Galvanor da Camelot (Lino Lavorgna)
Ho teso corde da campanile a campanile, ghirlande da finestra a finestra, catene d'oro da stella a stella, e danzo. www.lavorgna.it

Quel pomeriggio di quaranta anni fa

Luigi Lavorgna


E’ davvero complicato comprendere i misteri della mente, connessi alla memoria, che ancora presentano tanti lati oscuri, nonostante i numerosi e articolati studi effettuati da validi scienziati.
A volte mi capita di sentire citare eventi, anche importanti, che mi hanno visto testimone o protagonista e, per quanti sforzi producessi, non riesco proprio a lasciarli affiorare nella mia mente. Altre cose, invece, restano nitide e ben definite, come le immagini di un film.
Nel pomeriggio del 14 giugno 1975, verso le 15, mi accingevo a uscire per raggiungere gli amici a Piazza Vanvitelli. Eravamo alla vigilia delle elezioni amministrative, che mi vedevano candidato per la prima volta, con l’ingenuo entusiasmo del ventenne che vuole cambiare il mondo.
Ti vidi, Fratello mio, disteso sul divano e ti lanciai uno sguardo e un sorriso, allontanandomi poi silenziosamente, per non disturbare la tua pennichella.
Papà, come sempre, era al paese e sarebbe rientrato in serata. La Mamma e le Nonne erano intente alle loro faccende. Annalisa, fanciulla in erba, ronzava loro intorno, assimilando come una spugna quelle regole di vita trasmesse con amore e maestria, che le hanno consentito di essere ciò che è: una donna straordinaria.
In pochi minuti raggiunsi la sezione e mi ricongiunsi con gli amici. Eravamo sereni e si sapeva già che avremmo ottenuto un buon risultato, (come di fatto poi avvenne, raddoppiando i voti e il numero degli eletti) e così ci concedemmo un caffè, forse al Bar Esedra, ma non ne sono sicuro al 100%: su questo dato la memoria mi tradisce e ricordo solo le battute scherzose di Nicola Raucci, che non essendo candidato era ancora più tranquillo degli altri.
I minuti scorrevano veloci, mentre si salutavano le persone in transito nell’affollata Via Mazzini. Il sole picchiava forte e il caldo si faceva sentire. Verso le 16,30 avvertii una vampata di calore improvvisa, iniziando a sudare copiosamente. Una sudorazione eccessiva, nonostante l’afa. Avrei potuto tranquillamente utilizzare il bagno della Sezione per rinfrescarmi, ma percepii forte il bisogno di rientrare a casa, cosa che feci d’impeto, salutando frettolosamente gli amici. Ho bisogno di una bella doccia, pensai, mentre percorrevo, a piedi, il chilometro che separa Via Mazzini da Via Fulvio Renella.
Giunto a casa vidi la Mamma che si stava accomiatando dalla Signora Lo Vallo, nostra dirimpettaia, continuando serenamente a discorrere sul pianerottolo, dopo il sicuro caffè degustato in precedenza, secondo una consolidata abitudine che vedeva spesso le rispettive famiglie riunite.
Entrai in casa, ma non feci in tempo a raggiungere il bagno. Lo squillo del telefono mi bloccò un attimo prima. Risposi.
Vi è una florida letteratura scientifica sulle modalità da osservare nella comunicazione di talune notizie e, addirittura, sono previste procedure ben definite, affidate a persone appositamente preparate. Ovviamente non sempre ciò è possibile e, in ogni caso, poco cambia la sostanza, come ben sa chiunque abbia provato questa esperienza.
La voce che giunse alle mie orecchie, dopo aver sollevato la cornetta, mi fece precipitare subito nello sconcerto. L’interlocutore si qualificò come un appuntato della Polizia, in servizio presso l’Ospedale Civile. Mi resi conto solo in quel momento che, alcune “percezioni”, chissà in base a quali arcani misteri della natura già torturatrici della mente sin da quell’inusitata ventata di calore e “violentemente” scacciate dalla ragione che cercava di imporsi su qualcosa di più forte, stavano per essere legittimate da una drammatica conferma.
“Cosa è successo” – chiesi, con voce tremula.
“Quanti anni ha?” – replicò, con toni sommessi, il poliziotto.
“Venti” – risposi, mentre il cuore mi saliva in gola.
“E’ adulto allora… Lei è il fratello di Luigi?”
“Cosa è successo?”, chiesi ancora, senza rispondere alla domanda e senza più speranze…
“Suo fratello ha avuto un incidente. E’ morto”.
Il grido che squarciò il cielo non riuscii a fermarlo, e Mamma si precipitò all’interno, spaventatissima, seguita dalla Signora Lovallo, anch’ella bianca in volto.
“Dobbiamo andare in ospedale – dissi – Gino e lì. Ha avuto un incidente”.
Non aggiunsi altro e in silenzio scendemmo le scale, ciascuno tormentato dai propri pensieri. Non ho mai chiesto a mia Madre se avesse compreso subito la drammatica realtà, ma sono convinto che qualsiasi madre sappia capire un figlio ben al di là delle parole da lui pronunciate.


Chiudo qui questa pagina di ricordi, Fratello mio, perché non sono tanto bravo da trovare le parole giuste per andare oltre.
Canna al vento per una vita intera, perenne naufrago in un mare tempestoso, con Te sempre nel cuore. Quell’immagine di te sul divano, che riposavi, mentre io mi apprestavo a uscire, si staglia così nitida che potrei trasferirla su una tela, sol che fossi in grado di mantenere tra le dita in modo degno dei pennelli. Se solo avessi deciso di svegliarti, di dirti, “ehi, ti va un caffè?”. Un semplice caffè, quattro chiacchiere e magari poi percorrere un tratto di strada insieme, prima di prendere ciascuno la propria.
Non ti saresti incontrato con Eddy, non gli avresti chiesto di farti provare la sua nuova vespa – quella tua passione per le due ruote che tanta apprensione generava in me, capace a stento di guidare una bicicletta – e non ti saresti trovato in quel posto, a quell’ora… e sarebbe cambiata la storia. Se, se, se… troppi se.
Mi manchi tanto, Fratello mio. Ci manchi. Si dice che il tempo contribuisce a lenire il dolore. E’ senz’altro vero per tanti, ma non per tutti. Non per coloro che, incrociando due strade nel bosco, scelsero la meno battuta.
Ci manchi, ma qui tutto parla di Te, perché anche se il filo si è spezzato troppo presto, sei riuscito a lasciare il segno ed è come se fossi qui. Anzi, sei qui. I see you, Fratello mio.

Luigi Lavorgna - Giuseppina Federico

Luigi Lavorgna, Lorenzo Lavorgna, Giuseppina Federico, Lino Lavorgna

Luigi Lavorgna. Giuseppina Federico, Lino Lavorgna

Luigi Lavorgna, Giuseppina Federico, Lino Lavorgna

1958 -

Luigi Lavorgna

Luigi Lavorgna - Annalisa Lavorgna - Lino Lavorgna - 1974

Luigi Lavorgna

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