Galvanor da Camelot (Lino Lavorgna)
Ho teso corde da campanile a campanile, ghirlande da finestra a finestra, catene d'oro da stella a stella, e danzo. www.lavorgna.it

BASTARDI DENTRO

Flegetonte


I “bastardi dentro” sono sempre esistiti e sempre esisteranno.
Nell’Inferno di Dante ve ne sono a iosa, disseminati un po’ ovunque. Non occorre molta fantasia per immaginare quanto grande dovrebbe essere l’inferno contemporaneo, per contenere loro e tutti gli emuli ch si sono succeduti fino ai giorni nostri.
Anche io, come tanti, ho avuto modo di conoscere dei “bastardi dentro”, gestiti in modo diverso a seconda delle varie stagioni della vita. Da giovane non lesinavo scariche di pugni e calci e una volta, poverino, vi andò di mezzo anche un mio caporedattore. Non era un vero “bastardo dentro”, ma solo un cretino frustrato che non sopportava coloro che scrivessero meglio di lui. Gli rovesciai la scrivania addosso e per poco non lo ammazzai. Per fortuna intervennero in tempo dei colleghi a sollevarmi di peso, liberando il malcapitato. Poi, quando l’età non rese più opportuni gli scontri fisici, incominciai a ucciderli con la lingua e con la penna. E devo dire che il divertimento è stato maggiore, ancorché meno faticoso.
Una quindicina di anni fa, infine, una donna deliziosa mi fece omaggio di un romanzo scritto da un autore a me, fino ad allora, sconosciuto: “Navigazione di cabotaggio”.
“Tieni – mi disse, sorridendo sardonicamente – giusto per farti rendere conto che non esiste solo l’Europa e che in America Latina non vi è solo il tuo beneamato Borges”. (Era Brasiliana, laureata in lettere). Esagerata, ma non tanto. Scoprii, così, Jeorge Amado e gli rubai subito uno stile comportamentale, per trattare i “bastardi dentro”, che ancora perdura.
“Detesto gli ospedali, i corridoi freddi, le sale d’attesa, anticamere della morte, ma ancora di più i cimiteri dove i fiori perdono vigore, non ci sono fiori belli nei camposanti. Tuttavia, possiedo un mio cimitero personale, l’ho costruito io e inaugurato alcuni anni fa, quando la vita ha reso matura la mia sensibilità. Vi seppellisco coloro che ho ucciso, ovvero quelli che per me hanno smesso di esistere, sono morti: chi un giorno aveva la mia stima e l’ha persa.
Quando qualcuno passa ogni limite e mi offende davvero, non mi arrabbio con lui, non mi adiro, non m’infurio, non litigo, non rompo le relazioni, non gli nego il saluto. Lo seppellisco nella fossa comune del mio cimitero, in cui non esistono monumenti di famiglia, tombe individuali, i morti giacciono in una squallida buca, in compagnia dell’abiezione e dell’antipatia. Per me quell’individuo è morto e sepolto, può fare quello che vuole, non riuscirà più a ferirmi.
Rari i funerali – per fortuna – di un traditore, di un bugiardo, di uno sleale, di qualcuno che ha tradito l’amicizia, ha tradito l’amore, è stato troppo avido, falso, ipocrita, arrogante (la menzogna e la presunzione mi offendono facilmente). Nel piccolo e brutto cimitero, senza fiori, senza lacrime, senza un minimo di nostalgia, marciscono alcuni personaggi, qualche donna, gli uni e le altre spazzati via dalla memoria, eliminati dalla vita. Incontro per la strada uno di questi fantasmi, mi fermo a parlare, ascolto, scambio con lui frasi, complimenti, accetto l’abbraccio, il bacio fraterno di Giuda. Proseguo, il tizio pensa di avermi ingannato ancora una volta, non sa che è morto e sepolto”.(Parigi, 1949)

Questo comportamento, come ho anticipato, perdura. Ma vale solo per i bastardi che “attaccano” me.
Non vale, pertanto, per i “bastardi dentro” che osano speculare sulla pelle di persone a me care. In particolare se anziane. Non parliamo, poi, se qualcuna di loro è addirittura mia Madre.
Questi bastardi non possono essere abbandonati metaforicamente nel Flegetonte e affidati alle cure dei Centauri. Vanno prima puniti. Severamente puniti. Perché tra i bastardi dentro, sono quelli più bastardi.
(Lino Lavorgna)

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