capisci come la Illtown trasforma sorrisi in espressioni crucciate. Scippando corone dai clown vengono scoperti colpi. Non mi conosci non girarmi attorno. Alcune volte quando strisciano su lì mangio. Il tuo stile è più vecchio di Lou Rawls! (Un cantante di musica soul, blues e jazz). Pace a questo e quello e agli altri. In questo modo ho salutato e non ho perso un amico. Gli stupidi diventano stupidi né loro né Parker Lewis (è un personaggio di una serie televisiva statunitense chiamata “Parker Lewis Can’t Lose”). Ci conoscevano. Potresti avere crew con l’erba, ma non puoi starci dietro. Alcuni gattini fanno le fusa e li chiamo anche signori. Cercando la sua crew ogni sfigato che non rispetta si becca un coprifuoco. Metto i miei progetti come stivali, cammino tra le truppe e lascio prove. Il mio risolvi-problemi si chiama Mook!
Faccio surf con la felpa col cappuccio. Pace a Jesette, Jobete, Jo-Jo, Genae e tutti i ragazzi del quartiere. Esatto, la mia lotta è malata. Pace anche a L.O.N.S. (è un acronimo che sta per Leaders of the New School: un gruppo hip-hop in cui militava il rapper Busta Rhymes). E Quest, (abbrieviazione del gruppo A Tribe Called Quest) Nice & Smooth & Cypress Hill. Io vivo e muoio per l’Hip Hop. Questo è l’Hip Hop per oggi; io ammiro l’Hip Hop quindi… calmati adesso!

