Galvanor da Camelot (Lino Lavorgna)
Ho teso corde da campanile a campanile, ghirlande da finestra a finestra, catene d'oro da stella a stella, e danzo. www.lavorgna.it

24 APRILE: IL GIORNO SACRO DEGLI ARMENI

GENOCIDIO ARMENO


“Il Turco miete. Eran le teste Armene
che ier cadean sotto il ricurvo acciar:
Ei le offeriva boccheggianti
e oscenea i pianti de l’Europa a imbalsamar.
Il Turco miete. In sangue la Tessaglia
ch’ei non arava or or gli biondeggiò
—Aia—diss’ei—m’è il campo di battaglia,
e frustando i giaurri il trebbierò. —
Il Turco miete. E al morbido tiranno
manda il fior de l’elleniche beltà.
I monarchi di Cristo assisteranno bianchi eunuchi
a l’arèm del Padiscià”
( Giosuè Carducci – “Il turco miete” – 1897)


Da molti anni, in questo giorno, vox clamantis in deserto, cerco di portare all’attenzione dei miei quattro lettori la tragedia del genocidio armeno, proponendo le immagini truci che testimoniano la ferocia con la quale i turchi fecero strame di un intero popolo. Dallo scorso anno, però, grazie al Santo Padre, il mondo intero ha scoperto l’Armenia e le sue pene, almeno quelle perpetrate nel 1915. Quest’anno, quindi, rievocando il “Giorno della Memoria”, ho omesso volutamente le immagini dello sterminio, pubblicando solo una foto scattata poche ore fa, nella strada principale di Yerevan.
E’ arrivato il momento di “allargare gli orizzonti” su questo meraviglioso popolo, per fortuna non più “dimenticato”, anche se la strada da percorrere è ancora tanta.
La poesia in alto è stata scritta nel 1897 e ovviamente non ha nulla a che vedere con il massacro del 1915. Anche in essa, però, si parla di “teste armene che cadono”. Perché? Perché i turchi, dopo averli sempre discriminati, hanno iniziato a massacrare gli Armeni già nel 1878, subito dopo la batosta subita nella guerra scoppiata l’anno precedente con la Russia, a seguito della quale l’impero ottomano perse molti territori. Nel “Trattato di Santo Stefano” i Russi imposero anche la concessione dei diritti fondamentali alla minoranza armena cristiana – circa due milioni – con quanta gioia da parte dei turchi è facilmente immaginabile. Il trattato, infatti, divenne carta straccia, generando le vibrate proteste degli Armeni, che ne reclamavano il rispetto. Il governo turco, a sua volta, fomentò la violenza dei cittadini contro “i cristiani armeni”, esortandoli espressamente a compiere qualsiasi atto di barbarie. (Vi ricorda qualcosa? La storia si ripete…)
Gli eccidi maggiori si ebbero dal 1895 al 1897, generando circa 300mila vittime.
La notizia dei massacri fece scalpore in tutto il mondo e fu anche disposta “una commissione d’inchiesta” (ma guarda un po’…) composta da rappresentanti Turchi, Russi, Inglesi, Francesi. Devo dirvi come andò a finire? Risparmiatemi la fatica: il caso Regeni lo conosciamo tutti. Moltiplicate l’effetto per 300mila e traete da soli le conclusioni.
La poesia di Carducci, nella parte iniziale, fa riferimento proprio all’eccidio di quegli anni, e fu composta dopo lo scoppio della guerra Greco-Turca, fomentata dalle rivolte dei Cretesi, che volevano sganciarsi dalla dominazione ottomana e ricongiungersi alla madre patria. (E’ appena il caso di ricordare, per tale evento, il deplorevole comportamento delle potenze occidentali, che lasciarono la Grecia in balia della soverchiante superiorità ottomana. Solo dei “volontari” accorsero da ogni parte d’Europa a combattere nel nome della libertà e a sostegno di un popolo che tanto aveva dato alla cultura occidentale. Un manipolo di italiani fu guidato dal figlio di Garibaldi, Ricciotti, subendo pesanti perdite, la più famosa delle quali fu il deputato Antonio Fratti, poi celebrato da Pascoli nell’ode “Ad Antonio Fratti”).
Oggi, pertanto, rivolgiamo un commosso pensiero al Popolo Armeno, dedicando un minuto di silenzio alle tante vittime della tirannide ottomana, che come abbiamo visto non si è perpetrata solo nel 1915.
Contestualmente, riflettiamo molto su queste vicende, le cui ripercussioni si riflettono anche nella realtà odierna e devono aprirci gli occhi. Prima che sia troppo tardi.

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