Galvanor da Camelot (Lino Lavorgna)
Ho teso corde da campanile a campanile, ghirlande da finestra a finestra, catene d'oro da stella a stella, e danzo. www.lavorgna.it

CONFINI: MAGGIO 2018


Disponibile on line il nuovo numero di CONFINI, il cui tema del mese è dedicato al “SESSANTOTTO”.


Sono trascorsi cinquanta anni da quel maggio che, simbolicamente, rappresenta la rottura con un passato che si perpetuava stancamente e in modo sempre più stridente in un mondo che stava cambiando.
I miei colleghi, nati qualche anno prima di me, hanno avuto modo di essere protagonisti diretti degli eventi, che rievocano con toccanti testimonianze. Io avevo solo tredici anni e non ebbi modo di partecipare a quella che, con termine improprio, si definisce “rivoluzione ” e che invece fu solo una “rivolta contro un mondo in decadenza”. Rimedio peggiore del male, come dimostreranno i decenni successivi, ma ineluttabile processo esistenziale nell’ambito dell’evoluzione del genere umano. Per me il sessantotto fu l’anno della consapevolezza perché, alla pari di Robert Frost, passeggiando nel bosco m’imbattei in due strade che divergevano: scelsi la meno battuta e questo ha fatto tutta la differenza.


Due i miei contributi:
“DUE STRADE DIVERGEVANO NEL BOSCO” (Pag. 23)
“IL PIAVE MORVORAVA” – PARTE QUINTA: IL LATO OSCURO DELLA GUERRA (Pag. 27)
Di seguito il link per la visione dei numeri arretrati: CONFINI: NUMERI ARRETRATI

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A beneficio di coloro che possano avere problemi con la piattaforma ISSUU trascrivo di seguito i miei due articoli.


