Galvanor da Camelot (Lino Lavorgna)
Ho teso corde da campanile a campanile, ghirlande da finestra a finestra, catene d'oro da stella a stella, e danzo. www.lavorgna.it

CONFINI: SETTEMBRE 2017

CONFINI - LINO LAVORGNA


Disponibile on line il nuovo numero di CONFINI, il cui tema del mese è dedicato alla “MAL’ARIA”, neologismo coniato dal Direttore mer meglio rappresentare, con un termine singolo e forte, una realtà sociale che atterrisce, che non lascia intravedere vie di uscita.
A pagina cinque il mio contributo, che ripropongo integralmente a beneficio dei lettori che hanno problemi nella consultazione on line del magazine.


UNA PAROLA NUOVA PER VIZI ANTICHI.
“Cari Amici, il prossimo tema di copertina sarà: “Mal’aria”.
Il riferimento è all’immigrazione e ai costi spropositati che si abbattono sul sistema sanitario, a quanti in Europa rifiutano la redistribuzione dei migranti, al clima politico sempre più teso, alle iniziative illiberali della sinistra, a una ripresa economica che sembra essere solo un abbaglio, alle devastanti conseguenze dei cambi climatici…”.
Mal’aria, neologismo coniato dal Direttore quanto mai pertinente. La lingua deve evolversi per meglio rappresentare la mutevolezza dei tempi. E il termine incarna in pieno quell’insostenibile pesantezza del tempo contemporaneo, che atterrisce perché non lascia più intravedere l’unico vero sostegno dell’umanità: la speranza.
Mal’aria, quindi: aria malata, avvelenata, irrespirabile. Aria che uccide. Parliamone, ma senza fronzoli retorici, proposizioni di ricette impossibili, accuse e difese di ufficio, facile ironia sui contaballe, ennesimo pubblico ludibrio per malfattori e delinquenti comodamente assisi sulle poltrone del potere. Sarebbe tempo perso e, onestamente, poco vi è da aggiungere al tanto già detto e scritto. Tutti i giorni paghiamo le conseguenze della malapolitica, quella di oggi e quella di ieri; tutti i giorni la malasanità conquista la ribalta della cronaca, gettando nello sconforto migliaia di famiglie; tutti i giorni ascoltiamo l’insulso bla-bla-bla di ciarlatani sulla cui malafede nessuno ha dubbi, a cominciare da chi li sostiene. Che senso ha ribadire sempre le stesse cose?


SINISTRA: UN’ILLUSIONE CHE DURA DA TROPPO TEMPO
Parliamone, di mal’aria, stendendo un velo pietoso anche sulle iniziative illiberali della sinistra, perché non ha più senso (ammesso che ne abbia avuto in passato) parlare di sinistra, e ne ha ancor meno nella rappresentazione della sua illiberalità, che tra l’altro renderebbe oltremodo lunga e complessa l’analisi. Ogni persona culturalmente evoluta sa bene che la sinistra è sempre stata e sempre sarà inutile e dannosa. Punto. Le sue varie e spocchiose anime hanno degli elettori in buona fede – l’ingenuità alberga ovunque – che la vorrebbero semplicemente al servizio del bene, di chi non ce la fa a correre a trecento all’ora, come richiesto da una società incancrenita dalla degenerazione di un sistema nato già malato: il capitalismo. Non è certo con “politiche liberali” che si vedrebbero realizzati gli ambìti propositi, perché è stata proprio la degenerazione dei princìpi sanciti dal liberalismo delle origini a inquinare la società contemporanea. Ma su questo campo fermiamoci qui: le distonie del liberalismo meritano ben altro spazio. Va ben evidenziata, invece, l’anomalia di cui la sinistra beneficia per colpe altrui e che a essa può essere ascritta come merito, essendo stata capace di impossessarsi del “potere culturale”, monopolizzato e gestito a proprio uso e consumo grazie anche all’assenza di competitors validi. Occorre riconoscere che molti intellettuali di area trascendono i confini dell’appartenenza politica e producono analisi serie e oneste, facilmente condivisibili in virtù del loro rigore scientifico. Da qui, poi, a vedere presi in considerazione i loro suggerimenti dalla (pseudo)sinistra al potere, ce ne corre. Quella ortodossa quanto meno è caratterizzata per buona parte da soggetti di una certa levatura, più “umani”. Nondimeno la loro capacità di governare un paese è prossima allo zero e quindi, lo dico affettuosamente soprattutto per i tanti che non ho difficoltà a considerare amici, vanno benissimo per trascorrere una gradevole serata discutendo sui massimi sistemi, sui grandi poeti che fanno vibrare le corde dello spirito; per una partita a scacchi; per una grigliata al tramonto, degustando senza esagerare dei buoni vini.


