GRETA E I VOMITATORI DI ODIO

GRETA THUNBERG

DISCORSO DI GRETA THUNBERG ALL’ONU – 23/09/2019

Uno dei miei aforismi preferiti recita testualmente: “Quello che non perdono agli uomini del mio tempo non è tanto di essere vigliacchi, ma di costruire l’alibi della propria vigliaccheria, giorno dopo giorno, denigrando gli eroi”. L’autore è Adriano Romuladi, giovanissimo filosofo prematuramente scomparso a soli 33 anni, nel 1973. L’umanità da sempre è artefice dei propri malanni; in ogni epoca, masse amorfe e psicotiche, si accaniscono contro coloro che si “elevano” e mettono se stessi al servizio del Bene. Il mare di fango che si sta gettando addosso a Greta Thunberg, da quando è apparsa sulla scena planetaria, è lievitato in misura pazzesca nelle ultime ore, dopo il discorso all’ONU. Non parlo dei soliti imbecilli, numerosi essendo la loro madre sempre incinta, ma di coloro che, ben sapendo come effettivamente stiano le cose, mentono sapendo di mentire, guadagnandosi a pieno titolo il profondo aforisma di Romualdi. Il mio amico Mariano Jodice ha scritto delle parole bellissime, dedicate a Greta, che riporto testualmente: “Quello che non capiscono e non capiranno mai i vomitatori di odio è che Greta non è una ragazzina. È una “non persona”. È la coscienza collettiva di una massa di uomini e donne che hanno una visione “futurista” del mondo. Greta interpreta, come una visione onirica, la tragedia di un’umanità vicina al suicidio di massa. E come tutti i fantasmi dell’inconscio terrorizza e ispira odio negli spiriti deboli e nelle menti non evolute mentre attrae coloro che hanno tempra e spirito illuminato”. Una sintesi perfetta, dai chiari sentori junghiani, del vero male che affligge l’umanità: l’incapacità di fronteggiare la verità e il disgusto per chi la spiattelli in tutta la sua drammatica essenza. Le Grete dei tempi passati venivano lapidate, arse vive, decapitate. Ancora oggi accade lo stesso in molte parti del mondo e, se si potesse, anche nel nostro emisfero sarebbero davvero tanti quelli ben felici di ripristinare ghigliottina, falò a Campo de’ Fiori e teatrali lapidazioni modello Ipazia. Mariano Jodice parla di spiriti illuminati: gli unici che possano davvero fare la differenza. Non si demorda e non si lasci campo libero ai demoni del mondo moderno. Le parole di Greta siano scolpite sulla pietra. Chi scrive ha iniziato a pronunciarle, parlando al vento, da mezzo secolo. Ora davvero stiamo sull’ultima spiaggia.

Ripropongo integralmente un mio articolo pubblicato nel numero 72 di “CONFINI” (marzo 2019), che dedicai proprio a Greta.

