Galvanor da Camelot (Lino Lavorgna)
Ho teso corde da campanile a campanile, ghirlande da finestra a finestra, catene d'oro da stella a stella, e danzo. www.lavorgna.it

Apr
18


Disponibile on line il nuovo numero di “CONFINI”, il cui tema del mese è dedicato alla “FAMIGLIA”


Due i miei contributi:
“FAMIGLIA E AMORE NON SONO SINONIMI” – Pagina 6
“LE PAROLE SONO IMPORTANTI – Pagina 28 (Disamina sull’utilizzo improprio dei termini “radical”, “chic”, “populismo”, “destra”.

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Mar
18


Disponibile on line il nuovo numero di “CONFINI”, il cui tema del mese è dedicato alla dicotomia “CRESCERE O DECRESCERE?”


Due i miei contributi:
“LE PAROLE INGANNEVOLI: CRESCITA E DECRESCITA” – Pagina 5
“MOBBING: URGE UNA BUONA LEGGE” – Pagina 26


Come sempre si suggerisce di leggere e fare proprio l’editoriale del direttore Angelo Romano, a pagina 2, la cui saggezza illumina i sentieri della vita e consente di mantenere la retta via.

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Feb
20


Disponibile on line il nuovo numero di “CONFINI”, il cui tema del mese è dedicato all’EUROPA.

Tre i miei contributi:
“EUROPA ALLA DERIVA?” Pagina 4
“FRANCE, MON AMOUR” Pagina 40
“ANGELA ROMANO: “L’INNOCENZA INFRANTA” Pagina 44

Da non perdere l’editoriale del direttore Angelo Romano, come sempre spietato melle sue lucide analisi, che non offrono mai alcuna possibilità di confutazione. (Pagina 2)

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Dic
18


Disponibile on line il nuovo numero di “CONFINI” il cui tema del mese è dedicato al “FONDAMENTALISMO”.

Il mio contributo (pagina 60) è dedicato alla Battaglia di Montelungo, in occasione del 75° anniversario.

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Dic
04


E’ un grande privilegio, per ogni essere umano, percorrere i sentieri della vita senza doversi confrontare con gli orrori di una guerra. Se ciò è possibile per milioni di italiani, lo si deve anche a chi si sacrificò affinché altri vivessero. Per i giovani di oggi tante cose accadute ieri sono incomprensibili: in pochi anni si è stravolta la percezione dell’essere, alterando princìpi e valori che hanno accompagnato il cammino dell’uomo per millenni. “Insegnare la Storia”, andando oltre la mera esposizione di fatti e dati statistici, è un dovere morale sia per ricordare gli eroi di un tempo passato sia per inculcare un valido antidoto contro la degenerazione umana, fonte primaria di ogni guerra.


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TERRA BRUCIATA – IL TRAILER

Nov
30


IL RICORDO DELL’EROICA BATTAGLIA CHE SANCÍ LA NASCITA DEL NUOVO ESERCITO ITALIANO DOPO L’ARMISTIZIO DEL 1943


Dal 7 al 16 dicembre 1943, in un’Italia devastata e confusa, il rinnovato esercito italiano ebbe a Montelungo il suo battesimo del fuoco. Agli ordini del Generale Vincenzo Dapino un pugno di rari nantes in gurgite vasto riscattarono l’onore della Patria costringendo ad ignominiosa ritirata truppe tedesche superiori per numero ed armamenti. Settantanove soldati immolarono la loro vita nell’eroica battaglia, affinché altri potessero continuare a combattere per riconquistare l’onore perduto. Vivono in eterno nei nostri cuori come fulgido esempio di quella italianità che ha saputo farsi apprezzare in ogni contesto, militare e civile, come giustamente riconosciuto dal comandante della V Armata americana, che non esitò a congratularsi con l’omologo italiano, inviandogli il seguente telegramma: “Desidero congratularmi con gli ufficiali e i soldati del vostro comando per il successo riportato nel loro attacco di ieri su Monte Lungo su quota 343. Questa azione dimostra la determinazione dei soldati italiani a liberare il loro paese dalla dominazione tedesca, determinazione che può ben servire come esempio ai popoli oppressori d’Europa”. (Mark Wayne Clark)
Nei giorni 1 e 2 dicembre 2018 è stao organizzato un importante evento, con molteplici iniziative, per celebrare il 75° anniversario della battaglia.