DESTRA: L’ISOLA CHE NON C’E’
Parimenti non ha più senso parlare di destra, o almeno di quella che si spaccia per tale. Dov’è la destra in Italia? Una vera destra moderna, sociale ed europea? Se qualcuno ne conosce l’indirizzo, me lo invii, ma per favore non commetta l’errore commesso da qualcuno su “Facebook”, quando posi la stessa domanda: mi segnalò “Europa Nazione”, ossia casa mia. Su questo argomento proprio non è il caso di dilungarci, essendo stato più volte trattato.


BURATTINAI E BURATTINI
A cosa serve rampognare continuamente i ciarlatani che parlano di ripresa economica, arzigogolando intorno a diagrammi astrusi, zero virgola e baggianate varie, infischiandosene della gente che muore di fame? Non solo è tempo perso, ma è anche autolesionistico. Quanto più si cerchi di sbugiardarli con dati di fatto concreti, che richiedono analisi complesse e molto lavoro, tanto più si esaltano e godono: le argomentazioni serie scivolano via senza essere nemmeno recepite; sulle loro baggianate si costruiscono lunghi talk-show e si consumano fiumi d’inchiostro. Non vi è partita, non vi è mai stata, tra chi conta balle e chi racconta la verità. La mente umana risponde a meccanismi che tendono sempre a privilegiare la semplicità. Ciò che non si comprende facilmente viene respinto istintivamente, lasciando spazio agli slogan a effetto di chi ha ben compreso come prendere per i fondelli le masse. Accade ciò che con termine scientifico si definisce “scotomizzazione”, estensione psicologica di un concetto oculistico che riguarda una particolare patologia: l’occhio vede solo ciò che la mente vuole vedere. Anche le orecchie producono lo stesso effetto e si predispongono precipuamente all’ascolto di ciò che si preferisce ascoltare. E’ storia vecchia, già nota agli antichi greci e agli induisti. I primi scolpirono sull’architrave del Tempio di Apollo, a Delfi, la celebre massima “γνῶθι σαυτόν” perché solo attraverso la conoscenza di se stesso si può sviluppare una visione del mondo che non sia il riflesso di una mistificazione prodotta ad arte per ingannare. I secondi, molto più prosaicamente, sostenevano che: “La drammaticità della vita è frutto della nostra proiezione mentale.” Si dannerà l’anima, Jung, per rendere più fruibili questi concetti, ai quali, nel 1931, dedicò l’opera: “Il Problema dell’Inconscio nella Psicologia Moderna”. A che è servito tutto ciò e il tanto altro lavoro svolto da autorevoli pensatori per segnare il cammino? Qualcuno, forse – a prescindere da uno sparuto numero di eletti, che però non hanno inciso sulla storia dell’umanità – ha tratto insegnamento dal “Mito della Caverna” e dall’opera di Nietzsche, con tutto quello che vi è stato in mezzo? Tutto lavoro andato perduto nel tempo, come le famose lacrime nella pioggia di “Blade Runner”, considerati gli uomini senza qualità capaci di conquistare il potere con barzellette e balle grosse come catene montuose.
La percezione della realtà è sempre falsata per i limiti propri della natura umana e per l’incapacità di compiere una semplice azione che, per altri versi, compiamo con naturalezza in mille circostanze, quando per esempio ci affidiamo a un meccanico, a un idraulico, a un muratore, al giardiniere. Tranne casi eccezionali non ci salta mai per la mente di mettere in discussione il loro operato. Li chiamiamo, li paghiamo e ci godiamo il lavoro eseguito. Basterebbe seguire la stessa regola anche per la delega del potere, che dovrebbe riguardare solo persone di alto profilo sotto tutti i punti di vista, alle quali affidarci con fiducia, senza avere la presunzione di voler comprendere le loro scelte in campo politico-economico-sociale, nella gestione degli scenari globali e delle complesse relazioni internazionali. Se le persone sono caratterizzate da un alto spessore, opereranno per il bene comune, adottando i provvedimenti più giusti in quel dato momento; uomini senza qualità non potranno che produrre azioni senza qualità. Sono questi ultimi a prevalere, tuttavia, perché le loro capacità affabulatorie hanno maggiore presa. Si passa in tal modo una vita intera a commettere sempre gli stessi errori, per poi lamentarsi quando le mezze cartucce al potere depredano la sanità; chiudono gli ospedali