Galvanor da Camelot (Lino Lavorgna)
Ho teso corde da campanile a campanile, ghirlande da finestra a finestra, catene d'oro da stella a stella, e danzo. www.lavorgna.it

Italiani: il retaggio ancestrale (Prima parte)

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Uno degli aspetti più interessanti della società italiana è la capacità di dare senso a ciò che senso non ha. Sembra una battuta, ma è una tragica realtà che condiziona, e non poco, la vita di milioni di persone.
E’ una fenomenologia comportamentale che all’estero non si riesce proprio a comprendere e che, purtroppo, viene banalizzata con quel (pre)giudizio negativo, semplicistico, che ben conosciamo e che di certo non ci fa piacere.
Su Berlusconi e sulla sua capacità affabulatoria si sono consumati fiumi di inchiostro ed è del tutto inutile, pertanto, riproporre la sua straordinaria vita, che lo ha portato a diventare uno degli uomini più ricchi del mondo. E’ importante analizzare, invece, come ciò si sia reso possibile. Non tanto dal punto di vista delle complicità a tutti i livelli acquisite (anche esse oramai saldamente codificate nella memoria collettiva) quanto dalla predisposizione antropologica a che ciò potesse accadere, sol che si fossero create le condizioni adatte. Berlusconi, sotto questo profilo, è stato colui che si è trovato al posto giusto nel momento giusto per stendere la mano e beneficiare di una offerta populista che poteva sfociare solo in quel senso, perché alla disperata ricerca di una valvola di sfogo nella quale convogliare le proprie “energie”. O meglio, le proprie ataviche debolezze.
La ricerca di un padrone da osannare è nel DNA di una consistente fetta del popolo italiano, che dalla caduta di Romolo Augustolo ai giorni nostri ha dato più volte prove consistenti di questa sciagurata propensione. A onor del vero essa è presente anche nell’epopea Romana, sia Repubblicana sia Imperiale. Lì, però, la miscela è più complessa perché più marcate e sostanzialmente diverse le divisioni tra le classi sociali. A mano a mano, invece, che l’Italia si trasformava in terra di conquista da parte dei popoli europei, prendeva forma, in tutte le aree territoriali, da Nord a Sud, quel “tipo italiano” che, lungi dall’assumere una caratura “nazionale” univoca, rispondeva in modo difforme alle tante sollecitazioni e ai condizionamenti imposti dai conquistatori. Tale processo, naturalmente, non è stato lineare e non ha coinvolto tutti i soggetti indistintamente, dando vita anche ad un confronto-scontro tra coloro capaci di preservare il proprio e più antico retaggio ancestrale e coloro che, con estrema facilità, “adattavano” la propria condizione umana alle nuove sollecitazioni ambientali e culturali. Generazione dopo generazione, quindi, si formano quelle variegate tipologie umane che sopravvivono tuttora. Il plurale è d’obbligo, naturalmente, perché il territorio non ha mai espresso un popolo unico ed unito e, come ben sappiamo, l’unificazione ha avuto una valenza solo geografica, che non è servita certo a sanare l’abissale divario economico e culturale che differenzia il Nord dal Sud. Le due aree geografiche, infatti, subiscono condizionamenti diversi, che ne sanciscono le differenze, salvo poi saldarsi in una omologazione negativa dopo il boom post bellico, per tutta una serie di ragioni che saranno oggetto di altra indagine. Il retaggio celtico e germanico, ampiamente diffuso al Nord, crea un “tipo italico” che di quel substrato è erede naturale. Nel Sud, viceversa, si registra uno scontro tra diversi colonialismi, che contribuiranno a “formare”, in negativo e in positivo, i tipi umani che si sono succeduti nel corso dei secoli. Sicuramente negativo è il retaggio bizantino, che depredò il Mezzogiorno di ogni possibile risorsa, lasciando in loco i germi levantini della propensione al crimine. Alla stessa stregua possiamo considerare il lascito angioino, quello aragonese, lo spagnolo. Con queste dominazioni assistiamo al decadimento “generale”, sotto qualsivoglia punto di vista, e alla genesi di un concetto che prende corpo in modo sempre più diffuso: “il male può essere bene”. Ostrogoti, Longobardi, Normanni, Svevi, viceversa, lasciano in eredità un DNA di ben altra natura, sostanzialmente positivo. Nel Sud, quindi, si creano due classi “umane ben distinte”, almeno in fieri. E’ ben chiaro, infatti, che il condizionamento ambientale, poi, determina altre differenze che possono alterare, come di fatto è successo, quelle originarie. Sarebbe oltremodo scorretto, pertanto, affermare che tutti i discendenti degli spagnoli, degli aragonesi e degli angioini siano la classe peggiore della società contemporanea e gli altri i migliori. Così come nel Nord, ad esempio, proprio coloro che più esaltano il retaggio celtico, rappresentano la parte più rozza e ignorante della società. (Continua)
lino lavorgna

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