Galvanor da Camelot (Lino Lavorgna)
Ho teso corde da campanile a campanile, ghirlande da finestra a finestra, catene d'oro da stella a stella, e danzo. www.lavorgna.it

Antonio Ingroia lascia la Magistratura

Antonio Ingroia


In calce è trascritta l’intervista rilasciata al quotidiano “La Repubblica”, con la quale Antonio Ingroia comunica il suo intento di abbandonare la Magistratura.
Un’intervista che rattrista, anche per ciò che si legge e si sente in giro; per i commenti insulsi e per la satira pungente che, in questa circostanza, più che inopportuna, risulta offensiva e per nulla divertente.
Il giorno in cui impareremo a capire che gli Uomini contano più delle “etichette”, avremo fatto un sensibile balzo in avanti verso la Civiltà.
Ingroia è un uomo di Sinistra. Chi scrive questa nota è un uomo di Destra.
Non è questo il luogo per una disamina articolata sui processi di assimilazione ideologica, ma non è difficile per nessuno comprendere che vi sono uomini di qualità ovunque e uomini senza qualità, che si auto-attribuiscono delle etichette politico-ideologiche, “ritenendo di interpretarne i dettami”. Anche Gasparri e La Russa, tanto per citare due nomi a caso, si dicono di “Destra”, per non parlare di un intero partito e di tanti satelliti che ad esso fanno da cornice, che tale definizione utilizzano per caratterizzarsi. Vi è qualcuno, tuttavia, che in piena coscienza ritenga possibile comparare siffatta accozzaglia di menti confuse ad Antonio Ingroia, senza cadere nel ridicolo?
Tutti coloro che si profondono in dichiarazioni sprezzanti, sanno di cosa parlano?
Antonio Ingroia è stato giustamente definito il “pupillo” di Borsellino, che di sicuro non era di “Sinistra”, ma che del giovane Sostituto Procuratore aveva colto il talento, la profonda cultura, l’altissimo senso dello Stato e la naturale propensione verso la tutela di quei valori etico-morali che costituiscono l’ossatura primaria di un “Uomo di Qualità”.
Antonio Ingroia vive con una condanna a morte sulle spalle da oltre venti anni, senza che ciò gli abbia impedito di assolvere i suoi doveri con la serena consapevolezza che da tale triste condizione non avrebbe mai dovuto lasciarsi condizionare. Pensino un attimo, gli sciocchi detrattori, come si comporterebbero nelle sue condizioni. Non è stata forse anche questa forza interiore fonte di invidia da parte di tanti colleghi?
Oggi a Ingroia è impedito di “tutelare” la Giustizia e di “cercare la verità” perché ciò fa comodo a molti. E gli è andata anche bene! Falcone e Borsellino hanno pagato con la vita il voler caparbiamente perseguire lo stesso scopo. Egli se la sarebbe cavata con un trasferimento in una città dove generalmente le cronache non registrano nemmeno lo scippo di un portafogli! Bella roba! Non è un azzardo affermare che vi sono condanne “a vivere” ben più pesanti “delle condanne a morte”.
Tanti cari auguri per la tua nuova vita, carissimo Antonio. Costruisci una bella Sinistra, decantandola dal troppo marcio che anche lì alberga. Te lo auguro di tutto cuore, sperando che dalle mie parti sia davvero possibile costruire una bella Destra. Sarebbe fantastico, poi, confrontarci, perché sarebbe un confronto di “Civiltà”. La vedo dura tuttavia, perché i troppi fetenti che questo non vogliono, dalle tue e dalle mie parti, faranno di tutto affinché ciò non avvenga. Mai smettere di crederci, tuttavia. Ti manderò il programma di “Europa Nazione”, che prevede lo svincolamento del CSM da ogni ingerenza politica e l’abolizione dell’immunità parlamentare. Queste non sono cose né di Destra né di Sinistra. Sono solo cose “Giuste”, come quelle che piacciono a Te.
(Lino Lavorgna)


ROMA – Antonio Ingroia sta per fare la sua scelta di vita. Lascia la magistratura e passa alla politica. “È stata la decisione più sofferta dei miei 54 anni”. Dopo averne passati 25 con la toga addosso il suo addio è colmo di amarezza. Verso i colleghi, e verso il Csm e l’Anm, cui muove puntuali rimproveri. “Per mesi mi sono sentito un uomo e un magistrato solo, ma non ho mai smesso di difendere la Costituzione e di cercare la verità su chi, e soprattutto perché, ha ucciso il mio maestro Paolo Borsellino”. Ora la sfida è un’altra, “portare in politica la grande passione per la giustizia, la verità e la Carta, visto che stiamo attraversando una vera e propria emergenza costituzionale”.


Si avvicina il 22 giugno, quando prenderà forma Azione civile, il suo movimento. Come prevede di presiedere quell’assemblea, con o senza toga?
“No, ho deciso a malincuore di abbandonarla. Non ci sono più le condizioni perché la tenga ancora indosso e ci sono invece delle gravi ragioni per le quali è venuto il momento di dedicarsi a tempo pieno all’attività politica. Lo dico perché in queste ore si comincia a giocare una partita decisiva per il futuro della democrazia nel nostro Paese e dello Stato di diritto come delineato dai padri costituenti. Mi sono sempre dichiarato partigiano della Costituzione, l’ho difesa strenuamente da magistrato, ma mi sembra chiaro che stiamo andando verso la soluzione finale perché si sta per mettere mano ai suoi capisaldi. Quindi non basta più un magistrato “partigiano della Costituzione”, ma occorrono tanti cittadini organizzati in un movimento politico per difendere con la loro azione la nostra magnifica Carta”.