DUE STRADE DIVERGEVANO NEL BOSCO


Il 1968, per me, non fu l’anno della rivolta, delle manifestazioni di piazza, delle occupazioni e delle barricate: fu l’anno della “consapevolezza”. Iniziai a comprendere, infatti, di essere “diverso”. Una diversità che nei primi tempi generò problemi relazionali, incomprensioni e forti dubbi. Avevo tredici anni, dopo tutto, e non ero certo culturalmente attrezzato per spiegarmi fenomenologie dell’essere che mi avvolgevano in modo frustrante. Sono sbagliato io o loro? Ho ragione io o loro? La “consapevolezza” della diversità, fievolmente e progressivamente incuneatasi nella mente tra i banchi di scuola, fu scandita dalle conseguenze di un evento ben preciso, che avvenne il 6 gennaio 1968. Come ogni sabato, il pomeriggio era dedicato alla visione del programma televisivo “Chissà chi lo sa”, presentato dall’indimenticato Febo Conti. Il programma prevedeva una sfida di cultura generale tra alunni delle scuole medie. La squadra vincente si portava nella propria scuola una enciclopedia e ritornava nella puntata successiva. I vari quiz erano intervallati dalle esibizioni di ospiti, per lo più cantanti o attori. Quel sabato furono invitati due giovani artisti del tutto sconosciuti in Italia: il ventenne inglese Barry Ryan e il ventunenne svedese Peter Holm. Il primo cantò una canzone stupenda, “Eloise”, caratterizzata da una ritmica incalzante e accattivante, che entrava dentro sin dalle prime note per la straordinaria musicalità. Non parlavo ancora un buon inglese, a quel tempo, e quindi non comprendevo il significato del testo. Nondimeno la canzone mi piacque subito. Peter Holm cantò una canzone dolcissima, “Monya”, in italiano, che non si discostava dalle classiche melodie romantiche tanto di moda. Compravo tanti dischi, in quegli anni, e decisi subito che anche quelle due canzoni avrebbero fatto parte della mia collezione. Il negozio di riferimento era “Ricordi”, ubicato nella Galleria Umberto I di Napoli. Papà Lorenzo e Mamma Giuseppina non si fecero pregare per esaudire il mio desiderio e così, il mercoledì successivo, con lo spontaneo e ingenuo entusiasmo che solo un tredicenne può avere, ci recammo a Napoli – abitavamo a Caserta – per comprare i dischi e degustare un’ottima pizza nella solita pizzeria preferita dal mio Papà: “Pizzicato”, in Piazza Municipio. Ritornai a casa felice, pregustando la gioia di condividere con tutti i miei amici i nuovi acquisti, in particolare lo stupendo brano di Barry Ryan. Da non molto tempo il vecchio giradischi “Geloso” era stato sostituito dallo “Stereorama 2000 De Luxe”, pubblicizzato dalla rivista “Selezione del Rider’s Digest” e venduto per corrispondenza. (Occorrerà aspettare il 1972 per avere il piacere di tuffarmi nel mondo della stereofonia “seria”, con un impianto che sarà progressivamente modificato fino alla metà degli anni novanta).
Con somma sorpresa, però, il mio entusiasmo fu repentinamente smorzato dalle reazioni degli amici. Il pezzo forte era “Eloise”, del quale magnificavo la qualità, sicuro che sarebbe stato lo stesso per loro. Avvenne l’esatto contrario: il brano non piacque a nessuno e io fui letteralmente sommerso di sberleffi, anche pesanti, per un entusiasmo evidentemente giudicato non solo eccessivo ma addirittura fuori luogo. “E’ un brano che fa letteralmente schifo”; “Ma come può piacerti?”; “Certo che ne capisci di musica tu…” sono solo alcune delle frasi che mi dovetti sorbire, frammiste ai risolini di commiserazione, generalmente tributati a coloro che venivano presi in giro per le loro deficienze. Eppure nel gruppo avevo il mio “peso”, che non mi veniva certo disconosciuto. Su quell’evento musicale, però, furono spietati: per tutti avevo preso un granchio. La cosa mi stupì non poco, generando in me forti dubbi. Vuoi vedere che hanno ragione loro? Dubbi che si amplificarono a dismisura settimana dopo settimana: aspettavo con ansia che Lelio Luttazzi, nel programma radiofonico settimanale “Hit Parade”, annunciasse l’ingresso in classifica del brano, in modo da dimostrare agli amici che il granchio lo avevano preso loro. E invece nulla. L’Italia intera mi dava torto perché non riuscì a entrare in classifica nemmeno nelle ultime posizioni. I mesi si succedevano l’uno dietro l’altro e di “Eloise”, che io continuavo ad ascoltare con immutato piacere, nessuno parlò più. Nel gruppo dei miei amici ero l’unico che leggesse il settimanale “Giovani”, che nella sezione dedicata alla musica pubblicava le classifiche dei dischi più venduti in tutto il mondo. “Eloise”, di fatto, era prima in classifica dappertutto, tranne che in Italia. Il dato, però, non è che fosse tanto confortante per me. Quelli erano gli anni della prima “formazione”, condizionata dagli studi scolastici, dagli insegnamenti dei miei fantastici Genitori, dai consigli sulle letture che la Mamma, maestra elementare, mi propinava con l’amore che solo una mamma sa dare. Nella ricca biblioteca di famiglia troneggiavano i classici della letteratura italiana e, manco a dirlo, il libro “Cuore” di Edmondo de Amicis. Alla pari di tanti miei coetanei fui educato “all’italianità” e alla pari di tanti miei coetanei ritenevo che noi italiani fossimo il migliore popolo al mondo: il più civile, il più evoluto, il più intelligente, il più colto e chi più ne ha più ne metta. A scuola ci avevano insegnato che Muzio Scevola era stato capace di mettere la mano sul fuoco fino a farla bruciare del tutto, per punirsi dell’errore commesso quando decise di assassinare Porsenna; che Costantino era un grande imperatore e che Dio addirittura gli aveva fatto intendere che era dalla sua parte nella battaglia di Ponte Milvio; ci avevano insegnato la storia romana nella sua essenza più idilliaca, celando tutte le verità scomode; ci avevano fatto credere che Garibaldi fosse l’eroe dei due mondi e che ritornò a Caprera con un sacco di patate sulle spalle (e io fesso, alle elementari, piansi a dirotto pensando che nella sua isola e nella vicina Sardegna non vi fossero patate e i bambini come me non potevano mangiare le patatine fritte che mi piacevano tanto); ci avevano fatto credere che Silvio Pellico fosse un grande “patriota” che trascorse “mesi terribili” nello Spielberg; ci avevano fatto credere un sacco di cose. Come mettere in dubbio la nostra superiorità? Gli americani erano i più stupidi: a loro si poteva addirittura vendere la Fontana di Trevi! Il dubbio incominciò a incunearsi, tormentando i miei pensieri. Se il migliore popolo al mondo aveva giudicato negativamente quel brano musicale, molto probabilmente ero caduto io in un grossolano errore. Durante l’estate, però, accadde un fatto curioso. Barry Rayan fu invitato di nuovo in un programma televisivo. Non alla “TV dei Ragazzi”, ma in uno di quei programmi del sabato sera, seguitissimi da oltre dieci milioni di spettatori. (Per i più giovani è bene ricordare che in quegli anni vi erano solo due canali: Rai 1 e Rai 2). Nei giorni successivi fu ospite di altri programmi e i conduttori, tutti, ripetevano fino alla nausea quanto fosse bella quella canzone, che da mesi figurava al primo posto nelle classifiche dei dischi più venduti in tutto il mondo. Magicamente, nel giro di pochi giorni, “Eloise” entrò in classifica anche nella “Hit Parade” italiana e Lelio Luttazzi, con quella sua calda ed entusiastica voce, ne lodava i continui avanzamenti, fino al primo posto, che se non ricordo male mantenne ben oltre la fine dell’anno. I miei amici? Nessuno disse nulla. Continuavamo a vederci come avevamo sempre fatto e, tutti, ascoltando “Eloise”, manifestavano lo stesso compiacimento da me manifestato sin da gennaio. Nessun riferimento ai pesanti sfottò tributatimi quando a loro la canzone non piaceva. Fu allora che incominciai a comprendere alcune importanti dinamiche “dell’essere”. I discografici che avevano lanciato “Eloise” a gennaio si erano resi conto che il lancio non era stato fatto bene e che la semplice presentazione della canzone, ancorché bellissima, non funzionava. Occorreva “orientare” il pubblico affinché fosse accettata, cosa che avvenne con il secondo lancio, nel corso dell’estate (1).
Il sessantotto, analizzato con il senno del poi, ci appare in tutte le sue sfumature che ci consentono di inquadrarlo nell’ottica che scaturisce dalle rispettive visioni del mondo. Seppur ancorato a un’epoca già “storicizzata”, è ancora relativamente vicino nel tempo per poterlo analizzare con la serena obiettività che merita qualsiasi epoca storica, senza considerare che, come spesso scrivo, l’obiettività è qualcosa di difficile a prescindere dall’epoca storica di cui si parli. I protagonisti diretti sono i peggiori analisti di ciò che hanno vissuto, proprio perché tendono a offrire una visione partigiana dell’evento. E’ indubitabile che il sessantotto abbia favorito l’irresponsabilità; l’appiattimento verso il basso; il ripudio del merito; l’affermazione di ideologie fuorvianti, che via via hanno messo in evidenza i propri limiti, dopo aver prodotto però immani guasti in milioni di persone. Nondimeno lo scossone era inevitabile, perché, in qualche modo, bisognava rompere con un “passato” che stentava a evolversi in un mondo che iniziava a trasformarsi radicalmente. Non vi sono responsabilità oggettive nella nascita del sessantotto perché a nessuno può essere chiesto di andare oltre i propri limiti e i genitori dei ventenni di allora non avevano alcuno strumento per “arginare” la ribellione. Vi sono stati i cattivi maestri della scuola di Francoforte, certo. Ma quelli non sono mai mancati, in ogni epoca, e quindi non possono essere responsabilizzati più di tanto. Non certo tutti i milioni di giovani che hanno alimentato i fermenti di quegli anni avevano letto i loro libri! Le cose, talvolta, accadono perché sono inevitabili. Questo insegna la storia e per quanto attiene il comportamento delle masse, come sempre, si può far riferimento a quanto scritto nelle pregevoli opere di Freud (Psicologia delle masse), di Gustave Le Bon (Psicologia delle folle), di Elias Canetti (Massa e potere) e, soprattutto, nel saggio di José Ortega (La ribellione delle masse). A questo elenco specifico va anche aggiunto il saggio di George L. Mosse: “La nazionalizzazione delle masse” che, seppur riferito precipuamente alle radici del nazismo, presenta riflessioni e parallelismi che possono essere mutuati in qualsiasi contesto epocale. Oltre le masse, ovviamente, vi sono coloro che sanno resistere ai condizionamenti del Tempo, alle pressioni della cultura dominante, riuscendo sempre a vedere “oltre” e a discernere il grano dal loglio. Sono i rari nantes in gurgite vasto che, in genere, in un momento particolare della loro vita, mentre passeggiavano nel bosco, si sono trovati al cospetto di due strade che divergevano, proprio come accadde a un grande poeta. Scelsero di percorrere la meno battuta e questo ha fatto tutta la differenza. Orgoglioso e fiero di far parte di questa categoria e di poter raccontare, sorridendo, il mio sessantotto.


