Galvanor da Camelot (Lino Lavorgna)
Ho teso corde da campanile a campanile, ghirlande da finestra a finestra, catene d'oro da stella a stella, e danzo. www.lavorgna.it

Set
26


BUON COMPLEANNO, MAESTRO
MARTIN HEIDEGGER


Il linguaggio è la casa dell’essere e nella sua dimora abita l’uomo.
L’esserci, l’essere umano, compreso nella sua estrema possibilità d’essere, è il tempo stesso, e non è nel tempo.
Siamo troppo in ritardo per gli dei, troppo in anticipo per comprendere l’Essere.


Oggi tutti parlano della “crisi economica” che attanaglia il Pianeta, commettendo un madornale errore di natura concettuale e lessicale. Non può esistere una “crisi economica”: l’economia è solo un mezzo proteso a organizzare le risorse al fine di soddisfare i bisogni degli individui. Parlare di crisi “economica”, pertanto, equivale ad addossare alle scope la presenza della spazzatura nelle strade. Utilizziamo bene “le scope” (concepite nella loro accezione più ampia) e sparirà la spazzatura; utilizziamo bene lo strumento “economia”, ossia “organizziamo” nel migliore dei modi possibili le risorse, e spariranno i “problemi economici”. La crisi, di fatto, figlia di una metastasi dell’economia che si chiama “finanza”, altro non incarna se non l’incapacità dell’uomo a “essere” ciò che il “tempo” in cui vive richiede. Una crisi dei valori che non trova corrispondenza nella storia dell’umanità e, anche in virtù di ciò, inevitabile. Lo straordinario progresso scientifico registrato dalla metà degli anni cinquanta del secolo scorso ai giorni nostri ha lasciato indietro la maggioranza degli esseri umani. La dicotomia si è aggravata grazie alla vertiginosa e progressiva accelerazione nell’ultimo trentennio, che ha reso il problema ancora più grave perché, travolgendo tutto, ha distrutto anche l’unica arma che poteva fungere come serio antidoto alla deriva verso l’abisso: la cultura.
Oggi il mondo è popolato da una maggioranza di zombi che s’illudono di vivere “il loro presente”, senza rendersi conto di essere solo la proiezione di qualcosa che già “non è più”. E’ passata; surclassata dal fluire di eventi che li ha uccisi nonostante stessero ancora respirando e che quindi non capiranno mai. Sono pochi gli immuni da questa penosa condizione che, per certi versi, ricorda i periodi di “transizione” tra le varie epoche storiche, nei quali brillavano coloro che, più e meglio di altri, riuscivano a comprendere “l’essenza del proprio tempo”. I nomi li conosciamo tutti e, generalmente, prima ancora che nei libri di storia, li troviamo nei testi di filosofia. In assenza di un “pensiero”, infatti, non vi potrà mai essere “un’azione”. Non vi sarebbero mai stati Robespierre, Danton e Marat senza Montesquieu, Voltaire e Rousseau. Sì, certo, il fallimento della società post-illuminista è sotto gli occhi di tutti, ma proprio perché “fallimentare” ha potuto reperire nel suo seno i germi (e che germi!) per una rinascita che è ancora incompiuta, ma possibile. Quella di prima, naturalmente, non era neppure il caso di definirla una “società”.
Abbiamo abiurato la cultura come antidoto a ogni male. Milioni di individui recitano una triste parte in quel simulacro del sapere rappresentato dalle università, dove si fabbricano marionette da manovrare, utili solo ai capitani di ventura che determinano i destini di tutta l’umanità: pochi e ben nascosti nelle loro dorate stanze, in alti grattacieli. La scienza viene asservita al male e così abbiamo “scienziati” capaci di asserire che le centrali nucleari non sono nocive e che il tal farmaco è buono per sconfiggere il tal male. Ovviamente il tutto dietro lauti compensi. Parlando con giovani psicologi sono rimasto colpito dal loro percorso accademico, che presentava strane analogie, tutte protese a incanalare la disciplina verso sentieri che è un eufemismo definire “lacunosi e devianti”. Ho acquistato un testo di “Storia della psicologia”, molto gettonato. Si può immaginare la sorpresa quando ho visto lo spazio dedicato a Carl Gustav Jung: tre righi.
Abiurare la cultura vuol dire privarsi delle menti “pensanti” e senza “pensatori” non vi può essere che la deriva verso il baratro. Non è certo per caso che l’attuale premier sconsigli la lettura dei classici della filosofia e del pensiero politico e inviti i suoi sodali ad affidarsi esclusivamente alle “lezioni” di “House of Cards”.
Oggi ricorre il compleanno di Martin Heidegger, nato “solo” 127 anni fa in un piccolo paesino del Baden-Württemberg e autore di un testo che insegna a “vivere nel mondo”; anzi, a “essere nel mondo”.
Questo testo non lo legge più nessuno e i pochi che lo fanno, magari, già sono corazzati contro ogni distonia sociale e hanno ben poco da imparare.
Ritorniamo al pensiero. Riscopriamo la filosofia. Gettiamo le fondamenta di un mondo nuovo partendo da un presupposto molto semplice: tutto ciò che di buono serva per vivere al meglio e in buona armonia con il prossimo è già stato scritto. Quando va bene, nel nostro tempo, si scrivono baggianate senza costrutto. Nella maggioranza dei casi, invece, autentiche mistificazioni concepite ad arte per annebbiare la mente.
Riscopriamo la filosofia perché è solo grazie ad essa che potranno nascere nuovi “uomini di azione” degni di questo nome, capaci di cambiare la storia.
Leggetelo attentamente “Essere e Tempo”, cari giovani. Scoprirete che è un’opera incompiuta: manca la seconda parte, poco importante, e la terza, che invece lo è molto, perché sarebbe stata dedicata al problema del senso dell’essere, cosa non possibile quando fu concepito il testo, perché non esisteva un “linguaggio” capace di tradurre il pensiero dell’autore, che decise di parlare con “il silenzio”. Oggi il linguaggio per spiegare ogni cosa esiste, ma il lassismo dei più fa sì che esso sia utilizzato male, variando il senso delle cose e quindi “alterando la verità”. Il linguaggio rapportato alla vera natura dell’essere, invece, proprio come ci ha insegnato Heidegger, può fare la differenza. Cari giovani, fatevi un favore: scrivetela voi quella terza parte. Sarete i primi beneficiari delle azioni che da essa scaturiranno.

