Galvanor da Camelot (Lino Lavorgna)
Ho teso corde da campanile a campanile, ghirlande da finestra a finestra, catene d'oro da stella a stella, e danzo. www.lavorgna.it

SHOAH: LE VERITA’ NASCOSTE

Shoah


27 gennaio 1945: le Forze Alleate varcano il macabro cancello di Auschwitz e scoprono fino a che punto possa giungere l’aberrazione umana. Quella data viene consacrata alla storia come “Giorno della Memoria”, quale monito affinché mai più abbiano a ripetersi tali mostruose atrocità. Per quanti sforzi si possano compiere, tuttavia, non sarà mai fatto abbastanza da rendere edotta l’umanità sulla immane tragedia. Sono ancora troppe le persone, nel mondo intero, che ignorano la vera essenza del genocidio voluto da Hitler e avallato da troppi complici, spesso “insospettabili”. Attorno alle mostruosità naziste, inoltre, gravitano altre vicende, sottaciute o obnubilate, che meritano invece di essere conosciute, perché il problema razziale è quanto mai attuale, anche se sono passati ben 71 anni dalle macabre rivelazioni di Auschwitz, di altri 51 campi di sterminio, nonché di oltre 15mila campi di concentramento disseminati in tutta Europa.
In questo articolo, dopo il doveroso tributo alle vittime della Shoah, voglio dare voce a fatti che riguardano i loro confratelli dimenticati dalla Storia e a tutte le altre vittime, anche di etnia non ebraica, cui è toccata analoga sorte. L’articolo, ovviamente, va considerato come traccia guida per gli approfondimenti che ciascuno potrà effettuare autonomamente.


1) QUELLE BOMBE MAI CADUTE.
Sul finire della guerra la Germania era ridotta a un ammasso di rovine, grazie agli incessanti bombardamenti. 635mila i morti civili, 10milioni i senzatetto, intere città rase al suolo, “quasi” tutte le line ferroviarie distrutte. Stranamente, infatti, quelle percorse dai vagoni carichi di Ebrei, diretti verso i campi di concentramento, rimanevano intatte. Nessun lager fu bombardato, eccezion fatta per quello di Buchenwald, colpito per errore e nel quale perì Mafalda di Savoia. Gli Alleati conoscevano la dislocazione di tutti i campi e quello di Auschwitz, per esempio, dall’aprile del 1944, fino al giorno della conquista, fu fotografato dai ricognitori aerei almeno trenta volte. La distruzione dei campi, possibile sol che si fosse voluta, avrebbe salvato la vita a milioni di persone. La salvezza degli Ebrei – oramai non è più un mistero – non costituiva una “priorità” per le nazioni alleate contro la Germania. Da vedere l’interessante documentario in programmazione su Rai Storia, a cura di Gianni Riotta, intitolato: “Perché non bombardare Auschwitz?” Da leggere anche il libro di Umberto Gentiloni Silveri: “Bombardare Auschwitz” (Mondadori).