NOTE
1) L’episodio citato ebbe una replica più o meno analoga esattamente venti anni dopo. Collaboravo con una importante società partenopea, la “Joint Venture”, che racchiudeva tre gruppi operativi: “Cinenova”, proprietaria del Cinema Fiorentini e del vecchio Cinema-Teatro Acacia, rilevato e ristrutturato dopo un lungo periodo di chiusura; “City-Congress”; la catena dei ristoranti “Chopin”. La sede era all’interno dell’Hotel Santa Lucia, che faceva parte del gruppo. Ero molto legato all’amministratore, un affascinante architetto, marito di una delle donne più importanti di Napoli, figlia di un imprenditore proprietario di molti alberghi, non solo a Napoli. Mi piaceva molto quella struttura, nella quale vedevo proiettato un futuro brillante come direttore artistico del Cinema-Teatro “Acacia”, con annesse diramazioni nel campo cinematografico e dello showbiz, che non mi stancavo mai di “sollecitare” ai dirigenti. Purtroppo, a seguito del divorzio della coppia, si sfasciò tutto e l’Acacia non fu più gestito dall’Architetto mio amico, ma dalla ex moglie, che affidò la direzione artistica a Geppy Gleijeses. Fu proprio al Cinema “Fiorentini” che venne presentato, in anteprima nazionale, il capolavoro di Giuseppe Tornatore “Nuovo Cinema Paradiso” e io ebbi l’onore di essere tra gli invitati. Inutile dire che il film mi piacque molto e non mancai di esternare il mio apprezzamento al regista, tra lo stupore di molti amici e colleghi del Gruppo, i quali, senza tanti giri di parole e con il sorrisino sulle labbra, mi fecero intendere che avevo formulato i complimenti per mera “captatio benevolentiae” nei confonti del regista. Alla mia replica seguirono i classici “ma dai”, “a chi vuoi farla bere”, essendo tutti convinti che il film, non essendo piaciuto a loro, di sicuro non fosse piaciuto nemmeno a me. “E’ una cagata pazzesca”, mi disse uno dei massimi dirigenti della CINENOVA, ovviamente “espertissimo” di cinema e teatro, aggiungendo, con aria sorniona “…e tu lo sai benissimo”, lasciando intendere che aveva ben compreso lo scopo recondito del mio gesto. Capii che non vi era partita, che non vi era verso di far comprendere la mia ritrosia a ogni forma di leccaculismo e mi godetti la serata senza insistere. Il film fu un vero flop al botteghino: non piacque a nessuno, gettando nel profondo sconcerto il regista e soprattutto Franco Cristaldi, che in compartecipazione con una società francese aveva prodotto il film, investendo una barca di soldi. Che il film fosse valido era chiaro a un numero ristretto di persone e a qualche critico, ma quando ci sono di mezzo i soldi, i complimenti dei pochi non contano. Bisognava intervenire in qualche modo. Il film “bellissimo” non era piaciuto e allora Tornatore lo ripropose in modo meno bello, togliendo circa trenta minuti di eccellente girato. Nonostante anche questa versione fosse stroncata dalla critica e dal pubblico in Italia, nel 1989 (forse con un piccolo aiutino assicurato dai produttori francesi), ottenne il Grand Prix Speciale della Giuria a Cannes, cui fecero seguito il premio Oscar e il Golden Globe nel 1990. In Italia tornò nelle sale e ottenne il grande successo di cui tutti siamo a conoscenza, con incassi stratosferici. I miei amici che mi avevano sbeffeggiato alla prima? Come se nulla fosse stato. Con molti di loro ritornai a vedere il film, che a me ovviamente piacque di meno perché preferivo la prima versione. “Davvero stupendo”, dissero tutti, dimentichi di ciò che avevano affermato solo due anni prima.