LE PAROLE INGANNEVOLI: CRESCITA E DECRESCITA

PAROLE AL VENTO E FARNETICAZIONI.
Partiamo da lontano, anche se di poco rispetto alla storia dell’umanità, perché non vi è problema di oggi che non sia stato già affrontato ieri o l’altro ieri o prima ancora. Con le debite proporzioni, infatti, si potrebbe addirittura andare indietro nel tempo di molti secoli, avendo da sempre l’uomo fatto i conti con la propria sopravvivenza. Perché di questo si tratta.
1967. Paolo VI pubblica l’enciclica “Populorum progressio”, dedicata alla cooperazione tra i popoli e al problema dei paesi in via di sviluppo. In particolare mette in evidenza il forte squilibrio tra ricchi e poveri, i disastri causati dal neocolonialismo, dal capitalismo e dal marxismo. Sancisce il diritto di tutti i popoli a vivere decentemente e propone la creazione di un fondo mondiale per gli aiuti ai paesi in via di sviluppo.
1972. Il Massachussetts Institute of Thechnology pubblica il “Rapporto sui limiti dello sviluppo”, commissionato dal “Club di Roma”, associazione non governativa, fondata nel 1968 da Aurelio Peccei e dallo scienziato scozzese Alexander King con l’intento di studiare i cambiamenti globali, individuare i problemi futuri dell’umanità e suggerire adeguati provvedimenti preventivi. Il rapporto, scioccante, predice le conseguenze nefaste del progressivo incremento demografico senza la mancata adozione di misure che tengano conto della “finitezza della Terra”.
1975. L’autore di questo articolo, già da tre anni attivamente impegnato nelle battaglie ecologiche, stanco dell’atteggiamento dilatorio delle più importanti associazioni ecologiche (1), protese esclusivamente a non andare oltre la nobile ma insufficiente attività di difendere leprotti e uccellini e organizzare ritempranti scampagnate agresti, fonda l’ASSOCIAZIONE NAZIONALE SALVAGUARDIA ECOLOGICA con l’intento di diffondere i dettami sanciti dal MIT nella società civile, per scuotere le coscienze dei cittadini, non nutrendo alcuna fiducia nella classe politica. Nel 1976 amplifica l’impegno ambientalista aderendo ai neo costituiti GRUPPI DI RICERCA ECOLOGICA, fondati dal biologo Alessandro Di Pietro con finalità affini a quelle dell’ANSE. Nel novembre del 1977, in occasione del PRIMO SEMINARIO DI STUDI ECOLOGICI (2), tenutosi presso l’Hotel Terminus di Napoli, cui partecipa come relatore in qualità di presidente dell’ANSE e di dirigente nazionale dei GRE , espone dettagliatamente le tematiche insite nel rapporto del MIT e utilizza per la prima volta l’espressione “sviluppo sostenibile”, che incomincia a far breccia nel linguaggio comune, anche se si dovrà attendere il 1987 per il suo utilizzo a livello planetario. Pazienza se la paternità se la fregò l’ex primo ministro norvegese Gro Harlem Brundtland, presidente della Commissione mondiale sull’ambiente e lo sviluppo, autrice del “Rapporto Bruntland”, nel quale il concetto di sviluppo sostenibile viene spiegato esattamente con gli stessi parametri utilizzati dallo scrivente a partire da quindici anni prima: “Soddisfare i bisogni del presente senza compromettere la possibilità delle generazioni future di soddisfare i propri”.
1984. Renato Federico, alias “Parsifal”, personaggio immaginario protagonista del romanzo “Prigioniero del Sogno” (3) asserisce: “Quando un uomo sceglie quotidianamente di prendere l’automobile, sapendo di restare imbottigliato nel traffico, evidentemente non ha più nulla da dare al prossimo. Uomo inutile e dannoso, quindi”.
2007. Fabio Mini (4), su “Limes”: “Il conflitto fra chi aspira al benessere e chi difende il proprio è il paradigma di questo secolo. La manipolazione dell’ambiente ne è il fronte centrale. Da Cartagine all’Iraq, via Vietnam, si distrugge la natura per annientare il nemico. E se stessi. […]La grande paura del buco dell’ozono che ci ha tenuto in ansia per decenni è stata superata da quella del riscaldamento globale.[…] Esso dipende dall’aumento delle emissione dei gas serra, che dipende dalle emissioni inquinanti di biossido di carbonio, che sono in diretta connessione con ciò che consumiamo ed emettiamo tutti: dall’anidride carbonica che espiriamo ai gas che emette la nostra auto nonostante le spese folli per renderla ecologica. […] Si tendono a giustificare le emissioni di chi produce ricchezza e si tende a criminalizzare coloro che inquinano per il solo fatto di dover respirare, scaldarsi, cuocersi un piatto di minestra o soltanto tentare di emanciparsi. Molti si chiedono: se non producono ricchezza che respirano a fare? Se assorbono risorse e inquinano per produrre cose che mi fanno concorrenza perché farli continuare? E se non hanno avuto la macchina fino ad ora perché non continuano ad andare in bicicletta? Si tende anche ad assegnare la responsabilità dell’inquinamento non tanto a chi produce la massa delle emissioni, ma a chi produce il differenziale che la trasforma in massa critica. Siccome ciò che emettiamo è esattamente ciò che consumiamo (e tutto ciò che gli esseri viventi consumano è energia), dovrebbe essere facile trovare i veri responsabili dell’inquinamento: basterebbe individuare chi consuma e quindi emette di più. Ma anche questo non è così semplice. La nostra società è detta dei consumi proprio perché il livello di vita e perfino la felicità è misurata in consumi. Ridurre i consumi porta inevitabilmente alla rinuncia ad alcune gratificazioni e ad un abbassamento del tenore di vita misurato su quello standard. Poco importa se si tratta di uno standard insostenibile e insulso in cui il benessere si fonda sul superfluo e sullo spreco. Sono ancora pochi quelli che seriamente pensano di ridurre i propri consumi o di allineare il proprio stile di vita ad uno standard che misuri la felicità e il benessere anche in termini spirituali, di solidarietà, di rispetto dell’ambiente e di umanità”.
