Galvanor da Camelot (Lino Lavorgna)
Ho teso corde da campanile a campanile, ghirlande da finestra a finestra, catene d'oro da stella a stella, e danzo. www.lavorgna.it

Cento anni di solitudine

Genocidio armeno


Mi si perdoni se rubo il titolo a un celebre romanzo, ma davvero non ne esiste uno migliore per iniziare un articolo dedicato al centesimo anniversario del genocidio armeno. Per cento anni, gli armeni, quelli della piccola repubblica e quelli, molto più numerosi, della diaspora, hanno atteso, soffrendo, che il mondo si accorgesse di loro. Invano. Il mondo ha sempre girato loro le spalle. Per viltà, per interessi e per tutte le cose più bieche che l’animo umano è capace di concepire, quando non riesce ad affrancarsi dal male che geneticamente porta dentro di sé.
A nulla sono serviti i richiami di pochi intellettuali attenti alle cose del mondo e capaci di percorrere i sentieri della vita senza sbandare.
A nulla sono serviti i pur forti appelli delle più illuminate menti della diaspora, capaci di testimoniare con documenti, foto, filmati e i toccanti racconti dei sopravvissuti, le atrocità commesse dai giovani turchi: il “METZ YEGHERN”, “il grande male”, il genocidio di un’intera comunità, laboriosa e pacifica, che viveva da millenni in Anatolia.


Per cento anni il genocidio è stato sistematicamente ignorato, cancellato dalla memoria storica come una pagina fastidiosa, da strappare per non turbare le coscienze. “Ma chi sono questi armeni? Dove sono? Cosa vogliono?” Si risponde infastiditi a chi ne parla, senza rendersi conto di emulare qualcuno che pensava più o meno le stesse cose quando affermò, prima di avviare il suo, “che nessuno si ricordava del genocidio degli armeni”. Era il 1939 e quel “qualcuno”, lo sapete tutti, si chiamava Adolf Hitler.
Davvero sembrava impossibile che il mondo si scuotesse dal suo torpore e che le terribili “ragioni di stato”, da sempre complici di tutti i “metz yeghern” che la storia ricordi, potessero essere sconfitte. Troppo forte la Turchia, per contraddirla. Troppo piccola e debole l’Armenia, perché potesse indurre il mondo ad accorgersi di essa, nonostante la sua millenaria storia.
E invece… nel 1936, Mario Bergoglio, ferroviere astigiano emigrato in Argentina in cerca di fortuna, e sua moglie Regina Maria, mettono al mondo un pargolo cui “impongono” il nome di Jorge Mario. Settantasette anni dopo quel pargolo ascende al soglio di Pietro “imponendosi” il nome di “Francesco” e iniziando subito a “scuoterlo”, il mondo in dissoluzione. Il 12 aprile 2015, durante una toccante messa celebrata con il rito armeno (proposta nel video lincato in calce), cambia la storia. Il mondo è costretto a “scoprire” il genocidio armeno e a nulla servono le feroci reazioni di Erdogan, che intima di “mai più ripetere tale termine”, in un delirio che sconfina nel ridicolo, se non fosse tragico. Come birilli cadono le resistenze dei riluttanti, anche di coloro che con la Turchia hanno solide e consolidate relazioni: economiche, diplomatiche, culturali. Obama, con un arzigogolato ghirigoro sintattico riesce a evitare la parola “genocidio”, ma il senso del suo messaggio è fin troppo chiaro.

La sostituzione del sostantivo con “massacro”, caso mai, enfatizza ancor di più il concetto: “Caro Erdogan- si legge tra le righe – hai chiesto di non utilizzare la parola “genocidio” e ti accontento giacché siamo alleati, ma non tirare troppo la corda e datti una mossa perché sei rimasto isolato. Se la corda si spezza, sei tu che cadi”. Dulcis in fundo, a due giorni dal centenario, arriva il colpo di grazia: la Cancelliera tedesca Angela Merkel telefona al premier turco Ahmet Davutoglu e gli dice ciò che era stato sempre taciuto nel rispetto dei solidi rapporti tra i due stati: “Il governo tedesco considera il massacro degli armeni compiuto dall’impero ottomano cento anni fa come un genocidio”. L’Austria si accoda, senza eccezione alcuna: i leader dei sei maggiori partiti diramano un comunicato in cui si spiega che, in qualità di ex alleato dell’Impero ottomano, “l’Austria ha il dovere di riconoscere e condannare questi orribili eventi come genocidio“.
Quello che accadrà dopo l’imponente cerimonia prevista a Yerevan, oggi, è facile presagirlo. I cento anni di solitudine sono terminati.

ARTICOLO SUL GENOCIDIO ARMENO

IL GENOCIDIO ARMENO – DOCUMENTARIO

LA MASSERIA DELLE ALLODOLE – Film dei Fratelli Taviani tratto dall’omonimo romanzo di Antonia Arslan

MAYRIG – Regia Henri Verneuil – Francia 1991

588 RUE PARADIS – Regia Henry Verneuil – 1992

12 APRILE 2015 – LA MESSA DI PAPA FRANCESCO

ILS SONT TOMBÉS – Charles Aznavour

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4 Risposte to “Cento anni di solitudine”

  1. Non sarei così ottimista.. Se è vero che la maggior parte dei paesi hanno riconosciuto il genocidio, usato a volte in maniera del tutto paradossale, come mero e becero slogan elettorale (vedi Salvini), magari solo perchè si è trattato di uno sterminio di fratelli cristiani, è altresì vero che fino a quando lo stato turco non ammetterà il genocidio ( e non sarà semplice, date anche le implicazioni giuridiche che questo termine in Turchia comporta), il popolo armeno non sarà mai del tutto emancipato. Come saprai il confine con la Turchia è chiuso, si combatte tutt’ora il conflitto del Nagorno Karabakh con il filo-turco Azerbaijan, per cui l’Armenia risulta del tutto isolata. E poi…quando ammetteranno le cosiddette grandi potenze, e in particolare la Gran Bretagna, di essere state conniventi di questo “Grande Gioco”? Grazie per l’argomento che permette serie e pertinenti riflessioni.

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  2. […] con la quale i turchi fecero strame di un intero popolo. Dallo scorso anno, però, grazie al Santo Padre, il mondo intero ha scoperto l’Armenia e le sue pene, almeno quelle perpetrate nel 1915. […]

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  3. […] con la quale i turchi fecero strame di un intero popolo. Dallo scorso anno, però, grazie al Santo Padre, il mondo intero ha scoperto l’Armenia e le sue pene, almeno quelle perpetrate nel 1915. […]

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