IL PIAVE MORVORAVA: PARTE QUINTA – IL VOLTO OSCURO DELLA GUERRA


PREMESSA


Questo capitolo del saggio dedicato alla Grande Guerra non sarà né bello né piacevole da leggere, alla pari degli altri che seguiranno. La storia d’Italia, in effetti, resa spuria delle tante mistificazioni, non è mai una bella storia, anche quando celebra gli eroi e i puri, che non sono certo mancati, perché costoro hanno sempre dovuto fare i conti con la cinica scellerataggine di altri, spesso pagando con la vita il loro idealismo. Scandagliare gli eventi per proporli nella loro cruda essenza, tuttavia, è l’unico modo per iniziare a scrivere pagine di storia che ci consentano di fare, seriamente, i conti con il nostro passato. Non è facile e si corre il rischio di urtare molte sensibilità, abituate da sempre a preferire una generosa illusione alla reale consistenza di fatti e personaggi che, a loro volta, presentano molti lati oscuri di difficile decantazione. Provare a districare questa intricata matassa è davvero una grande sfida. Le grandi sfide non ci hanno mai spaventato e ciò, ovviamente, vale per tutte le epoche storiche. Qui parliamo di Grande Guerra.


IRREDENTISMO: NOBILE PRESUPPOSTO O FALSO SCOPO?


Quarta guerra d’indipendenza. Così è stata definita la Prima Guerra Mondiale, assecondando l’enfasi mazziniana sui confini da lui concepiti: “Le Alpi Giulie sono nostre, come le Carniche. Il litorale istriano è il compimento del litorale veneto. Nostro è l’alto Friuli; nostra è l’Istria e nostra è Trieste. Lì sta la porta dell’Italia: il ponte che unisce noi e gli ungheresi. Abbandonandola, quei popoli rimangono ostili. Avendola, sono sottratti all’esercito nemico e alleati al nostro”. Bella descrizione, che ancora oggi, in quelle terre, fa storcere il naso a molte persone. Figuriamoci allora. Nell’accordo di Londa del 1915, che sancì l’alleanza dell’Italia con le forze dell’Intesa, ai territori idealmente considerati parte integrante dell’Italia sotto il giogo straniero, furono aggiunti, tanto per arricchire un po’ il banchetto con nuove pietanze, pezzi di Slovenia e di Croazia, un pizzico di Albania e un pugno di isole greche. Non si vuole arrivare a sostenere che l’irredentismo fosse solo un “pretesto” per allargare i confini territoriali, ma è cosa buona e giusta da un lato “allargare i confini speculativi sui reali intenti” e dall’altro analizzare con attenzione gli umori e i sentimenti di coloro che abitavano in quei territori. Sui libri di storia è scritto che furono molti i soldati che disertarono l’esercito austro-ungarico per congiungersi con i fratelli italiani; su personaggi come Cesare Battisti, Damiano Chiesa, Fabio Filzi sono stati consumati fiumi d’inchiostro. In realtà, nel 1914, si registrò la fuga di 400 cittadini, che diventarono poco più di 3000 alla fine della guerra. Oltre sessantamila, invece, i trentini che combatterono regolarmente nell’esercito austriaco, servendo il loro Stato alla pari dei soldati di tante altre nazioni. Non ebbero alcuna percezione di combattere contro i propri fratelli perché, da generazioni, si sentivano cittadini dell’Impero Austro-Ungarico, che si chiamava “impero” proprio perché inglobava popoli di varie etnie. Quei cittadini si trovarono italiani al termine della guerra e, come tutti ben sappiamo, i loro nipoti, ancora oggi, hanno difficoltà a parlare italiano correttamente.


