Galvanor da Camelot (Lino Lavorgna)
Ho teso corde da campanile a campanile, ghirlande da finestra a finestra, catene d'oro da stella a stella, e danzo. www.lavorgna.it

Dic
18


Disponibile on line il nuovo numero di “CONFINI” il cui tema del mese è dedicato al “FONDAMENTALISMO”.

Il mio contributo (pagina 60) è dedicato alla Battaglia di Montelungo, in occasione del 75° anniversario.

Di seguito il link per la visione dei numeri arretrati: CONFINI: NUMERI ARRETRATI

VERSIONE PDF DEL MAGAZINE, SCARICABILE.

Annunci
Dic
04


E’ un grande privilegio, per ogni essere umano, percorrere i sentieri della vita senza doversi confrontare con gli orrori di una guerra. Se ciò è possibile per milioni di italiani, lo si deve anche a chi si sacrificò affinché altri vivessero. Per i giovani di oggi tante cose accadute ieri sono incomprensibili: in pochi anni si è stravolta la percezione dell’essere, alterando princìpi e valori che hanno accompagnato il cammino dell’uomo per millenni. “Insegnare la Storia”, andando oltre la mera esposizione di fatti e dati statistici, è un dovere morale sia per ricordare gli eroi di un tempo passato sia per inculcare un valido antidoto contro la degenerazione umana, fonte primaria di ogni guerra.


Cliccare due volte sulla foto per vederla ingrandita

TERRA BRUCIATA – IL TRAILER

Nov
30


IL RICORDO DELL’EROICA BATTAGLIA CHE SANCÍ LA NASCITA DEL NUOVO ESERCITO ITALIANO DOPO L’ARMISTIZIO DEL 1943


Dal 7 al 16 dicembre 1943, in un’Italia devastata e confusa, il rinnovato esercito italiano ebbe a Montelungo il suo battesimo del fuoco. Agli ordini del Generale Vincenzo Dapino un pugno di rari nantes in gurgite vasto riscattarono l’onore della Patria costringendo ad ignominiosa ritirata truppe tedesche superiori per numero ed armamenti. Settantanove soldati immolarono la loro vita nell’eroica battaglia, affinché altri potessero continuare a combattere per riconquistare l’onore perduto. Vivono in eterno nei nostri cuori come fulgido esempio di quella italianità che ha saputo farsi apprezzare in ogni contesto, militare e civile, come giustamente riconosciuto dal comandante della V Armata americana, che non esitò a congratularsi con l’omologo italiano, inviandogli il seguente telegramma: “Desidero congratularmi con gli ufficiali e i soldati del vostro comando per il successo riportato nel loro attacco di ieri su Monte Lungo su quota 343. Questa azione dimostra la determinazione dei soldati italiani a liberare il loro paese dalla dominazione tedesca, determinazione che può ben servire come esempio ai popoli oppressori d’Europa”. (Mark Wayne Clark)
Nei giorni 1 e 2 dicembre 2018 è stao organizzato un importante evento, con molteplici iniziative, per celebrare il 75° anniversario della battaglia.


Cliccare sulle foto per vederle ingrandite

I RAGAZZI DEL LI BERSAGLIERI

MONTELUNGO: CRONACA DI UNA BATTAGLIA

LA BATTAGLIA DI MONTELUNGO NEL RACCONTO DEL CAPORALE MARZOLLO YO

LA BATTAGLIA DI NONTELUNGO. I BERSAGLIERI DELLA GUERRA DI LIBERAZIONE – UGO FURLANI – GASPARI EDITORE

L’ALBA DELLA RISCOSSA. MONTE LUNGO 8-16 DICEMBRE 1943. – P. LUIGI VAILLARI – IBN EDITORE

ASSOCIAZIONE NAZIONALE BERSAGLIERI – PROVINCIA DI CASERTA

Nov
28

Guglielmo Zito in una foto del 1974. Alla Sua sinistra Nicola Raucci


Caro Guglielmo,
emettesti i primi vagiti quando già nell’aria echeggiavano i venti di una terribile guerra, la cui eco accompagnò gli anni della tua infanzia. Per le generazioni di fine anni trenta, anni quaranta e cinquanta del secolo scorso, se non si può parlare – perché quando lo si fa si commette sempre una grande sciocchezza – di destino segnato, era inevitabile trovarsi a saldare i conti con un passato ancora troppo recente affinché non condizionasse l’esistenza di ciascuno. In perfetta buona fede, pertanto, ognuno sceglieva la propria strada, convinto che fosse quella giusta. Non esistono strade giuste in assoluto, ovviamente, perché nulla è assoluto: esistono solo persone che decidono di vivere in modo degno e altre no, a prescindere dalle strade sulle quali muovono i loro passi. Tu, manco a dirlo, appartieni a quella sparuta categoria che è consacrata alla Storia con una espressione ben precisa: “Rari nantes in gurgite vasto”. Cavaliere dell’ideale in un mondo in dissoluzione, sempre dalla parte del Bene e contro ogni male, ovunque si annidasse, apparivi un gigante ai giovinetti che ascoltavano estasiati le tue lezioni, per i quali più che un semplice docente di matematica eri un vero maestro di vita.
Le nostre strade s’incrociarono nel novembre del 1972, quando, ammaliato e incantato dalla statura etica e morale di quel Grande Italiano che è stato Giorgio Almirante, decisi di mettere la mia giovinezza a sua disposizione, per contribuire a fare dell’Italia un Paese migliore. Ero solo un diciassettenne che sognava l’impossibile e tu già un affermato docente, che aveva avuto modo di decantare complesse realtà politiche e sociali, senza per altro che la maggiore esperienza scalfisse anche minimamente la tua idealità. Fu amore a prima vista perché ci trovammo subito in sintonia. Tra le tue peculiarità vi era quella di carpire l’essenza di una persona, senza mai commettere errori di valutazioni. Fu così anche quando puntasti sull’amico Michele, intravedendo in lui quello spessore culturale e quella statura umana indispensabili per dare un senso a una comunità che necessitava di guide solide. E poi insieme puntaste su di me, consentendomi di assurgere alla guida del Partito in città e di entrare in quel meraviglioso contesto rappresentato dalla Consulta Corporativa, suggellata da intellgenze troppo illuminate per affermarsi in un caleidoscopio umano che risentiva massicciamente di contaminazioni nostalgiche e, fatte le debite e purtroppo minoritarie eccezioni, era più propenso ad abbandonarsi alla retorica reboante che ai severi studi.
La tua idealità ha plasmato il tuo incedere lungo i sentieri della vita, illuminando anche il tuo “privato”, ancorato a quei presupposti che, semplicemente, si configurano nella sacralità della Famiglia, concepita nella sua essenza più nobile e tradizionale.
Anche quando la realtà, con la sua potenza devastante, fece crollare uno dietro l’altro i castelli di sabbia frutto della nostra illusione, non hai mai abiurato quei Princìpi e Valori, per i quali, da giovani, tutti noi eravamo pronti a rischiare la vita e la galera, come di fatto avvenne per tanti, falciati dall’odio feroce di una sciocca guerra e vessati da un potere che condizionava anche la Giustizia, inducendola a essere severa con i giusti e accondiscendente con le forze malvage che depredavano il Paese.
Ora che sei partito per il Grande Viaggio non è facile trovare le parole giuste per rendere onore alla tua vita integerrima e non mi sforzerò nemmeno di trovarle, anche perché chi ti ha conosciuto e amato non ha bisogno di parole. Mi limito, pertanto, a salutarti come piaceva a te, mentre la gola brucia e i ricordi affollano la mente. E’ stato davvero un grande onore, oltre che un grande privilegio, averti come Amico.

