Galvanor da Camelot (Lino Lavorgna)
Ho teso corde da campanile a campanile, ghirlande da finestra a finestra, catene d'oro da stella a stella, e danzo. www.lavorgna.it

Italiani: il retaggio ancestrale (Seconda parte)

Ovunque, in Italia, vota per Te!


(Continua dal post precedente)
Una significativa analisi delle fenomenologie comportamentali “tipicamente italiane” è possibile analizzando le vicende storiche del 15° secolo, caratterizzate dalla impressionante frammentazione territoriale.
Carlo VIII, Re di Francia, in virtù del legame dinastico con gli Angioini, pensò bene di andare a riprendersi il Regno di Napoli. Non sarebbe stata proprio una bella passeggiata se non avesse potuto contare sull’accoglienza gaudente di tutti i regnanti che incontrava per strada. A Ludovico il Moro non parve vero di rendergli onore in pompa magna, pur di farsi aiutare a eliminare il nipote Gian Galeazzo Maria Sforza. (Nota di colore, anch’essa significativa: Ludovico, sposato con Beatrice d’Este, aveva la sua corte di “olgettine; in numero inferiore rispetto al suo emulo contemporaneo, ma più “qualificate”. Due di loro addirittura hanno conquistato imperitura fama grazie alla magistrale arte di Leonardo. (La “Dama dell’ermellino” e “La Belle Ferronnière”). Le altre, poi, comunque appartenevano all’alta società e nelle cronache dell’epoca non vi è traccia di un Tarantini qualsiasi che procurasse prostitute per ottenere favori e prebende). Terminati i bagordi a Milano, il Re Francese prosegue verso Firenze. Una guerra, in genere, si combatte con le armi. Quella di Carlo VIII, però, è passata alla storia come la “Guerra del gesso”: i soldati avevano il solo compito di apporre una “X” sulle case requisite per alloggiarvi. Piero dei Medici era una sorta di Angelino Alfano ante-litteram. Noto come “Piero il Fatuo” o lo “Sfortunato”, fin da giovinetto fu educato a ereditare dal padre la guida della città e la banca di famiglia. Compiti troppo ardui per lui, privo di talento, senza carisma e pronto a dire oggi il contrario di quel che aveva sostenuto ieri. Così come Angelino darebbe il sedere a Re Silvio, sol che gli fosse richiesto, Piero si prostrò al cospetto di Carlo VIII offrendogli più di quanto egli stesso si aspettasse, senza rinunciare a inginocchiarsi per baciargli le babbucce. (Attenzione: sicuramente ora andrete a verificare e da qualche parte troverete scritto che tale episodio è una esagerazione denigratoria. Io credo, invece, che fosse vero. Essendo stato capace di offrirgli le chiavi di Firenze, quattro importanti fortezze e il libero passaggio verso Sud tra ali di folla festante, figuriamoci se si spaventava di baciargli mani e piedi. Del resto, Berlusconi che ha fatto con Gheddafi? Non gli ha forse baciato le mani? E Vespa non ha forse baciato le mani a Berlusconi? Ognuno, sol che conti qualcosa, ha sempre qualcuno pronto a calarsi le braghe, anche oggi! Figuriamoci ieri e al cospetto di un Re!)
Carlo, come ben sapete, giunse a Napoli senza essere coinvolto nemmeno in una scaramuccia. Tutti in festa a dirgli: “Ma prego, accomodati, la città è tua!”. Nello Stato Pontificio regnava il famigerato Papa Alessandro VI, per secoli il più grande puttaniere della storia dell’umanità e solo recentemente retrocesso al secondo posto. In un primo momento, sia pure con riluttanza, aveva dato semaforo verde alle truppe di Re Carlo, ma poi gli venne una diarrea cronica al pensiero che egli non si accontentasse di Napoli e facesse un pensierino anche su Roma. E che fa un buon italiano quando si sente che stanno per fregargli la poltrona? Si appella “allo spirito nazionale”, invoca l’aiuto di Dio Padre Onnipotente contro il “tiranno”, (che è sempre quello che vuole fregargli la poltrona), chiede aiuto ai suoi compagni di merende, magari fetenti quanto lui: non importa, se vi è un rompiballe da fermare. Ecco che prende corpo, quindi, in men che non si dica, la “Lega Santa”: una sorte di Nazionale Europea Bellica comprendente le truppe pontificie, Spagna, Massimiliano d’Asburgo, Milano, Venezia e un bel po’ di Italici staterelli. Mamma mia! Povero Re Carlo. Capì che la pacchia era finita e con la coda tra le gambe risalì le valli discese con baldanzosa sicumera. L’esercito della Lega lo aspettò sulle colline della bassa valle del fiume Taro, in zona Fornovo, e fu lì che ebbe luogo la celebre battaglia, il 6 luglio 1495. Poco meno di diecimila francesi, con scarsi approvvigionamenti, in ritirata, fronteggiati da un esercito di venticinquemila uomini, armati di tutto punto e ben schierati. I bookmaker, se fossero esistiti allora, avrebbero giudicato l’evento non disponibile per le scommesse. Tutti pensavano, infatti, che nessun francese avrebbe più visto il suolo natio. E pensavano male. Le perdite francesi furono sì ingenti, ma quelle della Lega addirittura il doppio e, udite udite, Sua Maestà, che ovviamente era considerato il “bottino prelibato”, riuscì ad aprirsi un varco e riparare in Francia con i superstiti. Non vi era un arbitro perché in guerra non si usa, ma, cari amici, se vi fosse stato, non poteva che assegnare la vittoria ai Francesi! Rotto l’assedio, sia pure a caro prezzo, e rientrati a casa salvando il RE! Con quelle sproporzioni numeriche e tattiche, invece, dovevano essere tutti sterminati. Francia batte Lega Santa, dunque. Siamo tutti d’accordo? Ma quando mai!!! Siete stati al Louvre, no? E allora avrete senz’altro visto il bellissimo quadro riprodotto in calce. E’ stato realizzato dal Mantegna, su commissione di Francesco II di Gonzaga, per celebrare… “LA VITTORIA ITALIANA SUI FRANCESI A FORNOVO!” Sic est!
Veniamo a noi, cari amici. E’ inutile farci illusioni. Il popolo Italiano è un popolo complesso, che risponde a tante anime, sostanzialmente diverse tra loro, anche quando afferiscono a una stessa area, a uno stesso ceppo. Mi sono divertito a cesellare con pennellate rapide secoli di storia, ma è chiaro che una disamina articolata e non strumentale metterebbe ancor più in evidenza le profonde distonie caratteriali e culturali.
L’odio e la cattiveria non sono assenti in questo panorama non certo idilliaco e sono pochi coloro che possano dirsi immuni da tali devastanti sentimenti negativi. Chi vi parla è un vecchio cavaliere errante educato a combattere lancia in resta, se necessario. Un cavaliere, però, non sa odiare, né sa essere cattivo. Cerca solo di essere giusto e di fungere da esempio. La Destra in cui mi sono forgiato da giovane non insegnava a odiare, bensì a educare. Penso che anche oggi sia questo il nostro compito primario. Parliamo con il cuore in mano a coloro che sono smarriti e facciamo percepire la nostra “capacità” di camminare sui sentieri giusti della rettitudine, dell’onestà, del rispetto delle regole. Quanto più sapremo essere “esempio tangibile”, quanto più saremo capaci di smorzare con il sorriso e una battuta le tante idiozie qualunquiste e populiste che ci vengono sciorinate quotidianamente, tanto più potremo scuotere le altrui coscienze. E’ questo il modo giusto per rendere un servizio al Paese e creare le premesse per un Futuro di Libertà. Non è impresa facile, lo so, perché richiede tanto impegno e tanta pazienza. Amare l’Italia ha un costo, ma ne vale la pena.
(Lino Lavorgna)

La Madonna della Vittoria - Mantegna, Louvre, Paris

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