ESSERE E TEMPO

SEIN UND ZEIT

Set
21


DISPONIBILE ON LINE IL NUOVO NUMERO MONOTEMATICO DI CONFINI, DEDICATO AL FUTURISMO.

CONFINI


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Dal prossimo mese di ottobre il magazine riprende la sua veste tradizionale, con il tema del mese e le varie rubriche.
Il tema del mese s’intitola: “Voglia di Partito”.
Nelle rubriche si darà spazio alle elezioni presidenziali negli USA e a una corretta definizione dei confini europei, che presentano ancora aspetti controversi di carattere politico, culturale e geografico.

Ago
29

Rotary Club Valle Telesina

Il Presidente Lucio Altieri


Sarà anche vero che le frasi lasciano il tempo che trovano, se non sono seguite da fatti concreti, ed è altrettanto vero che la storia dell’uomo è lastricata di frasi roboanti rilasciate da coloro sistematicamente adusi a violarne i contenuti, con cinica iprocrisia. Sono troppo vecchio e navigato, quindi, per lasciarmi incantare dalle apparenze e so bene che in ogni buona famiglia vi possono essere pecore zoppe. Tutto ciò premesso, devo dire che quando mi è stato rivelato il motto del Rotary – “Servire al di sopra di ogni interesse personale” – un sussulto, anche forte, l’ho avuto. Dopo tutto è il motto della mia vita, da sempre, onorato pagando un prezzo altissimo, senza rimpianti. Non mi è costata alcuna fatica, quindi, accettare l’invito dell’amico Lucio Altieri, Presidente del Rotary Club Valle Telesina, e mettere la mia esperienza a disposizione dell’Associazione Internazionale, che vanta 111 anni di storia. Sabato sera, 27 agosto, si è tenuta la conviviale all’interno delle Terme di Telese e mi è stato consegnato il famoso spillino, che caratterizza nei cinque continenti i membri del Club. Il mio compito è quello di sempre, espletato in tutti i contesti nei quali ho operato: suggerire idee per eventi importanti e organizzarli nel migliore dei modi possibili. Almeno si spera.
Ho ringraziato il Presidente e il suo Staff, dopo aver affidato alla giovanissima figlia della brillante Segretaria Monica fotocamera e videocamera, al fine di catturare i momenti salienti della serata.
Il diavolo vi ha messo lo zampino, però: l’audio ha fatto le bizze in molte fasi, rendendo anche impercettibile buona parte del mio intervento.
Lo trascrivo di seguito, solo perché anche la serata di sabato, come quella non meno importante del “Premio Internazionale Sublimitas”, l’ho dedicata ai miei Genitori e poterlo scrivere ovunque mi riempie il cuore di gioia.

*****


Buona sera a tutti. Grazie presidente, grazie a voi. Sono veramente felice e onorato di essere qui, questa sera, perché è come se una parabola abbia raggiunto un punto apicale dopo una vita vissuta da cavaliere errante. Il mio cognome è Lavorgna, l’anagramma di Lavorgna è Galvanor, che rimanda ai cavalieri della tavola rotonda e io ne ho approfittato per creare la metafora del cavaliere errante del tempo moderno, che tra l’altro è anche un personaggio di un mio romanzo. Galvanor da Camelot ha vissuto tanti anni fuori, come il ramingo del nord di tolkeniana memoria e adesso è ritornato nella sua terra natia. Sono nato a San Lorenzello, in una casa, e in quella casa attualmente vivo. Per me, quindi, poter continuare questa seconda fase della vita, quella che noi che abbiamo superato gli … anta, chiamiamo seconda giovinezza, con una partecipazione in una struttura così importante, è veramente un motivo di grande orgoglio e di grande onore, soprattutto per il privilegio di potermi confrontare con persone di altissimo profilo professionale, culturale e qualitativo. Ringrazio Monica per una sintesi che mi ha gratificato oltre i miei meriti, perché parto dal presupposto che l’uomo non solo sia la misura delle cose che ha fatto, ma anche di quelle che non ha fatto per scelte particolari. Senza scendere in dettagli che potrebbero apparire noiosi, cesello la mia vita come un tributo a un sentimento che si chiama: “Amore”. Tutta la mia vita è stata condizionata da scelte fatte per amore. Amore non soltanto nei confronti di persone, ma di idee, di realtà, di scelte e anche di rinunce. Per amore ho rinunciato a tante cose, ritenendo che le scelte che scaturivano da queste rinunce fossero più importanti delle attività, ancorché gratificanti, che avrei potuto fare, “rinunciando alla rinuncia”. E’ questa una cosa che mi porto dentro e mi consente una piccola fierezza, senza per altro che mi lasci appagato, perché da vecchio attore ricordo un motto del Faust: “Se mai dovessi cadere appagato sul letto del riposo, sia quello il tuo ultimo giorno”. Occorre combattere sempre, quindi, con tutte le forze, affinché si possa dare qualche cosa di più anche quando le forze dovessero venire meno. E’ veramente una grande gioia essere qui, questa sera, e mi sia consentito di citare anche un fatto di natura occasionale, che mi ha toccato il cuore e mi ha anche provocato un pizzico di emozione, perché, caro Lucio, devi sapere che con quel signore (Enrico Petrella) non ci vediamo da oltre venti anni. Ci siamo conosciuti nel lontano 1993, abbiamo condiviso delle importanti e significative esperienze e poi abbiamo intrapreso strade diverse; ma è tanta la stima. Ho avuto modo di conoscerlo nel suo ambito professionale, in una grande struttura di marketing avanzato che operava anche in altri contesti. Ma pensa te… sono trascorsi cinquanta anni… cinquanta anni Fiorina…vorrei che le faceste un applauso, mia compagna di scuola, brillante professoressa di matematica. Potete immaginare cosa significhi vedere una persona dopo cinquanta anni. Con Enrico è vero che non ci vediamo da tanto tempo, però, essendo lui anche un brillante politico, sui giornali qualche cosa si legge. Con Fiorina, invece, ho provato davvero una profonda emozione, perché non ci vediamo dal lontano 1966. E sarà un piacere adesso, attraverso questa esperienza, condividere del tempo, rievocando il periodo scolastico, pregno di ricordi toccanti.
[…] Devo dire una cosa che mi è sfuggita prima, tu hai come ospite la cara sorella Annalisa… (Interviene il Presidente)
Annalisa è la luce dei miei occhi; viviamo insieme e la mia vita sarebbe niente senza mia sorella. Riempie le mie giornate ed è un prezioso consigliere perché è una donna di grande valenza intellettuale, pervasa anche da quel pragmatismo che a me manca. Sono un vecchio sognatore, un cavaliere della tavola rotonda, come Enrico ben sa. Egli sotto il profilo del pragmatismo assomiglia a mia sorella, e mi ripeteva spesso questo aspetto del mio essere: “Guarda che in questa famiglia, nella quale stiamo insieme, le persone come te non sono le più adatte perché qui i sognatori non sono ben visti”. Mi ha dato questo consiglio, ne ho preso atto… e me ne sono andato, perché mi sono reso conto che aveva ragione lui…
Non posso ancora smettere di parlare perché lì c’è una bandiera; c’è la bandiera italiana; c’è la bandiera del Rotary, ma c’è anche un’altra bandiera, che io porto nel cuore da sempre, essendo il leader di un movimento europeista che si chiama Europa Nazione. Sostengo da sempre che la mia Patria si chiama Europa e quindi, pregando Federica di seguirmi con la videocamera, da vecchio simbolista, vado a baciare la bandiera europea, rendendo omaggio alla mia Patria che, in questa serata particolare, raggiunge un livello simbolico molto alto. E poi, a conclusione del mio intervento, mi sia consentito di rivolgere un pensiero a due persone straordinarie, che saluto e alle quali dedico questa serata: sono i miei Genitori, che prima mi hanno donato la vita e poi mi hanno insegnato a viverla nel rispetto dei Valori più nobili e sacri.

