Galvanor da Camelot (Lino Lavorgna)
Ho teso corde da campanile a campanile, ghirlande da finestra a finestra, catene d'oro da stella a stella, e danzo. www.lavorgna.it

Quell’ultimo abbraccio

01 MAMMA - 1^ FOTO BLOG


Giuseppina Federico – Mia Madre


Un anno è volato via, ma sembrano trascorsi solo pochi attimi da quell’ultimo abbraccio, al sorgere del sole, quando l’umana negligenza, più che la caducità della vita, privarono Annalisa e me del Tuo sorriso, del Tuo calore, del Tuo amore e di quella straordinaria forza interiore che forza generava.


La malasanità è uno dei tanti tarli di questo derelitto Mezzogiorno, non ancora affrancato dal suo retaggio medievale, quello peggiore e più becero, non certo quello illuminato dai grandi scrittori, artisti, poeti e condottieri. E di malasanità si muore, spesso senza che i colpevoli paghino, perché anche la Giustizia fa i conti con i rapporti di forza più che con i nobili princìpi cesellati in bellissimi e profondi aforismi, magari ben incorniciati e in bella vista proprio lì dove essa viene quotidianamente offesa e vilipesa.


Ma oggi non è di questo che voglio parlare. “Vi sarà pure un giudice a Berlino”, affermò una volta il mugnaio di Potsdam; faccio mio il pensiero, traslando Berlino in ogni luogo in cui vi sia fame e attesa di Giustizia. E aspetto.
Oggi voglio parlare di quell’ultimo abbraccio, durante il quale ci hai detto, con un sospiro, un miliardo di cose, che non dimenticheremo mai, perché Tu sei sempre con noi, in ogni attimo della nostra vita, vissuta all’insegna di Tuoi insegnamenti.