lasciando intere zone prive di strutture sanitarie, per magari aprirli dove non servono e solo per sporchi giochi utili solo al loro tornaconto; rubano a man bassa; conferiscono ruoli importanti ai babbei di turno, purché a loro asserviti, obbligando i veri talenti all’oblio o a emigrare; legiferano ad personam e si guardano bene dal produrre una vera riforma dello Stato, funzionale alle reali esigenze dei cittadini. A cosa servono comuni con poche centinaia o poche migliaia di abitanti? Non sarebbe più logico accorparli in modo da raggiungere almeno quindicimila abitanti? Invece di una decina di sindaci incapaci e lestofantelli può darsi che si riesca a eleggerne uno decente, ottenendo ingenti risparmi anche nella gestione dei dipendenti e dei servizi, magari rendendoli addirittura più efficienti. Prendiamo l’isola d’Ischia come esempio estendibile in ogni zona d’Italia: 64mila abitanti suddivisi in 46 kmq. Di fatto meno abitanti di quanti non ve ne siano nel quartiere Arenella di Napoli e una superficie pari a quella del comune di Frosinone. Che senso ha la presenza di ben sei comuni in quell’isola? E’ facile dedurre la risposta, anche alla luce di recenti vicende. A cosa servono le province e le regioni? A sprecare soldi per consentire a poche migliaia di persone di arricchirsi indebitamente e di fare la bella vita, complicandola in modo indecente a tutte le restanti, che però hanno la responsabilità di non fare nulla per impedire che ciò accada. Lo sfacelo della sanità regionalizzata, come già detto, oramai ha raggiunto punti di non ritorno. Atterriscono e disorientano i comportamenti di troppi soggetti che agiscono nel dispregio più assoluto di ogni canone etico. E’ di pochi giorni fa, per esempio, la notizia dei medici arrestati a Monza, ben dodici, perché compravano protesi di bassa qualità in cambio di soldi e regali. Con notizie simili accumulatesi negli ultimi decenni, tuttavia, si potrebbe scrivere un’enciclopedia più corposa della Treccani. Che razza di uomini sono costoro? Possibile che la bramosia di denaro consenta di non provare il minimo ritegno nel tradire la propria missione? I politici sono cinici per natura e non vi è da sorprendersi se si “vendono” alle multinazionali per imporre obbligatoriamente ben dieci vaccini ai bambini (di eguale dosaggio a prescindere dalle caratteristiche del bambino), oltre ad avallare tante altre schifezze in campo farmacologico e non solo, periodicamente (e invano) denunciate. Ma i medici che tradiscono il giuramento di Ippocrate proprio non si reggono… Scrivo queste righe con la gola che brucia e il cuore che sanguina: la malasanità ha ucciso un mio carissimo Amico nel 2003 e più recentemente mio Cognato e mia Madre. Sto ancora aspettando giustizia, convivendo ogni giorno con il malessere generato dai complessi di colpa per scelte che una persona come me avrebbe dovuto evitare, essendo ben consapevole delle penose condizioni in cui versa la sanità nella mia regione.
A cosa è servito privatizzare servizi primari come le comunicazioni telefoniche e la fornitura di energia elettrica? Il mercato libero avrebbe dovuto consentire di contenere i prezzi e invece ha solo alimentato un grande caos, con aziende che addirittura insegnano ai dipendenti “come truffare i clienti”, facendo cartello con quelle concorrenti per sfruttare meglio un popolo che in materia di consumi risulta impreparato e indifeso. Il digital divide nel nostro paese è mostruoso; la fibra ottica è un mero sogno per molte zone, alcune delle quali presentano seri problemi anche per la connessione tradizionale. Nazionalizzare tali servizi, con regole che non ricalchino gli sprechi e le gestioni clientelari pre-privatizzazione, costituirebbe un grande vantaggio per i cittadini, in particolare per coloro che risiedono nelle aree più penalizzate. Analogo discorso vale anche per i trasporti pubblici, a cominciare dai treni per finire alla compagnia aerea di bandiera, le cui disastrose gestioni fanno venire il voltastomaco. Moralizzare i banchieri è solo un ridicolo ossimoro; non sbatterli in galera, però, quando depredano a man bassa i risparmi dei cittadini e per altri reati non meno gravi, è sintomatico di “affinità elettive” semplicemente vergognose.