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Annalisa e Lino Lavorgna

Lino con Fiorina Ferri


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Ago
14

HUNGER STRIKE


Oggi, a Belfast, si terrà una marcia per commemorare le vittime della tirannide, che immolarono la loro vita nel 1981, con lo sciopero della fame nel carcere di Long Kesh, inseguendo un sogno di Libertà.
Bobby Sands (IRA): di Belfast. Morto il 5 maggio 1981 dopo 66 giorni di digiuno.
Francis Hughes (IRA): di Bellaghy, contea di Derry. Morto il 12 maggio 1981 dopo 59 giorni di digiuno.
Raymond McCreesh (IRA): di Camlough, contea di Armagh. Morto il 21 maggio 1981 dopo 61 giorni di digiuno.
Patsy O’Hara (INLA): di Derry. Morto il 21 maggio 1981 dopo 61 giorni di digiuno.
Joe McDonnell (IRA): di Belfast. Morto l’8 luglio 1981 dopo 61 giorni di digiuno.
Martin Hurson (IRA): di Cappagh, contea di Tyrone. Morto il 13 luglio 1981 dopo 46 giorni di digiuno.
Kevin Lynch (INLA): di Dungiven, contea di Derry. Morto il 1º agosto 1981 dopo 71 giorni di digiuno.
Kieran Doherty (IRA): di Belfast. Morto il 2 agosto 1981 dopo 73 giorni di digiuno.
Thomas McElwee (IRA): di Bellaghy, contea di Derry. Morto l’ 8 agosto 1981 dopo 62 giorni di digiuno.
Mickey Devine (INLA): di Derry. Morto il 20 agosto 1981 dopo 60 giorni di digiuno.
Insieme con loro si ricordano anche i due Eroi dell’IRA deceduti nel 1974 e 1976, sempre dopo uno sciopero della fame:
Michael Gaughan, di Ballina. Morto il 3 giugno 1974 nel carcere di Parkhurst, Isola di Wight, dopo 65 giorni di digiuno.
Frank Stagg, di Hollymount. Morto il 12 febbraio 1976, dopo 62 giorni di digiuno.


Alle ore 15:00 odierne (14:00 local time), un corteo, capeggiato dal mitico Leader del Sinn Féin, Gerry Adams, attraverserà le strade di Belfast, ripercorrendo i luoghi di mille battaglie.
2863 chilometri mi separano “materialmente” da Belfast, ma è davvero poca cosa questa distanza, perché con tutto il mio cuore sono già lì, oggi, ad abbracciare i tanti reduci dell’Irish Republican Army, ultimi esempi viventi di uomini che, purtroppo, in Europa, stanno diventando merce rara: gli Eroi capaci di levarsi in armi in un mare di triboli, per, combattendo, disperderli.

CON IL CUORE A BELFAST

Bobby Sands

Lino e Gerry


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Ago
10

LORENZO LAVORGNA


Caro Papà,
oggi manchi di più e pesa, pesa molto, quella sedia vuota a capo tavola. Manchi di più perché è proprio nel giorno di San Lorenzo che affiorava tutta la tua straordinaria, meravigliosa, profonda essenza, pregna di quel retaggio ancestrale che trasmettevi con la semplicità che si addice agli uomini della tua tempra.
Era davvero un rito arcaico quello che si celebrava ogni dieci di agosto, da tempo immemore, con la famiglia raccolta intorno a un tavolo a renderti omaggio, ascoltando i mille aneddoti della tua vita, che il tempo, la maturità e gli studi hanno trasformato via via in spaccati di storia. Ci hai fatto comprendere i misteri e le controverse vicende del periodo bellico più di quanto non abbiano fatto cento libri; ci hai fatto volare con la fantasia, inseguendo il mito di un tempo lontano che si perde nella notte dei tempi, quando i nostri antenati bivaccavano nelle fredde pianure della Pannonia, dalle quali partirono frementi in cerca di nuovi e più accoglienti spazi vitali. Correva l’anno 568 e nei miei sogni ho rivissuto mille e mille volte quella marcia di speranza, che attraverso sentieri impervi portò il nostro fiero popolo al di qua delle Alpi, per lasciarsi baciare dal sole.
Ho sempre cercato di immaginare i loro volti, senza mai riuscirvi, perché era solo il tuo che si soprapponeva su tutti, restando “tangibile” anche al risveglio, in quella proiezione onirica ben decantata da Freud.
Scrivo all’alba, con la gola che brucia, come sempre in questo giorno. Oggi non vi sono risorse che possano lenire il dolore. Né la mente né il cuore sono capaci di suggerire quei rimedi che, in altre circostanze, sia pure come generosa illusione, aiutano molto. Non serve combattere e non lo farò perché so che è inutile. Mi abbandono al mio dolore, quindi, e mi lascio accarezzare da esso, proprio come suggeriscono i grandi maestri della psicologia, per i quali le umani reazioni alla caducità della vita non costituiscono più un mistero. Passerò la giornata in Tua compagnia, questo lo sai, e oggi pomeriggio verrò a salutarti, guardando quell’imperioso monte nelle cui grotte, undici secoli orsono, trovarono rifugio Andrea e i suoi figli, miracolosamente scampati alla ferocia saracena.
Perdonami se non ho ancora mantenuto fede a tante promesse, tra le quali quella di “riscrivere” le vicende di Adelchi, massacrato e vilipeso dai versi di Manzoni più di quanto non fosse accaduto per mano dei suoi nemici. Lo farò, prima o poi, insieme con tutto il resto, e ti declamerò i versi che affiderò all’eterno.
Ti auguro Buon Onomastico, Papà. Ti dedico una danza sulle note magiche della musica più bella del mondo, che rievoca le gesta di quel meraviglioso popolo con il quale abbiamo tanto in comune, ivi comprese tante linee di sangue fusesi proprio in quelle terre condivise per secoli. Linee di sangue che costituiscono l’ossatura e il cuore pulsante di questa nostra Patria Europa, nonché la parte più nobile e bella.

