Galvanor da Camelot (Lino Lavorgna)
Ho teso corde da campanile a campanile, ghirlande da finestra a finestra, catene d'oro da stella a stella, e danzo. www.lavorgna.it

Porci, zoccole e chi sa dire “NO”.

Lino Lavorgna


Vi è un gran parlare, in questi giorni, dello scandalo che ha travolto Hollywood grazie alle dichiarazioni di “alcune” tra le tanti attrici che sono state molestate sessualmente dal produttore Harvey Weinstein. Gli argomenti pruriginosi “tirano” e la stampa si è gettata a capofitto sulla vicenda, producendo una messe enorme di analisi e interviste. E’ facile presagire che i tanti settimanali di gossip camperanno bene per molti mesi, con questa storia, in attesa della prossima. Il fulcro della vicenda, in effetti, è proprio questo: “niente di nuovo sotto il sole”.
Voglio dire anche io la mia, pertanto, secondo le modalità che mi sono congeniali, racchiudibili nell’antico detto “pane al pane e vino al vino”. Pazienza per chi poi si sentirà i pugni nello stomaco.
In premessa è corretto affermare (e per quanto mi riguarda “ribadire”, considerato che l’ho detto e scritto centinaia di volte) che chiunque abusi del proprio potere per portarsi a letto una donna è un essere spregevole, indegno di vivere in un consorzio civile e meritevole, prima ancora di rispondere penalmente delle sue azioni, di essere “trattato” clinicamente con procedure particolari sui cui dettagli non scendo, precisando solo che metterebbero al sicuro chiunque dovesse trovarsi al suo cospetto.
Detto questo, passiamo al secondo aspetto della vicenda, che appare addirittura banale nella sua enunciazione: “se tutti coloro che ricevono molestie, invece di assecondare i porci, li denunciassero subito, il fenomeno si ridurrebbe drasticamente”. Il dato fondamentale, pertanto, è che esistono i porci ma anche le zoccole, che con i porci non si fanno alcuno scrupolo di accompagnarsi, pur di far carriera o di ottenere una parte in un film. Certo, può costare caro dire “NO” (e io lo so per esperienza diretta, come spiegherò tra poco) ma è una questione di scelta: chi dice “SI’” non è una vittima ma una che si prostituisce. Ho alcune amiche che avevano iniziato una brillante carriera nel mondo dello spettacolo, con numeri davvero alti sotto qualsivoglia profilo: talento reale, buona scuola, physique du rôle, grande personalità, indiscusso fascino. Hanno ricevuto, come tante, ricatti e molestie e si sono rese conto che se non avessero ceduto sarebbero state scavalcate dalle mezze cartucce pronte ad aprire le gambe a un semplice schiocco di dita. Hanno visto i loro sogni infranti sul mefitico altare di un sistema schifoso, popolato da essere immondi, e hanno deciso di non accettarne le regole. Si sono realizzate professionalmente in altri contesti, nei quali sono loro a dirigere la baracca e quindi non corrono alcun rischio. Hanno dovuto rinunciare, però, a ciò che più bramavano.
Da giovane, le mie sorti di teatrante, che vivevano momenti difficili per la propensione a produrre le cose che piacevano a me e non quelle che piacevano agli altri, subirono un radicale cambiamento quando incontrai una persona che dimostrò di apprezzare i miei lavori e si rese disponibile a produrre anche l’opera più importante da me realizzata, ossia la trasposizione in prosa della tetralogia wagneriana (L’anello del Nibelungo). Un’opera che mi era costata quasi un anno di lavoro e che induceva a scomposte reazioni tutti coloro ai quali la proponevo. Ne ho sentite di tutti i colori: “Ma tu sei pazzo”; “Ma chi te lo fa fare”, metti in scena una cosuccia allegra e cerchiamo di avere anche qualche contributo”. Quelli più importanti, poi, erano i peggiori (e ritorniamo al solito discorso): “Linuccio, ma tu nun tien pure nu giro e’ belle figliole? E faccimm’ nu bell musical, nu can can! A chi cazz vuò che interess sta cosa strevza che m’hai purtat! Ca nun se capisce nient! Si vulimm fa caccosa io sto ccà”. “Ma no guardi, lei è un importante produttore teatrale e io “solo” di teatro sono venuto a parlare con lei”. “E vabbuò, e nui dint a nu teatro facimm o’ spettacolo, ma porta doie belle figliole… lassa sta’ sti cose strevze”. (Chiedo scusa ai napoletani veraci per gli errori, ma presumo che il concetto traspaia. Per i non napoletani: “strevz” vuol dire “strano”). Può immaginarsi la mia gioia, pertanto, quando finalmente trovai qualcuno che mi prese seriamente in considerazione. Avrebbe potuto essere un uomo, magari felicemente sposato o fidanzato e invece era una donna. Professionalmente era un vero portento e me ne resi conto subito. Purtroppo si prese una brutta scuffia per me e mi fece chiaramente capire che il nostro rapporto doveva marciare su due binari. Non si può parlare di molestie, ovviamente, perché i suoi sentimenti erano reali, ma io dovetti scegliere: avrei potuto assecondarla e beneficiare del suo “insostituibile supporto” o troncare subito. Optai per la seconda ipotesi e dissi “NO”: non mi andava di “prostituirmi”, tanto più nei confronti di una persona che era sinceramente innamorata di me. Correva l’anno 1988 e i miei sogni di “teatrante” finirono lì. Se si può dire “NO” in simili circostanze è ancora più facile dirlo al cospetto di un porco che generi profondo disgusto. E’ solo una questione di “scelta”.
Il mondo dello spettacolo da sempre funge come “icona” di questo diffuso malcostume. Ma ciò rappresenta la più colossale delle leggende metropolitane. Non vi è ambiente che ne sia immune… come ben sanno soprattutto le vere “vittime” di questo lercio sistema, che non sono certo le donne “molestate” dagli uomini ricchi e potenti, bensì quelle che, dicendo “NO”, lasciano loro campo libero per fulgide carriere in ogni settore: artistico, professionale… e politico.


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