LA PAURA DELL’ALTRO
Fanno paura i flussi migratori degli ultimi anni. E’ inutile negarlo. Il razzismo esiste e va combattuto senza indugio. Ai razzisti di mestiere, tuttavia, si è aggiunto un nutrito gruppo di persone che rifugge da tale ignobile sentimento e ha semplicemente paura. La paura non è un reato. Nessuno può condannarmi perché mi rifiuto di salire su aerei e barche di piccole dimensioni. Al massimo può prendermi in giro. Anche l’egoismo, ancorché deprecabile, non costituisce un reato. Le cose cambiano solo quando sfocia in atteggiamenti che, finalizzati a tutelare i propri interessi, danneggiano quelli degli altri. Sulla crisi determinata dai flussi migratori oramai esiste una florida letteratura: seria, faceta, farlocca, ignobile. Ogni giorno si scrive di tutto e di più. Ritengo superfluo aggiungere chiacchiere alle chiacchiere e voglio sforzarmi di individuare una chiave di lettura del problema che possa realmente offrire nuovi spunti, analizzandolo freddamente, senza lasciarmi trasportare dai sentimenti, che sono buoni, rifuggendo però anche dalla trappola dell’ipocrisia buonista. Anche io ho paura e lo dico senza riserve. Con pari sincerità, però, posso aggiungere che la mia paura non m’induce ad assumere atteggiamenti tout-court ostili nei confronti dell’altro, alterando “in modo assoluto” quei concetti serenamente accettati quando il problema non esisteva ed era possibile avere rapporti con “chiunque” o viaggiare più o meno “dovunque”, eccezion fatta per le aree vessate da sanguinosi e duraturi conflitti. Sono stato fidanzato con due donne musulmane, tra gli anni ottanta e novanta del secolo scorso, con le quali l’interazione non presentava alcuna difficoltà. Di certo non mi sono preoccupato nel visitare la Turchia e non mi sarei preoccupato nel visitare anche altri paesi nei quali non sono mai stato. Oggi, al solo pensiero di mettere piede a Istanbul (con tutto quello che ho scritto contro l’attuale classe dirigente), mi tremano le gambe. E per quanto possa essere culturalmente attrezzato per accettate il fatto che non tutti i musulmani sono terroristi, è inutile girarci intorno, la paura, “sia pure non in modo assoluto”, come ben anticipato, ha condizionato il pensiero.
Se ho paura io, non posso pretendere che non l’abbiano gli altri e anche ciò che scrivo deve tenere conto di questo banale assioma. La distinzione tra paura e razzismo, quindi, è fondamentale per inquadrare in una corretta ottica lo spinoso problema, perché è del tutto evidente che in molti casi è il secondo aspetto che assume valenza prioritaria, altrove in Europa più ancora che in Italia. E questo non va bene.
E’ davvero importante, quindi, saper distinguere il grano dal loglio e trovare il coraggio di affermare concetti anche duri, ma che possano configurarsi in un’ottica di “realtà” e “civiltà”. A tal fine va deprecato tanto il “buonismo ipocrita” quanto “il rifiuto assoluto”, da chiunque praticati. Non si può tollerare che si pretenda di cambiare il nostro stile di vita per adeguarlo a quello di chi viene a vivere nel nostro paese; che si pretenda di non rispettare le nostri leggi e le nostre consuetudini. Non si può accettare che una donna, quale che sia la sua provenienza, non possa comportarsi come qualsiasi altra donna. Non si può accettare che non si possano condannare apertamente le lapidazioni, le torture e tutte le altre nefandezze che sistematicamente sono perpetrate in tanti paesi orientali. Qui non si tratta di difendere esclusivamente i nostri valori ma presupposti di civiltà che dovrebbero albergare dappertutto. Parimenti va inculcato e difeso il principio che non esistono “popoli” superiori agli altri, ma solo persone buone e persone cattive, in tutti i popoli, e che il problema della “redistribuzione dei migranti” è un falso problema: non si possono trasferire in Europa tutte le vittime della “follia tirannesca” che imperversa in Africa e in Medio Oriente. Occorre “bonificare” quelle aree e renderle vivibili.


