GIORGIO ALMIRANTE


Vivi come se dovessi morire subito, pensa come se non dovessi morire mai.

Roma, 1974 - Piazza del Popolo - Foto by Lino Lavorgna ©


Ricordo la prima volta che Ti vidi, Maestro mio, e l’emozione che provai nell’ascoltare la Tua voce. Eri un Gigante in un oceano di nani e il giovinetto imberbe, che ti guardava estasiato, non riusciva a spiegarsi come mai gli altri non se ne rendessero conto e ti fossero ostili. Con l’ingenuità propria di tutti gli idealisti, egli riteneva che bastasse essere portatori di Grandi Valori e pervasi di un Grande Talento per essere amati ed idolatrati. Dovranno passare ancora due anni prima di ricevere la prima grande lezione di vita: "Figlio mio, nella vita non basta avere ragione, bisogna sapersela prendere". Conservo tutte le Tue lettere e oggi le ho rilette, puoi ben immaginare con che stato d’animo: la prima, del 1973, quando mi difendesti con la Tua autorevolezza dalle accuse di chi tentava di offuscarmi con il dileggio, non possedendo mezzi più adeguati; l’ultima, del 1985, quando rassegnai le dimissioni da ogni incarico, dopo la sconfitta elettorale provocata non dalla bravura degli avversari ma da dirigenti che oramai sfuggivano a ogni Tuo controllo e mal digerivano la purezza d’intenti dei rari nantes in gurgite vasto. In mezzo, gli anni esaltanti e terribili di un periodo che ha segnato un’intera generazione. Gli "anni di piombo", sono stati definiti, perché bagnati da troppo sangue innocente. Innocente, il nostro e il loro. Gli unici veri colpevoli, peccato averlo capito troppo tardi, erano altrove. Ricordo i bagni di folla, a Napoli e a Roma, e quel senso di appartenenza che ci distingueva, facendoci sentire "diversi" e "migliori". Ricordo i giorni tremendi della scissione, quando l’amico di sempre tradì e Tu soffristi nascondendo a stento le lacrime; ricordo il Tuo volto raggiante, quando i traditori ebbero la giusta punizione: l’oblio. Quante volte ci hai ripetuto: "Chiunque sbagli, deve pagare; ma se sbaglia uno di noi, deve pagare due volte". Quel monito ha costruito il nostro carattere, infondendoci quel rigore che ancora oggi, a distanza di tanti anni, accompagna chi possa con pieno merito ritenersi degno del Tuo insegnamento. (Sì, certo: in tanti si sono persi strada facendo; ma questo è un altro discorso). Ricordo la Tua stoica capacità di tollerare l’infamia, combattendola con la forza di chi è abituato a volare da vetta a vetta senza scendere a terra; di non lasciarsi travolgere dalle menzogne spudorate, perpetrate dagli omuncoli che possono sopravvivere solo grazie a esse. Tu, uomo forgiato negli anni duri di una guerra terribile, che stupivi il mondo con la tua capacità di "capire", di "andare oltre", di "guardare lontano".
Ricordo quando il potere si accanì contro di Te e contro di noi, e un imbelle giudice torinese, che non merita nemmeno di essere citato, incominciò ad inondare il Paese con centinaia di "comunicazioni giudiziarie" (allora si chiamavano così gli "avvisi di garanzia") per "Ricostituzione del disciolto Partito Fascista", a chiunque militasse nel M.S.I. Ricordo lo sconforto che provai in quei giorni, pensando alle pene, alle "ulteriori" pene, che avrei procurato ai miei Genitori se essa fosse pervenuta anche a me. E ricordo il nodo alla gola, quando udii la replica di mio Padre all’amico Carabiniere, che lo pregava di indurmi al ritiro da ogni attività, per evitare che fossi raggiunto dai rigori della legge: “Accipicchia, mio figlio che ricostituisce il Partito Fascista! E pensare che non è stato capace di costruire una cuccia per il suo cane!” Piansi come un bambino, nel sentire quella frase, che esaltava la statura di un Uomo, l’Unico che abbia amato più di Te, nel mentre ricordavo il monito di un altre Grande Maestro: "Se un uomo non è disposto a correre qualche rischio per le sue idee, vuol dire che o non vale niente lui o non valgono le sue idee".
Ricordo, poi, quella volta che volesti gratificarmi con un gesto "simbolico", ben sapendo quanto esso fosse importante. Eravamo diretti a Santa Maria Capua Vetere, per scoprire la lapide collocata nel posto in cui furono trucidati i Giovani Combattenti della R.S.I. e Tu venisti deciso verso di me, entrando nella mia auto. Ricordo quella volta che girammo ben 18 comuni della provincia, in un giorno solo, alla vigilia delle elezioni politiche. Diciotto comizi e la sera, noi distrutti e Tu, fresco come una rosa, che chiedevi resoconti e impartivi direttive con una lucidità sconcertante. Ricordo quella volta che mi fulminasti con lo sguardo, sul palco, ad Aversa: mentre parlavi si scatenò un diluvio e io mi avvicinai a Te con l’ombrello. Mi fissasti negli occhi e continuasti a parlare, mentre io, nascondendo a mala pena l’imbarazzo, lo richiusi in tutta fretta facendolo sparire. Ricordo quando venisti con Romano e Vittorio! Che emozione! Ricordo ancora tante altre cose, Maestro mio. Ma quelle, se permetti, le serbo per me. Almeno per ora.
Oggi avresti compiuto novanta anni. Tanti auguri, Maestro mio. Grazie per tutto quello che mi hai insegnato.

(Lino Lavorgna – 27 giugno 2004)



© Lino Lavorgna – Consentita la riproduzione delle foto citando la fonte

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