Galvanor da Camelot (Lino Lavorgna)
Ho teso corde da campanile a campanile, ghirlande da finestra a finestra, catene d'oro da stella a stella, e danzo. www.lavorgna.it

Ciao, Guglielmo.

Guglielmo Zito in una foto del 1974. Alla Sua sinistra Nicola Raucci


Caro Guglielmo,
emettesti i primi vagiti quando già nell’aria echeggiavano i venti di una terribile guerra, la cui eco accompagnò gli anni della tua infanzia. Per le generazioni di fine anni trenta, anni quaranta e cinquanta del secolo scorso, se non si può parlare – perché quando lo si fa si commette sempre una grande sciocchezza – di destino segnato, era inevitabile trovarsi a saldare i conti con un passato ancora troppo recente affinché non condizionasse l’esistenza di ciascuno. In perfetta buona fede, pertanto, ognuno sceglieva la propria strada, convinto che fosse quella giusta. Non esistono strade giuste in assoluto, ovviamente, perché nulla è assoluto: esistono solo persone che decidono di vivere in modo degno e altre no, a prescindere dalle strade sulle quali muovono i loro passi. Tu, manco a dirlo, appartieni a quella sparuta categoria che è consacrata alla Storia con una espressione ben precisa: “Rari nantes in gurgite vasto”. Cavaliere dell’ideale in un mondo in dissoluzione, sempre dalla parte del Bene e contro ogni male, ovunque si annidasse, apparivi un gigante ai giovinetti che ascoltavano estasiati le tue lezioni, per i quali più che un semplice docente di matematica eri un vero maestro di vita.
Le nostre strade s’incrociarono nel novembre del 1972, quando, ammaliato e incantato dalla statura etica e morale di quel Grande Italiano che è stato Giorgio Almirante, decisi di mettere la mia giovinezza a sua disposizione, per contribuire a fare dell’Italia un Paese migliore. Ero solo un diciassettenne che sognava l’impossibile e tu già un affermato docente, che aveva avuto modo di decantare complesse realtà politiche e sociali, senza per altro che la maggiore esperienza scalfisse anche minimamente la tua idealità. Fu amore a prima vista perché ci trovammo subito in sintonia. Tra le tue peculiarità vi era quella di carpire l’essenza di una persona, senza mai commettere errori di valutazioni. Fu così anche quando puntasti sull’amico Michele, intravedendo in lui quello spessore culturale e quella statura umana indispensabili per dare un senso a una comunità che necessitava di guide solide. E poi insieme puntaste su di me, consentendomi di assurgere alla guida del Partito in città e di entrare in quel meraviglioso contesto rappresentato dalla Consulta Corporativa, suggellata da intellgenze troppo illuminate per affermarsi in un caleidoscopio umano che risentiva massicciamente di contaminazioni nostalgiche e, fatte le debite e purtroppo minoritarie eccezioni, era più propenso ad abbandonarsi alla retorica reboante che ai severi studi.
La tua idealità ha plasmato il tuo incedere lungo i sentieri della vita, illuminando anche il tuo “privato”, ancorato a quei presupposti che, semplicemente, si configurano nella sacralità della Famiglia, concepita nella sua essenza più nobile e tradizionale.
Anche quando la realtà, con la sua potenza devastante, fece crollare uno dietro l’altro i castelli di sabbia frutto della nostra illusione, non hai mai abiurato quei Princìpi e Valori, per i quali, da giovani, tutti noi eravamo pronti a rischiare la vita e la galera, come di fatto avvenne per tanti, falciati dall’odio feroce di una sciocca guerra e vessati da un potere che condizionava anche la Giustizia, inducendola a essere severa con i giusti e accondiscendente con le forze malvage che depredavano il Paese.
Ora che sei partito per il Grande Viaggio non è facile trovare le parole giuste per rendere onore alla tua vita integerrima e non mi sforzerò nemmeno di trovarle, anche perché chi ti ha conosciuto e amato non ha bisogno di parole. Mi limito, pertanto, a salutarti come piaceva a te, mentre la gola brucia e i ricordi affollano la mente. E’ stato davvero un grande onore, oltre che un grande privilegio, averti come Amico.

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