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I RAGAZZI DEL LI BERSAGLIERI

MONTELUNGO: CRONACA DI UNA BATTAGLIA

LA BATTAGLIA DI MONTELUNGO NEL RACCONTO DEL CAPORALE MARZOLLO YO

LA BATTAGLIA DI NONTELUNGO. I BERSAGLIERI DELLA GUERRA DI LIBERAZIONE – UGO FURLANI – GASPARI EDITORE

L’ALBA DELLA RISCOSSA. MONTE LUNGO 8-16 DICEMBRE 1943. – P. LUIGI VAILLARI – IBN EDITORE

ASSOCIAZIONE NAZIONALE BERSAGLIERI – PROVINCIA DI CASERTA

Nov
28

Guglielmo Zito in una foto del 1974. Alla Sua sinistra Nicola Raucci


Caro Guglielmo,
emettesti i primi vagiti quando già nell’aria echeggiavano i venti di una terribile guerra, la cui eco accompagnò gli anni della tua infanzia. Per le generazioni di fine anni trenta, anni quaranta e cinquanta del secolo scorso, se non si può parlare – perché quando lo si fa si commette sempre una grande sciocchezza – di destino segnato, era inevitabile trovarsi a saldare i conti con un passato ancora troppo recente affinché non condizionasse l’esistenza di ciascuno. In perfetta buona fede, pertanto, ognuno sceglieva la propria strada, convinto che fosse quella giusta. Non esistono strade giuste in assoluto, ovviamente, perché nulla è assoluto: esistono solo persone che decidono di vivere in modo degno e altre no, a prescindere dalle strade sulle quali muovono i loro passi. Tu, manco a dirlo, appartieni a quella sparuta categoria che è consacrata alla Storia con una espressione ben precisa: “Rari nantes in gurgite vasto”. Cavaliere dell’ideale in un mondo in dissoluzione, sempre dalla parte del Bene e contro ogni male, ovunque si annidasse, apparivi un gigante ai giovinetti che ascoltavano estasiati le tue lezioni, per i quali più che un semplice docente di matematica eri un vero maestro di vita.
Le nostre strade s’incrociarono nel novembre del 1972, quando, ammaliato e incantato dalla statura etica e morale di quel Grande Italiano che è stato Giorgio Almirante, decisi di mettere la mia giovinezza a sua disposizione, per contribuire a fare dell’Italia un Paese migliore. Ero solo un diciassettenne che sognava l’impossibile e tu già un affermato docente, che aveva avuto modo di decantare complesse realtà politiche e sociali, senza per altro che la maggiore esperienza scalfisse anche minimamente la tua idealità. Fu amore a prima vista perché ci trovammo subito in sintonia. Tra le tue peculiarità vi era quella di carpire l’essenza di una persona, senza mai commettere errori di valutazioni. Fu così anche quando puntasti sull’amico Michele, intravedendo in lui quello spessore culturale e quella statura umana indispensabili per dare un senso a una comunità che necessitava di guide solide. E poi insieme puntaste su di me, consentendomi di assurgere alla guida del Partito in città e di entrare in quel meraviglioso contesto rappresentato dalla Consulta Corporativa, suggellata da intellgenze troppo illuminate per affermarsi in un caleidoscopio umano che risentiva massicciamente di contaminazioni nostalgiche e, fatte le debite e purtroppo minoritarie eccezioni, era più propenso ad abbandonarsi alla retorica reboante che ai severi studi.
La tua idealità ha plasmato il tuo incedere lungo i sentieri della vita, illuminando anche il tuo “privato”, ancorato a quei presupposti che, semplicemente, si configurano nella sacralità della Famiglia, concepita nella sua essenza più nobile e tradizionale.
Anche quando la realtà, con la sua potenza devastante, fece crollare uno dietro l’altro i castelli di sabbia frutto della nostra illusione, non hai mai abiurato quei Princìpi e Valori, per i quali, da giovani, tutti noi eravamo pronti a rischiare la vita e la galera, come di fatto avvenne per tanti, falciati dall’odio feroce di una sciocca guerra e vessati da un potere che condizionava anche la Giustizia, inducendola a essere severa con i giusti e accondiscendente con le forze malvage che depredavano il Paese.
Ora che sei partito per il Grande Viaggio non è facile trovare le parole giuste per rendere onore alla tua vita integerrima e non mi sforzerò nemmeno di trovarle, anche perché chi ti ha conosciuto e amato non ha bisogno di parole. Mi limito, pertanto, a salutarti come piaceva a te, mentre la gola brucia e i ricordi affollano la mente. E’ stato davvero un grande onore, oltre che un grande privilegio, averti come Amico.

