CANNABIS: COME PERDERE LA TESTA E A VOLTE LA VITA.

Il titolo di questo articolo è mutuato da un prezioso saggio di un grande psicoterapeuta: Claudio Risé. Se ne consiglia la lettura a tutti e, in modo particolare, ai giudici del “Palazzaccio”, i quali, con una recente sentenza, hanno depenalizzato la coltivazione casalinga della cannabis, purché essa avvenga in quantità minima e sia destinata esclusivamente all’uso personale. Le motivazioni della sentenza, scaturita da un ricorso, non sono ancora note e pertanto, al momento, non si comprende la ratio della decisione, che comunque aggiunge confusione a una materia già per sua natura confusa, complessa e pregna di contraddizioni. Se un tizio dedito allo spaccio possegga più case o possa disporre agevolmente di quelle di parenti e amici, come fare a distinguere la quantità minima da altro?
Le sentenze della Corte di cassazione hanno potere vincolante solo per il procedimento giudiziario per il quale vengono emesse e non incidono sulle leggi vigenti in materia, che ovviamente sono di prerogativa del potere esecutivo e sottoposte al controllo di legittimità della Consulta, la quale, con riferimento a quanto previsto dal testo unico sulle sostanze stupefacenti, ha stabilito che la coltivazione di cannabis va considerata sempre reato, a prescindere dal numero delle piantine e dalla quantità di principio attivo rinvenuto. La discriminante posta in essere dalla Corte di cassazione, sia pure nella limitatezza di un singolo procedimento giudiziario, si configura, pertanto, come un pericoloso precedente perché spalanca le porte ad altre sentenze di analogo sentore, che poi potrebbero essere sfruttate dai fautori della liberalizzazione, non certo pochi, per forzare la mano al Parlamento e favorire condotte sempre più liberticide. Una legge chiara e definitiva, pertanto, risulta più utile dell’acqua che disseta il viandante nel deserto.
Al di là dei pasticci normativi e dei conflitti tra i vari organi, tuttavia, è bene affrontare il problema alle radici, stabilendo dei paletti ben saldi, “dogmatici”, da difendere con le unghie e con i denti contro i mistificatori di ogni ordine e grado, non importa se per le palesi carenze culturali e il deficit etico o perché direttamente interessati al miliardario business che gravita intorno allo spaccio. Costoro vanno considerati degli elementi estremamente pericolosi per la società ed esposti con fermezza e determinazione al pubblico ludibrio.
Come egregiamente spiegato da Claudio Risé, è stupido differenziare le droghe leggere dalle pesanti. Le prime sono l’anticamera delle seconde e, in ogni caso, anch’esse costituiscono una grave minaccia in quanto mettono a rischio la salute degli utilizzatori e la vita delle loro potenziali vittime, come testimoniano i numerosi decessi per incidenti causati da automobilisti con la mente annebbiata, spesso anche ubriachi: la disgregazione morale dell’individuo in genere associa ogni tipo di devianza. Non ha senso asserire che la coltivazione di cannabis per uso personale possa servire per uso “terapeutico”. Le cure sanitarie sono di prerogativa dei medici e, pertanto, se realmente con la cannabis si possono realizzare dei farmaci in grado di alleviare le sofferenze causate da particolari patologie, ciò deve avvenire sotto un rigido controllo, alla pari di quanto avviene (o “dovrebbe avvenire”, ma questo è un altro discorso) con qualsiasi farmaco. Le distonie di un mondo allo sbando vedono molti soggetti, in qualsiasi ambito, paventare la liberalizzazione delle droghe con argomentazioni giustificative che spaziano da una distorta interpretazione del “libero arbitrio” (ognuno è libero di farsi il male che vuole; peccato, però, che “i drogati” costituiscano un peso per la società e un pericolo per l’altrui incolumità) e al possibile argine contro lo spaccio (la droga libera non renderebbe necessario il ricorso agli spacciatori, ma con questa logica si potrebbe legittimare qualsiasi cosa negativa, anche lo stupro, che in massima parte scaturisce dalla incapacità di controllo delle pulsioni sessuali da parte di taluni soggetti; il male è male e va sempre combattuto, non giustificato per impedirne uno più grave).
La battaglia di civiltà, pertanto, deve partire dal basso e colpire duro i mistificatori. I giovani di oggi, non è certo un mistero, quando non stupendamente eccezionali e artefici di imprese fantastiche in ogni contesto (una buona fetta, ma comunque minoritaria) sono pervasi da un profondo vuoto culturale e assomigliano sempre più a zombi incapaci di rispettare qualsivoglia regola, avulsi dai più elementari valori che dovrebbero costituire il patrimonio condiviso di ogni comunità. Non comprendere queste fenomenologie e nascondere la testa nella sabbia, lasciando campo libero alla continua degenerazione etica, costituisce il modo migliore per favorire un pericoloso regresso verso forme primitive di convivenza, con quali conseguenze per il futuro dell’umanità è facilmente prevedibile.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.