Galvanor da Camelot (Lino Lavorgna)
Ho teso corde da campanile a campanile, ghirlande da finestra a finestra, catene d'oro da stella a stella, e danzo. www.lavorgna.it

CONFINI: LUGLIO E AGOSTO 2017

Confini - Lino Lavorgna


Disponibile on line il nuovo numero di CONFINI, il cui tema del mese è dedicato alla “NAZIONE E NAZIONALITÀ”.
Tre i miei contributi:
“NAZIONALISMO E NAZIONALITÀ: UN PERCORSO AMBIGUO” – Pag. 4
“PAURA DELLE OMBRE: È STRUMENTALE O PSICOPATOLOGIA” – Pag. 53
“VITTORIO MUSSOLINI: QUANDO IL COGNOME CONDIZIONA LA VITA” – Pag. 55


Non ho mai mancato di segnalare gli editoriali del Direttore, il carissimo Angelo Romano, mettendone in luce l’altissima qualità.
La grammatica italiana non prevede la sublimazione del superlativo e pertanto, questa volta, devo far ricorso alle leggi della fisica, che consentono di relativizzare ogni cosa, anche l’eccellenza. Un calcio di rigore perfetto si traduce in gol, a volte anche bellissimo da vedere. Sono tanti i giocatori che ci deliziano con la loro perfezione nell’esecuzione. Poi vi è Messi che, in talune circostanze, trasforma quei pochi secondi in un’opera d’arte, in qualcosa che trascende “la perfezione” e la supera, riuscendo, quindi, a sublimarla.
Con l’editoriale nel numero 56 di Confini, almeno per me (anche questo è relativo) Angelo Romano si è superato. L’esordio – Mi piace sentirmi cittadino dell’Occidente e in particolare di sentirmi ed essere Europeo – addolcisce i sensi come l’Ouverture del Parsifal. Il prosieguo t’induce a chiudere gli occhi e a immaginarti sul battello che solca le placide acque della Moldava ed entra a Praga accompagnato dalle magiche note di Bedřich Smetana, che di quel fiume celebrano la suggestiva bellezza. E ancora, a mano a mano che i periodi si susseguono, estasiato come Lohengrin sulla barca trainata dal cigno, dal lago sacro vedo spuntare anche la mitica “Excalibur!” Il cuore incomincia a fremere. Sono io che sto scrivendo, senza rendermene conto? Lentamente scemano le note della “Vltava” e molti nomi, cui sono tributario da decenni per come abbiano nutrito il mio Spirito, si susseguono velocemente, lasciando affiorare l’immagine dei Cavalieri di Camelot che cavalcano lesti per combattere il male, ovunque esso alberghi: Keats, Wilde, Eliot, Kipling, Yeats, Dickens, Melville, Conan Doyle, Conrad, Twain, Byron, Tolkien! I loro nomi sono preceduti da quello di Boorman (vi è anche Shakespeare, sicuramente anch’egli mio creditore, ma in forma minore rispetto agli altri) e quale musica migliore di quella dei Carmina Burana potrebbe risuonare nella testa al cospetto di siffatto tripudio di sensazioni? Il corpo si surriscalda e siamo solo a metà articolo! Diavolo di un Direttore! La lucida analisi continua con la maestria di sempre e non manca (e come potrebbe, a questo punto!) un riferimento ai “miei amici” nordirlandesi, vessati dalla “spocchia imperialista” della perfida Albione, ai quali ho dedicato un articolo proprio nel magazine, rievocando i tempi in cui ho avuto il privilegio di marciare, mano nella mano, con una dolce eroina dell’Irish Republican Army. In un attimo mi ritrovo a Belfast, a cantare in un pub, con la voce rotta dall’emozione: “In aid of men like Connolly, Barney and McCann,To fight and die until they drive the British from our lands. Young and old, side by side, fighting day by day, They are the Army of the People – the Official IRA”.
Subito dopo, però, rigo dopo rigo, incomincio ad avvertire nell’aere le prime note di quel brano che, inevitabilmente, accompagnerà la parte finale dell’articolo. “A volte – scrive Angelo Romano – le comunità naturali diventano innaturali. Lo si capisce recandosi nelle banlieue parigine dove si è persa traccia dell’Europa e della Francia stessa…” Parole pesanti come pietre, che ti schiacciano senza rimedio, mentre ti chiedi, proprio come fa Angelo Romano: “Dove stiamo andando?” Alzo gli occhi e lo sguardo si posa sulla libreria di fronte, dove fa bella mostra di sé il terribile testo di Spengler, che ovviamente Romano cita, prefigurando scenari futuri molto diversi da quelli che osavamo immaginare da giovani, quando, con entusiastica innocenza, cantavamo: “Il futuro appartiene a noi”. L’articolo è terminato e mi ritrovo in un bagno di sudore. Quelle note di cui sopra, intanto, prendono corpo e diventano altissime, poi vibranti e spezzate, poi ancora alte, cupe, solenni, per poi affievolirsi. Sono le note della marcia funebre di Sigfrido, che sanciscono il crepuscolo degli Dei e “la fine dei tempi”.
Le ho sempre ascoltate, tuttavia, considerandole una catartica palingenesi e voglio continuare a concepirle in tal guisa. Generosa illusione, caro Direttore? Forse, ma va bene così, perché, dopo tutto: “Non tutto quel ch’è oro brilla, né gli erranti son perduti. Il vecchio ch’è forte non s’aggrinza, le radici profonde non gelano. Dalle ceneri rinascerà un fuoco, l’ombra sprigionerà una scintilla. Nuova sarà la lama ora rotta, e Re quei ch’è senza corona. Amen.

Di seguito il link per la visione dei numeri arretrati: NUMERI ARRETRATI DI CONFINI
VERSIONE PDF DEL MAGAZINE

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