Galvanor da Camelot (Lino Lavorgna)
Ho teso corde da campanile a campanile, ghirlande da finestra a finestra, catene d'oro da stella a stella, e danzo. www.lavorgna.it

THE CUT – IL PADRE


PREMESSA


Non sono un critico e non scrivo recensioni. Amo guardare i film e al massimo mi limito a tessere le lodi di quelli che più mi colpiscono. Amo recitare, anche se non lo faccio da molti anni, oramai, e ho studiato regia, da giovane. La recensione, pertanto, costituisce un’eccezione alla regola, scaturita dal mare di oscenità che ha fatto seguito all’uscita di “The Cut” (nella versione italiana “The Cut – Il padre), ennesimo capolavoro del regista tedesco Fatih Akin, che questa volta supera se stesso.
Coloro che mi conoscono potrebbero restare perplessi, ben sapendo cosa pensi dei critici cinematografici e di coloro che, guadagnandoci anche, parlano di cose che non sanno fare. I giornali sono pieni di recensioni sciocche e fasulle. Perché prendersela tanto, quindi? Non ho sempre sostenuto, forse, che i critici sono come le tempeste marine? I naviganti sanno che esistono, ma non rinunciano certo a navigare. Le critiche sciocche e pretestuose rispondono a peculiarità ben definite dell’animo umano, presenti in ogni ambito: ignoranza, cattiveria, invidia, asservimento a determinate logiche. Ignorarle è l’unica strada percorribile. Non sempre è possibile, però. Quando la pretestuosità offende la verità storica e la memoria di milioni di morti, allora vuol dire che la disgregazione etica ha raggiunto livelli che non possono essere tollerati. E bisogna intervenire.
Questa mia recensione, quindi, vuole rappresentare una frustata, forte, nei confronti dei ciarlatani che, rispondendo a logiche facilmente intuibili, hanno “massacrato” il film di Akin, perpetuando, di fatto, il massacro ben più sanguinoso patito dal popolo armeno.
Sia ben chiaro che nella recensione parlo esclusivamente del “film”, analizzato con le esclusive peculiarità di attore e regista, senza lasciarmi trasportare dall’afflato di affetto nei confronti del popolo armeno, che trova albergo in altri scritti. Nessun pregiudizio, quindi, ma solo l’analisi, soggettiva quanto si vuole, ma sincera, di un’opera cinematografica. Sono convinto che in Turchia vi siano tante persone splendide, come sostiene la scrittrice Antonia Arslan, nell’intervista lincata in calce, e non nutro nessun sentimento ostile nei confronti di tale popolo. Ricordo con affetto e simpatia due splendide storie d’amore avute con donne turche, negli anni giovanili, che mi hanno “aiutato” a comprendere meglio la complessa realtà sociale del loro paese. Fatih Akin, nato in Germania ma turco di origine, lo asserisce chiaramente nell’intervista che precede quella della scrittrice: “Il genocidio è anche il mio genocidio, perché è la mia gente che lo ha perpetrato”. Possiamo solo ringraziarlo per questa meravigliosa testimonianza e per il film, uscito a ridosso del “giorno della memoria” e che forse avrebbe meritato una distribuzione più incisiva e capillare nelle sale cinematografiche.

THE CUT - IL PADRE


“Un film puro, epico, di grande intensità e bellezza, come non se ne fanno più”.