2010. Romano Prodi, su Limes (5). “La globalizzazione polarizza i punti di vista: alcuni credono che essa conduca ai cancelli della salvezza, che il consumismo sia il lasciapassare per la felicità e che frenare gli eccessi del mercato sia fonte di disagi; altri credono che essa sia una «falsa alba», una distruttrice di posti di lavoro, e che i vincenti in un sistema finanziario globalizzato siano le corporazioni di avventurieri e di speculatori i quali capitalizzano sulla volatilità del mercato a spese degli investitori e dei lavoratori produttivi. Queste opposte visioni sono il terreno di coltura dell’attuale crisi della governance. […]Secondo me, dobbiamo incoraggiare la ricerca del profitto, ma al tempo stesso fare in modo di darle un volto umano, e aiutare e provvedere a coloro che sono meno capaci di competere e che si trovano marginalizzati”.
2011. Laura Penacchi (6), introduzione a “Globalizzazione”, saggio di Joseph E. Stiglitz: “Per avere crescita occorre più disuguaglianza, perché solo più disuguaglianza è in grado di imprimere il necessario dinamismo alla società”.
2013. Furio Colombo, su “Il Fatto Quotidiano” (7): “Abbiamo aspettato la crescita come un Messia salvatore sotto forma di prodotti, di vendite, di profitti, di lavoro che torna, una terra promessa per la quale bastano alcune leggi, alcune sagge mosse di governo, alcuni sacrifici, magari duri ma necessari, che ti traghettano sulla parte salva del mondo. Su una sponda la corsa della civiltà lascerà indietro i neghittosi di un mondo antico e obsoleto che vogliono garanzie prima di dare. Sull’altra il mondo orgoglioso del nuovo profitto e del nuovo reddito, dove ognuno è protettore di se stesso, dunque affidabile. […] Ecco allora schierati tutti i protagonisti del drammatico momento che stiamo vivendo. Il meno discusso dei protagonisti del dramma è la crescita. “Ammettiamo che il suo piano funzioni. Dove metterà tutte quelle auto?” ha chiesto un analista finanziario a Gianni Agnelli durante un incontro a Wall Street negli anni Settanta. “Dove le metterebbero i miei concorrenti”, ha risposto l’Avvocato. […] Il pensiero comune vuole “grandi sacrifici” quasi completamente a carico del lavoro, del reddito fisso e dei senza lavoro, e una forte remunerazione ai più forti che si prenderanno l’impegno di trainare il carro fuori dal pantano. “Non è accaduto, perché dovrebbe accadere adesso, quando deregolamentazione e finanza globalizzata, praticamente non rintracciabile, non hanno alcuna ragione di autodenunciare il proprio immenso vantaggio?” si domandano i Nobel Krugman, Stiglitz e Sen. È nella fossa di questa contraddizione che si è incastrato il mito della crescita. Persino chi ci crede poco non riesce a visualizzare o anche solo a concepire come mito e ideale, la “decrescita”. Prima cosa, la senti come una perdita. La contraddizione è dirompente e ovvia: milioni di nuove auto sono necessarie per mettere o rimettere al lavoro milioni di lavoratori a tutti i livelli. Per milioni di nuove auto non c’è posto né per parcheggiare né per respirare. Eppure Marchionne, capo della Fiat, può ancora minacciare “me ne vado, con tutta la mia produzione” e seminare il panico.
2018. Steve Morgan (8), su Limes: “La crescita in numero e in dimensioni dei grandi aggregati urbani – particolarmente dinamica in Asia e in Africa – genera più di un motivo di preoccupazione. In questi aggregati vivono popolazioni con consumi superiori alla media, si producono più rifiuti e si emettono più gas serra, si consuma suolo con velocità doppia a quella della crescita della popolazione. Nei paesi meno sviluppati, quasi un terzo della popolazione vive in baraccopoli o in insediamenti informali, con servizi rudimentali, precario accesso a fonti idriche sicure, pessima igiene. Queste persone sono soggette a rischi ambientali, spesso senza titolo a stabile dimora e quindi a rischio di espulsione. In teoria le aree urbane dovrebbero avvantaggiarsi delle economie di scala generate dalle loro dimensioni. La costruzione di strade, di reti di trasporto, di distribuzione di acqua e di energia, se ben pianificata è in teoria relativamente meno costosa, così come l’erogazione di servizi di base per la salute e l’igiene. È però ben noto che la mancanza di un’adeguata pianificazione e di un efficiente governo ha impedito quasi ovunque di godere di questi teorici benefici di scala. Il rapido sviluppo della megaurbanizzazione prevedibile per i prossimi decenni minaccia quello “sviluppo sostenibile” che la comunità internazionale si è solennemente impegnata a perseguire.