CRY OF THE CELTS

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Lug
29

Trump e Clinton


Comunque andrà a finire, il prossimo novembre, gli Stati Uniti avranno un pessimo presidente e ciò rappresenterà un problema per il mondo intero. (Azzardo una previsione: vincerà Trump. Purtroppo questa volta non posso nemmeno aggiungere il solito “refrain” che chiude le mie previsioni: “…spero di avere torto”).
Quello che segue è uno stralcio, in anteprima, di due capitoli del saggio “Bye Bye american dream”, di prossima pubblicazione, qui trascritti con formula sinottica.
Per capire il successo di Trump e il suo appeal sull’opinione pubblica, “un appeal” trasversale, che coinvolge anche strati della popolazione autenticamente “democratici” (sia pure nei limiti che tale termine assume nella società americana, capace di esprimere individui che coniugano i loro principi democratici con il più esacerbato razzismo), non basta soffermarsi sulle vicende recenti, sulla paura nata dal diffuso terrorismo e dalle angosce post 11 settembre. Bisogna andare molto indietro nel tempo, fino agli albori del “Nuovo Mondo” e alla colonizzazione europea delle Americhe [….]. Un’ideologia americana esiste solo come rifiuto di quella europea e non potrebbe essere altrimenti, considerato che l’America stessa è il rifiuto materiale dell’Europa. Tutto ciò che l’Europa non sopportava e tutti coloro che l’Europa non sopportavano, hanno trovato terreno fertile nel “Nuovo mondo”, realizzando quel “melting pot” che sopravvive tutt’oggi: puritani perseguitati dagli anglicani, cattolici perseguitati dai protestanti, protestanti perseguitati dai cattolici, ebrei vittime dei progrom, insofferenti con pulsioni anarchiche, visionari di ogni ordine e grado. A costoro si aggiunsero gli “affamati”, che il vecchio continente abbandonarono loro malgrado e con sommo rammarico, per necessità vitali legate alla mera sopravvivenza. Dall’incontro-scontro di queste due componenti nacquero gli Stati Uniti d’America e le sue mille contraddizioni. Molto negativo il retaggio generato dai “rifiuti”, che diede origine alle varie organizzazioni criminali. Vitale quello degli “affamati” che, lavorando sodo, crearono il mito “dell’american dream”. Le colonizzazioni, del resto, sotto questo profilo, si assomigliano tutte. Gli italiani di oggi, in massima parte, sono i discendenti dei tanti “dominatori” che si sono succeduti nel corso dei secoli e portano nel DNA sia il retaggio ancestrale delle dominazioni positive (Normanni, Svevi, Longobardi) sia quello nefasto delle colonizzazioni negative (Aragonesi, Spagnoli, Angioini). Sorvolo su quelle degli Arabi e dei Francesi, la cui analisi sociologica, dicotomica tra bene e male, richiederebbe troppo spazio, portandoci fuori tema.
Il primo dato da prendere in considerazione è il marcato “calvinismo” insito nella società americana, intriso di quel puritanesimo che, sostanzialmente, genera una società incapace di individuare dove si annidi “il vero male”.
In Europa siamo abituati a concepire le guerre d’indipendenza come la rivalsa dei popoli tiranneggiati. La guerra d’indipendenza americana fu solo “l’arrabbiata” reazione dei coloni alle restrizioni commerciali imposte dalla madre patria. Il collante fu determinato dal primato del profitto su ogni altro elemento sociale e “il possesso di beni e dei dollari” come unico termine di paragone per sancire le differenze. Lo stesso concetto di “uguaglianza naturale”, che è bene ricordarlo precede quello affermatosi in Francia, è antitetico al modello europeo. In America è dalla “libertà” che deriva l’uguaglianza e non viceversa e la differenza, che a prima vista potrebbe apparire effimera, essendo analogo il presupposto originario – tutti gli uomini nascono liberi e uguali – assumerà un rilievo fondamentale nel processo evolutivo della società americana, come meglio vedremo nei capitoli successivi.
Un altro aspetto che può aiutarci a capire fenomenologie sociali sconvolgenti per un europeo, è la naturale propensione al cattivo gusto, in ogni contesto. La mancanza di gusto e senso estetico che ha sempre caratterizzato la madre patria è stata coperta e mascherata dalla “vicinanza” con l’Europa, una vicinanza che, ovviamente, persisterà anche con l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea. Con il progressivo distacco dalla madre patria, però, l’America ho potuto affermare il primato mondiale della “volgarità” in tutti i campi. Mentre in Inghilterra la società aristocratica precipitava verso la borghesia, negli USA si affermava la parodia della società europea, conferendo “nobiltà” esclusivamente al “dio denaro”.