Nov
22


Disponibile on line il nuovo numero di CONFINI, il cui tema del mese è dedicato alla “VOGLIA DI RISCATTO”.

Due i miei contributi:
“VOGLIA DI RISCATTO” (Pag.4)
“IL PIAVE MORVORAVA” – PARTE DECIMA: DA CAPORETTO A VITTORIO VENETO (Pag. 31)

Di seguito il link per la visione dei numeri arretrati: CONFINI: NUMERI ARRETRATI

VERSIONE PDF DEL MAGAZINE, SCARICABILE.

Nov
04


“Comando Supremo, 4 novembre 1918, ore 12 – Bollettino di guerra n. 1268”
“La guerra contro l’Austria-Ungheria che, sotto l’alta guida di S.M. il Re, duce supremo, l’Esercito Italiano, inferiore per numero e per mezzi, iniziò il 24 maggio 1915 e con fede incrollabile e tenace valore condusse ininterrotta ed asprissima per 41 mesi, è vinta. La gigantesca battaglia ingaggiata il 24 dello scorso ottobre ed alla quale prendevano parte cinquantuno divisioni italiane, tre britanniche, due francesi, una cecoslovacca ed un reggimento americano, contro settantatré divisioni austroungariche, è finita. La fulminea e arditissima avanzata del XXIX Corpo d’Armata su Trento, sbarrando le vie della ritirata alle armate nemiche del Trentino, travolte ad occidente dalle truppe della VII armata e ad oriente da quelle della I, VI e IV, ha determinato ieri lo sfacelo totale della fronte avversaria. Dal Brenta al Torre l’irresistibile slancio della XII, della VIII, della X armata e delle divisioni di cavalleria, ricaccia sempre più indietro il nemico fuggente. Nella pianura, S.A.R. il Duca d’Aosta avanza rapidamente alla testa della sua invitta III armata, anelante di ritornare sulle posizioni da essa già vittoriosamente conquistate, che mai aveva perdute. L’Esercito Austro-Ungarico è annientato: esso ha subito perdite gravissime nell’accanita resistenza dei primi giorni e nell’inseguimento ha perduto quantità ingentissime di materiale di ogni sorta e pressoché per intero i suoi magazzini e i depositi. Ha lasciato finora nelle nostre mani circa trecentomila prigionieri con interi stati maggiori e non meno di cinquemila cannoni. I resti di quello che fu uno dei più potenti eserciti del mondo risalgono in disordine e senza speranza le valli che avevano discese con orgogliosa sicurezza”.
(Armando Diaz, comandante supremo del Regio Esercito)


