Galvanor da Camelot (Lino Lavorgna)
Ho teso corde da campanile a campanile, ghirlande da finestra a finestra, catene d'oro da stella a stella, e danzo. www.lavorgna.it

RIPARTIRE DA HEIDEGGER?


BUON COMPLEANNO, MAESTRO
MARTIN HEIDEGGER


Il linguaggio è la casa dell’essere e nella sua dimora abita l’uomo.
L’esserci, l’essere umano, compreso nella sua estrema possibilità d’essere, è il tempo stesso, e non è nel tempo.
Siamo troppo in ritardo per gli dei, troppo in anticipo per comprendere l’Essere.


Oggi tutti parlano della “crisi economica” che attanaglia il Pianeta, commettendo un madornale errore di natura concettuale e lessicale. Non può esistere una “crisi economica”: l’economia è solo un mezzo proteso a organizzare le risorse al fine di soddisfare i bisogni degli individui. Parlare di crisi “economica”, pertanto, equivale ad addossare alle scope la presenza della spazzatura nelle strade. Utilizziamo bene “le scope” (concepite nella loro accezione più ampia) e sparirà la spazzatura; utilizziamo bene lo strumento “economia”, ossia “organizziamo” nel migliore dei modi possibili le risorse, e spariranno i “problemi economici”. La crisi, di fatto, figlia di una metastasi dell’economia che si chiama “finanza”, altro non incarna se non l’incapacità dell’uomo a “essere” ciò che il “tempo” in cui vive richiede. Una crisi dei valori che non trova corrispondenza nella storia dell’umanità e, anche in virtù di ciò, inevitabile. Lo straordinario progresso scientifico registrato dalla metà degli anni cinquanta del secolo scorso ai giorni nostri ha lasciato indietro la maggioranza degli esseri umani. La dicotomia si è aggravata grazie alla vertiginosa e progressiva accelerazione nell’ultimo trentennio, che ha reso il problema ancora più grave perché, travolgendo tutto, ha distrutto anche l’unica arma che poteva fungere come serio antidoto alla deriva verso l’abisso: la cultura.
Oggi il mondo è popolato da una maggioranza di zombi che s’illudono di vivere “il loro presente”, senza rendersi conto di essere solo la proiezione di qualcosa che già “non è più”. E’ passata; surclassata dal fluire di eventi che li ha uccisi nonostante stessero ancora respirando e che quindi non capiranno mai. Sono pochi gli immuni da questa penosa condizione che, per certi versi, ricorda i periodi di “transizione” tra le varie epoche storiche, nei quali brillavano coloro che, più e meglio di altri, riuscivano a comprendere “l’essenza del proprio tempo”. I nomi li conosciamo tutti e, generalmente, prima ancora che nei libri di storia, li troviamo nei testi di filosofia. In assenza di un “pensiero”, infatti, non vi potrà mai essere “un’azione”. Non vi sarebbero mai stati Robespierre, Danton e Marat senza Montesquieu, Voltaire e Rousseau. Sì, certo, il fallimento della società post-illuminista è sotto gli occhi di tutti, ma proprio perché “fallimentare” ha potuto reperire nel suo seno i germi (e che germi!) per una rinascita che è ancora incompiuta, ma possibile. Quella di prima, naturalmente, non era neppure il caso di definirla una “società”.
Abbiamo abiurato la cultura come antidoto a ogni male. Milioni di individui recitano una triste parte in quel simulacro del sapere rappresentato dalle università, dove si fabbricano marionette da manovrare, utili solo ai capitani di ventura che determinano i destini di tutta l’umanità: pochi e ben nascosti nelle loro dorate stanze, in alti grattacieli. La scienza viene asservita al male e così abbiamo “scienziati” capaci di asserire che le centrali nucleari non sono nocive e che il tal farmaco è buono per sconfiggere il tal male. Ovviamente il tutto dietro lauti compensi. Parlando con giovani psicologi sono rimasto colpito dal loro percorso accademico, che presentava strane analogie, tutte protese a incanalare la disciplina verso sentieri che è un eufemismo definire “lacunosi e devianti”. Ho acquistato un testo di “Storia della psicologia”, molto gettonato. Si può immaginare la sorpresa quando ho visto lo spazio dedicato a Carl Gustav Jung: tre righi.
Abiurare la cultura vuol dire privarsi delle menti “pensanti” e senza “pensatori” non vi può essere che la deriva verso il baratro. Non è certo per caso che l’attuale premier sconsigli la lettura dei classici della filosofia e del pensiero politico e inviti i suoi sodali ad affidarsi esclusivamente alle “lezioni” di “House of Cards”.
Oggi ricorre il compleanno di Martin Heidegger, nato “solo” 127 anni fa in un piccolo paesino del Baden-Württemberg e autore di un testo che insegna a “vivere nel mondo”; anzi, a “essere nel mondo”.
Questo testo non lo legge più nessuno e i pochi che lo fanno, magari, già sono corazzati contro ogni distonia sociale e hanno ben poco da imparare.
Ritorniamo al pensiero. Riscopriamo la filosofia. Gettiamo le fondamenta di un mondo nuovo partendo da un presupposto molto semplice: tutto ciò che di buono serva per vivere al meglio e in buona armonia con il prossimo è già stato scritto. Quando va bene, nel nostro tempo, si scrivono baggianate senza costrutto. Nella maggioranza dei casi, invece, autentiche mistificazioni concepite ad arte per annebbiare la mente.
Riscopriamo la filosofia perché è solo grazie ad essa che potranno nascere nuovi “uomini di azione” degni di questo nome, capaci di cambiare la storia.
Leggetelo attentamente “Essere e Tempo”, cari giovani. Scoprirete che è un’opera incompiuta: manca la seconda parte, poco importante, e la terza, che invece lo è molto, perché sarebbe stata dedicata al problema del senso dell’essere, cosa non possibile quando fu concepito il testo, perché non esisteva un “linguaggio” capace di tradurre il pensiero dell’autore, che decise di parlare con “il silenzio”. Oggi il linguaggio per spiegare ogni cosa esiste, ma il lassismo dei più fa sì che esso sia utilizzato male, variando il senso delle cose e quindi “alterando la verità”. Il linguaggio rapportato alla vera natura dell’essere, invece, proprio come ci ha insegnato Heidegger, può fare la differenza. Cari giovani, fatevi un favore: scrivetela voi quella terza parte. Sarete i primi beneficiari delle azioni che da essa scaturiranno.

ESSERE E TEMPO

SEIN UND ZEIT

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