Galvanor da Camelot (Lino Lavorgna)
Ho teso corde da campanile a campanile, ghirlande da finestra a finestra, catene d'oro da stella a stella, e danzo. www.lavorgna.it

CIAO, MAESTRO.

GAETANO RASI


Correva l’anno 1977 e da meno di due ero stato eletto presidente della Consulta Provinciale Corporativa, in quel di Caserta. Gaetano Rasi, fondatore e presidente della Consulta dal 1972, lo avevo incontrato una sola volta, in un convegno ufficiale, senza avere avuto la possibilità materiale di interloquire con lui se non per un formale scambio di saluti. Pur appartenendo a una scuola di pensiero che aveva “già” fatto i conti con il passato e si proiettava verso il futuro auspicando una destra moderna, sociale ed europea, guardavo con interesse al Corporativismo, le cui tematiche, se sapientemente interpretate, avrebbero potuto costituire una valida alternativa alle derive marxiste e capitaliste, superando l’anacronistica lotta di classe e legando in modo indissolubile due primari fattori produttivi: capitale e lavoro. E’ bene precisare, tuttavia, che siffatta concezione economica della società, più che azzardata e temeraria, appariva semplicemente assurda, incomprensibile e impraticabile. All’interno dello stesso MSI, del resto, la Consulta non è che avesse grande seguito, obnubilata dagli elementi di natura sentimentale e di facile presa per la stragrande maggioranza degli elettori, fortemente ideologizzati. Nella stessa minoranza evoluta, poi, vi erano tanti soggetti che guardavano con disinteresse all’economia, perché erano ben altre le discipline che affascinavano e catturavano l’attenzione. Sotto questo profilo io stesso – va detto per correttezza – non mi discostavo da tale presupposto. Mi rendevo conto, però, che per chiudere il cerchio occorreva aggiungere un tassello alla nostra dottrina sociale, aumentando l’attenzione verso le tematiche di natura economica. Predicare il primato della politica sull’economia era senz’altro positivo, ma la riluttanza con la quale si affrontavano le problematiche economiche costituiva un serio problema. Gaetano Rasi queste cose le aveva capite benissimo e le predicava con forza e determinazione, che non bastarono però, a scuotere più di tanto l’ambiente. Del resto non accadde nulla di nuovo. Anche in epoca fascista il Corporativismo funse più da “bandiera” propagandistica che da reale elemento di politica sociale. Osteggiato dalla Confindustria, al di là dei proclami “roboanti” che ne sancivano l’efficacia, fu ben presto coperto da una cortina di polvere. Giuseppe Bottai ne fu un convinto assertore, almeno fino al momento in cui Farinacci non gli disse: “Lascia un po’ stare il tuo corporativismo. Tanto, neppure Mussolini lo fa sul serio”. (Dal Diario di Bottai. Rizzoli Editore). Gaetano Rasi ha svolto un lavoro eccellente con il suo Istituto, pubblicando una rivista che costituiva un importante punto di riferimento per chiunque volesse studiare le tematiche sociali elaborate da studiosi e analisti che erano sì schierati, ma rispondevano precipuamente alla loro coscienza. Grazie al mio ruolo iniziai una assidua frequentazione con l’Istituto e Gaetano Rasi prese a ben volermi. Non gli sembrava vero che un giovane di 22 anni si appassionasse a una disciplina ostica e molto snobbata. I libri che vedete nella foto me li regalò tutti lui, esortandomi a studiare bene i fondamentali, per poi adeguarli alle mutate esigenze della società. Quando l’intesa divenne più marcata trovai il coraggio di parlargli della mia forte vocazione europeista, ritenendo giusto (e soprattutto onesto) dirgli anche che, non fosse altro per un fatto generazionale, il mio approccio con la storia doveva essere necessariamente diverso da quello di coloro che avevano vissuto, magari con ruoli importanti, l’esperienza fascista. “Puoi dirmi tutto quello che vuoi” replicò, esortandomi ad aprirmi senza riserve. Fu così che gli manifestai il proposito di scrivere un articolo “europeista” sulla rivista, scevro della retorica che ti portava da un lato a cantare “Europa nazione sarà” e dall’altra a considerare l’Italia il centro del mondo. Il dado era tratto e pertanto, vincendo tutte le ritrosie, gli confessai, sia pure in modo raffazzonato, quello che poi è diventato un punto saliente del mio pensiero: degli uomini possono venire da mondi diversi e anche contrapposti, ma se in buona fede intenti a operare per il bene comune, inevitabilmente molte barriere sono destinate a cadere. E sotto questo profilo, sulle tematiche europeiste, non vi erano sostanziali differenze tra ciò che pensavo io e quello che sostenevano Altiero Spinelli e i suoi adepti del Movimento Federalista Europeo. Mi sorrise e mi disse che era d’accordo, ma di stare “molto attento”, ricordandomi la fine che avevano fatto tutti coloro che avevano precorso i tempi. Cionondimeno accettò di pubblicare l’articolo lincato in calce e si può ben immaginare l’ostracismo che dovetti subire da consistenti fette di “amici”. La rivista, però, non era letta dai facinorosi e ciò mi risparmiò qualche brutta “mazziata”. Non mi pesava l’incomprensione, del resto, forte del monito del Poeta che troneggiava, allora come ora, in un poster affisso nel mio studio: “Se un uomo non è disposto a correre qualche rischio per le sue idee, o le sue idee non valgono nulla o non vale niente lui”. A 22 anni avevo scritto su una rivista nella quale figuravano nomi che facevano tremare i polsi, per storia personale, cultura, statura etica. E avevo parlato di Europa, superando i pregiudizi del tempo. Questa gioia, da sola, valeva tutti gli ostracismi possibili e immaginabili.
Due giorni fa Gaetano Rasi è partito per il grande viaggio e domani, alle ore 11, si terranno le esequie presso la Basilica di San Lorenzo in Lucina a Roma, nella omonima piazza. Sono passati quaranta anni e io continuo a scrivere di Europa. Anche l’articolo del 1977 potrebbe essere pubblicato oggi, senza cambiamenti. Io sarò nato anche postumo e sono troppo avanti. La lentezza che mi circonda, tuttavia, sgomenta. Buon viaggio, Maestro. Grazie per avermi capito. Non è che siano stati in tanti.

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