Nov
22


Disponibile on line il nuovo numero di CONFINI, il cui tema del mese è dedicato alla “VOGLIA DI RISCATTO”.

Due i miei contributi:
“VOGLIA DI RISCATTO” (Pag.4)
“IL PIAVE MORVORAVA” – PARTE DECIMA: DA CAPORETTO A VITTORIO VENETO (Pag. 31)

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Nov
04


“Comando Supremo, 4 novembre 1918, ore 12 – Bollettino di guerra n. 1268”
“La guerra contro l’Austria-Ungheria che, sotto l’alta guida di S.M. il Re, duce supremo, l’Esercito Italiano, inferiore per numero e per mezzi, iniziò il 24 maggio 1915 e con fede incrollabile e tenace valore condusse ininterrotta ed asprissima per 41 mesi, è vinta. La gigantesca battaglia ingaggiata il 24 dello scorso ottobre ed alla quale prendevano parte cinquantuno divisioni italiane, tre britanniche, due francesi, una cecoslovacca ed un reggimento americano, contro settantatré divisioni austroungariche, è finita. La fulminea e arditissima avanzata del XXIX Corpo d’Armata su Trento, sbarrando le vie della ritirata alle armate nemiche del Trentino, travolte ad occidente dalle truppe della VII armata e ad oriente da quelle della I, VI e IV, ha determinato ieri lo sfacelo totale della fronte avversaria. Dal Brenta al Torre l’irresistibile slancio della XII, della VIII, della X armata e delle divisioni di cavalleria, ricaccia sempre più indietro il nemico fuggente. Nella pianura, S.A.R. il Duca d’Aosta avanza rapidamente alla testa della sua invitta III armata, anelante di ritornare sulle posizioni da essa già vittoriosamente conquistate, che mai aveva perdute. L’Esercito Austro-Ungarico è annientato: esso ha subito perdite gravissime nell’accanita resistenza dei primi giorni e nell’inseguimento ha perduto quantità ingentissime di materiale di ogni sorta e pressoché per intero i suoi magazzini e i depositi. Ha lasciato finora nelle nostre mani circa trecentomila prigionieri con interi stati maggiori e non meno di cinquemila cannoni. I resti di quello che fu uno dei più potenti eserciti del mondo risalgono in disordine e senza speranza le valli che avevano discese con orgogliosa sicurezza”.
(Armando Diaz, comandante supremo del Regio Esercito)


