Galvanor da Camelot (Lino Lavorgna)
Ho teso corde da campanile a campanile, ghirlande da finestra a finestra, catene d'oro da stella a stella, e danzo. www.lavorgna.it

Menzogne e parole a casaccio.

LE PAROLE SONO IMPORTANTI copia

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Non si può iniziare una nota dedicata all’utilizzo improprio delle parole senza fare riferimento a una bellissima scena di “Palombella Rossa”. Un’attonita giornalista, sciorinando una sequela di parole che fanno venire i crampi allo stomaco a Nanni Moretti, si becca due sonori ceffoni e il monito, urlato a squarciagola: “LE PAROLE SONO IMPORTANTI”. I ceffoni reali non si danno, soprattutto alle donne, se non nelle sceneggiature cinematografiche, ma il pubblico ludibrio per mentitori manipolatori delle parole, è più che legittimo.
Le parole sono importanti! Altro che se lo sono! Da un po’ di tempo, per esempio, i politici presi con le mani nella marmellata (anche qui una parola andrebbe cambiata, per adeguare la frase ai tempi moderni, vista la consistenza di ciò che rubano; sarebbe più corretto, pertanto: “con le mani nel caviale”) dopo essersi prodotti in arrampicature sugli specchi degne di un acrobata del Cirque du Soleil, concludono seraficamente la loro filippica con frasi che sembrano un mantra: “Sono innocente”; “sono sereno; “ho fiducia nella Magistratura”; “se ho sbagliato è giusto che paghi”. Menzogne spudorate, prive di ogni intento realistico, se non quello di coprire uno spazio verbale a seguito di una domanda. Non si può parlare, infatti, nemmeno di “captatio benevolentiae”. I lestofanti non sono così stupidi da ritenere che le loro parole possano davvero essere prese in considerazione; le pronunciano solo perché così richiede il rito mediatico. Va detto, a tal proposito, che per Kant il “il mentitore abolisce la società e impedisce agli uomini di trarre alcun beneficio dal colloquio con l’altro”. La colpa della menzogna, quindi, a volte, è ancora più grave del reato commesso. Ciò è del tutto normale nei paesi anglosassoni, nel Nord Europa, negli USA, ma desta sardoniche perplessità negli italiani, più inclini allo spirito “machiavellico”, in virtù del quale “la menzogna è strumento lecito e persino necessario al governo dei popoli, laddove serva a combattere la “fortuna avversa” che intralcia l’azione del principe”. L’elogio della menzogna si salda nella cultura italiana e trova successivo alimento negli scritti di Giuseppe Battista, Celio Calcagnini, Celio Malespini, Pio Rossi, tanto per citare autori immediatamente successivi a Machiavelli. Più di loro, però, vanno ricordati Collodi e Goldoni. La propensione menzognera di Pinocchio è patologica mentre Lelio, il maldestro protagonista de “Il bugiardo”, si cimenta in una rete di bugie così fitta da restarne egli stesso vittima. Dalla letteratura alla politica il passo è breve e gli esempi sono così numerosi da essere addirittura improponibili in un articolo: occorrerebbe un libro. Più delle menzogne, però, dà fastidio quella subliminale propensione all’artificio lessicale che, “alterando” il significato delle parole, condiziona la corretta interpretazione dei fatti. “Se ho sbagliato è giusto che paghi” è la più irritante. Irrita quel “se” iniziale, che sottintende l’alternativa opposta (non ho sbagliato), anche quando sono evidenti i frutti della cattiva condotta. E irrita, poi, proprio il verbo scelto: “sbagliare”. Sbagliare vuol dire “fallire un’azione”. Un’azione che, evidentemente, si voleva portare a compimento nel migliore dei modi. Sbaglia il colpo di carabina il tiratore alle Olimpiadi, perdendo la medaglia d’oro; sbaglia il calciatore nel tirare un rigore, impedendo la vittoria alla propria squadra; sbaglia il commercialista, mettendo nei guai il suo cliente. Purtroppo, a volte (sempre più spesso negli ultimi tempi), sbagliano i medici e i pazienti muoiono.
I politici che rubano, i banchieri che vendono obbligazioni farlocche, truffatori di ogni ordine e grado, concussori, corruttori, lestofanti e farabutti, invece, non “sbagliano” proprio nulla. Loro compiono, quasi sempre in modo egregio, il compito che si prefiggono: delinquere.
Tutti i delinquenti che pronuncino quell’irritante frase, pertanto, prima di essere condotti in prigione, dovrebbero essere redarguiti e invitate a un corretto utilizzo delle parole: “Egregio delinquente, siccome le parole sono importanti, Lei non può dire “se ho sbagliato è giusto che paghi”, bensì: “sono un delinquente ed è giusto che paghi”. E sarebbero anche fortunati a sentirsi dire solo questo. Se gli interlocutori fossero tutti come Nanni Moretti, infatti, avrebbero anche una sonora e meritatissima scarica di ceffoni.

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