LA SINDROME DELLA CAVERNA DI PLATONE.
Il paragrafo precedente potrebbe essere molto più lungo, ma quanto riportato basta e avanza per inquadrare la problematica nel giusto alveo: quello della mancanza di prospettive serie, sia per la cinica protervia di chi è attento esclusivamente al proprio arco temporale terreno e se ne frega dei posteri sia per la difficoltà oggettiva a farsi ascoltare e rispettare da coloro che il problema affrontano onestamente e con la giusta cognizione scientifica. Glissiamo sui primi, perché con loro è inutile perdere tempo, e soffermiamoci sui secondi, su coloro, cioè, che il problema se lo pongono e si adoperano per risolverlo, comportandosi, però, come i prigionieri incatenati nella famosa caverna di Platone, che avevano un visione parziale e distorta della realtà. Parlare di crescita e di decrescita, secondo le modalità che il dibattito tra i fautori delle contrapposte tesi ha assunto negli ultimi trenta anni non ha senso, come dimostrano le pietose condizioni del pianeta e le politiche dilatorie di governanti incapaci di guardare al di fuori dei propri orticelli. I limiti umani e l’errato approccio al problema sono le principali cause del fallimento dei vari vertici intergovernativi e dei numerosi congressi scientifici dedicati all’ambiente. E’ sbagliato ancorare la crescita sostenibile a presupposti che di sostenibile non hanno nulla, perché non prevedono il cambiamento di malsane abitudini; è sbagliato, altresì, utilizzare il termine “decrescita” per sancire una possibile alternativa, anche quando i concetti associati al termine risultino efficaci e condivisibili, come nel caso, per esempio, di una possibile “decrescita del debito pubblico e degli sprechi”, concetto valido solo sotto un profilo ideale e propositivo, ancorché destinato a restare tale. E’ il termine che spaventa e vanifica anche i buoni propositi. La prima battaglia da combattere, pertanto, è proprio quella delle parole, affinché non si creino pregiudizi condizionanti. Non mi piacciono le autocelebrazioni, ma non è colpa mia se, dall’analisi della realtà contingente, emergono come concetti sensati quelli che, sostanzialmente, rievocano le tesi già propugnate nel convegno del 1977 e nel rapporto del MIT, con i successivi aggiornamenti, ancora oggi la linea guida più valida per migliorare la vivibilità del pianeta. Basta, quindi, con “crescita” e decrescita” e iniziamo a parlare, semplicemente, di “progresso” associato alla “conservazione della specie”, privilegiando esclusivamente i concetti positivi. Sostenere la crescita con una più equa redistribuzione del reddito, per esempio, teoria cara a Furio Colombo, tanto per citare qualcuno presente nel precedente paragrafo, è uno dei tanti esempi di mistificazione insulsa che non porta da nessuna parte, perché il concetto è inficiato all’origine da un errore prospettico: ogni crescita, arrivata a un certo livello, si arresta, per esaurimento delle risorse, per eccesso delle emissioni di sostanze non metabolizzabili dalla biosfera o per semplice processo della natura. Ogni essere umano non cresce “fisicamente” in eterno, il che non impedisce a tanti di “migliorarsi” anche dopo la cessazione della crescita fisica, crescendo, quindi, sotto altre forme in modo “sano”, senza penalizzare gli altri. Se non accettiamo questo semplice enunciato, valido anche in economia, è inutile girarci intorno, non ne usciamo. Una volta acquisito, però, non è che abbiamo risolto il problema: abbiamo solo misurato la febbre. Occorre, infatti, convincere centinaia di milioni di persone, per lo più collocate nell’emisfero occidentale, che devono cambiare abitudini e stili di vita. E’ una parola! Come spiegare agli statunitensi, per esempio, che è non solo stupido ma oltremodo dannoso l’utilizzo smodato dell’aria condizionata? La riduzione dei consumi non può essere legiferata, ma può essere solo inculcata come principio educativo e queste sono altre parole al vento: quanti secoli occorreranno per questa maturazione civile? Non è possibile nemmeno perseguire gli sciagurati che lasciano l’aria condizionata accesa dal venerdì alla domenica sera (negli USA è diffusa questa propensione), perché quando rientrano dal week end non possono permettersi di aspettare cinque minuti per raffreddare la casa: la devono già trovare come una cella frigorifero. Parsifal del romanzo di cui sopra sosteneva, già oltre trenta anni fa, che è “inutile e dannoso” chi decida coscientemente di restare quotidianamente imbottigliato nel traffico. Andrebbe eliminato, quindi, ma i presupposti di civiltà legati ai nostri convincimenti etici non lo consentono e quindi anche le sue sono parole al vento.