L’Italia, geograficamente parlando, è la nazione che tutti conosciamo: uno stupendo stivale che dalle Alpi si dipana nel cuore del Mediterraneo, dando forma a scenari naturali d’incommensurabile bellezza. Gli italiani, invece, non sono mai stati “Popolo”, nel senso pieno della parola, avendo lasciato affiorare, nel corso dei secoli, più gli elementi di divisione che quelli di unione. Il retaggio di questa caratteristica viene da lontano e affonda le radici nella caduta dell’Impero romano, che lasciò campo aperto alle migrazioni di tanti popoli, attratti dalle migliori condizioni di vita praticabili nei nostri territori. Secolo dopo secolo, pertanto, in virtù delle varie dominazioni, si formarono molteplici tipologie umane, con caratteristiche antitetiche, in forma ridotta anche nei territori nei quali convivevano. Gli italiani di oggi, in massima parte, scaturiscono dal miscuglio genetico di queste tipologie, ben radicato nel DNA di ciascuno. E’ pur vero, tuttavia, che l’ambiente in cui si vive può incidere sensibilmente sul cosiddetto “retaggio ancestrale”, come sostenuto da Hobbes e Loke, che però vedono nella sola esperienza l’unico processo in grado di sviluppare e organizzare la mente umana, superando in tal modo la teoria innatista di Cartesio. La verità, come spesso accade, sta nel mezzo. Un soggetto che porti nel sangue il marcio di una discendenza adusa al male, se da bambino si trovasse a crescere in un ambiente sano, civile, culturalmente evoluto, molto probabilmente sarebbe “condizionato positivamente” e gli elementi genetici non riuscirebbero a emergere, ma non è detto che ciò debba accadere per forza. Di converso, un soggetto geneticamente orientato al bene, inserito in un contesto sociale degradato, molto più facilmente di quanto non accada nel primo esempio proposto sarà condizionato dall’ambiente in cui vive, perché il male è sempre più attraente del bene. Anche in questo caso, però, il dato non assume valore assoluto.
In buona sostanza, volendo sintetizzare le cause del perché non sia ancora possibile parlare, nel nostro Paese, di “italiano vero”, bisogna analizzare proprio il lascito genetico delle varie dominazioni, distinguendole, sia pure empiricamente e senza pretesa di generalizzazione, in positive e negative. Tale differenziazione serve anche a comprendere le sostanziali differenze tra Nord e Sud, che costituiscono ulteriore elemento divisorio. Nel Mezzogiorno d’Italia si pagano ancora oggi gli effetti nefasti di cinque colonialismi: quello Bizantino, che lo depredò di ogni possibile risorsa, non promosse alcuna attività, represse quelle floride già in essere e lasciò quel lascito genetico “levantino”, sulle cui caratteristiche è inutile soffermarsi perché già il termine le ingloba tutte; quello Angioino, non meno terribile del precedente; quello Aragonese e quello Spagnolo, che somma tutti gli elementi nefasti dei precedenti, amplificandoli (malcostume, malapolitica, gestione improvvida del potere, inefficienza, inettitudine, propensione truffaldina e criminale: in sintesi tutte quelle peculiarità che sono ancora ben radicate in larghi strati sociali del Sud); gli Arabi, dal canto loro, è pur vero che hanno lasciato tracce tangibili della loro presenza sotto il profilo culturale, scientifico e sociale, ma si esagera in tali riconoscimenti, specialmente quando si scrive, per esempio, che “tenevano molto alle buone maniere e il comportamento a tavola era ineccepibile: mangiavano a piccoli bocconi, masticavano bene, non mangiavano aglio e cipolla, non si leccavano le dita e non usavano gli stuzzicadenti. Il gentiluomo musulmano si lavava ogni giorno, si profumava con acqua di rose, si depilava le ascelle e si truccava gli occhi. Per la strada ogni tanto si fermava davanti ai numerosi portatori di specchi per controllare e accomodare la propria acconciatura. Si vestiva con eleganza e non indossava pantaloni rattoppati”. Non si capisce, infatti, perché siffatti gentiluomini si dedicassero “anche”, con immenso piacere, a continue scorribande nei territori occupati e in quelli limitrofi, per trucidare gli abitanti d’interi villaggi e rapire le donne che, dopo l’inevitabile stupro, erano costrette a soggiacere ai loro piaceri in compagnia delle altre concubine. Come ben sa chi mi onora della propria attenzione, se oggi posso scrivere queste righe lo devo all’abilità dei miei antenati che, nell’anno 864, riuscirono a scampare alla distruzione di Telesia, praticata dal feroce emiro di Bari Sawdan. Ostrogoti, Longobardi, Normanni, Svevi, viceversa, sono stati protagonisti di quello sviluppo economico e sociale, del quale fu beneficiario non solo il Mezzogiorno ma l’intero Paese. Il confronto tra buono e cattivo sangue, tuttavia, nel corso dei secoli ha visto via via affermarsi, in modo preponderante, i soggetti più biechi e negativi. Non è possibile, in questo contesto, riassumere quindici secoli di storia patria e dopo tutto non è necessario. Basta solo ricordare che, dopo la Prima Guerra Mondiale, sorvolando sull’epopea fascista, meritevole di un discorso a parte, abbiamo visto la progressiva disgregazione del Paese grazie alle azioni dissennate di una classe politica famelica, criminale e inetta. Per settantatré anni, di fatto, il Paese è stato di nuovo terra di conquista, ma questa volta da parte di “soggetti interni”, che l’hanno ridotto nello stato in cui oggi si ritrova. La parte sana del Paese non è mai riuscita a entrare in partita, eccezion fatta per la sfera individuale, che ha visto tanti talentuosi italiani affermarsi in ogni ambito. Si è dovuto aspettare l’istrionismo di un comico – e anche questo è un paradosso tutto italiano – affinché una consistente fetta di popolo si svegliasse dal torpore e tirasse un sonoro ceffone al potere malato, del quale aveva però sostenuto le malefatte per troppo tempo, a volte per pigrizia mentale e più spesso per colpevole complicità.
Non è ancora finita, ovviamente, e occorrerà molto tempo affinché si possa registrare davvero quel radicale cambiamento teso a proiettare il Paese verso presupposti eticamente più accettabili, capaci di infondere, in tutti coloro che per decenni si sono vergognati di sentirsi italiani, l’orgoglio e la fierezza per le proprie radici. Solo quando questo percorso sarà realmente compiuto, è bene ricordarlo a cento anni dalla fine della Grande Guerra, si potrà portare un fiore sulle tombe dei caduti e onorarne degnamente la memoria, con un delicato sorriso, sussurrando loro: “Non siete morti invano”. E solo allora, respirando a pieni polmoni, magari abbagliati dalla bellezza di qualche stupendo paesaggio, sarà possibile socchiudere gli occhi e volare con la mente indietro nel tempo, per poi compiacersi pienamente dei passi in avanti compiuti. Accadrà mai? Come ho scritto più volte, una generosa illusione e sempre preferibile a una negazione preconcetta ed io voglio credere che accadrà, perché, al di là di tutte le storie brutte che abbiamo dovuto subire, di una realtà contingente ancora confusa e fragile, non si deve mai perdere la speranza che le cose possano cambiare davvero, ricordando a tutti e, soprattutto a noi stessi, che la vita è troppo breve per chiunque affinché ci si possa permettere il lusso di NON essere italiani. “EXSURGE, ITALIA”.