L’Italia, geograficamente parlando, è la nazione che tutti conosciamo: uno stupendo stivale che dalle Alpi si dipana nel cuore del Mediterraneo, dando forma a scenari naturali d’incommensurabile bellezza. Gli italiani, invece, non sono mai stati “Popolo”, nel senso pieno della parola, avendo lasciato affiorare, nel corso dei secoli, più gli elementi di divisione che quelli di unione. Il retaggio di questa caratteristica viene da lontano e affonda le radici nella caduta dell’Impero romano, che lasciò campo aperto alle migrazioni di tanti popoli, attratti dalle migliori condizioni di vita praticabili nei nostri territori. Secolo dopo secolo, pertanto, in virtù delle varie dominazioni, si formarono molteplici tipologie umane, con caratteristiche antitetiche, in forma ridotta anche nei territori nei quali convivevano. Gli italiani di oggi, in massima parte, scaturiscono dal miscuglio genetico di queste tipologie, ben radicato nel DNA di ciascuno. E’ pur vero, tuttavia, che l’ambiente in cui si vive può incidere sensibilmente sul cosiddetto “retaggio ancestrale”, come sostenuto da Hobbes e Loke, che però vedono nella sola esperienza l’unico processo in grado di sviluppare e organizzare la mente umana, superando in tal modo la teoria innatista di Cartesio. La verità, come spesso accade, sta nel mezzo. Un soggetto che porti nel sangue il marcio di una discendenza adusa al male, se da bambino si trovasse a crescere in un ambiente sano, civile, culturalmente evoluto, molto probabilmente sarebbe “condizionato positivamente” e gli elementi genetici non riuscirebbero a emergere, ma non è detto che ciò debba accadere per forza. Di converso, un soggetto geneticamente orientato al bene, inserito in un contesto sociale degradato, molto più facilmente di quanto non accada nel primo esempio proposto sarà condizionato dall’ambiente in cui vive, perché il male è sempre più attraente del bene. Anche in questo caso, però, il dato non assume valore assoluto.
In buona sostanza, volendo sintetizzare le cause del perché non sia ancora possibile parlare, nel nostro Paese, di “italiano vero”, bisogna analizzare proprio il lascito genetico delle varie dominazioni, distinguendole, sia pure empiricamente e senza pretesa di generalizzazione, in positive e negative. Tale differenziazione serve anche a comprendere le sostanziali differenze tra Nord e Sud, che costituiscono ulteriore elemento divisorio. Nel Mezzogiorno d’Italia si pagano ancora oggi gli effetti nefasti di cinque colonialismi: quello Bizantino, che lo depredò di ogni possibile risorsa, non promosse alcuna attività, represse quelle floride già in essere e lasciò quel lascito genetico “levantino”, sulle cui caratteristiche è inutile soffermarsi perché già il termine le ingloba tutte; quello Angioino, non meno terribile del precedente; quello Aragonese e quello Spagnolo, che somma tutti gli elementi nefasti dei precedenti, amplificandoli (malcostume, malapolitica, gestione improvvida del potere, inefficienza, inettitudine, propensione truffaldina e criminale: in sintesi tutte quelle peculiarità che sono ancora ben radicate in larghi strati sociali del Sud); gli Arabi, dal canto loro, è pur vero che hanno lasciato tracce tangibili della loro presenza sotto il profilo culturale, scientifico e sociale, ma si esagera in tali riconoscimenti, specialmente quando si scrive, per esempio, che “tenevano molto alle buone maniere e il comportamento a tavola era ineccepibile: mangiavano a piccoli bocconi, masticavano bene, non mangiavano aglio e cipolla, non si leccavano le dita e non usavano gli stuzzicadenti. Il gentiluomo musulmano si lavava ogni giorno, si profumava con acqua di rose, si depilava le ascelle e si truccava gli occhi. Per la strada ogni tanto si fermava davanti ai numerosi portatori di specchi per controllare e accomodare la propria acconciatura. Si vestiva con eleganza e non indossava pantaloni rattoppati”. Non si capisce, infatti, perché siffatti gentiluomini si dedicassero “anche”, con immenso piacere, a continue scorribande nei territori occupati e in quelli limitrofi, per trucidare gli abitanti d’interi villaggi e rapire le donne che, dopo l’inevitabile stupro, erano costrette a soggiacere ai loro piaceri in compagnia delle altre concubine. Come ben sa chi mi onora della propria attenzione, se oggi posso scrivere queste righe lo devo all’abilità dei miei antenati che, nell’anno 864, riuscirono a scampare alla distruzione di Telesia, praticata dal feroce emiro di Bari Sawdan. Ostrogoti, Longobardi, Normanni, Svevi, viceversa, sono stati protagonisti di quello sviluppo economico e sociale, del quale fu beneficiario non solo il Mezzogiorno ma l’intero Paese. Il confronto tra buono e cattivo sangue, tuttavia, nel corso dei secoli ha visto via via affermarsi, in modo preponderante, i soggetti più biechi e negativi. Non è possibile, in questo contesto, riassumere quindici secoli di storia patria e dopo tutto non è necessario. Basta solo ricordare che, dopo la Prima Guerra Mondiale, sorvolando sull’epopea fascista, meritevole di un discorso a parte, abbiamo visto la progressiva disgregazione del Paese grazie alle azioni dissennate di una classe politica famelica, criminale e inetta. Per settantatré anni, di fatto, il Paese è stato di nuovo terra di conquista, ma questa volta da parte di “soggetti interni”, che l’hanno ridotto nello stato in cui oggi si ritrova. La parte sana del Paese non è mai riuscita a entrare in partita, eccezion fatta per la sfera individuale, che ha visto tanti talentuosi italiani affermarsi in ogni ambito. Si è dovuto aspettare l’istrionismo di un comico – e anche questo è un paradosso tutto italiano – affinché una consistente fetta di popolo si svegliasse dal torpore e tirasse un sonoro ceffone al potere malato, del quale aveva però sostenuto le malefatte per troppo tempo, a volte per pigrizia mentale e più spesso per colpevole complicità.
Non è ancora finita, ovviamente, e occorrerà molto tempo affinché si possa registrare davvero quel radicale cambiamento teso a proiettare il Paese verso presupposti eticamente più accettabili, capaci di infondere, in tutti coloro che per decenni si sono vergognati di sentirsi italiani, l’orgoglio e la fierezza per le proprie radici. Solo quando questo percorso sarà realmente compiuto, è bene ricordarlo a cento anni dalla fine della Grande Guerra, si potrà portare un fiore sulle tombe dei caduti e onorarne degnamente la memoria, con un delicato sorriso, sussurrando loro: “Non siete morti invano”. E solo allora, respirando a pieni polmoni, magari abbagliati dalla bellezza di qualche stupendo paesaggio, sarà possibile socchiudere gli occhi e volare con la mente indietro nel tempo, per poi compiacersi pienamente dei passi in avanti compiuti. Accadrà mai? Come ho scritto più volte, una generosa illusione e sempre preferibile a una negazione preconcetta ed io voglio credere che accadrà, perché, al di là di tutte le storie brutte che abbiamo dovuto subire, di una realtà contingente ancora confusa e fragile, non si deve mai perdere la speranza che le cose possano cambiare davvero, ricordando a tutti e, soprattutto a noi stessi, che la vita è troppo breve per chiunque affinché ci si possa permettere il lusso di NON essere italiani. “EXSURGE, ITALIA”.


Bollettino della vittoria”

“Rivista “CONFINI” – Dal Nr. 60 pubblicato a puntate il mio saggio: “IL PIAVE MORVORAVA”.


Cliccare sulla foto per vederla ingrandita. (Gino Severini, Treno blinadato in azione (1915), New York, Collezione R.S. Zeisler)


Lino lavorgna ed Europa Nazione sostengono le iniziative promosse dalla varie associazioni culturali e dal comitato “Noi stiamo con Pasquale Trabucco” per il ripristino del 4 novembre come festa nazionale”.