La parola “gentleman” non ha varcato i confini della madre patria e non esiste nel costrutto sintattico statunitense, alla pari di “lady”. Il termine “business”, che originariamente intendeva caratterizzare un individuo semplicemente “impegnato a fare qualcosa”, è stato mutuato in quello più consono al tipo di mentalità che si andava affermando, divenendo “affare”. Di rilevante importanza, a tale proposito, il saggio di Guglielmo Ferrero, “Fra i due mondi”, del 1913. In esso lo storico distingueva le civiltà quantitative da quelle qualitative, spiegando che l’accumulo delle ricchezze porta al progressivo declino della società. Nelle società qualitative (il Ferrero si riferiva precipuamente al mondo greco-romano) si producono capolavori, opere d’arte in grado di elevare lo spirito, muovendosi entro limiti prestabiliti. Nelle società quantitative l’unico scopo è l’accrescimento della ricchezza, senza limiti (e vedremo poi anche “senza regole”), generando quelle fratture sociali che, inevitabilmente, sfociano in guerre. Già nel 1913 quindi, Ferrero vedeva nel dinamismo americano uno sviluppo incontrollato e incontrollabile della tecnica produttiva. Una civiltà, quindi, senza valori stabili e senza freni interni, che preparava da sé la propria catastrofe. E’ stato un valido profeta. Lo storico statunitense Henry Steele Commager, nel 1952, con il saggio “Lo spirito Americano”, ripropone la tesi di Ferrero. “La peggior disgrazia che potesse capitare a un partito politico era una crisi economica e la più grave obiezione a una legge era la sua nocività per gli affari. Tutto ciò tendeva a dare una forma quantitativa al pensiero, conducendo l’americano a mettere pressappoco al di sopra di tutto una valutazione quantitativa. Quando domandava quanto valeva un uomo, voleva parlare del valore materiale, e si irritava di ogni altro sistema di apprezzamento. Anche la soluzione che proponeva a numerosi problemi era quantitativa, e che si trattasse dell’educazione, della democrazia o della guerra, il trattamento attraverso i numeri era il rimedio sovrano”. L’american way of life trasforma una società viva in una società meccanica, avulsa dai reali valori e tutta imperniata sull’apparire, in funzione del conto in banca e del “ben-essere” che si riesce a mettere in mostra. Il concetto di “essere” è del tutto sconosciuto. Voglio citare, in merito, un episodio emblematico di cui sono stato diretto testimone. Qualche anno fa, a New York, conobbi un facoltoso businessman, innamorato dell’Italia e della costiera amalfitana in particolare, desideroso di acquistare una villa ad Amalfi. Vi avrebbe trascorso solo pochi giorni all’anno, parte dei quali a bordo di una di quelle barche che assomigliano a veri transatlantici. Gli feci notare che la scelta non mi sembrava pertinente. Avrebbe speso un sacco di soldi per la villa e avrebbe avuto problemi con la barca. Molto più “razionale” risultava l’acquisto di una villa a Vietri sul Mare o a Salerno, che dispone di un porto turistico all’avanguardia. La costiera l’avrebbe potuta godere in toto via mare, raggiungendo i vari siti con il motoscafo di bordo. Soprattutto avrebbe risparmiato un buon 50% sul prezzo dell’immobile, a parità di superficie. Mi guardò come se avessi detto la baggianata più grande del mondo. “Oh yeeeea… posso capire che le case a Vietri sul Mare o a Salerno costano di meno e che è comodo avere il porto vicino casa, ma ai miei amici una cosa è dire “Ho una villa ad Amalfi e altra cosa è dire ho una casa a Vietri o a Salerno, che nemmeno sanno dove siano”. Il dato più importante di tutta la storia era “poter apparire” agli occhi degli amici come il proprietario di una villa ad Amalfi. E pazienza se ciò significava “buttare” qualche milione di dollari e perdere un’oretta solo per raggiungere il porto. (Sullo “spreco” parlerò diffusamente nel saggio: qui basti dire che NON con ciò che si consuma negli USA, ma SOLO con ciò che si SPRECA quotidianamente, soprattutto in campo alimentare, si potrebbe risolvere il problema della fame nel mondo).
Una società sostanzialmente mediocre, quindi, vuole essere rappresentata da uomini mediocri, che sente “vicini”. Uomini colti e raffinati, che pure vi sono, non hanno alcuna possibilità di affermarsi oltre certi limiti. Al Gore, che sarebbe stato il miglior presidente della storia degli USA, è un esempio eclatante di questo postulato. Il Capo dello Stato deve essere un uomo come gli altri, un “brav’uomo”; se fosse superiore, un “uomo bravo”, inquieterebbe. In una democrazia normale si spera che siano i migliori a prevalere. In America, invece, si amano i “winners”. Non importa come siano diventati tali, purché siano e appaiano il più possibile delle persone comuni. Nella campagna elettorale il politico che vuole vincere le elezioni deve preoccuparsi di “assecondare” gli umori della massa, recitando la propria commedia con un tasso di ipocrisia che non ha eguali al mondo. Il secondo emendamento, che costituisce un abominio, è argomento “tabu” per ogni politico che aspiri a vincere le elezioni. Parlarne significa mettersi contro la maggioranza degli elettori e le potenti lobby delle armi: la sconfitta è sicura. La cinematografia, anche quella statunitense, non ha mancato di evidenziare le molteplici e gravi distonie della politica statunitense. Recentemente, però, con la fiction “House of cards”, si è passati a una divulgazione quasi “didattica” del sistema.
Paradossalmente, invece di “aprire gli occhi”, gli americani sembrano affascinati dallo scarso o nullo senso etico con il quale vengo rappresentati i cinici politici, pronti a tutto pur di raggiungere il potere. Non a caso, l’attuale presidente del consiglio italiano, ha imposto ai suoi discepoli di abbandonare i classici del pensiero politico e di dedicarsi esclusivamente alla visione della fiction, invitandoli ad emulare i loro colleghi d’oltremare.
Da qui all’affermazione di Trump, il passo è breve. La Clinton, ovviamente, gli è superiore in tutto, anche se per certi versi rappresenta il lato “B” della stessa medaglia.
Se vincesse lei avremmo “il male minore”. Ma bisogna smetterla sia con il male maggiore sia con quello minore. E’ ora che questo mondo inizi ad affidarsi ai migliori. Ovunque.

