Galvanor da Camelot (Lino Lavorgna)
Ho teso corde da campanile a campanile, ghirlande da finestra a finestra, catene d'oro da stella a stella, e danzo. www.lavorgna.it

“CONFINI” – NUMERO DI GIUGNO

E’ disponibile on line il nuovo numero di “CONFINI” con lo speciale dedicato all’Atlantismo. Molto spazio, ovviamente, è stato dedicato anche al recente Referendum tenutosi in Gran Bretagna.
Due i miei contributi:
TTIP: QUANDO LA STORIA NON E’ MAESTRA (Rubrica “Tema di copertina” – pagine 16-19)
BREXIT: LA VITTORIA DELLA STUPIDITA’ (Rubrica “Europa” – pagine 28- 30)


Pe agevolare la lettura a coloro che dovessero avere problemi con la piattaforma ISSUU, trascrivo di seguito entrambi gli articoli.

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BREXIT: LA VITTORIA DELLA STUPIDITA’


La vita di ogni essere umano è funestata da giorni tristi. Il 23 giugno è stato un giorno triste per molti “veri” Europei. Per chi scrive questo articolo, che il sogno europeo ha coltivato da tempo immemore, è stato un giorno tristissimo. La ferita inferta dal popolo inglese fa male, perché destinata a non rimarginarsi facilmente. Cupi scenari si addensano all’orizzonte, del resto facilmente prevedibili, a cominciare dall’effetto domino. Prima delle pur necessarie considerazioni sul voto, mi sia consentito (lo chiedo da presidente di un movimento europeista e non da giornalista) di rivolgere un affettuoso pensiero a chi sta soffrendo più di altri. Il primo va ai Genitori, al marito, ai figli, ai parenti e agli amici di Helen Joanne Cox, “Jo”, che ha immolato la propria vita sull’altare di quei sacri valori che non avrebbero dovuto essere messi in discussione. Il suo sacrificio non è servito a nulla e questo rende ancora più triste il tutto. Un caloroso abbraccio, poi, va al meraviglioso leader del Sinn Fein, Gerry Adams, che di giorni tristi ne ha conosciuti tanti, nel corso di una vita segnata dalla tante battaglie in difesa della libertà e costretto, egli che della Grana Bretagna patisce il giogo, a combattere al fianco del tiranno, nella vana speranza d’impedire guai maggiori. Non solo l’Irlanda del Nord continua a restare sotto il dominio inglese, ma non è più parte dell’Unione Europea e ciò, per il piccolo stato, sarà fonte di problemi ancor più gravi di quelli che vesseranno i dominatori. Un abbraccio affettuoso, infine, ai giovani inglesi. Circa l’80% di loro, in particolare tra i 18 e i 24 anni, ha dimostrato una maturità e una capacità analitica che agli adulti è mancata del tutto, votando in massa per il “Remain” e impedendo che la vittoria dei malpancisti di Nigel Farage e di Boris Johnson (che di fatto, molto più del primo, è il vero artefice del “Leave”) assumesse proporzioni da Caporetto, o per meglio dire, da Dunkerque. Bye Bye Gran Bretagna allora. L’Europa è più piccola geograficamente, ma voi, cari inglesi, ora siete più piccoli in tutto e ve ne accorgerete presto. Il titolo dell’articolo è pesante e me ne rendo conto. E’ stato il primo che mi è venuto in mente, subito dopo aver capito che avrebbe vinto il “leave”, senza pensare, per altro, di utilizzarlo davvero. Leggendo le cronache post-voto, però, sul “Corriera della Sera” mi ha colpito lo sfogo di Lisa Hilton, autrice del best-seller “Maestra”. Con chiarezza esemplare la scrittrice ha parlato di vittoria degli “sciocchi e dei selvaggi”; di un “leave” gettonato da chi ha un basso livello di istruzione, da chi non ha capito, da chi si è lasciato abbindolare da un personaggio come Farage. Poi, lasciandomi a bocca aperta, ha scritto: “E’ la vittoria della stupidità”. Esattamente ciò che avevo pensato io all’alba del 24 giugno! E via allora. A quel punto non ho avuto più esitazioni e ho “ripristinato” il titolo autocensurato. I giovani inglesi non meritavano questo schiaffo dai genitori e dai nonni, che ora si stanno già pentendo del male reso a coloro che pur amano. Il voto si può paragonare a un raptus omicida perpetrato da quei soggetti che covavano da tempo un malsano