EDUCAZIONE AI CONSUMI
In attesa (lunga attesa) che si creino i presupposti per educare l’umanità a ridurre i consumi e soprattutto gli sprechi, un compito che forse può raggiungere qualche barlume di successo è quello proteso a “orientare i consumi”, in modo che le risorse economiche disponibili aumentino il potere d’acquisto.
Nel campo psicologico è ben nota una modalità di “problem solving” elaborata dallo psicologo maltese Edward de Bono, denominata “pensiero laterale”. Grazie ad essa si giunge alla risoluzione di un problema complesso, dopo averlo affrontato in modo sostanzialmente diverso da quello tradizionale. Per atavico costrutto mentale noi siamo portati a ragionare in line diretta, cercando di individuare la soluzione più logica a un singolo problema. In campo economico, per esempio, il bisogno di possedere più cose c’induce a desiderare di possedere più denaro per acquistarle. Una volta sviluppata l’esigenza, cerchiamo di individuare tutte le possibili soluzioni, adottandone alcune o tutte: richiesta di aumento salariale, con snervanti lotte; tentare la sorte investendo delle somme nel gioco (spesso aggravando la propria posizione); fare ricorso ad attività illecite, a furti e rapine, etc. Questo è un tipico processo di ragionamento verticale, il più delle volte infruttuoso. Con il pensiero laterale, invece, siamo in grado “di aggirare l’ostacolo” e raggiungere la meta per altre strade.
Quante persone conoscono i costi effettivi dei prodotti più comuni? Davvero poche. Un’azione “educativa”, pertanto, protesa a far comprendere il pazzesco gap tra prezzo equo di un singolo prodotto e prezzo effettivo, che consente ai produttori di incrementare sensibilmente gli utili, sarebbe quanto mai opportuno. Quel surplus improvvido, infatti, contribuisce sensibilmente ad aumentare la distanza tra poveri e ricchi, mentre con prezzi equi il divario si ridurrebbe, senza penalizzare i consumi! In pratica, invece di aspirare all’aumento del reddito (cosa molto difficile) si dovrebbe aspirare alla riduzione dei prezzi, obiettivo non certo facile, ma più raggiungibile sol che si creassero i giusti presupposti. Facciamo alcuni esempi. Milioni di persone spendono fino a mille euro per uno smartphone, che viene utilizzato più come must che non per la sua precipua funzione. Questa è una distonia sociale favorita dal mercato, che sfrutta le debolezze dei consumatori. Se si riuscisse a far comprendere che gli smartphone più cari potrebbero essere tranquillamente venduti a meno della metà del prezzo, senza che nessuno ci perda, forse la scossa potrebbe produrre qualche effetto. Non si tratta di ripiegare su prodotti meno costosi, ma di acquistare il prodotto desiderato pagandolo “il prezzo giusto” perché, ovviamente, la riduzione dovrebbe riguardare tutta la linea produttiva, dal prodotto meno caro a quello più caro. Una famiglia di quattro persone, marito, moglie e due figli, va in crociera pagando settemila euro per imbarcarsi su una nave che ospita almeno 3500 persone. Calcolando una media di duemila euro a persona, in funzione delle varie tipologie delle cabine, la compagnia incasserebbe, solo per i costi fissi, sette milioni di euro, ai quali vanno aggiunti gli utili ricavati dalle varie attività di marketing. Volendo calcolare una media di ottocento euro a persona, per le spese varie a bordo, si arriva a circa dieci milioni di euro. (E’ appena il caso di ricordare che basta sostituire 3500 con 4mila o 5mila persone, considerato che la maggioranza delle navi raggiunge tale capienza e i sold-out sono una costante, e si raggiungono cifre intorno ai venti milioni di euro). Ritornando all’esempio proposto, sottraendo anche il 70% di costi tra ammortamento e spese varie (e presumo di essere stato molto severo), alla compagnia restano comunque tre milioni di utile netto. Cosa succederebbe se l’armatore si accontentasse di guadagnare “solo” 1,5milioni di euro, e quindi tra il 40 e il 60% in meno a settimana sulla sua flotta? Lui vivrebbe lo stesso da nababbo, ma quella famiglia che ha speso settemila euro, potrebbe permettersi la crociera spendendo non più di 5.800 euro, ottenendo, quindi, un risparmio di ben 1.200 euro. In base a quale logica, se non lo sfruttamento del consumatore rincitrullito, SKY divide lo Sport in ben tre sezioni, facendosi pagare profumatamente per ciascuna di esse? I tifosi (ossia soggetti “deboli”, perché il tifo sportivo è comunque una psicopatologia) pur di guardare una partita, anche brutta e senza gol, sarebbero capaci di indebitarsi; se tutti, però, avessero il coraggio di disdire l’abbonamento e far trapelare l’idea che lo sport comprende tutte le discipline sportive e che sarebbe logico avere un unico abbonamento, con costo “onesto”, per tutti gli eventi trasmessi, sicuramente il vertice societario sarebbe indotto a rivedere le strategie commerciali. Allargando questi presupposti a tutti i prodotti è facilmente intuibile il grosso vantaggio per i consumatori e non solo: la riduzione dei prezzi favorirebbe l’acquisto di altri prodotti, sostenendo l’economia di mercato e migliorando la qualità della vita. Mi sa, tuttavia, che anche queste, come quelle pronunciate nell’ultimo mezzo secolo, resteranno parole al vento.