Giu
27

E’ disponibile on line il nuovo numero di “CONFINI” con lo speciale dedicato all’Atlantismo. Molto spazio, ovviamente, è stato dedicato anche al recente Referendum tenutosi in Gran Bretagna.
Due i miei contributi:
TTIP: QUANDO LA STORIA NON E’ MAESTRA (Rubrica “Tema di copertina” – pagine 16-19)
BREXIT: LA VITTORIA DELLA STUPIDITA’ (Rubrica “Europa” – pagine 28- 30)


Pe agevolare la lettura a coloro che dovessero avere problemi con la piattaforma ISSUU, trascrivo di seguito entrambi gli articoli.

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BREXIT: LA VITTORIA DELLA STUPIDITA’


La vita di ogni essere umano è funestata da giorni tristi. Il 23 giugno è stato un giorno triste per molti “veri” Europei. Per chi scrive questo articolo, che il sogno europeo ha coltivato da tempo immemore, è stato un giorno tristissimo. La ferita inferta dal popolo inglese fa male, perché destinata a non rimarginarsi facilmente. Cupi scenari si addensano all’orizzonte, del resto facilmente prevedibili, a cominciare dall’effetto domino. Prima delle pur necessarie considerazioni sul voto, mi sia consentito (lo chiedo da presidente di un movimento europeista e non da giornalista) di rivolgere un affettuoso pensiero a chi sta soffrendo più di altri. Il primo va ai Genitori, al marito, ai figli, ai parenti e agli amici di Helen Joanne Cox, “Jo”, che ha immolato la propria vita sull’altare di quei sacri valori che non avrebbero dovuto essere messi in discussione. Il suo sacrificio non è servito a nulla e questo rende ancora più triste il tutto. Un caloroso abbraccio, poi, va al meraviglioso leader del Sinn Fein, Gerry Adams, che di giorni tristi ne ha conosciuti tanti, nel corso di una vita segnata dalla tante battaglie in difesa della libertà e costretto, egli che della Grana Bretagna patisce il giogo, a combattere al fianco del tiranno, nella vana speranza d’impedire guai maggiori. Non solo l’Irlanda del Nord continua a restare sotto il dominio inglese, ma non è più parte dell’Unione Europea e ciò, per il piccolo stato, sarà fonte di problemi ancor più gravi di quelli che vesseranno i dominatori. Un abbraccio affettuoso, infine, ai giovani inglesi. Circa l’80% di loro, in particolare tra i 18 e i 24 anni, ha dimostrato una maturità e una capacità analitica che agli adulti è mancata del tutto, votando in massa per il “Remain” e impedendo che la vittoria dei malpancisti di Nigel Farage e di Boris Johnson (che di fatto, molto più del primo, è il vero artefice del “Leave”) assumesse proporzioni da Caporetto, o per meglio dire, da Dunkerque. Bye Bye Gran Bretagna allora. L’Europa è più piccola geograficamente, ma voi, cari inglesi, ora siete più piccoli in tutto e ve ne accorgerete presto. Il titolo dell’articolo è pesante e me ne rendo conto. E’ stato il primo che mi è venuto in mente, subito dopo aver capito che avrebbe vinto il “leave”, senza pensare, per altro, di utilizzarlo davvero. Leggendo le cronache post-voto, però, sul “Corriera della Sera” mi ha colpito lo sfogo di Lisa Hilton, autrice del best-seller “Maestra”. Con chiarezza esemplare la scrittrice ha parlato di vittoria degli “sciocchi e dei selvaggi”; di un “leave” gettonato da chi ha un basso livello di istruzione, da chi non ha capito, da chi si è lasciato abbindolare da un personaggio come Farage. Poi, lasciandomi a bocca aperta, ha scritto: “E’ la vittoria della stupidità”. Esattamente ciò che avevo pensato io all’alba del 24 giugno! E via allora. A quel punto non ho avuto più esitazioni e ho “ripristinato” il titolo autocensurato. I giovani inglesi non meritavano questo schiaffo dai genitori e dai nonni, che ora si stanno già pentendo del male reso a coloro che pur amano. Il voto si può paragonare a un raptus omicida perpetrato da quei soggetti che covavano da tempo un malsano malessere interiore, senza essere in grado di comprenderne la natura. (Appartengo a una scuola di pensiero che non crede al raptus improvviso). Ora che il disastro incomincia a delinearsi in tutte le sue sfumature, i “killer” si stanno rendendo conto di ciò che hanno compiuto, anche per le severe rampogne ricevute da figli e nipoti, e si stanno già pentendo. Molti vorrebbero tornare indietro; la richiesta di un nuovo referendum ha raggiunto in poche ore milioni di adesioni, ma il dado è tratto e indietro non si torna. Profetiche, in tal senso, le parole di Jean Claude Junker, presidente della Commissione Europea, che ha chiesto il rapido avvio dei negoziati per la ratifica dell’uscita: “Non capisco perché il governo britannico abbia bisogno di attendere fino a ottobre. I populismi? Presto dimostreremo che Londra stava meglio dentro l’Unione”. Un sonoro ceffone non scevro di disprezzo, infine, le sue conclusioni: “Quello tra l’UE e Londra non sarà un divorzio consensuale, ma non è stata neppure una grande storia d’amore”. Difficile dargli torto. La Gran Bretagna, nella storia d’Europa, più di altri ha sempre giocato una partita a sé. Non voglio certo dire che gli altri paesi non siano pervasi da analogo malsano nazionalismo, ma quello inglese lo è di più, anche per antico retaggio culturale. Basti pensare, per esempio, alle parole che Shakespeare mette in bocca al Conte di Richmond, nel secondo atto del “Riccardo II”: “Isola incoronata, terra di maestà, sede di Marte, un altro eden, un semi paradiso, una fortezza costruita dalla Natura contro le infezioni della guerra, una felice culla di uomini, un piccolo mondo, una pietra preziosa incastonata in un argenteo mare che le serve da muraglia contro l’invidia di terre meno felici, una zolla benedetta”. Questa immagine, che fuori dal contesto teatrale fa solo ridere, è quella che hanno in testa milioni di inglesi, soprattutto di una certa età, ed è quella che ha condizionato il voto. Purtroppo i giovani, che la pensano in tutt’altro modo, per un dato meramente numerico, non sono stati in grado d’impedire lo scempio. Non meritavano questo schiaffo, come detto innanzi e, a onor del vero, non lo meritava nessuno, nemmeno i nostalgici malpancisti. L’ignoranza non è una colpa e non a caso la democrazia impone che anche gli ignoranti votino. Ecco, provocatoriamente, a conclusione di questo articolo, forse è il caso di incominciare a parlare della necessità di riconsiderare alcuni principi dogmatici sui diritti acquisiti in tema di elettorato attivo e passivo. La complessità del mondo moderno non è cosa che può essere affidata al libero arbitrio di soggetti che non abbiano un sufficiente livello culturale e un sufficiente coefficiente di intelligenza. Cameron ha fatto sì una grande cavolata, proponendo il referendum. La cavolata, però, sarebbe stata “parata” se il corpo elettorale non avesse contemplato “anche” i soggetti culturalmente di basso profilo. Test di storia e misurazione del coefficiente intellettivo (almeno 90) a 18 anni per ottenere il certificato elettorale? Prendiamola pure come una mia provocazione, per ora, ma incominciamo a ragionarci sopra, considerando anche che, chi fosse escluso dall’elettorato attivo, lo sarebbe automaticamente anche da quello passivo. (E sotto questo profilo proviamo a immaginare, solo per un attimo, quanta zavorra in meno avremmo in Parlamento). Nel frattempo cerchiamo di trasformare un evento negativo in un’opportunità. Gli inglesi malpancisti hanno parlato di “Indipendence day” perché si sono liberati dell’Europa. L’Europa, però, ora potrebbe avere più carte in regola per attuare quel sano processo d’integrazione politica da tanti auspicato, essendosi a sua volta “liberata” di un peso che condizionava, e non poco, la politica comunitaria. Aspettando Scozia, Irlanda del Nord e Gibilterra, quindi, guardiamo avanti, sempre con speranza e avendo ben chiara la meta: “STATI UNITI D’EUROPA”. Per la (oramai) PB (Piccola Bretagna), poi si vedrà.