malessere interiore, senza essere in grado di comprenderne la natura. (Appartengo a una scuola di pensiero che non crede al raptus improvviso). Ora che il disastro incomincia a delinearsi in tutte le sue sfumature, i “killer” si stanno rendendo conto di ciò che hanno compiuto, anche per le severe rampogne ricevute da figli e nipoti, e si stanno già pentendo. Molti vorrebbero tornare indietro; la richiesta di un nuovo referendum ha raggiunto in poche ore milioni di adesioni, ma il dado è tratto e indietro non si torna. Profetiche, in tal senso, le parole di Jean Claude Junker, presidente della Commissione Europea, che ha chiesto il rapido avvio dei negoziati per la ratifica dell’uscita: “Non capisco perché il governo britannico abbia bisogno di attendere fino a ottobre. I populismi? Presto dimostreremo che Londra stava meglio dentro l’Unione”. Un sonoro ceffone non scevro di disprezzo, infine, le sue conclusioni: “Quello tra l’UE e Londra non sarà un divorzio consensuale, ma non è stata neppure una grande storia d’amore”. Difficile dargli torto. La Gran Bretagna, nella storia d’Europa, più di altri ha sempre giocato una partita a sé. Non voglio certo dire che gli altri paesi non siano pervasi da analogo malsano nazionalismo, ma quello inglese lo è di più, anche per antico retaggio culturale. Basti pensare, per esempio, alle parole che Shakespeare mette in bocca al Conte di Richmond, nel secondo atto del “Riccardo II”: “Isola incoronata, terra di maestà, sede di Marte, un altro eden, un semi paradiso, una fortezza costruita dalla Natura contro le infezioni della guerra, una felice culla di uomini, un piccolo mondo, una pietra preziosa incastonata in un argenteo mare che le serve da muraglia contro l’invidia di terre meno felici, una zolla benedetta”. Questa immagine, che fuori dal contesto teatrale fa solo ridere, è quella che hanno in testa milioni di inglesi, soprattutto di una certa età, ed è quella che ha condizionato il voto. Purtroppo i giovani, che la pensano in tutt’altro modo, per un dato meramente numerico, non sono stati in grado d’impedire lo scempio. Non meritavano questo schiaffo, come detto innanzi e, a onor del vero, non lo meritava nessuno, nemmeno i nostalgici malpancisti. L’ignoranza non è una colpa e non a caso la democrazia impone che anche gli ignoranti votino. Ecco, provocatoriamente, a conclusione di questo articolo, forse è il caso di incominciare a parlare della necessità di riconsiderare alcuni principi dogmatici sui diritti acquisiti in tema di elettorato attivo e passivo. La complessità del mondo moderno non è cosa che può essere affidata al libero arbitrio di soggetti che non abbiano un sufficiente livello culturale e un sufficiente coefficiente di intelligenza. Cameron ha fatto sì una grande cavolata, proponendo il referendum. La cavolata, però, sarebbe stata “parata” se il corpo elettorale non avesse contemplato “anche” i soggetti culturalmente di basso profilo. Test di storia e misurazione del coefficiente intellettivo (almeno 90) a 18 anni per ottenere il certificato elettorale? Prendiamola pure come una mia provocazione, per ora, ma incominciamo a ragionarci sopra, considerando anche che, chi fosse escluso dall’elettorato attivo, lo sarebbe automaticamente anche da quello passivo. (E sotto questo profilo proviamo a immaginare, solo per un attimo, quanta zavorra in meno avremmo in Parlamento). Nel frattempo cerchiamo di trasformare un evento negativo in un’opportunità. Gli inglesi malpancisti hanno parlato di “Indipendence day” perché si sono liberati dell’Europa. L’Europa, però, ora potrebbe avere più carte in regola per attuare quel sano processo d’integrazione politica da tanti auspicato, essendosi a sua volta “liberata” di un peso che condizionava, e non poco, la politica comunitaria. Aspettando Scozia, Irlanda del Nord e Gibilterra, quindi, guardiamo avanti, sempre con speranza e avendo ben chiara la meta: “STATI UNITI D’EUROPA”. Per la (oramai) PB (Piccola Bretagna), poi si vedrà.