Ott
28


I miei quattro lettori sanno bene che, sin dalla comparsa dell’euro, pur avendo ribadito con chiarezza quanto vado ripetendo da mezzo secolo, ossia l’errore commesso anteponendo l’unione economica dell’Europa a quella politica, e quanto sarebbe stata rischiosa, per alcuni paesi, una moneta unica che accorpa economie nazionali disallineate e non omogenee, non mi sono mai sognato – ma proprio mai – di esprimere concetti favorevoli al ripristino della lira o, addirittura, allo sganciamento dall’Unione Europea.
Non l’ho mai fatto in ossequio a un semplice proposito, che scaturisce dagli insegnamenti ricevuti dal mio primo Maestro di vita, Lorenzo Lavorgna, mio Padre: “Non combattere mai battaglie perse in partenza; non solo è inutile, ma ti farebbero perdere credibilità e ti indebolirebbero per quelle che puoi vincere”. In effetti, dal 2000 in poi, era tempo perso cercare di aprire la mente su certi argomenti, perché lo strapotere dei “mercanti” padroni del mondo avrebbe conferito a ogni tentativo di ribaltare il pensiero dominante una caratura tipicamente donchisciottesca. Ora, però, mi sono rotto davvero le scatole nel sentire, quotidianamente, i cialtroni prezzolati che sparano balle a profusione, in parte per ignoranza e in parte perché asserviti ai padroni che mettono loro le parole in bocca per disorientare l’opinione pubblica.
E allora, caro Papà, siccome i tempi sono cambiati e in tanti incominciano a domandarsi se non abbiano creduto alla befana per troppi anni, sperimentando sulla loro pelle le balle dei cialtroni, perdonami se mi discosto dal tuo monito. Non si tratta di tradire un tuo insegnamento, ma solo di prendere consapevolezza che è giunta l’ora di fare chiarezza: non è detto che la battaglia sia persa in partenza.


Sarebbe davvero un dramma per l’Italia ritornare alla lira?
Assolutamente no. Chi dice il contrario o mente sapendo di mentire o è uno che ripete a pappagallo concetti altrui, senza capire ciò di cui parla. I “mercati” (famigerati elementi di cui tuti parlano sbagliando la terminologia, perché si conferisce a un sostantivo che indica dei luoghi un dignità “umana”; i termini appropriati sarebbero “mercanti” e “speculatori” nella migliore delle ipotesi, ancorché sempre fissata su una scala negativa, o “criminali operatori della materia finanziaria”, che per quanto mi riguarda considero la definizione più pertinente) non hanno cuore e, in ogni circostanza, si autoregolano. Gli sbandamenti, come quelli registrati attualmente con lo spread ballerino, sono generati ad hoc per delegittimare governi “non allineati”. I “mercanti” proprio non possono sopportare un’Italia che alzi la testa e si permetta di essere guidata da uomini che pensino al bene comune e non al bene delle “cosche di potere”, di cui le banche costituiscono lo strumento primario per i loro giochi sporchi.


Sarebbe davvero un dramma per l’Italia uscire dall’Unione Europea?
Assolutamente no. Vivreste con una persona che vi tradisse continuamente, che vi rubasse i soldi per spenderli con altre persone? Questa Europa, in mano a burocrati e mercanti, si comporta alla stessa stregua: è una puttana cattivissima che non merita alcun rispetto. Andrebbe abolita e, nell’attesa, non sarebbe male prenderne le distanze. Per i ciarlatani che vi spaventano con previsioni catastrofiche vale quanto detto sopra: o sono mentitori o ignoranti.
Chi scrive si è votato sin da giovinetto alla causa europea e, come spesso ribadito un po’ dappertutto, ha avuto l’onore di scrivere il primo articolo da “europeista” a soli 22 anni, in una rivista caratterizzata da un corpo redazionale che faceva tremare i polsi per storia personale di ciascuno, titoli accademici, docenze in prestigiose università e, per i più anziani, pregressi ruoli di potere in ogni ambito politico, economico e sociale: la “Rivista di Studi Corporativi”. Il direttore era Gaetano Rasi, figura austera e carismatica, che mi accolse con amore e spirito paterno nell’Istituto, insegnandomi tante cose che mi sono servite, nel corso della vita, per discernere il grano dal loglio. Insegnamenti non meno importanti mi vennero anche dal co-fondatore dell’Istituto, Ernesto Massi, che all’inizio non mi vedeva di buon occhio: era molto più severo di Gaetano Rasi, si era temprato in guerra sul fronte russo, nel 1939 aveva fondato la rivista “Geopolitica” con il pieno sostegno del ministro Bottai, frequentava personaggi di elevata cultura avendo in grande disprezzo mediocri e faccendieri e si chiedeva chi fosse quel giovinetto imberbe che, tra tante teste coronate, la più giovane delle quali aveva più di 40 anni (lui era nato nel 1909 e quindi quando lo vidi per la prima volta ne aveva già 62), si permetteva di parlare di Stati Uniti d’Europa a uomini che portavano addosso le ferite di una feroce guerra combattuta tra europei, gli uni contro gli altri armati. Poi imparò a conoscermi e mi sorrise anche lui, pur considerandomi sempre un visionario che sognava una cosa impossibile.
Da visionario continuo a combattere la mia battaglia per una Europa veramente unita. Ma da ora in poi non farò più sconti a nessuno. E’ ora di finirla con le manipolazioni manichee dell’opinione pubblica. La strada verso gli Stati Uniti d’Europa, infatti, richiede necessariamente l’abbattimento di tutte le barriere costruite, decennio dopo decennio, dai mercanti, ossia dai “criminali operatori della materia finanziaria”, che hanno alterato anche il rapporto tra i fattori primari dell’Economia (Terra, Lavoro, Capitale) a vantaggio di un’economia fasulla e irreale, che gravita nell’ambito della speculazione finanziaria. Manovratori occulti (ma non tanto), capaci di gestire interi governi affinché si mantengano condizioni ideali di dominio sui popoli, che non devono mai alzare la testa o raggiungere livelli di libertà tali da consentire un reale affrancamento. Ecco perché l’attuale governo italiano fa paura ai poteri forti e viene combattuto con ogni mezzo possibile, a cominciare dal disorientamento dell’opinione pubblica. Una sana informazione, pertanto, costituisce il principale antidoto. Poi, una volta che i fatti renderanno ben evincibile l’inganno, sarà tutto più facile. Ma al “poi” occorre arrivarci e non è impresa facile.


Cliccare sulla foto per vederla ingrandita

Ott
20


Disponibile on line il nuovo numero di CONFINI, il cui tema del mese è LA RESA DEI CONTI“.

Due i miei contributi:
“I SENTIERI DEL CINABRO” (Pag.18)
“IL PIAVE MORVORAVA” – PARTE NONA: L’inizio della fine (Pag. 31)

Di seguito il link per la visione dei numeri arretrati: CONFINI: NUMERI ARRETRATI

VERSIONE PDF DEL MAGAZINE, SCARICABILE.