CHERCHEZ L’ARGENT.
Quale che sia la considerazione che si abbia della guerra, è chiaro a tutti che essa richieda alti costi per la produzione di armi, munizioni, vestiario, vettovagliamento, etc. Si possono senz’altro confinare nell’alveo della retorica da quattro soldi, pertanto, le reboanti filippiche di coloro che “rinnegano” la guerra in considerazione dello sperpero di denaro pubblico perché, come spesso accade, vuol dire guardare il dito anziché la luna. Altra cosa, invece, è parlare del ruolo di chi fomenta le guerre per mero interesse personale, in particolare i produttori di armi, che con cinica spietatezza sono capaci di tutto, anche di usare come burattini degli ignari idealisti. Non sempre ignari, a onor del vero e quindi non sempre “idealisti” tout-court. Ciò premesso, pur essendo ben radicato il convincimento che i mestatori adusi a predicar bene e a razzolar male non siano mai mancati, non è corretto annoverare tra costoro, come ha fatto qualcuno, anche quel tal Gaetano Rapagnetto che ha conquistato fama planetaria con il più aulico nome di Gabriele d’Annunzio (con la “d” minuscola, volendo rispettare il certificato anagrafico). Se anche lui abbia preso un po’ di soldi dagli industriali produttori di armi, in effetti, è oggi irrilevante, perché la vocazione bellica sarebbe rimasta analoga anche in assenza di prebende. Lo stesso dicasi per Giovanni Papini, animoso guerrafondaio che già da giovinetto aveva manifestato chiari segni del suo essere un po’ fuori di testa, distruggendo in un colpo solo tutta la filosofia e affermando che Kant, Hegel, Shopenhauer, Comte, Spencer e Nietzsche, messi sullo stesso piano a prescindere dalle sostanziali differenze, dovevano essere gettati via come “inutili carogne”. Un articolo pubblicato il 1° ottobre 1914 su “Lacerba”, la rivista fondata con Ardengo Soffici, è molto eloquente: “Finalmente è arrivato il giorno dell’ira dopo i lunghi crepuscoli della paura. Finalmente stanno pagando la decima dell’anime per la ripulitura della terra. Ci voleva, alla fine, un caldo bagno di sangue nero dopo tanti umidicci e tiepidumi di latte materno e di lacrime fraterne. Ci voleva una bella innaffiatura di sangue per l’arsura dell’agosto; e una rossa svinatura per le vendemmie di settembre; e una muraglia di svampate per i freschi di settembre. (…) E’ finita la siesta della vigliaccheria, della diplomazia, dell’ipocrisia e della pacioseria. Siamo troppi. La guerra è una operazione malthusiana. C’è un di troppo di qua e un di troppo di là che si premono. La guerra rimette in pari le partite. Fa il vuoto perché si respiri meglio. Lascia meno bocche intorno alla stessa tavola. E leva di torno un’infinità di uomini che vivevano perché erano nati; che mangiavano per vivere, che lavoravano per mangiare e maledicevano il lavoro senza il coraggio di rifiutar la vita. (…) Fra le tante migliaia di carogne abbracciate nella morte e non più diverse che nel colore dei panni, quanti saranno, non dico da piangere, ma da rammentare? (…) Chi odia l’umanità – e come si può non odiarla, anche compiangendola? – si trova, in questi tempi, nel suo centro di felicità. La guerra, colla sua ferocia, nello stesso tempo giustifica l’odio e lo consola. Amiamo la guerra ed assaporiamola da buongustai finché dura. La guerra è spaventosa – e appunto perché spaventosa e tremenda e terribile e distruggitrice dobbiamo amarla con tutto il nostro cuore di maschi”.
Oggi gli psicologi andrebbero a nozze nel cercare di decriptare le turbe psichiche alla base di una propensione alla distruzione dell’altro, magari rifacendosi alle teorie di John Dollard sull’aggressività come principale reazione alla frustrazione. In quei tempi, però, le parole reboanti – d’Annunzio docet – avevano facile presa su masse sostanzialmente analfabete o poco colte, che subivano il fascino degli oratori d’alto rango, in special modo se nessuno osava contestarli o le contestazioni, ancorché ben articolate, non riuscivano a imporsi con pari peso: l’apparire che sconfigge l’essere è una costante nella storia dell’umanità (1).
Fatto sta che con questi superbi supporti, adeguatamente prezzolati o meno che fossero, gli industriali italiani fecero bingo, aiutati anche dalla Francia, circa la quale è oramai acclarato il sostegno economico assicurato agli interventisti, a cominciare dal cospicuo contributo offerto a Benito Mussolini quando fondò “Il Popolo d’Italia” (2). Prima dell’entrata in guerra, tra l’altro, le industrie nostrane spaziarono su “tutti i fronti”, vendendo armi in egual misura sia alle forze dell’Intesa sia all’Austria e alla Germania, salvo poi votarsi in blocco alla causa interventista quando gli ordini incominciarono a scemare in virtù del costante incremento delle produzioni interne. Aziende di non grandi dimensioni come la FIAT, la BREDA, la FRANCO TOSI, l’ANSALDO, grazie alla guerra diventarono dei colossi. Emblematico il caso della BORLETTI, che quando si chiamava “Industrie Femminili Lombarde” operava nel settore tessile e nella produzione di sveglie. Il patriarca Senatore Borletti (Senatore è il nome di battesimo; poi senatore lo divenne davvero durante il Fascismo) riconvertì gran parte della linea industriale al fine di produrre spolette per proiettili, guadagnando una montagna di soldi. Al termine della guerra pensò di investire nella distribuzione organizzata e comprò i magazzini Bocconi, specializzati nella vendita di abiti confezionati. Non contento dei risultati, decise di imitare “La Galèrie Lafayette”, vendendo un po’ di tutto. Doveva trovare un nome per la catena dei negozi e cercò di reperirlo, invano, nelle pagine di “Au bonheur des Dames” di Emile Zola. Si affidò allora a Gabriele d’Annunzio, che non impiegò molto tempo per individuare quello più adatto: “La Rinascente”. Milioni di spolette avevano generato milioni di morti, ma anche milioni di lire che, a loro volta, contribuirono alla diffusione di tanti negozi nei quali, milioni di italiani, hanno gioito spendendo i loro quattrini. “Succhionisti” e “pescecani” furono chiamati coloro che si arricchirono sulla pelle dei poveri soldati che marcirono nelle trincee e persero la vita in tante inutili battaglie.