Bollettino della vittoria”

“Rivista “CONFINI” – Dal Nr. 60 pubblicato a puntate il mio saggio: “IL PIAVE MORVORAVA”.


Cliccare sulla foto per vederla ingrandita. (Gino Severini, Treno blinadato in azione (1915), New York, Collezione R.S. Zeisler)


Lino lavorgna ed Europa Nazione sostengono le iniziative promosse dalla varie associazioni culturali e dal comitato “Noi stiamo con Pasquale Trabucco” per il ripristino del 4 novembre come festa nazionale”.

Ott
28


I miei quattro lettori sanno bene che, sin dalla comparsa dell’euro, pur avendo ribadito con chiarezza quanto vado ripetendo da mezzo secolo, ossia l’errore commesso anteponendo l’unione economica dell’Europa a quella politica, e quanto sarebbe stata rischiosa, per alcuni paesi, una moneta unica che accorpa economie nazionali disallineate e non omogenee, non mi sono mai sognato – ma proprio mai – di esprimere concetti favorevoli al ripristino della lira o, addirittura, allo sganciamento dall’Unione Europea.
Non l’ho mai fatto in ossequio a un semplice proposito, che scaturisce dagli insegnamenti ricevuti dal mio primo Maestro di vita, Lorenzo Lavorgna, mio Padre: “Non combattere mai battaglie perse in partenza; non solo è inutile, ma ti farebbero perdere credibilità e ti indebolirebbero per quelle che puoi vincere”. In effetti, dal 2000 in poi, era tempo perso cercare di aprire la mente su certi argomenti, perché lo strapotere dei “mercanti” padroni del mondo avrebbe conferito a ogni tentativo di ribaltare il pensiero dominante una caratura tipicamente donchisciottesca. Ora, però, mi sono rotto davvero le scatole nel sentire, quotidianamente, i cialtroni prezzolati che sparano balle a profusione, in parte per ignoranza e in parte perché asserviti ai padroni che mettono loro le parole in bocca per disorientare l’opinione pubblica.
E allora, caro Papà, siccome i tempi sono cambiati e in tanti incominciano a domandarsi se non abbiano creduto alla befana per troppi anni, sperimentando sulla loro pelle le balle dei cialtroni, perdonami se mi discosto dal tuo monito. Non si tratta di tradire un tuo insegnamento, ma solo di prendere consapevolezza che è giunta l’ora di fare chiarezza: non è detto che la battaglia sia persa in partenza.