I SENTIERI DEL CINABRO
Ho riflettuto non poco sul taglio da conferire al tema del mese. La mente suggerisce cose che mi rifiuto di accettare; dare ascolto esclusivamente al cuore, per un’analisi così delicata, costituirebbe un’ingenuità perdonabile a un liceale, non certo a un vecchio cavaliere errante. Parlare dei personaggi, poi – sia di quelli cui si guarda con simpatia, sia di coloro che si lesserebbero a fuoco lento – in un contesto come questo, dopo aver camminato al fianco di qualcuno che si chiama Ernst Jünger, per tacer degli altri, davvero non ha senso. Non se ne esce, pertanto, seguendo un percorso razionale, perché siamo ben lontani dalla resa dei conti, non è detto che si realizzi, almeno in tempi brevi e, quandanche così non fosse, non è detto che si realizzi secondo i propositi sani di chi vorrebbe chiudere un ciclo negativo e aprirne uno positivo. E’ tutto in fermento. E’ tutto in itinere, in un modo così confuso, approssimativo, labile, friabile, da lasciare aperta ogni prospettiva.
Per segnare in modo tangibile “questo tempo”, pertanto, non resta che uscire dai soliti sentieri, nei quali si combatte l’eterna lotta tra bene e male, e incunearsi in quelli percorsi da coloro che non hanno bisogno di “combattere”, incarnando l’essenza stessa del bene e del male, come non mai facce contrapposte e conniventi di un’unica medaglia. I sentieri del cinabro sono percorsi dagli immortali, che vengono da lontano e sono destinati ad andare ancora più lontano, sorretti da un elemento prezioso, una sorta di pietra filosofale dalla quale non si separano mai e che spiana loro la via, quando ciò si renda necessario. Non vi sono misteri per chi percorre quei sentieri, essendo adusi a cavalcare il tempo in ogni dimensione: all’indietro, per vedere ciò che è successo; in avanti, per vedere cosa accadrà. O accadrebbe, perché nel divenire nulla è definito e ciò che si vede in un viaggio può variare, anche di molto, in quello successivo. Resta immutabile, ovviamente, “ciò che è stato e che non può cambiare”: elementi più che sufficienti, per chi percorra quei sentieri, a trarre delle conclusioni su qualsivoglia fenomenologia sociale ed esprimere un “verdetto”. Perché ridursi a questo, tuttavia? A cosa servirebbe? A spegnere ogni speranza? A sancire certezze passibili di smentite? Tutte cose labili, e quindi inutili. Cosa è preferibile tra una negazione – sempre preconcetta – e una generosa illusione? Ciò che aiuta a vivere meglio: la generosa illusione. Culliamola, allora, questa generosa illusione, e da essa lasciamoci cullare. Tutto può accadere: anche vedere i sogni trasformarsi in realtà. Tutto dipende da noi e dalla nostra capacità di camminare su un filo sospeso a mezz’aria, sorridendo, senza cadere. Il percorso del funambolo è un altro elemento simbolico che si associa alla pietra filosofale capace di cicatrizzare la materia, di trasformarla, di plasmarla secondo la “visione”, quasi sempre onirica, di “visionari”, a loro volta capaci di cambiare il mondo. Il simbolo, quindi, diventa il rifugio ineluttabile, in un momento di grandi tensioni, per dominare gli eventi e, magari, stabilire cosa debba prevalere. Nell’eterna lotta tra bene e male, infatti – e qui ritorniamo su sentieri terreni – il male ha sempre trionfato negli “scontri diretti”, come insegna la storia. Ha soccombuto, invece, quando è stato disorientato dal simbolo, quale che fosse la sua natura. Il male, quello “vero”, quello perpetrato con piena volontà di coscienza, può solo muoversi in una dimensione razionale e nulla può contro la forza del simbolo, come ben spiega Bachofen: “Il simbolo desta un presagio, mentre la lingua può solo spiegare. Il simbolo fa vibrare le corde dello spirito tutte insieme, mentre la mente è costretta a darsi a un singolo pensiero per volta. Il simbolo spinge le sue radici fino alle più segrete profondità dell’anima, mentre la lingua giunge a sfiorare, come un lieve alito di vento, la superficie dell’intelletto: quello è orientato verso l’interno, questa verso l’esterno. Solo al simbolo riesce di raccogliere nella sintesi di una impressione unitaria gli elementi più diversi. Le parole fanno finito l’infinito, i simboli conducono invece lo spirito di là delle frontiere del mondo finito e diveniente, verso il mondo infinito e reale”.
Mondo infinito, quindi, ma anche “reale”. Se davvero vogliamo che qualcosa cambi; se davvero vogliamo giungere a un redde rationem soddisfacente, come quello che vide protagonisti simbolici gli Hobbit e gli Elfi di Tolkien, i Cavalieri di Re Artù, e protagonisti “reali” coloro che, senza alcun bisogno di nominarli, rappresentano per ciascuno di noi un elemento simbolico di grande valenza, avendo sacrificato la loro vita per il bene comune, scegliamo i nostri simboli e incarniamoci in loro: la forza che si acquisirà sarà straordinaria e l’insieme di queste forze sarà travolgente. Che la forza sia con noi.

Set
21


Disponibile on line il nuovo numero di CONFINI, il cui tema del mese è dedicato al BEL SUOL D’AMORE“.

Due i miei contributi:
“QUEL MAL D’AFRICA EREDITATO DA MIO PADRE” (Pag.14)
“IL PIAVE MORVORAVA” – PARTE OTTAVA: I nodi al pettine e le amare verità (Pag. 34)

Di seguito il link per la visione dei numeri arretrati: CONFINI: NUMERI ARRETRATI

VERSIONE PDF DEL MAGAZINE, SCARICABILE.


Il tema del mese mi ha offerto la possibilità di ricordare un uomo i cui insegnamenti sono stati preziosi per comprendere le complesse fenomenologie della realtà libica: Lorenzo Lavorgna, mio Padre.
Ripropongo anche qui l’articolo pubblicato in “CONFINI”, aggiunegendo le foto di preziosi documenti da lui ricevuti.