*****

Cari giovani,
era da tempo che volevo scrivervi una lettera aperta per parlarvi di musica. Lo stimolo sopraggiunge ogni volta che, alla radio, mi capita di ascoltare del rumore spacciato per musica e dei grugniti elevati al rango di canto. Ho sempre derogato, però, per due semplici ragioni: mi sembrava inopportuno per i tanti problemi seri che vi angustiano, non ultimo il dover subire le vessazioni di una classe politica che vi fa ribrezzo; i confronti generazionali, soprattutto in tema di gusto musicale, molto difficilmente possono essere costruttivi. Io sono vecchio, oramai, ma solo fino a poco tempo fa, per meri motivi professionali, con voi ho condiviso tanto tempo, dialogando molto e studiandovi ancor più. Più di altri vecchi, pertanto, sono in grado di penetrare nel vostro universo, cogliendone tutte le sfumature. Proprio in virtù di questo “vantaggio”, dopo aver casualmente ascoltato il brano dei Naughty by Nature, mi sono deciso a scrivervi. Sia ben chiaro: il testo è solo uno dei mille e mille esempi che potrei citare e quindi, please, al bando ogni dietrologia. Tra l’altro ho scoperto che il brano non è proprio recente.
Prima di parlarvi di musica, però, devo riportarvi molto indietro nel tempo: addirittura di ventiquattro secoli, ossia nel periodo in cui viveva Platone.
Avete mai sentito parlare del mito della caverna? Lo so: la filosofia attecchisce poco oggigiorno ed è un vero peccato: nei classici vi sono molte risposte a tanti interrogativi attualissimi! Torniamo alla caverna. In essa vivevano delle persone imprigionate sin dalla nascita, legate in modo che potessero guardare solo il muro davanti a loro. Alle spalle ardeva perennemente un fuoco e all’esterno della caverna, tra l’ingresso e la strada, leggermente rialzata, era stato eretto un muretto. Sulla strada transitavano delle persone con vari oggetti tra le mani o sulla testa. I malcapitati vedevano solo le ombre della parte superiore del corpo dei passanti, riflesse sul muro; udendo delle voci, avevano la sensazione che fossero le ombre a parlare. Supponiamo che uno di loro fosse stato liberato: al cospetto della realtà si sarebbe trovato in grave disagio. Intanto la luce gli avrebbe procurato un forte fastidio; avrebbe visto anche le gambe e i piedi delle persone e tutto ciò gli sarebbe apparso meno reale delle ombre cui era abituato. Solo lentamente avrebbe potuto prendere consapevolezza delle sostanziali differenze. A questo punto, magari, avrebbe desiderato convincere i suoi compagni a uscire dalla caverna, scoprendo la difficoltà dell’impresa. Perché? Perché quando uno si abitua a qualcosa (foss’anche a passare la vita incatenato) non è facile accettare il cambiamento. L’insistenza avrebbe potuto addirittura generare un conflitto.
Cari giovani, per certi versi voi oggi vivete in una sorta di caverna, all’interno della quale vi sono solo alcune cose ed è tra esse che dovete scegliere quelle che vi piacciono. Il riferimento riguarda ogni ambito, ma qui ci soffermiamo solo su quello musicale. E’ perfettamente normale che mille persone, ascoltando cento brani, possano considerare gradevole quello sovrascritto e tributargli un buon voto su una scala da uno a dieci. Se anche lo valutassero al di sotto del cinque, però, non cambierebbe proprio nulla: il vero problema è la quantità dell’offerta all’interno della quale viene effettuata la valutazione. Cosa accadrebbe se, invece di cento brani, ne ascoltaste diecimila? Possono accadere le stesse cose sottintese da Platone. Il rifiuto immediato di tutto ciò cui non siete abituati o la loro accettazione, dopo averne compreso la valenza.
Sfatiamo un mito: non è vero, come si suole dire, che “non è bello ciò che è bello ma è bello ciò che piace”. Esistono cose belle e cose brutte. Se milioni di persone trovano godimento nel vedere film insulsi, intrisi di volgarità e battute pacchiane, mentre fanno fiasco al botteghino autentici capolavori che presuppongono un livello culturale più elevato per una soddisfacente percezione, non è che il film insulso si trasforma in capolavoro e viceversa, ma si evidenzia solo il profondo gap culturale cha caratterizza un dato paese.
Sul testo della canzone non voglio nemmeno fare commenti. Con animo sereno, invece, pur nella consapevolezza di quanto sia rischioso proporre a dei giovani che sono naturalmente orientati a guardare avanti, di fermarsi un po’ e guardare anche quello che vi è stato ieri, vi invito ad allargare i vostri orizzonti. E non solo in campo musicale. Oggi si ha la tendenza a considerare vetusto tutto troppo in fretta e si perde di vista che il meglio di se stesso, l’uomo, già l’ha dato. Forse un giorno farà ancora di meglio ma, che vi piaccia o no, non è questo il tempo. Diffidate di chi vi dice di rinunciare ai classici della letteratura e della filosofia: vuole solo manipolare le vostre coscienze. E sappiate che dietro la musica insulsa che ascoltate si muovono interessi colossali, che consentono a pochi di guadagnare miliardi, confezionando prodotti che diventano validi per ogni latitudine, sfruttando la vostra rabbia e le vostre frustrazioni. Non mancano le cose belle, in ogni campo, anche oggi. Esse, però, non trovano facile diffusione e tocca a voi scoprirle, sforzandovi di trasformarvi da pecore guidate da pastori cattivi in “bravi cacciatori di cose buone”. Mi fermo qui e mi concedo un caffè, predisponendomi all’ascolto di due brani e di un LP (preferisco ancora il vinile): “Eloise”, “Ne me quitte pas”, “The Wall”. Sono stati la colonna sonora della mia gioventù. A voi tanti auguri.

Naughty By Nature Hip Hop Hooray

ELOISE – BARRY RAYAN

NE ME QUITTE PAS – JAQUES BREL

THE WALL – PINK FLOYD (Versione filmica)

Gen
11


Disponibile, sul SECOLO D’TALIA, un articolo sulla fucilazione dei gerarchi che avevano votato l’ordine del giorno presentato da Dino Grandi, causando il crollo del regime fascista.
Di seguito il link: 11 GENNAIO 1944: CALA IL SIPARIO SUL DRAMMA DEL 25 LUGLIO

IL PROCESSO DI VERONA – FILM DI CARLO LIZZANI (1962)

LA FUCILAZIONE DEI CONDANNATI – (Le uniche immagini disponibili)

Clicca qui per la raccolta completa degli articoli sul “SECOLO D’ITALIA”.