Sarebbe davvero un dramma per l’Italia ritornare alla lira?
Assolutamente no. Chi dice il contrario o mente sapendo di mentire o è uno che ripete a pappagallo concetti altrui, senza capire ciò di cui parla. I “mercati” (famigerati elementi di cui tuti parlano sbagliando la terminologia, perché si conferisce a un sostantivo che indica dei luoghi un dignità “umana”; i termini appropriati sarebbero “mercanti” e “speculatori” nella migliore delle ipotesi, ancorché sempre fissata su una scala negativa, o “criminali operatori della materia finanziaria”, che per quanto mi riguarda considero la definizione più pertinente) non hanno cuore e, in ogni circostanza, si autoregolano. Gli sbandamenti, come quelli registrati attualmente con lo spread ballerino, sono generati ad hoc per delegittimare governi “non allineati”. I “mercanti” proprio non possono sopportare un’Italia che alzi la testa e si permetta di essere guidata da uomini che pensino al bene comune e non al bene delle “cosche di potere”, di cui le banche costituiscono lo strumento primario per i loro giochi sporchi.


Sarebbe davvero un dramma per l’Italia uscire dall’Unione Europea?
Assolutamente no. Vivreste con una persona che vi tradisse continuamente, che vi rubasse i soldi per spenderli con altre persone? Questa Europa, in mano a burocrati e mercanti, si comporta alla stessa stregua: è una puttana cattivissima che non merita alcun rispetto. Andrebbe abolita e, nell’attesa, non sarebbe male prenderne le distanze. Per i ciarlatani che vi spaventano con previsioni catastrofiche vale quanto detto sopra: o sono mentitori o ignoranti.
Chi scrive si è votato sin da giovinetto alla causa europea e, come spesso ribadito un po’ dappertutto, ha avuto l’onore di scrivere il primo articolo da “europeista” a soli 22 anni, in una rivista caratterizzata da un corpo redazionale che faceva tremare i polsi per storia personale di ciascuno, titoli accademici, docenze in prestigiose università e, per i più anziani, pregressi ruoli di potere in ogni ambito politico, economico e sociale: la “Rivista di Studi Corporativi”. Il direttore era Gaetano Rasi, figura austera e carismatica, che mi accolse con amore e spirito paterno nell’Istituto, insegnandomi tante cose che mi sono servite, nel corso della vita, per discernere il grano dal loglio. Insegnamenti non meno importanti mi vennero anche dal co-fondatore dell’Istituto, Ernesto Massi, che all’inizio non mi vedeva di buon occhio: era molto più severo di Gaetano Rasi, si era temprato in guerra sul fronte russo, nel 1939 aveva fondato la rivista “Geopolitica” con il pieno sostegno del ministro Bottai, frequentava personaggi di elevata cultura avendo in grande disprezzo mediocri e faccendieri e si chiedeva chi fosse quel giovinetto imberbe che, tra tante teste coronate, la più giovane delle quali aveva più di 40 anni (lui era nato nel 1909 e quindi quando lo vidi per la prima volta ne aveva già 62), si permetteva di parlare di Stati Uniti d’Europa a uomini che portavano addosso le ferite di una feroce guerra combattuta tra europei, gli uni contro gli altri armati. Poi imparò a conoscermi e mi sorrise anche lui, pur considerandomi sempre un visionario che sognava una cosa impossibile.
Da visionario continuo a combattere la mia battaglia per una Europa veramente unita. Ma da ora in poi non farò più sconti a nessuno. E’ ora di finirla con le manipolazioni manichee dell’opinione pubblica. La strada verso gli Stati Uniti d’Europa, infatti, richiede necessariamente l’abbattimento di tutte le barriere costruite, decennio dopo decennio, dai mercanti, ossia dai “criminali operatori della materia finanziaria”, che hanno alterato anche il rapporto tra i fattori primari dell’Economia (Terra, Lavoro, Capitale) a vantaggio di un’economia fasulla e irreale, che gravita nell’ambito della speculazione finanziaria. Manovratori occulti (ma non tanto), capaci di gestire interi governi affinché si mantengano condizioni ideali di dominio sui popoli, che non devono mai alzare la testa o raggiungere livelli di libertà tali da consentire un reale affrancamento. Ecco perché l’attuale governo italiano fa paura ai poteri forti e viene combattuto con ogni mezzo possibile, a cominciare dal disorientamento dell’opinione pubblica. Una sana informazione, pertanto, costituisce il principale antidoto. Poi, una volta che i fatti renderanno ben evincibile l’inganno, sarà tutto più facile. Ma al “poi” occorre arrivarci e non è impresa facile.


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