PREMESSA
Caserta, primavera 1971.
Papà Lorenzo nota che sulla mia scrivania vi sono molti libri, riviste, giornali, due volumi delle enciclopedie “UTET” e “MOTTA” aperti alla voce Libia e tre volumi “dell’Enciclopedia del Ragazzo Italiano” (Edizioni Labor, 1943, ereditata dalla biblioteca materna, come la “Motta”) ancora chiusi.
“Che stai studiando?”
“Lunedì dobbiamo portare una ricerca sulla Libia e sulle recenti espulsioni degli italiani”.
“Ah, capisco. Ma penso che questo materiale non ti basti. Mi sa che dobbiamo fare un salto a casa (si riferiva alla casa avita, in provincia di Benevento) dove ho qualcosa che potrebbe esserti utile. E poi ti racconto io un po’ di storie”.
La casa avita dista una quarantina di chilometri da Caserta e così, in men che non si dica, ci mettemmo in auto. Ivi giunti aprì un vecchio baule e tirò fuori cimeli di cui ignoravo l’esistenza, tra i quali: un volume degli annali dell’Africa italiana, alcuni numeri della rivista “Africa italiana” e alcuni fascicoli dell’opera “Le cento città d’Italia illustrate”, una delle quali dedicata a Tripoli e Bengàsi.
Papà parlava spesso della sua esperienza bellica in Libia e i suoi racconti, cesellati da una voce calda e incantevole, facevano sognare. Il mal d’Africa, nel linguaggio comune, indica una sensazione di nostalgia che pervade coloro che l’abbiano visitata e poi avvertano il desiderio, forte e irrefrenabile, di tornarci. L’asserzione è corretta ma insufficiente a definire il concetto nella sua essenza più completa: anche oggi si può cadere preda del “mal d’Africa”, nonostante le tristi vicende degli ultimi anni abbiano stravolto, massicciamente, quella serena dimensione dell’essere riscontrabile nei viaggiatori ed esploratori del XIX e XX secolo, tipo Karen Blixen, Ryszard Kapuściński, John Reader, James Augustus Grant, Ugo Ferrandi, per intenderci. Il mal d’Africa contratto dai soldati italiani nelle varie guerre coloniali e dai tanti ex coloni, che in Africa restarono anche dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, è tutta un’altra cosa perché trascende il semplice desiderio di ritornare a vedere un paese “straniero” del quale si fosse rimasti incantati. Per quelle persone, infatti, l’Africa non era un paese straniero.
Altri, in questo numero, parleranno dei problemi contingenti legati alle vicende attuali. Io vi parlerò della “mia Africa”, quella che porto nel cuore “per contagio”, grazie ai racconti di un Grande Uomo: Lorenzo Lavorgna, mio Padre. Il mio pensiero in merito alle attuali vicende, ancorché fuori da ogni contesto realizzabile (e per questa ragione non espresso) è la diretta conseguenza di quel “contagio”. So bene, altresì, che chiunque lo avesse subito in forma analoga, non potrebbe che pensare la stessa cosa.


C’ERA UNA VOLTA L’AFRICA ITALIANA
La Tripoli che accolse mio padre era molto diversa dalla vecchia Tarabulos e dall’antica Pea e, naturalmente, era molto diversa dalla convulsa metropoli odierna, accreditata di circa 1.300.000 abitanti, ai quali ne vanno aggiunti almeno altri 6-700mila che sfuggono a ogni possibile censimento. Negli anni quaranta del secolo scorso la cittadina ne contava poco più di 70mila e appariva “modernissima” grazie alle radicali trasformazioni urbanistiche intercorse dal 1911 e all’imponente Via Balbia, realizzata nel 1937, che passa proprio per il suo centro e unisce la Tunisia all’Egitto coprendo una distanza di oltre 1800 chilometri. La città si stende tutta in piano, tra il mare e l’oasi, ricca di moderne costruzioni, fantasiosamente realizzate da ingegneri e architetti che si sono sbizzarriti ad applicare tutti gli stili, creando zone piacevoli e armoniose. Le strade principali partono dal porto e s’irradiano verso il centro della città; il Lungomare dei Bastioni sfocia verso il Castello, “severa e maestosa sede del Governo”, oltre il quale ha inizio il meraviglioso Lungomare Conte Volpi, modernissima arteria che trasporta di colpo la memoria alle migliori riviere liguri e napoletane e sulla quale si affacciano il Teatro Municipale Miramare, la sede della Banca d’Italia, quella dell’Ufficio Studi e Propaganda del Governatorato e il Grand Hotel, superba costruzione in stile moresco. Proseguendo, il lungomare sfocia in un largo dove sorgono gli edifici delle Società di Navigazione e delle Agenzie di viaggi, per poi riprendere la sua ampiezza naturale fino a Piazza IV Novembre. Nel mezzo, lo stupendo Albergo Excelsior. La più movimentata arteria cittadina è la bellissima Via Vittorio Emanuele, che taglia la città dal castello al nuovo palazzo del Governatore, ricca di negozi, ristoranti, locali alla moda come “Le Venete” e il “Caffè Mazzocca”. Con la tipica enfasi del regime, nella rivista consegnatami da papà è scritto che, dal porto, un’altra strada conduce a Piazza Maggiore Brighenti, ove sorge il fabbricato dei Monopoli, e al Tempio votivo ai Caduti “posto con felicissima scelta sopra un’altura al cospetto del mare dal quale giunsero gli Eroi che nel Sacello dormono il glorioso sonno”.
Papà mi mostra le foto della città, sulla rivista, fornendo per ciascuna di esse descrizioni e aneddoti; lo stesso fa con Bengàsi, dove tra l’altro ha trascorso più tempo rispetto a Tripoli: la stazione centrale con le tipiche arcate, il circolo coloniale, il Largo della Regina col Palazzo Prosdocimo, il Grand Hotel Italia, gli edifici pubblici, la Via dei Calzolai, la Via dei Tintori, la Via degli Avorai.
Le differenze sostanziali fra Tripolitania e Cirenaica sono ben descritte. Nella costituzione etnica della popolazione tripolitana, l’elemento berbero, ancorché numericamente minore rispetto agli arabi, ha l’assoluta prevalenza in quanto rafforzato da una consistente presenza dei Cologhli, ossia i discendenti dei giannizzeri ottomani e delle donne indigene, la cui origine risale al tempo degli stati barbareschi formatisi durante il XVI secolo in tutta l’Africa del Nord, beneficiari di particolari privilegi durante la dominazione ottomana. Elementi importanti della massa arabo-berbera sono gli sceriffi (discendenti del Profeta o presunti tali) e i Marabutti, discendenti di qualche santone. La minoranza israelita deriva da quella già stabilitasi in Africa al tempo delle persecuzioni di Antioco, ai quali si aggiungono quelli giunti dalla Spagna in conseguenza delle persecuzioni subite tra il XVI e il XVII secolo, che colpirono anche i “mori”. La lingua parlata in Tripolitania è un arabo corrotto, detto arabo-tripolino, mentre è abbastanza diffuso il berbero. Gli israeliti si esprimono nella loro lingua. Dal punto di vista religioso è comune tra gli abitanti la “Credenza Islamica” (sic); gli arabi propriamente detti seguono il rito malechita, i pochi turchi quello hanafita, i berberi l’abadita. La confraternita senussita ha molti aderenti. Circa ventimila i cattolici battezzati. In Cirenaica, invece, la popolazione si divide in cinque categorie “d’ineguale importanza” (sic): “negri” (sic), ebrei, berberi, arabo-berberi, arabi. I ne(g)ri sono i discendenti degli antichi schiavi portati sul mercato di Bengàsi dalle carovane negriere che razziavano i villaggi del centro dell’Africa fino a pochi lustri or sono. Costituiscono un ventesimo dell’intera popolazione e sono quasi tutti concentrati a Bengàsi. Gli ebrei, che alla pari di quanto avvenne in Tripolitania si stabilirono in Cirenaica sin dal tempo di Antioco Epifano, crebbero sensibilmente di numero durante l’impero di Augusto e riuscirono a dominare il territorio per molto tempo, costringendo i romani a dure repressioni per la riconquista. E’ scritto testualmente: “La razza ebraica presenta notevoli campioni di purezza avendo come ovunque evitato con gran cura gli incroci specialmente in linea maschile. Le donne sono generalmente piacenti e fra gli uomini stessi si nota un che di dignitoso nel portamento che non è frequente rilevare in altre contrade dell’Africa”.
L’elemento berbero, totalmente assorbito dagli arabi, a differenza di quello tripolino, ha perduto con la lingua anche ogni concetto della propria origine e per trovare “gli ultimi esemplari puri di questa razza” (sic) occorre recarsi nell’oasi di Augila (350 km a sud di Bengasi, in pieno deserto, ndr).
Le tribù più numerose che appartengono alle due grandi categorie dei Saàdi e dei Marabtin sono le seguenti: el-Abeidàt, el-Dòrsa, el Mogàrba, el-Auaghìr, el-Brahasa, el-Orfa, el-Abid. Come in Tripolitania, ogni tribù o gruppo etnico si divide in sotto-tribù o in “cabile” (raggruppamenti di popoli islamizzati; ndr) aventi ciascuno un nome proprio e costituenti un vero nucleo omogeneo. Questi gruppi si dividono in “Ailet”, riunioni di più famiglie che hanno origine da un ceppo comune, a loro volta suddivise in “Bet”, riunioni di individui legati da vincoli di stretta parentela.
La lingua parlata in Cirenaica differisce dal dialetto arabo utilizzato in Tripolitania e nelle città quasi tutti parlano italiano. Dal punto di vista religioso la maggioranza della popolazione segue il rito musulmano malechita ed è abbastanza consistente anche la componente senussita.


