O TEMPORA O MORES: C’ERANO UNA VOLTA GLI UOMINI DI STATO


Cosenza: prefetto agli arresti domiciliari per una mazzetta di settecento euro



Lo squallore che traspare dall’articolo lincato sopra la foto (e anche qui: cliccare) mi fa volare con la mente ad anni lontani, che mi videro giovane servitore dello Stato tra autentici e veri “servitori” dello Stato. Erano tutti nati tra gli anni venti e trenta del secolo scorso e lasciavano trasparire in ogni azione l’alto rigore esistenziale, l’infinita cultura, le indiscusse capacità professionali e quel senso del dovere che consentiva loro di concepire il lavoro come una missione da onorare con il massimo impegno. Senza alcuna pretesa di generalizzare, perché qualche pecora zoppa non mancava neppure allora e qualche persona per bene, per fortuna, si trova anche oggi, è giusto evidenziare l’immane differenza con la moltitudine di funzionari e dirigenti dei giorni nostri, figli del sei politico, delle lauree comprate e del vertiginoso decadimento etico-culturale che si è acuito prepotentemente nell’ultimo trentennio, la cui inettitudine, sommata alla natura delinquenziale, ha ridotto il Paese nell’attuale stato comatoso. Con un doveroso cenno ai tanti magistrati e ai tutori dell’ordine, a tutti noti, che hanno pagato con la vita la dedizione al dovere e alle Istituzioni, in questa nota voglio citare coloro che ho avuto il piacere e l’onore di conoscere personalmente, quando ero alle dipendenze di quel Ministero oggi infangato dall’infame condotta di qualcuno che, evidentemente, grazie alle distonie di una società allo sbando, si è assiso indegnamente su quella poltrona “prefettizia” che dovrebbe essere appannaggio esclusivo di persone al di sopra di ogni sospetto.
Giovanni Mannoni, ex prefetto di Firenze, Siena e Massa Carrara, commissario di governo, difensore civico regionale e presidente della commissione di bioetica. Nato a Cecina il 27 gennaio 1923, dirigeva la Prefettura di Siena quando prestavo servizio nella locale Questura, in qualità di responsabile dell’ufficio economato e poi, ad interim, dell’ufficio stranieri. Non potrò mai dimenticare il suo eloquio forbito e l’affettuoso tono paternalistico con il quale mi preparò – avendola ampiamente prevista – alla mancata accettazione dell’istanza per divenire un operativo dei servizi segreti: “Caro Pasqualino – mi disse – l’infornata è già stata fatta e questo è un dato di fatto oggettivo; ma se anche così non fosse, con il tuo passato, proprio non vedo alcuna prospettiva per te… e ti dirò di più: mi auguro davvero che non ti prendano, perché voglio il tuo bene. E con il tuo carattere “lì” potresti solo farti male. Ora, magari, resterai deluso, ma con il tempo capirai”. Aveva ragione su tutta la linea, ovviamente, e conservo ancora, come una reliquia, la lettera di un altro gigante dell’epoca, il prefetto Emanuele De Francesco, direttore del SISDE, che mi spiegò “dolcemente” le ragioni della mia mancata ammissione nonostante avessi superato brillantemente le prove, ovviamente senza alcun riferimento ai motivi reali: l’attività politica svolta nel MSI. Mannoni, dopo Siena, andò a dirigere la prefettura di Firenze e fu grazie al suo operato se cessarono i delitti del “mostro”. Con i questori Raschillà e Cannarozzo i rapporti sono stati più intensi, per ovvie ragioni di servizio, e di loro conservo un ricordo stupendo. Sono stati una fonte continua di validi insegnamenti, rivelatisi preziosi in più di una circostanza. Del secondo voglio riferire un episodio molto significativo. Una sera mi recai a cinema con alcuni colleghi. Seppure pervaso da metodiche comportamentali sicuramente ascrivibili a un contesto di serietà, non solo per rispetto de ruolo ricoperto, ero pur sempre un venticinquenne “bonariamente” guascone e pregno di “idealismo”. Nel film, della famosa serie interpretata da Charles Bronson nelle vesti di “giustiziere della notte”, un pericoloso delinquente si faceva metodicamente beffe delle forze dell’ordine e ne combinava di tutti i colori. Mi venne del tutto naturale, pertanto, nel finale, esortare il protagonista a sparargli un colpo di pistola in fronte: “Sparagli – dissi a mezza voce, giusto per fare una battuta con i colleghi – perché se lo arresti gli danno l’infermità mentale e te lo trovi libero in pochi anni”. Peccato che quando si accesero le luci, girandomi, vidi alle mie spalle un giovane magistrato che mi fulminò con lo sguardo. Mi sentii morire! La notte non chiusi occhio! L’eccellente considerazione da parte dei superiori, questore in testa, avrebbe potuto essere compromessa da una battuta infelice! La mattina successiva attesi con il cuore in gola la quotidiana convocazione per il rapporto di servizio, che di solito avveniva verso le 10 e non durava più di una decina di minuti. Appena entrai nell’ufficio del questore mi rasserenai, non riscontrando nessuna anomalia nella conversazione, che ricalcava gli schemi abituali. Quando mi accomiatai, però, mentre mi accingevo ad aprire la porta, fui stoppato da una frase pronunciata con il caldo accento siciliano: “A proposito, Lavorgna, ma che minchia combina? Si mette a commentare i film in diretta incitando la gente a farsi giustizia da sola?” Per poco non svenni. “Signor questore…” iniziai a balbettare, mentre pensavo a cosa dire per giustificare l’improvvida sortita della sera precedente, ma non fu necessario. Il questore riprese a parlare, sorridendo allegramente: “Alle sette mi ha telefonato… [omissis] Mia moglie e io ci siamo fatti un sacco di risate…”. Era un poliziotto, lui, con un passato brillante e una promozione per meriti speciali: in cuor suo sapeva che avevo ragione, ma non poteva dirlo apertamente. Cocchia, Capo di gabinetto; il vice questore vicario di cui ora mi sfugge il nome (alla sinistra di Antonacci nella foto in basso); Antonacci, capo della Giudiziaria e cugino del famoso giudice Mario Antonacci; Agueci, capo della Digos; il mio conterraneo Giovanni Rainone, capo della Squadra Mobile e tanti altri ancora, tutti figli di “un altro tempo”. Un tempo in cui, a prescindere da una classe politica per certi versi, in tema di nefandezze, non dissimile se non peggiore di quella attuale, nella Pubblica Amministrazione si trovavano veri galantuomini, che mai avrebbero pensato di lasciare in eredità i loro ruoli a soggetti capaci di vendersi per settecento euro.

Al ristorante “Cane e Gatto” con il questore Cannarozzo (alla mia destra nella foto), Cocchia, Antonacci e il vice questore vicario.

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