2) L’INFERNO STALINIANO – L’ANTISEMITISMO RUSSO
Per Marx gli Ebrei erano i demoni accecati dal denaro, ma li identificava comunque come minoranza religiosa facilmente integrabile.
In Russia, con Lenin e Stalin, il problema ebraico assunse caratteri diversi, in virtù del concetto di nazione che si andava affermando: “Una nazione è una comunità storicamente evoluta e stabile, con un linguaggio, territorio, vita economica e formazione comuni, che si esprime in una comunanza di cultura”. Il popolo russo, in massima parte, aveva sentimenti ostili agli Ebrei e le sommosse popolari antisemite, che ebbero luogo dal 1871 al 1921, passate alla storia con il termine “pogrom”, ne costituiscono un’inconfutabile testimonianza. Negli anni trenta il nazionalismo russo raggiunse livelli apicali e furono tempi duri non solo per gli Ebrei. Nel 1937 avviene la prima deportazione di massa: la minoranza coreana fu trasferita nel duro e inospitale territorio del Kazakistan. Nel 1940 furono deportati gli Estoni e i Finlandesi. Nel 1941 toccò ai Tedeschi del Volga. Dopo la guerra toccò ai Ceceni, ai Tatari e ad altre etnie caucasiche. Milioni di cittadini furono deportati nei territori dove poi avrebbero sviluppato le rispettive etnie, in quanto non “integrabili” nella società russa. Stalin, in quanto a crudeltà, non aveva nulla da invidiare a Hitler. Sui suoi crimini, però, si è preferito stendere una patina oscurantista per ben precise ragioni, che non è possibile illustrare in quest’articolo. Basti dire che massacrò dieci milioni di Kulaki, i contadini russi ostili al vento rivoluzionario e decimò la casta degli ufficiali con le famose “Grandi purghe” (circa 40mila validissimi soldati, la cui assenza si sentì pesantemente quanto la Germania invase la Russia), per l’infondato timore che potessero sobillare l’esercito. La cifra degli Ebrei massacrati si aggira sui cinque milioni, ma il dato va considerato inferiore al numero effettivo. Con il Massacro di Katyń fu decimata l’intellighenzia polacca (tutti gli ufficiali dell’esercito erano espressione della borghesia illuminata e dell’aristocrazia), in modo da impedire ogni possibile ribellione alle mire egemoniche nell’area. Quindicimila le vittime. Negli anni settanta non ebbe molta fortuna l’importante saggio di Aleksandr Solženicyn, “Arcipelago Gulag”, osteggiato dalla sinistra (asservita a Mosca) e solo tiepidamente valorizzato dalla destra, che per lo più lo utilizzò in chiave anti-comunista. (Anche a destra, l’antisemitismo, ancorché maccheronico e superficiale, condizionava “pensiero e azione”). Solo l’autore di quest’articolo, insieme con pochi altri, in Italia, tra i quali mi fa piacere ricordare Pietro Citati, tentò di dare voce all’illustre esule, la cui opera è fondamentale per comprendere i variegati aspetti della società russa e i crimini perpetrati da Stalin. Il libro, edito da Mondadori, per fortuna è ancora oggi facilmente reperibile e ne raccomando senz’altro la lettura. Da vedere anche il film “Katyn”, diretto da Andrzej Wajda. (Qui in versione integrale, ma in spagnolo)


3) PAPA PACELLI E LE COLPE DELLA CHIESA
L’argomento è delicato e “scottante”, in particolare in questo periodo, che vede la Chiesa come principale baluardo in difesa della Famiglia, sotto attacco da quella parvenza di pseudo-progresso che cela solo la grande inadeguatezza del genere umano a evolversi in modo razionale. I due fatti, però devono restare scollegati e non possono essere sottaciute le terribili responsabilità della Chiesa, che pur avendo radici antiche in tema di antisemitismo, hanno raggiunto livelli d’imbarazzante complicità nella seconda guerra mondiale. Dal sostegno alle leggi razziali del 1938 al “silenzio” di Papa Pacelli, vi è davvero tanto da farsi perdonare. Al di là delle tante “interpretazioni” manichee e strumentali, che in verità riguardano tutti gli schieramenti, si può serenamente sostenere che, per certi versi, il “pragmatismo” di Pio XII (il termine non è utilizzato a caso, perché trova riscontro in molte cronache dell’epoca e nelle analisi di eminenti studiosi) lo portò a considerare il nazismo come l’ultima spiaggia contro il bolscevismo. Va anche detto, comunque, che molti Ebrei ebbero salva la vita grazie all’opera caritatevole di molti esponenti ecclesiastici e che non furono pochi quelli che si rifugiarono proprio tra le mura vaticane. Film da vedere: “Amen”, di Costa Gravas, 2002. (Anche per questo film è reperibile su YouTube la sola versione in spagnolo)