DEDICA
Mentre scrivo la parte finale di questo articolo, all’alba del 15 marzo, in tutto il mondo milioni di giovani si apprestano al “Global Strike for future”. In virtù del fuso orario sono già disponibili le immagini delle manifestazioni che stanno avendo luogo in Australia e Nuova Zelanda. L’iniziativa è stata promossa da una giovane ambientalista svedese, Greta Thunberg, che al vertice delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici tenutosi a Katowice, in Polonia, il 14 dicembre 2018, così rampognò i grandi della Terra: “Voi parlate soltanto di un’eterna crescita economica verde poiché avete troppa paura di essere impopolari. Voi parlate soltanto di proseguire con le stesse cattive idee che ci hanno condotto a questo casino, anche quando l’unica cosa sensata da fare sarebbe tirare il freno d’emergenza. Non siete abbastanza maturi da dire le cose come stanno. Lasciate persino questo fardello a noi bambini. […]La civiltà viene sacrificata per dare la possibilità a una piccola cerchia di persone di continuare a fare profitti. La nostra biosfera viene sacrificata per far sì che le persone ricche in Paesi come il mio possano vivere nel lusso. Molti soffrono per garantire a pochi di vivere nel lusso. Se è impossibile trovare soluzioni all’interno di questo sistema, allora dobbiamo cambiare sistema”.
Avevo venti anni quando fondai “l’Associazione Nazionale Salvaguardia Ecologica” e per quarantaquattro anni sono stato il più giovane ambientalista al mondo a capeggiare un movimento ambientalista. Greta, nel settembre 2018, ha fondato il movimento studentesco “Fridays for Future” e di anni ne aveva solo quindici. Le passo con commosso affetto lo scettro dell’ambientalista impegnata più giovane al mondo, quindi, ben felice che il suo movimento si stia affermando a livello planetario. Le dedico di tutto cuore questo articolo e spero sinceramente che le sue “azioni” siano suffragate da grande successo, proprio nel rispetto di una sua precisa esortazione: “Abbiamo certamente bisogno della speranza. Ma l’unica cosa di cui abbiamo bisogno più della speranza è l’azione”. La dedica è sentita, ma anche opportuna e doverosa. Come italiano, infatti, ho la presunzione di parlare a nome della parte sana del paese e quindi, idealmente, è tutta la “buona Italia” che plaude alla giovane ambientalista. Fino a questo momento, però, l’unica dedica ufficiale partita dall’Italia in suo onore è quella di un certo Nicola Zingaretti, dopo la nomina a segretario di un partito nefasto e pericoloso. Un gesto offensivo, quindi, falso e strumentale, non fosse altro perché subito dopo si è precipitato a manifestare per la realizzazione del TAV, opera che, come noto, contrasta nettamente con i principi di un sano ambientalismo, di un corretto uso del pubblico denaro e dello sviluppo sostenibile. In pratica il tipastro si è comportato alla stregua di quei delinquenti che dormono con la bibbia sul comodino e il quadro di Padre Pio alle pareti, cercando di mascherare le proprie malefatte spacciandosi per rispettosi osservanti dei precetti cristiani. Non era proprio possibile glissare su questo scempio, che sporcava la candida figura di una persona pura. Tanti auguri, Greta. Il mondo intero, quello buono, attende di vederti nel Municipio di Oslo, a dicembre, mentre ritiri il Premio Nobel per la Pace. Te lo sei meritato.


