Galvanor da Camelot (Lino Lavorgna)
Ho teso corde da campanile a campanile, ghirlande da finestra a finestra, catene d'oro da stella a stella, e danzo. www.lavorgna.it

Non toccate gli Eroi!

INGROIA E DI MATTEO


La prima immagine di Antonio Ingroia che mi sovviene alla mente – la prima immagine “storica” – risale al dicembre 1991. Ha 32 anni, è bello come il sole, brillante, intelligente, colto, raffinato. E’ magistrato già da quattro anni e il suo primo Maestro è stato Giovanni Falcone. Lo troviamo all’esterno del carcere di Favignana mentre attende che il suo “mentore”, Paolo Borsellino, termini l’interrogatorio di Vincenzo Calcara, il pentito che, disattendendo l’ordine di ucciderlo, inizia a collaborare. Durante l’interrogatorio Borsellino apprende le trame contro di lui e la decisione, assunta dai capi della mafia, di assassinare anche i suoi PM. Il Giudice esce scuro in volto e ordina a Catalano, il capo della scorta, di accompagnare Ingroia a Palermo nell’auto blindata, riservando a se stesso solo due uomini. Catalano, perplesso, gli fa notare che le consegne sono diverse e che gli ordini prevedono l’accompagnamento sin dentro casa, ma solo per lui. “E da questo momento le consegne sono cambiate. Il Dottor Ingroia è sotto scorta – afferma perentorio Borsellino – parlerò io con il Questore”. Tutti annuiscono in silenzio e il volto radioso di Ingroia s’incupisce. “Intelligenti pauca”. Da quel giorno Antonio Ingroia è sempre stato sotto scorta, con una perenne condanna a morte sulle spalle, senza che ciò scalfisse per un solo attimo la sua dedizione e il suo impegno in difesa della Giustizia.
La seconda immagine, non meno emblematica, risale al 23 maggio 1992, il giorno della strage di Capaci, nella quale persero la vita Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e i tre agenti della scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo, Antonio Montinari. Sono circa le dieci del mattino e Borsellino ha fatto da poco il suo ingresso in Procura, dopo aver generato non poca apprensione nei sui “Angeli custodi”: si è recato da solo al molo dei pescatori in cerca dei prelibati “zoccoli di mulo” che tanto piacciono a Falcone, in partenza da Roma nel pomeriggio e suo ospite a cena. Antonio appare sulle scale, sorridente, mentre guarda il suo Maestro che amorevolmente dialoga con i colleghi Aliquò e Guarnotta, ansiosi di avere notizie sulla possibile nomina di Giovanni Falcone a Procuratore antimafia. Sorride anche Borsellino, che si diverte a tenere sulle spine i colleghi, rispondendo alle loro insistenti domande con una citazione in tedesco: “Kennst du das Land, wo die Zitronen blühn, Im dunkeln Laub die Gold-Orangen glühn”. Potranno avere notizie sulla Super Procura solo se tradurranno la frase. Guarnotta e Aliquò sono bravi Magistrati, anzi bravissimi, ma non hanno dimestichezza con Goethe, non conoscono il tedesco e mugugnano intristiti per il simpatico “ricatto” dell’Illustre collega. Intanto si avvicina Ingroia e rivela l’arcano: “Conosci tu la terra dove fioriscono i limoni?” E’ Goethe che parla della Sicilia nel “Viaggio in Italia”. Borsellino lo gratifica: “L’umile Dottor Ingroia studia e vince”. Tocca a lui conoscere per primo la bella notizia: “La nomina di Giovanni alla Superprocura è sicura. E’ cosa fatta”. Ingroia sobbalza di felicità. La giornata non potrebbe iniziare in modo migliore. Poi, purtroppo, sappiamo come è andata a finire.
Nino Di Matteo ha due anni in meno di Ingroia ed è entrato in Magistratura nel 1991. A Palermo è giunto nel 1999, impegnandosi subito nelle indagini relative alle stragi della mafia e alle collusioni tra lo stato e la mafia. Anch’egli vive con “la condanna a morte” sulle spalle da molti anni ed è protetto da una scorta di primo livello, munita di sofisticati strumenti in grado di bloccare le onde radio che potrebbero attivare ordigni a distanza. Di Matteo, come Falcone, era in corsa per il ruolo di Procuratore Nazionale antimafia. Era il candidato ideale per esperienza e capacità, ma il CSM gli ha preferito altri. Se Borsellino fosse stato vivo avrebbe commentato questa scellerata azione del CSM come commentò, con voce rotta dalla commozione, la bocciatura di Falcone a Giudice Istruttore: “Nel gennaio del 1988, quando Falcone, solo per continuare il suo lavoro, propose la sua aspirazione a succedere ad Antonino Caponnetto, il Consiglio Superiore della Magistratura, con motivazioni risibili, gli preferì il Consigliere Antonino Meli. Falcone concorse, qualche giuda s’impegnò subito a prenderlo in giro e il giorno del mio compleanno il Consiglio Superiore della Magistratura ci fece questo regalo”.
Ingroia e Di Matteo sono due Eroi. Due grandi Italiani di cui essere fieri. Il primo è stato costretto ad abbandonare la Magistratura; il secondo continua la sua attività con il coraggio dei Grandi, sapendo che deve difendersi non solo dai nemici ma anche da troppi “falsi” amici, come sempre accade agli uomini “Superiori”, che ogni giorno fanno venire il mal di pancia ai meschini che albergano ovunque e purtroppo anche in talune stanze del potere che dovrebbero essere esclusivo appannaggio di quei Rari Nantes in gurgite vasto, di cui Ingroia e Di Matteo costituiscono eccelso esempio.
Oggi, i tanti pennivendoli che vivono agiatamente purché scrivano sciocchezze in quantità industriali sotto dettatura, si sono divertiti alla grande nel dileggiarli, esaltando l’assoluzione di un ex politico democristiano incriminato di gravi reati.
Le sentenze della Magistratura si rispettano sempre e bene ha fatto, quel magistrato, ad assolvere l’imputato se le prove a suo carico non potevano sancirne la colpevolezza “ogni oltre ragionevole dubbio”. Ben altra cosa, ovviamente, è il “convincimento” dei singoli che conoscono la storia, a prescindere dalla sentenza che, è bene ricordarlo, è stata tarata sulla vecchia formula della “insufficienza di prova”.
A Ingroia e Di Matteo, pertanto, va l’abbraccio affettuoso di tutti gli Italiani onesti, che sono tanti e che, oggi come “allora”, fanno il “tifo per loro”.
Uomini con la loro tempra servono a questo Paese più di quanto non serva l’acqua al viandante del deserto. Perché fin quando esisteranno uomini come loro, la fiammella della speranza resta accesa.
Agli altri, ai meschini di ogni ordine e grado, come sempre va rivolto il celebre aforisma di Adriano Romualdi: “Quello che non perdono agli uomini del mio tempo non è tanto di essere vigliacchi, ma di costruire l’alibi della propria vigliaccheria, giorno dopo giorno, denigrando gli Eroi”.

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