L’ESERCITO ITALIANO
L’esercito italiano non era preparato a una guerra di quella portata, sotto qualsivoglia punto di vista. Psicologicamente l’italiano ripudia la guerra e la fa sempre controvoglia, solo perché vi è costretto. I più furbi cercano di evitarla con ogni mezzo e chi non vi riesce avverte la triste condizione della duplice sventura: essere vittima di scelte non condivise e non avere la forza di impedirne le conseguenze. Gli armamenti erano insufficienti e scadenti. Il fucile in dotazione alle truppe era il vecchio Carcano adottato nel 1891 (fu sostituito solo dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale), che non reggeva il confronto con i Mannlicher utilizzati da tedeschi e austriaci. L’abbigliamento fornito ai militari era inadeguato e ingombrante. Sono davvero tante le testimonianze dei soldati che denunciarono la confusione registrata durante la distribuzione delle divise e delle scarpe. In particolare l’abbigliamento non era adatto al clima rigido e ciò determinò un grande numero di morti. Il vettovagliamento era insufficiente e lo diventò ancor di più a mano a mano che le risorse si esaurirono, determinando drastiche riduzioni delle porzioni giornaliere, con quali effetti sul morale e sulla resistenza fisica delle truppe è facilmente immaginabile. Gli ufficiali italiani, in particolare quelli di alto rango, avevano una visione arcaica e obsoleta della guerra e si resero responsabili della morte (evitabile) di centinaia di miglia di soldati. Pervasi da un cinismo becero pregno di autoreferenzialità, pensavano solo alla propria carriera, senza alcun riguardo per la vita dei sottoposti, considerati alla stregua di “oggetti” sacrificabili per soddisfare le proprie ambizioni. Non provavano nessuna pietà per le condizioni impossibili in cui operavano i soldati, nelle trincee trasformate in latrine. Ordinavano attacchi impossibili, per i quali era chiaro a tutti che si andava “solo” incontro a morte certa, pur di assecondare, con il classico italico leccaculismo, gli ordini pazzeschi diramati dai loro comandanti, ancora più cinici e spietati. Coloro che cercavano di far comprendere “l’assurdità” di certi ordini venivano trattati come traditori vigliacchi e fucilati senza indugio. Quando si usciva dalle trincee i soldati sapevano che alle loro spalle vi erano i carabinieri pronti a far fuoco in caso di ritirata o mancata avanzata: potevano solo scegliere, pertanto, se morire per mano nemica, falcidiati dalle micidiali mitragliatrici, o per mano amica. Inettitudine, inefficienza, mancanza assoluta di sensibilità, bramosia di potere e imbecillità furono le caratteristiche peculiari di coloro che avevano nelle loro mani la vita di milioni di persone. Su tutti loro, però, emerse e si distinse un uomo che, a pieno titolo, può essere considerato la più grande carogna che l’esercito italiano abbia mai potuto vantare: Luigi Cadorna.