LA CONOSCENZA FONTE PRIMARIA DI SAPIENZA
Perché ho scritto queste cose? Perché non vi è problema attuale, a qualsiasi latitudine, che non affondi le radici in tempi lontani o addirittura remoti. Solo la perfetta, completa e reale conoscenza di tutti gli intrecci, dei grovigli, delle complesse realtà sociali dipanatesi nel corso dei secoli, ci consentono (o per meglio dire: ci consentirebbero) di avere un quadro sufficientemente chiaro per assumere le giuste decisioni sulle varie problematiche. La storia dell’umanità, invece, in particolare negli ultimi due secoli, non è altro che un susseguirsi di eventi scaturiti dalla profonda “ignoranza” di coloro che li hanno determinati. Oggi tutti parlano dei problemi dell’immigrazione dall’Africa e dal Medio-Oriente, per lo più a vanvera, senza avere un minimo di conoscenza di ciò che realmente accada da quelle parti, presumendo di sapere tutto grazie ai media. Magari i più attenti riescono anche a mettere in ordine i fatti, cosa di per sé già complicata, ma senza un’adeguata conoscenza del passato, non potranno mai inquadrarli nella loro giusta ottica. Al di là delle cose scritte e delle tante non scritte solo perché non è possibile per ragioni di spazio, il mio papà, che era un attento osservatore, me ne ha spiegate tante altre che mantengo riservate per tre semplici ragioni: non voglio che siano strumentalizzate; non voglio che siano messe in discussione; soprattutto non voglio che si possa dubitare che mi siano state effettivamente riferite.
Sono le deduzioni di un uomo straordinario, che sapeva cogliere le sfumature dei dettagli e sapeva capire la natura umana come pochi. E’ grazie a lui se ho imparato a non fidarmi delle apparenze. Ed è grazie a lui se, sull’Africa, ho idee così chiare da poter giungere a conclusioni difficilmente condivisibili in modo razionale. Sono ben riferibili, invece, le tante cose che mi ha fatto scoprire con dati di fatto tangibili, anche se è complesso riportarle nella loro interezza. Nel mastodontico testo “Gli annali dell’Africa Italiana”, per esempio, (595 pagine ricche di documenti e foto, edito nel 1940) vi è un articolo di Riccardo Astuto intitolato: “Soluzione del problema dell’Africa”. La sua lettura è illuminante e forse sarebbe il caso di pubblicare il testo, integralmente, in un prossimo numero di “CONFINI”. In un articolo di settantotto anni fa vi sono risposte a problemi attuali, perché ne vengono scandagliate le cause recondite.
Senza alcun merito e solo perché il caso ha voluto farmi nascere da due persone meravigliose che si chiamano Lorenzo Lavorgna e Giuseppina Federico, ho avuto modo di perfezionare un percorso di conoscenza che mi ha spalancato le porte su scenari nebulosi, ovviamente non solo afferenti all’argomento di cui parlo in questo articolo, dandomi la possibilità di navigare in essi senza perdermi.
Alla luce di questa conoscenza ho maturato il convincimento che tutto ciò che oggi si stia facendo per fronteggiare l’esodo dalle zone martoriate dell’Africa sia sbagliato. E’ sbagliato, però, anche pensare di poter risolvere il problema “aiutandoli a casa loro”, perché ciò è impossibile. E’ sbagliato, soprattutto, ciò che si pensi della Libia e ciò che si faccia con i suoi governanti, o peggio, con altri soggetti.
L’unica alternativa, pertanto, è quella che mi suggerì il mio Papà, tanti anni fa, quando dopo una bella lezione di storia discutemmo anche di Gheddafi che aveva cacciato gli italiani. In quella circostanza previde, con straordinaria lucidità analitica, tutto quello che sarebbe successo dopo, mentre le lacrime gli roteavano negli occhi, pensando alla “sua bella Libia”, finita nelle mani di un tiranno. Non chiedetemi cosa disse. Non è ancora giunto il momento per certe verità e una verità che giunga prima che il tempo sia pronto ad accoglierla si trasforma solo in un ballon d’essai, destinato nel tempo a perdersi, come le famose lacrime nella pioggia.





