Galvanor da Camelot (Lino Lavorgna)
Ho teso corde da campanile a campanile, ghirlande da finestra a finestra, catene d'oro da stella a stella, e danzo. www.lavorgna.it

Psicopatologie di donne strambe

Leggere l’Espresso, come sanno tutti coloro che amano il buon giornalismo, è una vera medicina per lo Spirito. Anche per lo spirito non sinistrorso di chi scrive questa nota, avulso da qualsivoglia partigianeria e capace, quindi, di cogliere e godere il bello e il buono ovunque si manifestino. Quelli dell’Espresso ben sanno di essere i migliori, perché solo questi ultimi sono in grado di valutare le differenze e non viceversa. Essere i primi della classe comporta grandi oneri e grandi responsabilità. La perfezione, si sa, non è di questo mondo e allora, quasi a voler “rimediare” in qualche modo al loro stupefacente livello di eccellenza, che brilla di luce ancor più splendente anche grazie allo squallore e all’inconsistenza qualitativa della concorrenza, hanno affidato una rubrica settimanale a un soggetto bislacco, i cui scritti contribuiscono ad abbassare il livello del periodico quel tanto che basta a renderlo “più umano”. “Guardate che anche noi abbiamo i nostri limiti”, sembrano voler dire, con estremo pudore, Editore e Corpo redazionale. 
Denis Pardo è una donna, considerata giornalista, veramente bizzarra. Non sa scrivere, tanto per cominciare, e ciò è già singolare. Le distonie sintattico – grammaticali, però, costituiscono solo un elemento secondario del suo costrutto espressivo, cesellato da sforbiciate insulse, che la fanno assomigliare a un barbiere ubriaco o a un pittore in crisi di astinenza, che cerchi disperatamente di dare forma alle tremule pennellate sulla tela. Cercare di cogliere l’essenza e le sfumature dei suoi concetti, più che impresa ardua, è un esercizio del tutto inutile: ne sono quasi sempre del tutto privi. Nelle rare occasioni in cui l’impresa è possibile, poi, il risultato è ancora più sconfortante. Meglio non capire nulla e girare pagina (ovviamente ciò vale per i masochisti che si soffermano sulla sua rubrica) piuttosto che leggere autentiche castronerie. Pur appartenendo alla nutrita schiera di coloro che passano velocemente oltre, quando appare il suo mesto volto, l’ultima sua stramberia non ho potuto fare a meno di leggerla. S’intitola: “Woodi, ma che stai a dì?” e prende di mira addirittura Woody Allen, che sta spopolando nelle sale con il suo “To Rome with love”.Confesso che leggere il suo commento fa un effetto analogo a quello che si prova vedendo una minestra avariata e non perderò un solo minuto a confutarne l’inconsistenza, retaggio della sua incapacità a cogliere la sottile ironia del Grande Istrione e la straorinaria capacità di propugnare le sue verità partendo dal loro opposto.Chiedo solo una cortesia agli amici de l’Espresso. Se proprio volete offrire ai vostri lettori una voce stonata, affidate la rubrica a Totti, a Pupo, a Pippo Baudo, a Iva Zanicchi… almeno l’intento è chiaro! Così, invece, qualcuno potrebbe essere indotto a ritenere che facciate sul serio! E ci resta male. Molto male.
lino lavorgna
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