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TTIP: QUANDO LA STORIA NON E’ MAESTRA


Il primo dato che emerge dal “Trattato transatlantico sul commercio e gli investimenti” è che la storia, anche per questa vicenda, non ha insegnato nulla.
Abbiamo sotto gli occhi, non da poco tempo, il fallimento dell’Europa dei mercanti ed è chiaro a tutti, oramai, il grosso errore commesso con l’anteporre l’integrazione economica e monetaria a quella politica.
Ora stiamo replicando l’errore in modo più esteso, coinvolgendo circa un miliardo di persone in scelte riservate esclusivamente a chi penserà, precipuamente, ai propri interessi e non certo al bene comune. In linea di principio i presupposti non sono sbagliati: arginare la dilagante invasione dei prodotti cinesi, indiani e brasiliani, i cui costi sono condizionati dal massiccio sfruttamento dei lavoratori e quindi altamente concorrenziali. I metodi utilizzati, tuttavia, in particolare le trattative segrete e la scarsa chiarezza su alcuni comparti di primaria importanza, uniti agli effetti deleteri sotto il profilo socio-economico, impongono una chiara e netta opposizione alla ratifica.
Europa e Stati Uniti sono caratterizzati da princìpi e regole di vita non compatibili.
Sinteticamente si possono individuare quattro punti da sottoporre all’attenzione dei cittadini, senza scivolare nelle contrapposizioni pregiudizievoli, che aggiungono solo problemi ai problemi.
1) SICUREZZA ALIMENTARE E BIOTECNOLGIE
Tra Europa e USA vi sono sostanziali differenze nella valutazione dei rischi connessi al consumo dei prodotti biologicamente modificati. Negli USA non sono considerati pericolosi per la salute e quindi non è prevista nemmeno l’etichettatura specifica. In Europa siamo molto più attenti e a giusta causa. Sotto il profilo scientifico hanno priorità le tesi di coloro che ne hanno acclarato la pericolosità, sulla base di studi qui sottaciuti per amor di sintesi, ma che ciascuno può facilmente reperire con una semplice ricerca. Sotto il profilo etico, poi, (concetto semplicemente incomprensibile per le multinazionali statunitensi e per i politici a esse asserviti), si osserva che la Natura non deve essere “violentata” e che l’alterazione degli ecosistemi può avere effetti devastanti. La possibile immissione di virus nel patrimonio genetico può causare una mutazione del processo evolutivo verso forme di vita al momento non definibili o, addirittura, la distruzione del genere umano. Non sono solo gli OGM, tra l’altro, a preoccupare. Negli allevamenti intensivi statunitensi si fa largo uso di ormoni e antibiotici, fonte primaria di gravi malattie e concausa di quella “obesità” che sta trasformando la stragrande maggioranza dei cittadini statunitensi in buffe palle di lardo ambulanti.
2) CONTROLLI SUI PRODOTTI – PRINCIPIO DI PRECAUZIONE
In Europa le “analisi” sulla pericolosità dei prodotti “precedono” la loro commercializzazione. E’ proprio in base a questo principio che è vietato il consumo di polli trattati con clorina (dannosi per le reazioni chimiche, le variazioni del gusto e gli effetti tossici generati dall’ingestione dei residui delle sostanze) e il manzo trattato con gli ormoni, su cui effetti nocivi nessuno nutre dubbi.
Negli Stati Uniti, invece, il principio di precauzione non vale: le sostanze chimiche sono considerate sicure fino a prova contraria. In pratica si deve prima morire e poi si deve stabilire che la morte è stata generata dal pollo o dalla bistecca. Ma poche morti non bastano a bloccare l’utilizzo dei prodotti: occorre una vera e propria epidemia. Lo so che state ridendo… ma qui c’è da piangere.
3) SALVAGUARDIA DELLA QUALITA’
Chiunque abbia confidenza con le abitudini culinarie statunitensi comprende bene l’espressione: “Gli americani mangiano schifezze”. Al cibo spazzatura va associata la massiccia imitazione dei prodotti europei di qualità, in particolare italiani, consumati come se fossero delle vere e proprie prelibatezze. “Mozzabella”, per esempio, (avete letto bene: mozzabella) e tutta una varietà di formaggi e insaccati che fanno vomitare anche alla solo vista. Questi prodotti ce li ritroveremmo tutti negli scaffali dei supermercati. In Europa, inoltre, vige la tutela del marchio di origine, che conferisce la giusta reputazione a un dato prodotto. Negli USA, invece, le lobby delle multinazionali hanno imposto la protezione del marchio, indipendentemente dal luogo di produzione. Con questo principio in Italia si potrebbe spacciare per “Amarone” un vino prodotto a mille chilometri di distanza, in una vigna che non presenti la “particolare struttura” di quelle ubicate in Valpolicella, dalle quali proviene uno dei “vini rossi” più prelibati al mondo.
4) TUTELA DEI PICCOLI PRODUTTORI DI NICCHIA
Già sono in crisi. L’approvazione del trattato determinerebbe la loro scomparsa.
Tutto ciò premesso, vi è da considerare che l’arbitrato, in caso di controversie, è affidato a un organismo costituito da arbitri scelti con metodi extragiudiziali: “Investor-state dispute settlement”. Se una multinazionale accusasse uno Stato di intralciare i propri affari, si vedrebbe quasi sempre riconosciuta la ragione. I governi, di fatto, perderebbero ogni autonomia nella tutela dei propri cittadini e dovrebbero inchinarsi (più di quanto già non facciano) allo strapotere delle multinazionali, per le quali conta solo il profitto e non certo i morti che provocano in ogni parte del mondo. La Philip Morris, per esempio, non ha esitato a chiamare in giudizio Uruguay, Norvegia e Australia, che avevano introdotto norme a tutela dei consumatori, attivando campagne promozionali per dissuaderli il più possibile dall’acquisto delle sigarette.
A conclusione di questo articolo, anche se non c’entra nulla con il TTIP, voglio divulgare quanto dichiarato dai dirigenti della potente associazione statunitense dei produttori di armi. A poche ore dal massacro di Orlando, riferendosi a una possibile norma che ne vieti la vendita “almeno” a coloro che risultino schedati dal FBI come possibili terroristi, hanno espresso una netta opposizione, asserendo che “prima si deve verificare la loro effettiva pericolosità”. Senza vergogna! Nemmeno una strage di siffatta portata li ha indotti a “un briciolo di umanità”. E’ questa la cinica mentalità che pervade le lobby affaristiche statunitensi e le multinazionali da loro protette. E’ una mentalità che fa schifo, prima ancora di fare orrore e dalla quale è preferibile stare lontani mille miglia. Anzi no: almeno 4.280,59 miglia, ossia quelle che separano Roma da New York.