NOTE
1. Va ben spiegato, a tal riguardo, che il rapporto sui “limiti dello sviluppo” subì un sistematico boicottaggio dal potere politico, supportato anche dai soliti “servi titolati” che, dall’alto del ruolo accademico, dietro laute prebende, cercavano di sminuirne la portata. Molte primarie associazioni ecologiche erano in stretta connessione con il potere politico, con quante possibilità di una seria attività ancorata alle tematiche proposte dagli scienziati del MIT è facilmente intuibile.
2. Mi fa piacere citare gli altri relatori, tutti insigni studiosi e per buona parte cari amici anche del direttore di questo magazine: Antonio Parlato, avvocato, futuro parlamentare (1979 -1986) e presidente regionale dei GRE; Giuseppe Campanella, neurologo, psichiatra, psicologo, docente universitario; Luciano Schifone, avvocato, giornalista, direttore di Radio Odissea, direttore del centro culturale “La Contea”, futuro consigliere regionale e parlamentare europeo; Pietro Lignola, magistrato, docente universitario; Giuseppe Sermonti, biologo, docente universitario; Domenico Orlacchio, architetto, docente universitario; Marcella Zanfagna, avvocato, consigliere regionale e futuro parlamentare; Gabriele Addis, esperto problematiche nucleari; Alessandro Di Pietro, presidente nazionale GRE e futuro conduttore televisivo. Presente anche il dottor Arcella, che parlò del problema delle droghe come mistificazione delle coscienze, del quale non ricordo il nome, purtroppo non reperito nel carteggio relativo all’evento, parte del quale smarrito.
3. Lino Lavorgna, “Prigioniero del Sogno”, Edizioni Albatros, 2015. Il romanzo nacque come sceneggiatura cinematografica candidata al concorso “Rai 3 per il Cinema”, 1983. Furio Scarpelli, presidente della giuria del concorso, suggerì di trasformarlo in un romanzo, cosa che è avvenuta molti anni dopo.
4. Fabio Mini è un generale di corpo d’Armata che ha svolto importanti missioni al servizio della NATO e dell’Esercito Italiano. E’ tra i massimi esperti di geopolitica e strategia militare. I brani citati sono tratti dall’articolo “Owning the Weather: la guerra ambientale globale è già cominciata”; Limes, novembre 2007.
5. “La fame ci sfida”, Limes, settembre 2010
6. Farneticante economista sinistrorsa, parlamentare per tre legislature e sottosegretario di stato nel Governo Prodi.
7. “Crisi, l’ora della scelta tra crescita e decrescita”. Il Fatto Quotidiano, 2 aprile 2013.
8. Steve Morgan è un analista di scenari globali, nato in Martinica, membro di “NEODEMOS”, associazione che si occupa di popolazione, società e politica, legata al periodico “Limes”. I brani citati sono tratti dall’articolo “Le conseguenze delle megalopoli”, Limes, gennaio 2018.


DISCORSO INTEGRALE DI GRETA IN ITALIANO

COP 21: LA TRISTEZZA DEL CAVALIERE ERRANTE” – Articolo del 13 dic 2015
CONFINI – NR. 55 – giugno 2017
– A pagina 9 l’articolo: “UOMO E NATURA: OCCASIONI PERDUTE E CUPI ORIZZONTI”

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