Davvero si chiude per sempre la porta alle spalle? Non pensa che tutti diranno “lo fa ora perché non ha più un futuro”?
“Accetto il rischio perché la posta in gioco è molto più importante di quello che si dirà sul mio conto. Sono abituato a maldicenze e travisamenti. Certo, sono così affezionato a questa toga che sarei rimasto in magistratura se mi fosse stata data la possibilità di mettere a frutto la mia esperienza ventennale di pm antimafia in Sicilia. Ma c’è chi non vuole, il Csm in testa”.


Giudizio pesante. In questi mesi ha visto lì dentro dei nemici contro di lei e contro le indagini che ha condotto?
“Non mi piace ragionare con la logica militare dell’amico-nemico. Però è sotto gli occhi di tutti che appena l’inchiesta sulla trattativa è partita e si è capito che non sarebbe stata archiviata, ho avvertito forte prima un senso di allarme e preoccupazione rivolta contro di noi, poi un’ostilità strisciante, che alla fine è diventata avversione evidente, isolamento, ostacoli a ripetizione, fino ai ripetuti tentativi di neutralizzare le indagini, bloccando quei pm troppo ostinati nella ricerca della verità”.


La sua sarebbe una scelta obbligata perché non le hanno lasciato lo spazio pieno per indagare sui misteri d’Italia?
“È proprio così, me n’ero reso conto già un anno fa quando, mentre lavoravo alla richiesta di rinvio a giudizio, presi atto che si erano richiuse le porte della stanza della verità che quasi miracolosamente si erano aperte qualche anno prima senza che si riuscisse a scoprire tutta la verità su quella stagione oscura di patti e sangue”.


Non sarà, detto più terra terra, che stanno pesando le iniziative disciplinari contro di lei?
“Quelle non m’impressionano più di tanto, anche perché nessuna è fondata e tutte sono indirizzate a reprimere la libera manifestazione del pensiero e il legittimo esercizio del diritto di critica anche nei confronti delle sentenze”.

Dica la verità, si sente isolato dai suoi colleghi per le scelte investigative e politiche che ha fatto. Non le pesa il voto unanime del Csm, insieme destra e sinistra della magistratura, contro Messineo, che in realtà è contro di lei?
“Avevo deciso ben prima di questa delibera. Ma ora lo posso dire. Negli ultimi anni è cresciuto dentro di me il senso di estraneità rispetto alle logiche “politiche” del Csm e alle timidezze e all’ingenerosità dell’Anm nel difendere i magistrati più esposti della procura di Palermo”.


Aosta: come ha vissuto la decisione di mandarla lì?
“Certamente una scelta punitiva con motivazioni politiche. Bisognava dare una lezione alla magistratura che non si omologa, che quando indaga non ha riguardi per nessuno, a prescindere dalla collocazione politica. Il Csm poteva, anzi doveva, destinarmi alla procura nazionale antimafia, ma ha voluto tenermi alla larga da fascicoli connessi alle stragi e alla trattativa”.


Poteva lasciare a dicembre, quando si è candidato per Rivoluzione civile. Perché ci ha pensato tutti questi mesi?
“Perché non ho mai creduto ai professionisti della politica e ricordavo l’esempio di un giudice antimafia prestato alla politica come Cesare Terranova, che poi era tornato a fare il giudice a Palermo, ma prima che potesse farlo fu ucciso dalla mafia”.


Che si lascia dietro? Rimpianti? Non le mancheranno indagini e processi?
“Non è stato facile. È una scelta molto travagliata. Ho dedicato gran parte dei miei anni da pm a cercare di ricostruire la verità sulla stagione in cui ha perso la vita il mio maestro Paolo Borsellino. Ma adesso sono convinto che la magistratura, nelle condizioni in cui si trova, non possa fare grossi passi avanti se non cambia la politica. Solo quando avremo una politica alleata della magistratura e della ricerca della verità a ogni costo il nostro Paese potrà crescere, perché senza verità non c’è democrazia. Ecco allora che metto tutte le mie forze e il mio impegno per cambiare la politica e aiutare la magistratura a trovare la verità”.


Cosa l’ha convinta nonostante la pesante sconfitta elettorale di febbraio?
“Innanzitutto non è stata una disfatta perché quegli 800mila voti sono un capitale umano di partenza da non disperdere. Girando per l’Italia in queste settimane ho sentito una gran voglia di partecipazione che è stata prima indirizzata verso l’M5S e che ora deve diventare la molla per costruire un nuovo fronte popolare e democratico per difendere la Costituzione e i diritti dei cittadini senza potere, a cominciare dal diritto al lavoro. Questo è l’obiettivo politico al quale voglio dedicarmi”.
“La Repubblica – 14 giugno 2013”

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