L’incipit è di Martin Scorsese. Basterebbe questo a chiudere ogni discorso e correre a vedere il film, ammesso che si riesca a reperire qualche cinema che lo abbia in programmazione. In tutta la Campania, ad esempio, è disponibile solo a Napoli, presso il “Filangieri” e non per molto. Le polemiche sulla distribuzione rimandiamole ad altra occasione e ritorniamo al film. Fathi Akin non ha bisogno di presentazioni. I suoi film di maggiore successo: “La sposa turca”, “Ai confini del paradiso”, “Soul kitchen”, lo hanno già consacrato tra i grandi della cinematografia mondiale e quest’ultimo film, casomai, mette il carico da dieci su un percorso già di per sé brillante.
La storia è di quelle che toccano le corde più profonde dell’animo umano e ti tengono inchiodato alla poltrona (come ho visto realmente al Filangieri) ben oltre lo scorrimento dei titoli di coda. Nazaret Manoogian (interpretato in modo magistrale dalla super star francese Tahar Rahim) è un giovane fabbro di etnia armena, padre di due gemelle, che vive in Anatolia quando al potere salgono i giovani turchi. Siamo nel 1915 e il nuovo governo decide di saldare i conti con la minoranza cattolica, perpetrando quello che passerà alla storia come il primo genocidio del ventesimo secolo. Strappato alla famiglia, Nazaret scampa miracolosamente al “taglio della gola”, grazie alla “compassione” del carnefice, che non affonda la lama. Resterà muto per sempre, ma almeno è vivo, a differenza dei suoi compagni di sventura. Il fabbro pensa che la sua famiglia sia perita nelle estenuanti marce della morte, ma apprende casualmente che le figlie si sono salvate e inizia un periglioso “viaggio” per ritrovarle. Vi sono oltre cento orfanatrofi tra la Turchia e il Libano e lui li visita uno a uno fin quando non apprende che le gemelle sono partite per Cuba. S’imbarca pagandosi il biglietto con lavori umili a bordo della nave, ma ivi giunto scopre che le figlie sono emigrate a Minneapolis e così è costretto a entrare clandestinamente negli USA.
Ancora tremila chilometri, dal Sud della Florida al Minnesota, tra mille peripezie e pericoli. Arsinée e Lucinée, però, nel frattempo si sono trasferite nelle desolate, aride e fredde praterie del North Dakota.
Saranno ancora vive?
“The Cut”, lo si intuisce scena dopo scena, è pregno di elementi simbolici di grande valenza. Nulla è lasciato al caso e tutto è incentrato sulla caducità della vita, che consente tanto le azioni più efferate quanto i gesti più nobili. E’ fortunato, Nazaret, nell’imbattersi in un turco buono, che gli salva la vita. E’ fortunato, il bimbo turco, al termine della prima guerra mondiale: ad Aleppo i turchi sono cacciati sotto il lancio dei sassi, ma Nazaret resta con il braccio teso, incrociando lo sguardo impaurito del bimbo. Non ha colpa, lui, dei massacri compiuti dagli adulti e quel gesto pietoso forse gli cambia la vita. Ecco, quindi, il tema del “perdono”, della “compassione” e della “colpa” fusi in pochi secondi, in una scena stupenda. Il “diavolo” che mina le coscienze è sconfitto. Il dilemma della morte come liberazione viene affrontato nell’incontro con la cognata, in un campo che accoglie migliaia di armeni in fin di vita. La donna chiede di essere “liberata dalle sofferenze” e Nazaret obbedisce, strangolandola. Immediate, saltano alla mente le scene strazianti dei campi di concentramento nazisti. Akin padroneggia la cinepresa con rara maestria. I campi lunghi, tipici di molti film dedicati al genocidio armeno, qui si dilatano oltre il possibile. A tratti si percepiscono espliciti riferimenti a Elia Kazan, Sergio Leone e Bernardo Bertolucci, ma è sempre la pregnante personalità artistica di Kazin che domina le scene, impreziosite dalla stupenda bellezza di Tahar Rahim e dal suo indiscusso talento, che si manifesta in modo ancor più pregnante proprio perché resta muto per quasi tutto il film. Impeccabile la fotografia, che alterna i colori dei vari luoghi rendendoli subliminalmente percepibili esattamente come ci appaiono nella nostra mente; di grande spessore la colonna sonora, di Alexander Hacke, che riesce a conferire il giusto pathos, sena strafare.
Un autentico capolavoro, quindi, che ci auguriamo possa beneficiare di un ripensamento sulla distribuzione, anche alla luce della crescente attenzione sul genocidio, scaturita dalle parole del Papa durante la messa del 12 aprile, celebrata secondo il rito armeno.
Il film è dedicato al giornalista Hrant Dink, ucciso nel 2007 da un nazionalista turco per aver cercato di raccontare il genocidio del suo popolo.


Commento del regista

“The Cut è un film epico, un dramma, un’avventura e un western tutti insieme. Il film non potrebbe essere più attuale: è un racconto di guerra e di esodo, che inoltre mostra il potere dell’amore e della speranza che ci permette di raggiungere l’inimmaginabile. “The Cut” è la conclusione della trilogia su Amore, Morte e Diavolo. Esplora il tema del diavolo, esaminando il male che siamo capaci di infliggere agli altri, sia inconsapevolmente sia deliberatamente, evidenziando la sottile linea che spesso separa il bene dal male. E’ un film molto personale, che nel tema esplora la mia coscienza e nella forma esprime la mia passione per il mezzo cinematografico”.

INTERVISTA A FATHHI AKIN – “E’ anche il mio genocidio”

INTERVISTA A ANTONIA ARSLAN

PETIZIONE ON LINE PER IL GIORNO DELLA MEMORIA

ARTICOLO SUL GENOCIDIO

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