Galvanor da Camelot (Lino Lavorgna)
Ho teso corde da campanile a campanile, ghirlande da finestra a finestra, catene d'oro da stella a stella, e danzo. www.lavorgna.it

DIECI AGOSTO: SAN LORENZO. TANTI AUGURI, PAPA’.

LORENZO LAVORGNA


Caro Papà,
oggi manchi di più e pesa, pesa molto, quella sedia vuota a capo tavola. Manchi di più perché è proprio nel giorno di San Lorenzo che affiorava tutta la tua straordinaria, meravigliosa, profonda essenza, pregna di quel retaggio ancestrale che trasmettevi con la semplicità che si addice agli uomini della tua tempra.
Era davvero un rito arcaico quello che si celebrava ogni dieci di agosto, da tempo immemore, con la famiglia raccolta intorno a un tavolo a renderti omaggio, ascoltando i mille aneddoti della tua vita, che il tempo, la maturità e gli studi hanno trasformato via via in spaccati di storia. Ci hai fatto comprendere i misteri e le controverse vicende del periodo bellico più di quanto non abbiano fatto cento libri; ci hai fatto volare con la fantasia, inseguendo il mito di un tempo lontano che si perde nella notte dei tempi, quando i nostri antenati bivaccavano nelle fredde pianure della Pannonia, dalle quali partirono frementi in cerca di nuovi e più accoglienti spazi vitali. Correva l’anno 568 e nei miei sogni ho rivissuto mille e mille volte quella marcia di speranza, che attraverso sentieri impervi portò il nostro fiero popolo al di qua delle Alpi, per lasciarsi baciare dal sole.
Ho sempre cercato di immaginare i loro volti, senza mai riuscirvi, perché era solo il tuo che si soprapponeva su tutti, restando “tangibile” anche al risveglio, in quella proiezione onirica ben decantata da Freud.
Scrivo all’alba, con la gola che brucia, come sempre in questo giorno. Oggi non vi sono risorse che possano lenire il dolore. Né la mente né il cuore sono capaci di suggerire quei rimedi che, in altre circostanze, sia pure come generosa illusione, aiutano molto. Non serve combattere e non lo farò perché so che è inutile. Mi abbandono al mio dolore, quindi, e mi lascio accarezzare da esso, proprio come suggeriscono i grandi maestri della psicologia, per i quali le umani reazioni alla caducità della vita non costituiscono più un mistero. Passerò la giornata in Tua compagnia, questo lo sai, e oggi pomeriggio verrò a salutarti, guardando quell’imperioso monte nelle cui grotte, undici secoli orsono, trovarono rifugio Andrea e i suoi figli, miracolosamente scampati alla ferocia saracena.
Perdonami se non ho ancora mantenuto fede a tante promesse, tra le quali quella di “riscrivere” le vicende di Adelchi, massacrato e vilipeso dai versi di Manzoni più di quanto non fosse accaduto per mano dei suoi nemici. Lo farò, prima o poi, insieme con tutto il resto, e ti declamerò i versi che affiderò all’eterno.
Ti auguro Buon Onomastico, Papà. Ti dedico una danza sulle note magiche della musica più bella del mondo, che rievoca le gesta di quel meraviglioso popolo con il quale abbiamo tanto in comune, ivi comprese tante linee di sangue fusesi proprio in quelle terre condivise per secoli. Linee di sangue che costituiscono l’ossatura e il cuore pulsante di questa nostra Patria Europa, nonché la parte più nobile e bella.

CRY OF THE CELTS

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