Erano le tre di notte quando mi giunse la telefonata di Annalisa, che non si era staccata un solo momento da Te, nei tre giorni di degenza, per dirmi che stavi soffrendo molto e che il personale sanitario, medici e infermieri, non le dava ascolto quando invocava aiuto, un trasferimento d’urgenza presso l’ospedale civile, una trasfusione, qualsiasi cosa potesse servire in un momento come quello. Nel giro di quaranta minuti giunsi al tuo capezzale e mi sorridesti. Eravamo uniti, tutti e tre, come sempre. Mi chiedesti di massaggiarti i piedi e poi la schiena e ti assopisti. Sembrava quasi che i dolori lancinanti che tanto avevano spaventato Annalisa si stessero sedando e il medico di turno ci disse di non preoccuparci, “che era tutto a posto”, “che era normale”. Ma nulla era posto, ovviamente e quel tenue afflato di illusoria serenità – lo avrei capito solo dopo – era dettato esclusivamente dal fatto che eravamo “insieme” ed era quella l’unica cosa che contava, per Te.
Le ore passavano veloci e io aspettavo l’alba per parlare a muso duro con il Primario – e Tu sai bene quanto la mia lingua possa essere più affilata di una lama – e “ordinare” il tuo trasferimento, avendo ben compreso, oramai, che il ricovero in quella clinica era stato un grosso errore. “In un minuto c’è il tempo per decisioni e scelte che il minuto successivo rovescerà”, diceva Thomas Stearns Eliot. Come aveva ragione! La vita, beffarda, a volte ti nega il tempo che invochi, stravolgendoti l’esistenza. “Massaggiami la schiena”, mi dicesti ancora , verso le sette del mattino. E io presi a massaggiarti, alle tue spalle, mentre Annalisa, a Te di fronte, ti accarezzava le mani. Ti abbracciavamo e ti baciavamo, mentre le nostre mani scorrevano sul tuo corpo, fiduciosi che di lì a poco avremmo avuto la possibilità di portarti via. Ancora pochi minuti, perdinci. Già nei corridoi si percepiva il convulso vociare dei primi arrivi e gli infermieri avevano iniziato le terapie mattutine. Ancora pochi minuti, perdinci. Ma la vita è beffarda e quel tempo ci fu negato. Eri tra le nostre braccia e ti coprivamo di baci e abbracci e tu, nonostante il freddo già incominciasse a calare nell’anima, impartivi ancora con ferma lucidità e “forza” i tuoi ordini, con il piglio che ti era solito: “Togliete quella sedia, ostruisce il passaggio”; “Togliete tutta quella roba dal mobiletto”. E’ sempre lei, pensavamo, senza alcun bisogno di dircelo. E’ con noi. Ancora pochi minuti, perdinci… ma la vita è beffarda. In un attimo ti sentimmo venire meno e l’urlo di entrambi squarciò il cielo.
Cara e dolce Mamma, da sempre il dubbio è stata la mia unica certezza e sono ben poca cosa al cospetto della complessità della vita e delle sue leggi. Non so dove sei ora, ma davvero mi auguro che esista il Paradiso dei Giusti e che tu sia lì, ad insegnare a tanti tutto ciò che a tanti hai insegnato in vita.
Da un anno, i miei numerosi amici che con la mente umana hanno dimestichezza quotidiana, per vincoli professionali, cercano di convincermi che è inutile tormentarmi per delle scelte “imposte” da chi aveva i giusti titoli per imporle. I più saggi di loro, però, quelli che meglio mi conoscono e più di altri sono riusciti a scandagliare il mio universo, non si sono sforzati più di tanto in tal senso, ben sapendo che era perfettamente inutile e che sono sempre io a farmi carico di tutto. “Abbandonati al tuo dolore”, mi dicono, consapevoli che esso è ora parte di me e che il “terribile fardello” mi accompagnerà per sempre e di certo non basterà l’invocata Giustizia a sedarlo.
Perdonami, dolce Mamma, se non sono stato in grado di salvarti la vita. Di malasanità si muore, in questo derelitto Mezzogiorno e dovevo prevederlo.
Perdonami per i tanti ritardi accumulati nel corso della mia vita. Costa, e tanto è costato, voler vivere con la schiena dritta e poter sempre alzare il dito indice, con la testa alta, gridando “J’accuse!”, senza offrire mai il destro a chicchessia di fare altrettanto. Non avrei potuto vivere diversamente, del resto, senza abbassare gli occhi, vergognandomi, al tuo cospetto e al cospetto di mio Padre, Tuo marito. E’ costato tanto, ma è un prezzo che ho pagato volentieri, perché la Libertà è il bene supremo e quella Libertà che non mi sono fatta mai mancare è il retaggio dei Vostri insegnamenti.
Mi manchi in ogni momento. Ci manchi in ogni momento e mancherai ancor più quando, fra qualche settimana, uscirà “Prigioniero del sogno”, che leggesti nella sua prima edizione. Come sarebbe stato bello averti alla presentazione ufficiale e vedermi rubare la scena da Te, Mamma speciale, da tutti amata. Ti luccicavano gli occhi, quando lo leggesti, ma non esitasti a rampognarmi per il finale, eccessivamente duro e nichilista. “La speranza non deve mai morire”, mi dicesti. Dolce Mamma, la speranza non muore e nella nuova versione il finale è stato variato. Ti piacerà, ora. E’ già in tipografia e l’editore aveva scritto: “Finito di stampare nel mese di febbraio”. Gli ho chiesto di correggere la frase: “Finito di stampare nel mese di marzo”, il mese che ti ha vista nascere, come un fiore di primavera. Il cavaliere errante cui hai donato la vita continua la sua battaglia, indomito. E continuerà a sorridere, nonostante tutto, perché sa che è questo che vuoi. E vivrà nel Tuo nome, dedicandoti ogni momento della sua vita, perché sa che è giusto e, soprattutto, è ciò che vuole. Ed è solo questo, tra l’altro, che gli dona un po’ di pace.
Tuo figlio

Giuseppina Federico - 1939

Giuseppina Federico - 1943

Giuseppina Federico - 1949

Giuseppina Federico e Lorenzo Lavorgna - 1950

Giuseppina Federico - 1954

Giuseppina Federico e Pasqualino - 1955

Giuseppina Federico e Gino - 1957

Giuseppina Federico - 1957

Giuseppina Federico e Annalisa - 1966

Giuseppina Federico e le colleghe - 1974

Giuseppina Federico con i fratelli e sorelle - 1987

Giuseppina Federico con Annalisa e Felice

Giuseppina Federico con Papà, Annalisa e Zio Danny - 1994

Giuseppina Federico e Lorenzo Lavorgna

Giuseppina Federico con fratelli e sorelle

Giuseppina Federico - 2004

Giuseppina Federico con i suoi allievi dopo 58 anni

Giuseppina Federico con i suoi allievi dopo 58 anni

Giuseppina Federico

Giuseppina Federico e Annalisa

Giuseppina Federico e Pasquale

Giuseppina Federico

Giuseppina Federico – Una Donna Italiana

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Con lo Zio Danny a Ravello

Con Nella a Ravello

Con Annalisa a Ischia

USA 2011 – The Journey. I 90 anni dello zio Danny – Video

USA 2011 – The Journey. I 90 anni dello zio Danny – Photo gallery

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