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TTIP: QUANDO LA STORIA NON E’ MAESTRA


Il primo dato che emerge dal “Trattato transatlantico sul commercio e gli investimenti” è che la storia, anche per questa vicenda, non ha insegnato nulla.
Abbiamo sotto gli occhi, non da poco tempo, il fallimento dell’Europa dei mercanti ed è chiaro a tutti, oramai, il grosso errore commesso con l’anteporre l’integrazione economica e monetaria a quella politica.
Ora stiamo replicando l’errore in modo più esteso, coinvolgendo circa un miliardo di persone in scelte riservate esclusivamente a chi penserà, precipuamente, ai propri interessi e non certo al bene comune. In linea di principio i presupposti non sono sbagliati: arginare la dilagante invasione dei prodotti cinesi, indiani e brasiliani, i cui costi sono condizionati dal massiccio sfruttamento dei lavoratori e quindi altamente concorrenziali. I metodi utilizzati, tuttavia, in particolare le trattative segrete e la scarsa chiarezza su alcuni comparti di primaria importanza, uniti agli effetti deleteri sotto il profilo socio-economico, impongono una chiara e netta opposizione alla ratifica.
Europa e Stati Uniti sono caratterizzati da princìpi e regole di vita non compatibili.
Sinteticamente si possono individuare quattro punti da sottoporre all’attenzione dei cittadini, senza scivolare nelle contrapposizioni pregiudizievoli, che aggiungono solo problemi ai problemi.
1) SICUREZZA ALIMENTARE E BIOTECNOLGIE
Tra Europa e USA vi sono sostanziali differenze nella valutazione dei rischi connessi al consumo dei prodotti biologicamente modificati. Negli USA non sono considerati pericolosi per la salute e quindi non è prevista nemmeno l’etichettatura specifica. In Europa siamo molto più attenti e a giusta causa. Sotto il profilo scientifico hanno priorità le tesi di coloro che ne hanno acclarato la pericolosità, sulla base di studi qui sottaciuti per amor di sintesi, ma che ciascuno può facilmente reperire con una semplice ricerca. Sotto il profilo etico, poi, (concetto semplicemente incomprensibile per le multinazionali statunitensi e per i politici a esse asserviti), si osserva che la Natura non deve essere “violentata” e che l’alterazione degli ecosistemi può avere effetti devastanti. La possibile immissione di virus nel patrimonio genetico può causare una mutazione del processo evolutivo verso forme di vita al momento non definibili o, addirittura, la distruzione del genere umano. Non sono solo gli OGM, tra l’altro, a preoccupare. Negli allevamenti intensivi statunitensi si fa largo uso di ormoni e antibiotici, fonte primaria di gravi malattie e concausa di quella “obesità” che sta trasformando la stragrande maggioranza dei cittadini statunitensi in buffe palle di lardo ambulanti.
2) CONTROLLI SUI PRODOTTI – PRINCIPIO DI PRECAUZIONE
In Europa le “analisi” sulla pericolosità dei prodotti “precedono” la loro commercializzazione. E’ proprio in base a questo principio che è vietato il consumo di polli trattati con clorina (dannosi per le reazioni chimiche, le variazioni del gusto e gli effetti tossici generati dall’ingestione dei residui delle sostanze) e il manzo trattato con gli ormoni, su cui effetti nocivi nessuno nutre dubbi.
Negli Stati Uniti, invece, il principio di precauzione non vale: le sostanze chimiche sono considerate sicure fino a prova contraria. In pratica si deve prima morire e poi si deve stabilire che la morte è stata generata dal pollo o dalla bistecca. Ma poche morti non bastano a bloccare l’utilizzo dei prodotti: occorre una vera e propria epidemia. Lo so che state ridendo… ma qui c’è da piangere.
3) SALVAGUARDIA DELLA QUALITA’
Chiunque abbia confidenza con le abitudini culinarie statunitensi comprende bene l’espressione: “Gli americani mangiano schifezze”. Al cibo spazzatura va associata la massiccia imitazione dei prodotti europei di qualità, in particolare italiani, consumati come se fossero delle vere e proprie prelibatezze. “Mozzabella”, per esempio, (avete letto bene: mozzabella) e tutta una varietà di formaggi e insaccati che fanno vomitare anche alla solo vista. Questi prodotti ce li ritroveremmo tutti negli scaffali dei supermercati. In Europa, inoltre, vige la tutela del marchio di origine, che conferisce la giusta reputazione a un dato prodotto. Negli USA, invece, le lobby delle multinazionali hanno imposto la protezione del marchio, indipendentemente dal luogo di produzione. Con questo principio in Italia si potrebbe spacciare per “Amarone” un vino prodotto a mille chilometri di distanza, in una vigna che non presenti la “particolare struttura” di quelle ubicate in Valpolicella, dalle quali proviene uno dei “vini rossi” più prelibati al mondo.
4) TUTELA DEI PICCOLI PRODUTTORI DI NICCHIA
Già sono in crisi. L’approvazione del trattato determinerebbe la loro scomparsa.
Tutto ciò premesso, vi è da considerare che l’arbitrato, in caso di controversie, è affidato a un organismo costituito da arbitri scelti con metodi extragiudiziali: “Investor-state dispute settlement”. Se una multinazionale accusasse uno Stato di intralciare i propri affari, si vedrebbe quasi sempre riconosciuta la ragione. I governi, di fatto, perderebbero ogni autonomia nella tutela dei propri cittadini e dovrebbero inchinarsi (più di quanto già non facciano) allo strapotere delle multinazionali, per le quali conta solo il profitto e non certo i morti che provocano in ogni parte del mondo. La Philip Morris, per esempio, non ha esitato a chiamare in giudizio Uruguay, Norvegia e Australia, che avevano introdotto norme a tutela dei consumatori, attivando campagne promozionali per dissuaderli il più possibile dall’acquisto delle sigarette.
A conclusione di questo articolo, anche se non c’entra nulla con il TTIP, voglio divulgare quanto dichiarato dai dirigenti della potente associazione statunitense dei produttori di armi. A poche ore dal massacro di Orlando, riferendosi a una possibile norma che ne vieti la vendita “almeno” a coloro che risultino schedati dal FBI come possibili terroristi, hanno espresso una netta opposizione, asserendo che “prima si deve verificare la loro effettiva pericolosità”. Senza vergogna! Nemmeno una strage di siffatta portata li ha indotti a “un briciolo di umanità”. E’ questa la cinica mentalità che pervade le lobby affaristiche statunitensi e le multinazionali da loro protette. E’ una mentalità che fa schifo, prima ancora di fare orrore e dalla quale è preferibile stare lontani mille miglia. Anzi no: almeno 4.280,59 miglia, ossia quelle che separano Roma da New York.

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