Galvanor da Camelot (Lino Lavorgna)
Ho teso corde da campanile a campanile, ghirlande da finestra a finestra, catene d'oro da stella a stella, e danzo. www.lavorgna.it

Italia: Il fallimento del decentramento amministrativo

FUTURO E LIBERTA'


«Le autonomie si salveranno, matureranno, resisteranno, solo a una condizione: che dimostrino di essere migliori della burocrazia statale, migliori del sistema accentrato statale, migliori soprattutto per quanto riguarda le spese…»
Chissà cosa passava nella mente di Alcide De Gasperi, quando pronunciò questa frase. Molto probabilmente, conoscendo bene “l’animus” del suo popolo, presagiva che il regionalismo avrebbe cannibalizzato lo Stato. Nello stesso tempo, però, un Principio giusto non poteva essere subordinato a una presunzione di incapacità o colpevolezza nella gestione delle risorse pubbliche.
Chi mi onora della sua attenzione lo percepirà come un mantra, ma non si può fare a meno di sancire la differenza tra un principio sostanzialmente corretto e il suo venir meno per colpa di chi avrebbe dovuto tutelarlo. I Padri Costituenti si erano preoccupati di creare i presupposti di un decentramento amministrativo che facilitasse il rapporto cittadini-istituzioni. Questo presupposto si è dimostrato fallimentare sotto tutti i punti di vista.
Capirne le ragioni, al di là di ogni partigianeria e con la mente scevra da pregiudizi di sorta, è l’unica strada percorribile per individuare una soluzione concreta.
Nei miei precedenti post dedicati all’Italia ho affrontato il condizionamento caratteriale, in massima parte negativo, rappresentato da quello che, con termine generico, ma esplicativo, si può definire una sorta di retaggio ancestrale. Una grande messe del popolo italiano ha una naturale propensione a delinquere. Questa propensione trova un subliminale e inarrestabile alimento se il portatore si trovi a esercitare un sia pur minimo potere o, peggio, ad amministrare pubblico danaro. Il principio in virtù del quale il suo compito primario è operare al servizio del bene comune viene drammaticamente annichilito dalla spasmodica voglia di soddisfare precipuamente la bramosia personale. Attenzione: il politico che ruba soldi, prima di soddisfare una voglia di illecito arricchimento, soddisfa una voglia più complessa, che consiste proprio nel piacere derivatogli dall’azione del rubare. In questo si differenzia in modo sostanziale dal criminale comune, perché la sua azione delittuosa nasce da un condizionamento psicologico e non di necessità. Il piacere immenso che si prova, di fatto, non è tanto quello di beneficiare a spese del contribuente di prodotti e servizi, bensì quella sorta di impunità che deriva dal potersi permettere il lusso di “rubare” anche lecca lecca, carta igienica, libri, regali natalizi per amici e parenti. Tutto ciò, a soggetti sostanzialmente “malati dentro”, dà molto più alla testa che non, ad esempio, depredare le casse pubbliche per concedersi laute e costosissime vacanze nei paradisi esotici od organizzare convegni estivi alle Maldive per infondere alle proprie vacanze un’aura di ufficialità. Questi atti criminali, infatti, sono considerati assolutamente normali e plausibili: costituiscono routine. E’ il vantaggio che si conquista con il semplice accesso alla casta. Non offrono nessun piacere aggiunto perché, di fatto, considerati alla stregua del rimborso a pie’ di lista che ogni azienda paga al suo agente di commercio quando lo manda in trasferta: dovrà pur mangiare e dormire, il “commesso viaggiatore”, no? Bene. Al politico, in quanto tale, viene conferito il diritto di rubare soldi pubblici. Il vero sfizio, quindi, è quello di rubare di più, distinguendosi nell’inventare marchingegni procedurali che consentano di dimostrare, a se stessi, prima ancora che agli altri, di essere dei geni del male. Berlusconi, con le leggi ad personam, rappresenta l’ineguagliabile primatista mondiale di questa sciagurata propensione criminale e, come tutti sappiamo, a scalare segue la stragrande maggioranza dei politici che, soprattutto negli enti locali, hanno trovato mille scappatoie per depredare pubblico denaro, incuranti degli immani guasti sociali prodotti. Si pensi, ad esempio, al pozzo senza fondo determinato dalla Sanità, che ha reso miliardari tantissimi politici e i loro complici, condannando però a morte inermi cittadini e impoverendo vaste aree della penisola in virtù della chiusura dei presidi ospedalieri. Non vi è regione che sfugga al “magna magna” e la gara, casomai, è a chi ruba di più e meglio.
Non bastano i lauti stipendi riscossi da consiglieri regionali e provinciali, passati dai 453 milioni di fine anni Novanta agli 897 milioni del 2010. Il vero gusto è raddoppiare lo stipendio, o quintuplicarlo in taluni casi, con l’appropriazione indebita del danaro pubblico, con le tangenti, con la divisione dei contributi concessi con manica larga ad amici e sodali organizzatori di tutte le sagre possibili e immaginabili. Un vero schifo, che ci ribalta agli occhi giorno dopo giorno in modo sempre più consistente. Uno schifo che non induce alla vergogna nemmeno quando viene smascherato in modo palese e incontrovertibile, come in Lombardia e Lazio, per esempio, inducendo i ladri colti con le mani nella marmellata a coriacee difese del proprio status e della propria onestà. La qualcosa, di per sé, è ancor più grave del reato commesso.
Potremmo andare avanti per ore, ma non serve. E del resto le cronache giornalistiche bastano e avanzano.
Che fare dunque?
Ritorneremo in modo più compiuto e articolato sulla riforma dello Stato in un prossimo articolo. Qui basti dire che è ineluttabile prendere atto, senza riserve, che il decentramento amministrativo si è rivelato un fallimento totale. Dell’abolizione delle province già si parla da tantissimo tempo. Bisogna solo tradurre le parole in fatti, senza ulteriori penose tergiversazioni o sciagurati compromessi. Le province vanno abolite. Stop. Lo stesso, però, dicasi per le regioni, carrozzoni mangiasoldi di ben maggiore consistenza. Non servono, perché troppa feccia vi trova facile allocazione, tanto nell’apparato politico quanto in quello amministrativo e, soprattutto, la scarsa consistenza etica degli amministratori le trasforma in macchine elettorali, gonfiandone a dismisura gli organici. Ritornare allo Stato centralista, quindi? Il discorso è complesso e questo articolo è già troppo lungo. Ne riparleremo. Qui basti dire che la riforma dello Stato in chiave autenticamente “federale”, senza confusione con le scempiaggini leghiste, è un importante deterrente contro il malcostume, anche se necessita, ovviamente, di altri supporti. Dulcis in fundo, bisogna riorganizzare anche i comuni, che vanno ridotti di numero e accorpati in modo che non vi siano municipalità al di sotto dei diecimila abitanti.
Ne riparleremo con calma e dettagliatamente in un prossimo articolo.
(Lino Lavorgna)

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