Galvanor da Camelot (Lino Lavorgna)
Ho teso corde da campanile a campanile, ghirlande da finestra a finestra, catene d'oro da stella a stella, e danzo. www.lavorgna.it

COP 21: LA TRISTEZZA DEL CAVALIERE ERRANTE


Laurent Fabius è una persona seria – in Francia ve ne sono anche tra i socialisti – e le sue lacrime, al termine della 21^ Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, sono sincere. Se fossero “artificiali” infatti, avrebbe sbagliato mestiere: la sua pur brillante carriera sarebbe nulla rispetto a quella che avrebbe realizzato come attore.

FABIUS

(Clicca sulla foto per leggere l’articolo su “La Repubblica” e ascoltare uno stralcio del discorso di Fabius)


E’ proprio in quelle lacrime sincere, insieme con la dichiarazione d’intenti e i parametri fissati nell’accordo, il dramma epocale che attanaglia l’umanità. Fabius parla di “risultato storico”. Ma è davvero così? Ovviamente no e Fabius lo sa bene; sa anche, tuttavia, che di più proprio non si poteva fare. La conferenza, infatti, è stata eterodiretta dalle potenti lobby internazionali, che hanno subito posto dei limiti a tutela dei propri interessi. Non si è parlato dell’inquinamento prodotto dalle navi e dagli aerei; non si è parlato di agricoltura, le cui emissioni di gas serra sono quasi raddoppiate nel corso degli ultimi cinquanta anni e potrebbero aumentare di un ulteriore 30% entro il 2050. La riduzione del surriscaldamento al di sotto dei due gradi è l’obiettivo “storico” che ha fatto sentire tutti i partecipanti dei veri “salvatori del mondo”. L’obiettivo deve essere raggiunto entro il 2020, ossia tra cinque anni, che sono un’inezia nell’evoluzione geologica del Pianeta, ma un’eternità considerato il livello d’inquinamento attuale e la sua progressione esponenziale. Non è stato stabilito un Organo di controllo che verifichi l’impegno degli Stati a rispettare i parametri sottoscritti: saranno gli Stati stessi ad “autocontrollarsi” e su questo ogni commento è superfluo. Non sono stati toccati nemmeno “per sbaglio” gli aspetti “sociologici”, ossia l’elemento più importante, in quanto primaria causa dell’inquinamento. Guai, ovviamente, a dire agli occidentali di rinunciare agli “sprechi”, al “superfluo”, tipo aria condizionata e riscaldamento perennemente in funzione, anche quando se ne potrebbe fare tranquillamente a meno; limitare l’utilizzo delle automobili (eh, eh, attenzione a non irretire i petrolieri, principali finanziatori dei politici). Guai a dire che il 99% dei prodotti cosmetici serve solo a inquinare e non apporta alcun beneficio, caso mai provoca danni (non si possono far arrabbiare le multinazionali che hanno un giro di affari annuo da 300 miliardi di euro grazie alla stupida vanità degli esseri umani). Basta, mi fermo qui: la lista è davvero troppo lunga.
La tristezza prende il sopravvento e la mente vola, percorrendo in pochi attimi un lungo viaggio a ritroso nel tempo. Avevo solo venti anni, infatti, quando mandai affettuosamente a quel paese le tante associazioni ambientaliste con le quali interagivo, essendomi reso conto che il loro approccio all’ecologia era più attento alle “esigenze” dei partiti di cui erano espressione che non alle “esigenze” dell’ambiente che si doveva tutelare. Fondai la mia, con l’entusiasmo che solo un ventenne può avere, specialmente quando pensa di dover cambiare il mondo. I punti di riferimento erano due e ben solidi: Barry Commoner, docente della Washington Università di San Louis e direttore del Centro per la biologia dei sistemi naturali; il Massachusetts Institue of Technology, che nel 1972 redasse il famoso rapporto sui limiti dello sviluppo.
Quanti sogni, quante speranze… sarebbe bastato così poco… dicevamo tutto, allora, e in modo chiaro. Quaranta anni fa! Sarebbe bastato così poco! Ma il mondo non gira nel verso giusto… e continua a peggiorare.

Il cerchio da chiudere
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