IN MEMORIA DI FRANCO ORSOMANDO


L’indole di un cavaliere errante è per natura riservata e, a detta di coloro che sono capaci di comprendere la natura dell’uomo, ciò dipenderebbe dalla difficoltà oggettiva di esprimere in modo esaustivo i turbamenti dell’animo, che in un cavaliere errante raggiungono vette così alte da far apparire banale ogni possibile descrizione. Si lascia parlare il silenzio, quindi, soprattutto in certi momenti. Soprattutto quando il dolore è forte e serra la gola, salvo poi sforzarsi di vincere quella naturale propensione, che si subisce ma non si accetta.
Ho saputo solo oggi della dipartita di Franco Orsomando, lo scorso 17 settembre. Non ci vedevamo da tempo e ci siamo sentiti qualche mese fa, ripromettendoci una rimpatriata che, purtroppo, la caducità della vita non ha reso possibile. Ora sono qui, dopo una lunga conversazione con la cara Elvira, a sforzarmi di trovare le parole giuste per celebrare in modo degno un Amico, ben sapendo, tuttavia, che non sarò capace di tradurre in parole il turbinio di sensazioni, pensieri, ricordi ed emozioni che affollano la mia testa.
Le affinità elettive con Franco non sono elencabili, perché, di fatto, non è nemmeno il caso di definirle tali: l’osmosi era pressoché totale. E se la comune passione per la fotografia consentì di conoscerci, l’amore per la Madre Patria Europa saldò in modo indissolubile un’amicizia già pregna di solide radici e quotidianamente sublimata da azioni più che significative. Fotograficamente era più bravo di me nella fotografia “d’interni”, che richiede una profonda conoscenza delle luci e il loro sapiente utilizzo, possibile solo grazie a severi studi e a tanta esperienza. Essendomi dedicato precipuamente al reportage, difettavo nelle foto in studio e in quelle che richiedevano l’utilizzo del flash. Franco, a differenza di tanti altri professionisti gelosi del proprio sapere, con il sorriso sulle labbra fungeva da “Maestro”, mettendo a mia disposizione in pochi minuti ciò che a lui era costato mesi di studio e prove. Mi donava serenamente la sua maggiore esperienza, insegnandomi anche “trucchi” che andavano ben al di là delle tecniche consolidate, essendo retaggio esclusivo di tanto tempo perso a provare, a riprovare, a correggere, sia in fase di ripresa sia in camera oscura. (A quel tempo predominava il bianco e nero e stampavamo autonomamente le foto, nella sede del circolo fotografico il “Borgo”, a Casertavecchia).
Sul fronte “sociale” l’intesa non era minore. Convinti europeisti, propugnavamo le nostre idee nei rispettivi “campi di battaglia”: io in politica, lui nel sindacato. Era funzionario della Federazione Italiana Salariati e Braccianti Agricoli e Presidente della Federazione Europea dei Sindacati dei Lavoratori Agricoli. Per meglio caratterizzare la sua “weltanschauung” non trovo di meglio che proporre la lettura del suo intervento in occasione della ratifica dell’accordo per il miglioramento dell’occupazione nel settore agricolo, tenutosi a Bruxelles il 24 luglio 1997, alla presenza del Presidente della Commissione Europea Jaques Santer, reperito nel sito il9marzo.it (Cliccare qui per leggere il discorso). Sono trascorsi venti anni e, come spesso accade quando si leggono i testi di persone che abbiano la vista lunga, le parole di Franco appaiono tristemente profetiche, perché i problemi segnalati, purtroppo, sono ancora irrisolti e per certi versi divenuti ancora più gravi. “Lasciar correre la sola logica di mercato con cieca fiducia nei suoi risultati sarebbe uno sciagurato errore, che lascerebbe sul campo pochi vincitori e molti vinti”. Si chiedeva cosa sarebbe divenuta l’Europa, con l’avvento del terzo millennio, preconizzando i rischi connessi ai distonici rapporti tra i vari paesi nella gestione dell’immigrazione, per le conseguenze non solo sul piano demografico, ma anche sul piano del confronto fra lingue, culture e religioni diverse. Tutto questo venti anni fa! Il monito lanciato all’Europa da Franco Orsomando, nel rispetto dei sacri valori e princìpi protesi a privilegiare una politica sociale e non quella vessatoria delle lobby economiche e della malapolitica, cadde nel vuoto e le nefaste conseguenze delle sue parole al vento sono sotto gli occhi di tutti. Leggetelo attentamente, quel discorso: è un doveroso tributo a una persona che ha raccolto molto di meno di quanto non abbia seminato, ma soprattutto è una “lezione” che arricchisce, perché – e ripeto “purtroppo” – quanto mai attuale.
Ora Franco Orsomando ci guarda da quello spazio infinito da cui tutti proveniamo e dove tutti ci ritroveremo. Sono convinto che ci punta anche con uno dei suoi potenti teleobiettivi e ci sorride. Sapeva sorridere lui, nonostante tutto, perché i Grandi Uomini hanno il dono di nascere postumi e di capire prima ciò che accade dopo. E’ anche per questo, dopo tutto, che vivono in eterno, perché di loro, e del tanto bene che hanno fatto, non si smetterà mai di parlare.


Nella foto Franco Orsomando, a sx, con Lino Lavorgna. Casertavecchia, 1974. Cliccare per ingrandire

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