Galvanor da Camelot (Lino Lavorgna)
Ho teso corde da campanile a campanile, ghirlande da finestra a finestra, catene d'oro da stella a stella, e danzo. www.lavorgna.it

Analisi di uno studioso. Bruno Iorio e la nostalgia dell’amico.

Annamaria Rufino con i relatori
Gli amici di Bruno


Aveva seminato bene, Bruno Iorio, nel suo incedere terreno, e l’evento di ieri ne è stata una fulgida prova.
Una folla composita, eterogenea, di giovani e meno giovani, ha raccolto l’invito profuso da quella autentica forza della natura che risponde al nome di Annamaria Rufino, per testimoniare il proprio affetto nei confronti di un Uomo che sapeva solo amare.
Bruno è stato magistralmente “interpretato” da due intellettuali di spessore, Alfredo Omaggio e Luca Frassineti, e da Massimo Cacciari, che ovviamente non necessita di attributi. Il primo, amico di vecchia data, ne ha scandagliato il pensiero, mettendo in luce la straordinaria capacità analitica, soprattutto nella dottrina politica. Un’analisi che fa traballare anche il decisionismo Schmittiano, del quale, come poi avrebbe meglio spiegato Cacciari, Bruno ha saputo cogliere le profonde distonie propositive circa la necessità di dover “sempre” presupporre , “nell’ambito di una visione teologica del politico, la presenza oscura e tremenda di un potere decisionale puro…” (1).
Frassineti, che di Bruno è stato uno studioso appassionato, purtroppo senza avere avuto il piacere di conoscerlo, ha creato un parallelismo, quasi di stampo escatologico, tra la “queste” di Iorio sull’incapacità della stragrande maggioranza degli esseri umani a “capire il proprio tempo” e le vicende di Don Fabrizio Corbera, Principe di Salina, protagonista del romanzo “Il Gattopardo”, di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, che proprio non se la sente di accettare “la nuova società”, cui guarda con disprezzo e scetticismo, non scevri, tuttavia, di lucida capacità analitica. Il suo rifiuto ad accettare la carica di senatore del neo-regno sabaudo, non è mosso da lealismo borbonico (la lealtà è un concetto estraneo alle classi agiate e dominanti, fatte salve rare eccezioni che, proprio, perché tali, non fanno testo), ma per una sostanziale incapacità intellettuale, una sorta di “rigidità morale”, ad assumersi la responsabilità politica di un cambiamento che non lo riguarda e del quale non si sente partecipe.
L’intervento di Massimo Cacciari, manco a dirlo, ha sublimato quanto esposto dai suoi predecessori, cesellando i temi trattati con le testimonianze dell’antica e proficua frequentazione, durante la quale la complessità del mondo veniva sistematicamente scandagliata con la mente sgombra dai pregiudizi ideologici e dottrinari, cosa praticabile solo da chi realmente sia capace di volare “alto e oltre”.
Annamaria ha “moderato” secondo il suo stile, quello che traspariva evidente sin dagli anni giovanili, perché, come affermava qualcuno in un grande film: “I cavalli vincenti si vedono alla partenza”. Non si è colto un filo di emozione nella sua voce: dopo tutto la cultura è un grande sostegno per lo Spirito, specialmente in certe circostanze. Bruno, del resto, non era assente. Era lì, in ciascuno di noi che lo abbiamo stimato, apprezzato e soprattutto amato. Ed era lì, in modo ancora più concreto, grazie alla presenza di Giuseppe, che è rimasto “in silenzio” per tutto il tempo, saldando con la mente quel cammino terreno che lo ha privato troppo presto di “un compagno di viaggio”, ma non certo di una “Guida”, perché uomini come Bruno riescono ad essere “Padri presenti” anche quando sono assenti.
Annamaria non ha resistito alla tentazione di lanciare una frustata alla “realtà contingente”. Anche questo fa parte del suo stile, perché lei è profondamente calata nel “presente” e lo è sempre stata. La crisi della società è sotto gli occhi di tutti e lo stato pietoso in cui versano le Università Italiane non lasciano presagire nulla di buono.
Dopo la relazione di Cacciari erano previsti degli interventi, ma ho ritenuto inopportuno il mio. Da una lato non potevo permettermi il lusso che nella mia voce si cogliesse una partecipazione emotiva superiore a quella manifestata dalla moglie, (cosa possibile in un vecchio leone che, però, ha i suoi “talloni di Achille”), dall’altra mi sono reso conto che era davvero difficile contenere, in pochi minuti, sia la ricca aneddotica che ha caratterizzato la nostra amicizia sia un importante aspetto che non era emerso nelle relazioni, se non in un breve inciso di Cacciari.
Sui primi sono costretto a sorvolare anche ora. Sul secondo qualcosa posso dire. Bruno Iorio non era solo un raffinato cultore di storia, filosofia e dottrina politica, ma anche un profondo conoscitore dei “simboli” e “dei simbolisti”. Con me non parlava certo di Croce o Abbagnano. Men che mai di Del Noce. O di Carl Schmitt, se non quando fu pubblicato il famoso saggio: “Il nodo di Gordio. Dialogo su Oriente e Occidente nella storia del mondo”, che evidentemente riteneva molto più efficace per farmi comprendere la complessità del grande pensatore Renano, rispetto agli scritti precedenti.
La sua straordinaria intelligenza lo portava a capire “tutto” delle persone con le quali interloquiva, recandosi lui nei “loro pascoli” e dimostrando, con sconvolgente maestria, di averli meglio “arati”. A quel tempo mangiavo pane ed Evola, Nietzsche, Ibsen, letteratura Bretone. Cacciari ha avuto modo di ricordare, in un breve inciso, la “vocazione” di Bruno Iorio a studiare anche i pensatori tradizionalisti o controrivoluzionari. Posso testimoniare che la conoscenza di questi autori era assolutamente paritetica rispetto a quella degli autori a lui più affini e di gran lunga superiore a quella di tanti esegeti o presunti tali che, inconsapevolmente, ne distorcevano la natura, plasmandola alle loro esigenze, tra l’altro contrite da sicuri limiti intellettuali e culturali.
L’ultimo intervento è stato effettuato da un compagno di classe, della scuola media e del liceo, (2) che è stato capace di strappare un sorriso citando l’abilità con la quale Bruno metteva in difficoltà i docenti, i quali, sapendone meno di lui, restavano in ossequioso silenzio quando egli esponeva, ad esempio: “La teoria di Beckenbauer.(3) Ciò ha offerto il destro, ad Annamaria, per ricordare anche l’autoironia di cui era pervaso Bruno, capace di pensare cose estremamente complesse, senza mai perdere di vista l’essenza della vita, la sua caducità e i limiti della natura umana.
(lino lavorgna)


1) Analisi del decisionismo. Carl Shmitt e la nostalgia del tiranno. Giannini Editori – 1987
2) Prof. Francesco Sgambato – Primario Medico Internista Ospedale Fatebenefratelli – Benevento. E’ l’autore della poesia “La III A, declamata al termine dle convegno”.
3) Famoso calciatore tedesco degli anni sessanta e settanta.

Annamaria Rufino e i relatori
Annamaria Rufino co Massimo Cacciari. A sinistra il figlio Giuseppe.
I relatori

LA TERZA A

Dediche

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