I CAPI COMBATTONO PER LA VITTORIA, IL SEGUITO PER IL CAPO

Il titolo del paragrafo è tratto dal capitolo XIV dell’opera di Tacito “Germania”, che nel testo in mio possesso, edito da Einaudi nel 1968, riporta la traduzione di Camillo Giussani, con il termine “compagni” al posto di “seguito”. Grande rispetto per l’insigne umanista-banchiere (fu presidente della Banca Commerciale Italiana), ma preferisco tradurre “comites” con “seguito” anziché con “compagni”, specialmente in questo contesto. Il titolo, infatti, calza a pennello per introdurre la figura di uno psicopatico che ebbe nelle proprie mani la sorte di milioni di individui fino alla rotta di Caporetto.
Luigi Cadorna nacque a Pallanza il 4 settembre del 1850. Il padre Raffaele, anch’egli generale, fu l’artefice della conquista di Roma nel 1870. Con siffatto lignaggio gli fu facile scalare velocemente i gradini della carriera militare, fino a raggiungere il grado di Capo di Stato Maggiore dell’esercito, nel 1914, senza però mai aver svolto ruoli di comando nelle varie guerre coloniali combattute dal 1884 al 1912.
In realtà la scelta del nuovo Capo di Stato Maggiore avvenne nel 1908, quando si dovette sostituire il generale Tancredi Scaletta per raggiunti limiti di età. In ballo vi erano il generale Alberto Pollio, che si era ricoperto di gloria e aveva un curriculum impeccabile e Luigi Cadorna, di due anni più vecchio, ma un vero nano al cospetto del collega. La frase con la quale Giolitti spiegò la scelta di Pollio non necessita di commenti: “Ho scelto Pollio, che non conosco, perché Cadorna lo conosco”. Sarebbe stato il generale casertano, pertanto, a guidare le truppe nel corso della Grande Guerra, se la “malasanità” non lo avesse ucciso.
Il 30 giugno 1914, mentre a Torino assisteva ad alcune prove militari, accusò un malore. Gli fu diagnosticata una banale indigestione dallo stesso medico che, in passato, gli aveva riscontrato gravi disturbi al cuore. Nonostante il paziente fosse pallido, sudasse freddo e accusasse forti dolori al petto, il medico non ebbe alcun sospetto: indigestione. Gli praticarono un’iniezione di caffeina, una seconda iniezione di olio canforato e gli consigliarono di riposarsi. Lui dovette capir male perché si lasciò sopraffare dall’infarto e si avviò verso il riposo eterno, spianando la strada a colui che fu artefice di tanti disastri.
L’esercito che gli fu affidato era scarsamente addestrato e, come scritto in precedenza, privo di quegli elementi primari che consentano di combattere con piena efficienza. L’inesperienza bellica era pari alla testardaggine. Autoritario e ostinato, non consentiva obiezioni alle sue idee. Non nutriva alcun rispetto per i soldati, il cui sacrificio non gli era mai sufficiente. L’autoreferenzialità non aveva limiti e non gli mancavano quei presupposti comuni a tanti uomini di potere, adusi a sfruttare la propria posizione anche per arricchirsi, non importa con quale mezzo. Subito dopo aver assunto il comando dello Stato Maggiore si preoccupò di alcune azioni delle Acciaierie Ansaldo, acquistate in precedenza.
Il Capo di Stato Maggiore dell’Esercito, in pratica, era azionista dell’azienda produttrice di armi cui si sarebbe rivolto per potenziare l’esercito, con inevitabile incremento del valore delle azioni e quindi degli utili. (Il conflitto di interessi non è certo nato oggi). A tutela personale preciso che queste notizie sono riportate con la formula “relata refero”, citando la fonte, ossia il “brillantissimo” testo di Lorenzo del Boca: “Grande Guerra, piccoli generali”, edito da UTET nel 2008. Scrivo a “tutela personale” perché, nel 2009, il nipote di Luigi Cadorna, il colonnello in pensione Carlo, citò in giudizio Lorenzo del Boca per quanto scritto nel libro. Il Tribunale archiviò la querela dal momento che il testo non rivela fatti inventati a scopo diffamatorio e si configura come normale critica storica.
Siccome prevenire è meglio che curare, è bene che ciò sia ampiamente spiegato. Tanto più che, presto, su queste colonne saranno affrontate anche le tematiche legate alla Seconda Guerra Mondiale, di sicuro anch’esse spiacevoli per l’ex colonnello Carlo, in virtù delle bordate ad alzo zero che saranno dedicate al padre, il generale Raffaele.
L’ipocrisia della storiografia ufficiale ha offerto un’immagine edulcorata del generale Cadorna, mascherando le tante colpe ed enfatizzando tutto ciò che poteva servire a ridimensionare la pessima condotta della guerra, soprattutto in occasione della disfatta di Caporetto. I dati ufficiali, però, parlano da soli e ancor meglio parlano coloro che sono stati sotto il suo comando. Molte centinaia di ufficiali furono “silurati” (termine che ricorre spesso nella cronaca storica di quegli anni) anche per futili motivi o per mera antipatia. Stessa sorte fu riservata ai generali, in particolare se gli facevano ombra con la loro maggiore esperienza. L’elenco è lungo e per amor di sintesi si cita solo l’episodio che riguardò il generale Giuseppe Venturi, il conquistatore del Sabotino e del Passo della Sentinella, che si oppose al solito insulso ordine dell’attacco frontale, asserendo che non aveva alcuna intenzione di massacrare migliaia di uomini per rispettare una teoria nella quale non credeva, quando sarebbe stato possibile sfruttare i fianchi del nemico. Non l’avesse mai detto! La destituzione fu immediata.
Ancor più numerosi furono i soldati condannati a morte con processi sommari o senza alcun processo, perché in tal modo presumeva di mantenere la disciplina tra le truppe e assicurarsi obbedienza cieca. Una frase che ripeteva spesso ai generali era la seguente: “Le sole munizioni che non mi mancano sono gli uomini”. La morte degli altri non lo impressionava. Quando il colonnello Asclepia Gandolfo tentò di opporsi a un ordine, spiegando che era impossibile superare l’ostacolo rappresentato dai reticolati protetti da una micidiale batteria di mitragliatrici, replicò freddamente: “Superateli facendo materassi di cadaveri”. La concezione dell’attacco frontale, del resto, racchiusa in un libricino di pochi capitoli, non lasciava adito a equivoci sulla considerazione che nutriva per la vita umana. Teorizzava due tipi di attacco: quello brillante e quello lento. “Per attacco brillante si calcola quanti uomini la mitragliatrice può abbattere e si lancia all’attacco un numero di uomini superiore: qualcuno giungerà alla mitragliatrice”. In buona sostanza non esitava a sacrificare 8-900 soldati per conquistare una batteria composta da due soldati. “Per attacco lento si procede verso la mitragliatrice mediante camminamenti coperti, in modo da subire meno perdite, finché, giunti vicino, si assalta”. Peccato che i “camminamenti coperti” terminassero dove iniziava “la terra di nessuno”, lastricata dai morti che la sua follia generava.
A conclusione di questo capitolo ritorna l’eterno dilemma del “se”, già ampiamente discusso in questo magazine. Cosa sarebbe successo “se” il generale Pollio fosse stato ben curato e avesse comandato lui l’esercito? Non lo sapremo mai con certezza e possiamo solo ipotizzare che, quanto meno, si sarebbe dimezzato il numero dei soldati morti.
L’avventura bellica, invece, iniziò con il peggior figuro che si potesse sperare alla guida dell’esercito. Pur risultando imbattibile nella condotta ignobile, ebbe numerosi emuli, tra i quali emerse e si distinse in modo particolare un certo Pietro Badoglio.