Giu
23

REMAIN


Cari Inglesi, l’ipocrisia relazionale è qualcosa più distante da me di quanto non sia distante la Terra dal Sole e pertanto inizio a scrivere questo messaggio dicendo subito che anche noi, intendo voi e io, siamo distanti anni luce per modalità comportamentali, usi, costumi, concezioni di vita. A questo bisogna aggiungere una buona conoscenza della storia e di tutto il male che avete combinato, ovunque nel mondo, nonché il mio forte legame con gli Irlandesi, buona parte dei quali sono ancora sotto il vostro giogo. Tutte cose che non vi rendono particolarmente simpatici, nonostante le mie gesta siano ispirate simbolicamente a quelle di Re Artù e il mio nome d’arte si rifaccia a un nobile cavaliere della tavola rotonda, le cui radici leggendarie affondano in un tratto stupendo della vostra isola. Sono un convinto europeista e ritengo che i princìpi debbano avere il sopravvento sulla realtà contingente. I primi, se nobili, sono immortali; la seconda è sempre suscettibile di mutamenti, anche se può perdurare immutata, per secoli. Da europeista, pertanto, dichiaro che una Europa senza la Gran Bretagna non ha senso. Verrà il giorno (sì, verrà) che gli Stati Uniti d’Europa saranno una realtà, con un’unica bandiera, un Governo federale, un grande esercito coordinato da un solo Stato Maggiore, una moneta unica (anche da voi, che dovrete rinunciare alla Sterlina), un unico Parlamento. Verrà il giorno in cui le ancora numerose e anacronistiche monarchie si ritireranno in buon ordine a vita privata e questo fantastico continente, finalmente strutturato con un assetto politico moderno e funzionale, costituzionalmente non dissimile da quello degli USA, diventerà il “motore” del Pianeta. Occorrerà scegliere una lingua ufficiale, quando verrà quel giorno, ed essa non potrà che essere l’Inglese, perché è l’unica lingua veramente comune, già ora “quasi” da tutti parlata e ben presto destinata a eliminare definitivamente il “quasi”. Sarebbe quanto meno paradossale che quel giorno voi non partecipaste ai “festeggiamenti”. Ma senza andare così lontano, sarebbe già paradossale che da venerdì, per colpa vostra, l’Europa ricevesse uno schiaffo che non merita, anche se, lo dico senza tanti giri di parole, la vostra uscita non provocherebbe certo i disastri paventati, per esempio, da Donald Tusk, Presidente del Consiglio Europeo, che teme una sorta di Armageddon planetaria: “Da storico temo che l’uscita di Londra dall’Unione possa essere l’inizio della fine non solo dell’UE, ma della civiltà politica occidentale”. Con tutto il rispetto, dissento, anche se la frase va presa in considerazione per un presupposto importante: “il primato della politica sull’economia”. Se da un punto di vista economico, infatti, l’uscita sarebbe gradualmente assorbita dall’autoregolamentazione del mercato, che tende sempre a “tutelare se stesso”, sotto il profilo politico si potrebbe registrare un pericoloso effetto “domino”. E quello va scongiurato senz’altro. La vera partita, pertanto, si gioca “solo” sul fronte politico e quindi faccio esclusivo appello al buon senso di coloro che sono soliti ragionare con la testa, sperando che siano più numerosi di coloro che ragionano con la pancia. Ne sono certo, anzi, e pertanto attendo serenamente i risultati, sicuro che alla fine trionferà il “REMAIN”. Essendo una questione di “numeri”, quindi, vi è poco altro da aggiungere, anche se un po’ di conti andranno comunque regolati. E’ ben chiaro che l’Europa è tutta da rifare, perché così com’è strutturata non funziona. Su questo siamo d’accordo. Ma toglietevi dalla testa, come auspicato dal Times, che dopo la vittoria del REMAIN si dovrà realizzare “una nuova alleanza tra gli Stati sovrani dell’Unione, basata su libero scambio e riforme, guidata dal Regno Unito”. Passi per la nuova alleanza, non fosse altro quale prodromo per un più radicale processo d’integrazione, ma voi non guiderete proprio nulla, perché, sotto il profilo della guida, l’unica cosa che vi si possa chiedere è di smettere di effettuarla a sinistra, cosa fastidiosissima per i turisti, e uniformarvi al resto del continente, perché “integrazione” è anche questo. Buon voto allora, con l’augurio di un bel trionfo del REMAIN, da dedicare soprattutto alla memoria di Jo Cox, che ha sacrificato la propria vita sull’altare di quei nobili valori che non dovevano nemmeno essere messi in discussione.

Giu
06


Disponibile on line il nuovo numero di CONFINI, con lo speciale dedicato a “SCIENZA E COSCIENZA”.
Due i miei contributi:
UOMINI DI SCIENZA CON CATTIVA COSCIENZA (Rubrica “Società”)

POPOLI D’EUROPA: I FIGLI DI ERIN (Rubrica “Europa”)

Mag
19

Nel sito www.lavorgna.it è stata aggiornata la pagina dedicata alla VIDEOGALLERY con i seguenti contributi:


PER TE MAMMA (Tributo fotografico in occasione della Festa della Mamma, con una clip risalente al bombardamento di Benevento nel 1943)


E MI SOVVIEN L’ETERNO (Gita a Casa Leopardi, Castelfidardo, Loreto, Sirolo, Numana, Marina di Recanati)


GIRO D’ITALIA (12 MAGGIO 2016: Il Giro d’Italia passa davanti alla casa avita)