Cliccare sulle foto per vederle ingrandite

Ago
29


Stralcio di una conversazione intercorsa su Facebook con un’amica statunitense.


E’ intelligente, la mia amica statunitense, è si è resa subito conto di aver fatto una grossa gaffe. Ha chiesto scusa elegantemente e la vicenda è chiusa. Con lei. Resta aperta, però, con un intero popolo che, a onta della propria profonda ignoranza, continua a ritenersi il più intelligente di tutti. Un vizio che va combattuto a muso duro e senza indugio, cosa che faccio con metodica frequenza e che sento come dovere “patriottico”. Passi che ogni giorno tiri buffetti o sciabolate anche all’interno dei miei confini: posso farlo grazie al retaggio ancestrale, che affonda le radici nelle fredde pianure della Scania e si è temprato, generazione dopo generazione, negli Avi che hanno disceso il cuore dell’Europa verso le non meno fredde terre della Pannonia, per poi seguire Re Alboino nel 568 D.C.; lo lascio fare a chiunque altro in questi confini alberghi, anche quando non sono d’accordo con lui, ma guai a coloro che, al di là di Capo Fligely, Isla del Hierro, Byargtangar, Capo Flissingskij (e mi sono allargato per comodità con il primo e il quarto luogo, perché, per quanto mi riguarda, i confini sono molto più stretti), si permettano di mancare di rispetto anche al peggiore dei miei nemici. Vivaddio, EUROPA FIRST!
Non me ne vogliano, pertanto, le tante persone care, tra amici e parenti, che vivono in quel variegato melting pot che si configura come la più straordinaria miscela planetaria di contraddizioni: li amo con tutto il cuore, ma, come presagivo innanzi, la mia patria si chiama Europa e guai a chi la tocca. Soprattutto se a toccarla sono persone capaci di delegare il potere ad autentici babbei (che scatenano guerre un po’ per cretineria e un po’ per assecondare le lobby amiche, in particolare quelle che producono armi), salvo poi non perdonare loro qualche misera scappatella extraconiugale, perché il marcato puritanesimo (quacchero, mormone, confusamente cristiano, calvinista, luterano, avventista, dei santi dell’ultimo giorno e compagnia bella) non le tollera; è ben tollerato, invece, il secondo emendamento della costituzione, che garantisce a tutti il diritto di comprare armi micidiali come se fossero cioccolatini e magari, di tanto in tanto, divertirsi anche con il tiro al bersaglio su inermi cittadini, che purtroppo non hanno nemmeno il tempo di pentirsi per le scelte sbagliate in politica. L’ideologia americana è tutta nelle sue paradossali contraddizioni che, come ho scritto tante volte, traggono origine dagli scarti della vecchia Europa, essendo tutta l’America il rifiuto materiale dell’Europa. Tutto ciò che l’Europa non sopportava e tutti coloro che l’Europa non sopportavano, hanno trovato terreno fertile nel “Nuovo mondo”, realizzando il “melting pot” cui facevo cenno innanzi: puritani perseguitati dagli anglicani, cattolici perseguitati dai protestanti, protestanti perseguitati dai cattolici, ebrei vittime dei progrom, insofferenti con pulsioni anarchiche, visionari di ogni ordine e grado e per ultimi coloro che il vecchio continente abbandonarono loro malgrado e con sommo rammarico, per necessità vitali legate alla mera sopravvivenza.
E’ ben evidente, però, che questa storia, così narrata, non può essere serenamente accettata se non da pochi eletti: fare i conti con la propria storia (quando non è bella come la mia… embè, quanno ce vo, ce vo ) non è mai impresa facile. Da qui quel malsano “complesso di superiorità” che li porta a reiterare grossolani e ridicoli pateracchi, che superano anche i più stupidi e stantii luoghi comuni. I film, come dicevo nel commento dedicato alla mia amica, non fanno eccezione, anche se qualche volta – va detto per onestà intellettuale – ai ridicoli pateracchi sono stati costretti a farvi ricorso, pur non volendolo. (Ricordate “2012”, di Roland Emmerich? Regista, sceneggiatori e produttori si trovarono in un grande dilemma per la scena che vide riuniti a bordo dell’Arca tutti i capi di Stato del mondo, in un momento molto toccante. In Italia, all’epoca delle riprese, “regnava” Berlusconi e tutti ritennero che la sua eventuale presenza a bordo avrebbe “minato” il pathos della scena, essendo egli noto come macchiettista planetario. Si decise, pertanto, di escluderlo e di farlo morire a Roma, in piazza San Pietro, per sua scelta). I luoghi comuni sulla patria dei nonni e bisnonni costituiscono l’efficace e “innocuo” “psicofarmaco” che consente di combattere la debolezza della propria natura. Spesso non bastano, però, e allora occorrono psicofarmaci veri, dei quali si abusa, con inevitabili e devastanti effetti “rebound”. Chiude il cerchio l’abuso di cibo e il modo smodato di mangiare (e di bere) che sta trasformando gli USA nel paese più “pesante” al mondo, grazie alle decine di milioni di obesi (e di alcolisti).
Combattere la cialtronesca propensione a darsi le arie è un imperativo categorico, pertanto, e va da sé che il problema si risolverebbe in un colpo solo se davvero i popoli d’Europa si dessero una mossa e realizzassero gli agognati STATI UNITI D’EUROPA.
Sono stato troppo duro? In effetti questa è solo una minima parte di ciò che andrebbe detto. Ne riparliamo su “CONFINI”.

(Nella foto in alto: Totò vende la Fontana di Trevi a uno scemotto statunitense)


Cliccare sulle foto per vederle ingrandite.