LA CECITA’ DELL’UOMO CHE NON RISPETTA LA NATURA
Avevo diciannove anni quando fondai l’Associazione Nazionale Salvaguardia Ecologica e prospettai i rischi connessi al mancato rispetto della natura. I disastri ambientali non sono una conseguenza dei cambi climatici ma della scempiaggine umana. Ne sono trascorsi oltre quaranta e ripeto sempre le stesse cose. L’ultima volta nel numero 55 di questo magazine, risalente ad appena due mesi fa. L’articolo s’intitola: “Uomo e natura – Occasioni perdute e cupi orizzonti”. Non vi è alcun bisogno, pertanto, che ne ricalchi i concetti.


LE RADICI ANTICHE DELLA MAL’ARIA
La foto che accompagna l’articolo è emblematica. Si vedono due personaggi la cui espressività è ben percepibile anche da chi non sia un esperto d’arte o uno psicologo. A sinistra si vede un uomo con il volto tagliato, segnato da incisive rughe, che accenna un sorriso sardonico appena percettibile. Ha labbra serrate e occhi spenti, che generano turbamento. Non ha certo l’aria di un condottiero; molto più verosimilmente è assimilabile a un mafioso. Ben altre suggestioni, invece, scaturiscono dalla statua sulla destra della foto. Fierezza, forza, bellezza, virilità. I capelli al vento rivelano una personalità che ama la libertà e la spontaneità, doti di leader, orientamento al “bene”. Ispira spontanea fiducia ed è lontano mille miglia dalla fisiognomica del tiranno. Lo sguardo fiero e le labbra leggermente incurvate dimostrano che il personaggio ha avuto poche occasioni di “ridere” o “sorridere”, nel corso della sua vita: di sicuro è stato un condottiero con grandi responsabilità. Abbiamo, quindi, almeno figurativamente, un mafioso a sinistra e un eroe a destra. (Del punto interrogativo parleremo alla fine dell’articolo). Grazie a questo confronto è possibile compiere un veloce viaggio nel tempo, lungo più di duemila anni, estremamente rivelatore. A sinistra vi è Marco Licinio Crasso, politico e comandante militare della Repubblica Romana; miliardario (acquisì gli ingenti beni dei proscritti di Silla, da lui sostenuto nella guerra civile dell’83-82 A.C.); finanziatore di uomini potenti, tra i quali Cesare che, per restituirgli i soldi ricevuti in prestito, utilizzò il bottino della guerra gallica; cinico e spregiudicato nella gestione degli affari pubblici; corruttore impenitente: si comprava i senatori con la stessa disinvoltura con la quale è possibile comprare un chilo di mele al mercato; puttaniere incallito e bisex (a quel tempo i rapporti omosex erano una consuetudine soprattutto tra le classi sociali più alte e fa scuola la famosa citazione di Svetonio che riguarda Cesare: “L’uomo di tutte le donne, la donna di tutti gli uomini”); spregevole nei rapporti; spietato con chi non lo assecondava; ammalato di delirio di onnipotenza e, come spesso accade ai personaggi che si sentono Dio in terra, in talune circostanze incapace di vedere cose le cui effettive peculiarità appaiono ben evidenti a chiunque: muovere guerra ai Parti senza cavalleria anticipa le follie politiche e belliche di tanti futuri personaggi a lui simili.