4) STERILIZZAZIONE DI MASSA NELLA CIVILISSIMA SVEZIA.
In premessa devo dire che amo molto il popolo svedese e solidi vincoli amicali, retaggio delle giovanili frequentazioni, mi legano tuttora alla Svezia. Nella mia poliedrica vita, tra le attività più esaltanti, vi è senz’altro la mostra internazionale sui “Ponti di Leonardo”, concepita quale supporto culturale alla faraonica opera ingegneristica che unisce, con un ponte sul Baltico, le città di Malmö e Copenaghen e che tanto successo riscosse nelle tre esposizioni di Malmö, Göteborg e Stoccolma. Tanto affetto, tuttavia, e gli stupendi ricordi, non m’impediscono di segnalare l’eccellente libro di Piero Colla (ovviamente pochissimo noto), intitolato “Per la nazione e per la razza. Cittadini ed esclusi nel modello svedese”, edito da Carocci nel 2000. Nella civilissima Svezia, tra il 1934 e il 1997 (avete letto bene: 1997) ben 63.000 persone, in prevalenza donne, furono sterilizzate in ossequio a quei principi razziali non certo dissimili da quelli che caratterizzavano l’aberrazione nazista. Anche in Svezia l’antisemitismo ha radici antiche e fino al 1870 gli ebrei non potevano scegliere dove abitare, subendo pesanti vessazioni e discriminazioni. Nel 1938, la Svezia propose alla Germania di fornire agli ebrei dei passaporti speciali. (Anche la Svizzera si comportò analogamente). Gli ebrei che intendevano viaggiare, pertanto, dovettero richiedere un nuovo passaporto, timbrato con una “J” maiuscola inchiostrata di rosso sulla prima pagina.


5) CONCLUSIONI
Mi fermo qui, ma l’articolo potrebbe continuare ancora a lungo, perché sono davvero tante le vicende che potrebbero essere narrate e i paesi coinvolti. Gli stessi Stati Uniti non sono esenti da colpe. Non solo per il mancato bombardamento dei campi di concentramento. Un antisemitismo “strisciante” si è sempre registrato nella società americana, salvo poi affievolirsi in virtù dell’affermazione, in tutti i campi, proprio degli Ebrei. Il profondo razzismo che pervade ancora oggi la società americana, poi, è sotto gli occhi di tutti. Ritornando agli Ebrei, tra i tanti episodi va ricordato il drastico intervento di Roosevelt, che impedì con la forza l’approdo di un piroscafo pieno di fuggiaschi, partito da Amburgo. Churchill, dal suo canto, minacciò di silurare a Sulina, nel Mar Nero, un altro carico di Ebrei in navigazione verso la Palestina. Nel febbraio del 1942, lo “Struma”, una nave di profughi proveniente dalla Romania, affondò nel Mar Nero, con 770 persone a bordo, dopo essere stata respinta dagli Inglesi e dai Turchi. Perirono tutti. Le vessazioni praticate dagli Inglesi agli Ebrei già residenti in Palestina, con fucilazioni sommarie, per scoraggiare nuovi sbarchi, costituiscono una pagina di storia che ancora deve essere decantata in tutta la sua tragicità (alla pari delle azioni criminali perpetrate dall’esercito inglese in Irlanda).
In tanti presumono di conoscere la storia di Anna Frank, o per aver letto il suo diario o per aver visto il film. Pochi sanno, però, che il suo papà tentò invano, sin dal 1941, di emigrare negli USA, ottenendo sempre un rifiuto.
Con la nascita di “Israele” i vincitori della seconda guerra mondiale hanno presunto di mettersi a posto con la coscienza. Quel che è successo dopo è cronaca quotidiana.
Siamo nel XXI secolo, sono trascorsi 71 anni dalla fine delle più terribile guerra che la storia dell’umanità ricordi e il razzismo (di cui l’antisemitismo è solo una delle componenti principali, ma non certo l’unica), non solo non è stato debellato, ma prolifera in modo spaventoso. Parimenti sembra svanire il sogno degli Stati Uniti d’Europa, annichilito da quel cancro sociale che si chiama nazionalismo, principale alimento del razzismo.
Tutto ciò che si fa per combattere i rigurgiti di nazionalismo e il razzismo, pertanto, è sempre poco. Forse dovremmo tutti emulare quel tipastro di casa nostra, che ha conquistato immeritata fama proprio per il suo becero qualunquismo, cavalcando l’onda della paura e anche quella dell’ignoranza, ben propagandando i suoi slogan su sgargianti felpe, quotidianamente indossate. Ne realizzino tante anche le persone civili, stampandovi una sola semplice frase: “L’unica razza che conosco è quella umana”.
(Lino Lavorgna) – Riproduzione autorizzata citando la fonte.

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