NOTE


1) So bene che tra i lettori di questo magazine abbondano i fan di Papini e che tutti loro fanno parte di una più corposa schiera che guarda con affetto e simpatia agli esponenti del “Futurismo”, anch’essi attivamente impegnati a glorificare la guerra come unica igiene del mondo. E’ proprio a loro che si chiede lo sforzo maggiore per offrire un contributo sostanziale a quella svolta, necessaria e ineludibile, per una reale riscrittura della storia italiana e, perché no, della storia europea. Li “conosco” tutti anche se molti di loro non li ho mai incontrati. Li “conosco” perché fanno parte del mio mondo; quel mondo che, lo sostengo con orgoglio e fierezza, raccoglie il meglio della società italiana. Per retaggio generazionale, però, siamo tutti in una fascia di età che ci obbliga a guardarci allo specchio e a chiederci se non vi siano ancora delle increspature da eliminare, dei fardelli di cui liberarci. E’ uno sforzo da compiere, anche se faticoso. Ne vale la pena, tuttavia, perché dopo averlo compiuto ci sente davvero liberi, con la mente fresca, con le idee chiare e soprattutto con la facoltà di poter sempre avere l’ultima parola, in qualsiasi contesto, dimostrando agli altri quanto siano ancora schiavi dei propri pregiudizi. Io l’ho compiuto da tempo questo sforzo e posso testimoniare in tal senso.
2) Molto interessante quanto emerse, in tal senso, in occasione del XLI Congresso di Storia del Risorgimento italiano, tenutosi a Trento dal 9 al 13 ottobre 1963. Al convegno, che ebbe scarsa eco perché surclassato dalla tragedia del Vajont, parteciparono molti storici italiani, austriaci e francesi che avevano combattuto nella Grande Guerra. Testimoni diretti di un evento che avevano ben decantato da studiosi nei successivi decenni e quindi testimoni “speciali”. Fu in quella occasione che venne mostrato il diario del Conte Robert de Billy, segretario dell’ambasciata francese a Roma negli anni 1914-1915, che scrisse testualmente: “Non si deve dimenticare il ruolo importante giocato dai giornali per l’entrata in guerra dell’Italia. Ad un certo momento era parso che, senza il fervente sostegno che la stampa aveva assicurato ai protagonisti della rottura con l’Austria, poteva avvenire un’esitazione e, chissà, un ritorno al passato. L’aspetto più rimarchevole, mi pare essere il contenuto del primo incontro con Mussolini. Questi, avendo rotto con i socialisti, aveva fondato il “Popolo d’Italia”. Fu proprio il Conte Billy che si fece carico di convincere l’ambasciatore Camille Barrère a finanziare Mussolini. De Felice conferma il dato nella sua imponente opera sul Fascismo, avendo cura di precisare che Barrére in un primo momento si dimostrò riluttante perché non gli era chiara la posizione di Mussolini, considerato un sovversivo, e che il finanziamento fu favorito dai socialisti francesi presenti nel governo, passati anche loro dal pacifismo delle origini all’interventismo per difendere il sacro suolo della patria.

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