A destra vi è Spartaco, lo schiavo trace divenuto gladiatore e fomentatore della famosa rivolta che sfociò nella terza guerra servile, conclusasi con la sua morte e il trionfo di Crasso. La vicenda è nota e non serve rievocarla, anche perché ampiamente sfruttata dalla cinematografia, a cominciare dal capolavoro di Stanley Kubrik, del 1960.
Cosa ci rivelano, pertanto, questi due personaggi? Che da sempre sono i “Crasso” a dominare e gli “Spartaco” a soccombere, a morire in battaglie perse in partenza, a essere crocefissi. Una volta la crocifissione era materiale. Con l’avvento della democrazia tale necessità è andata via via scomparendo. I “Crasso” si sono evoluti e hanno affinato la gestione del potere in modo molto più subdolo e raffinato, inducendo i nemici a crocifiggersi da soli, a combattersi tra loro, facendosi legittimare nella gestione del potere, direttamente o indirettamente, con libere elezioni. Roba da premio Nobel per capacità affabulatoria. La domanda che sorge spontanea, pertanto, è la seguente: se da oltre duemila anni accadono sempre le stesse cose, sarà mai possibile cambiare il corso della storia? Nel prologo ho scritto che l’umanità è atterrita perché vede sparire giorno dopo giorno siffatta speranza, facendo ricorso a un’iperbole per meglio caratterizzare la drammaticità del momento. Il concetto espresso, in realtà, se pur avvalorato da dati di fatto incontrovertibili, non potrà mai raggiungere una valenza assoluta, anche se dovessero verificarsi catastrofi sociali ben più gravi di quelle che segnano le nostre giornate. Per l’essere umano – come traspare dalla saggezza di Lin Yutang – la speranza non potrà mai sparire perché è come una strada nei campi, che di fatto non esiste e prende forma quando molte persone li attraversano. I giovani, soprattutto, hanno il “diritto” di non perderla. Più di ogni altra cosa, però, hanno il “dovere” di alimentarla con le loro azioni. L’effettivo cambio di rotta dipende dall’armonica coniugazione tra il diritto a sperare e il dovere di lottare per cambiare veramente le cose. Quelli della mia generazione non possono suggerire “ricette” perché sono tutti colpevoli per il pessimo mondo che si lascia loro in eredità. Sono colpevoli anche quelli come me che il male hanno sempre combattuto, non fosse altro perché non sono stati bravi nello sconfiggerlo. E per questa incapacità, cari giovani, possiamo solo invocare il vostro perdono. Un’esortazione è lecita, tuttavia, formulata con tutto l’amore che il cuore di un vecchio è in grado di partorire: scegliete bene la foto che deve sostituire il punto interrogativo. Esso, di fatto, incarna tutti voi, perché tutti voi, insieme, dovete trovare la strada maestra da percorrere negli anni a venire. Ma ogni marcia ha bisogno di un capo-carovana e la meta da raggiungere è la più impegnativa tra le tante che potrete e dovrete prefiggervi: mettere tutti i Crasso in condizione di non nuocere e rendere onore ai tanti Spartaco che hanno immolato la loro vita, secolo dopo secolo, per difendere i valori più nobili e sacri di ogni essere umano. Sceglietelo bene o saremo sempre punto e a capo.


Di seguito il link per la visione dei numeri arretrati: NUMERI ARRETRATI DI CONFINI
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