DICIASSETTE ANNI E SEMBRA IERI


LORENZO LAVORGNA: L’UOMO CHE SAPEVA SOLO AMARE

Lorenzo Lavorgna


Anche mentre correvo verso l’ospedale, con il cuore che batteva forte, avesti la forza di dirmi: “Vai piano”.
Gli Angeli già erano partiti dal Paradiso per venirti a prendere e tu li sentivi arrivare, ma ti preoccupavi per me. Come sempre, del resto, perché Tu, nella tua vita, hai solo saputo amare, gli altri più ancora di Te stesso e la Famiglia, manco a dirlo, oltre ogni umano possibile limite. I ricordi toccanti si susseguono uno dietro l’altro, come se fossero scene di un film. Come dimenticarli? Sono l’emblema di un Uomo fuori dal comune, con peculiarità più uniche che rare, che non ho mancato di fissare sulla carta per “eternizzarle”, in Tuo onore, grazie alla disponibilità di un amico editore.
Affiorano sempre nella mia mente, ogni giorno, perché non vi è giorno che “qualcosa”, saltando alla vista, non mi riporti indietro nel tempo. L’amico che pota gli olivi, lì dove un tempo vi erano i lussureggianti vigneti, che tu gestivi come un direttore d’orchestra gestisce i suoi musicisti, ma con più amore e meno rigore (e qualcuno se ne approfittava…); i libri di storia sui quali mi tuffo con immutata passione sin da quando ero ragazzino, che mi riportano negli anni bui della guerra: a quel deserto che ti vide cadere ferito e a quel tragico 8 settembre che ti colse mentre eri in servizio a Eboli, dove per miracolo scampasti alle prime rappresaglie dei tedeschi. Anche quando andiamo in vacanza, sulle coste abruzzesi, Annalisa e io non manchiamo mai di fare un salto a Giulianova, per fissare quella finestra dell’ospedale dove trascorresti molti mesi dopo il rimpatrio dalla Libia, vicino al santuario in cui fino a poco tempo fa, prima del trasferimento a Terni, vi era Padre Franco che, nel 1941, giovanissimo frate, accarezzò amorevolmente te e i tanti commilitoni feriti su tutti i fronti di guerra, per arrecarvi conforto. E come dimenticare, quando l’erba del terreno che circonda la casa s’innalza fino a lambire i rami degli olivi, il tuo monito severo agli alti dirigenti della Montecatini, con la quale collaboravi gestendo un centro di distribuzione dei loro prodotti e per le sperimentazioni, allorquando ti spinsero a utilizzare un diserbante che avrebbe distrutto l’erba, abbattendo i costi della tradizionale fresatura: “Se questo diserbante distrugge l’erba – dicesti – può distruggere anche l’uomo. Io non lo utilizzerò mai nei miei terreni, né lo promuoverò tra i contadini che hanno fiducia in me”. Li lasciasti di sasso, essendo loro abituati a non avere obiezioni. I fatti, però, come sempre, ti diedero ragione: qualche anno dopo quel prodotto fu tolto dal mercato perché conteneva diossina. Come dimenticare, poi, quando passo davanti alla scuola media nei pressi del lago di Telese, i colloqui con i professori, i cui dettagli Mamma mi riferiva divertendosi non poco? Tutti i genitori sono portati a vantare i figli anche quando ciò non è possibile, mentendo spudoratamente (oggi, poi, questa propensione è degenerata in modo assurdo…), ma tu “rimproveravi” i poveri professori perché mi mettevano voti troppo alti e questo, secondo te, poteva indurmi a studiare di meno! Quale amore più profondo di questo è possibile? E come dimenticare i tuoi timori e le tue apprensioni durante i terribili anni di piombo? Memorabile e da scolpire sulla pietra, in quel periodo, resta però la tua risposta, profferita col sorriso sulle labbra, a un carabiniere amico che ti mise in guardia perché dei magistrati si accingevano a inquisire i giovani più in vista del “Fronte della Gioventù” per “ricostituzione del disciolto partito fascista”: “Mio figlio che ricostituisce il partito fascista? Ma figuriamoci! Non è stato nemmeno capace di mettere quattro pezzi di legno insieme per costruire un cuccia per il cane!”.

E come dimenticare, poi, il tuo volto affranto quando ci raggiungesti all’ospedale, vedendo il corpo di Gino sul letto di morte? Una ferita nel cuore che non si è mai rimarginata… lo so… e immagino i pensieri cupi che non hai mai rivelato, perché un’altra tua caratteristica era quella di “sapere” parlare anche con il silenzio.
E come dimenticare, ancora, la tua calda voce con la quale mi raccontavi gli aneddoti, toccanti e spassosi, della tua esemplare vita? Gli anni della elettrificazione delle zone rurali, i giochi di gioventù con gli amici; quella volta che nonna Pasqualina corse sulle sponde del Titerno, mentre ti trastullavi con altri fanciulli sul letto di pietre coperto solo a tratti da pochissima acqua, avendo compreso dalle cupe nubi c di lì a poco sarebbe scesa a valle “la piena”, salvandovi tutti da una ben triste sorte. Era impossibile non amarti e rinunciare al piacere della tua compagnia, perché sapevi rendere felici le persone con il tuo pacato eloquio, i racconti appassionati, la genuina generosità, la bontà d’animo. Ero bimbetto, ma ben nitido nella mente affiora il ricordo delle guardie forestali inviate a perlustrare il Monte Erbano. Si fermavano sempre a dialogare con te, al rientro, dimostrandoti il loro affetto con qualche piccolo dono, ben ricambiato con abbondanti scorpacciate di prosciutto e formaggio, accompagnate dal prelibato nettare delle tue botti, che dimostravano di apprezzare con eloquenti espressioni del volto. Una volta ti donarono reperti davvero singolari (posso citare questo episodio senza timore di rivelare qualcosa che possa nuocere loro, essendo trascorsi tanti anni): due spade risalenti alla 2^ Guerra Punica, una di fattura romana e l’altra cartaginese! Una dimostrazione di affetto così marcato nei tuoi confronti che traspare ben evidente dal gesto. Io ero bimbetto e non potevo comprendere né il valore simbolico del gesto né quello storico- archeologico degli oggetti rinvenuti chissà in quale tratto alle pendici del Monte Erbano. Le due spade, purtroppo, alla pari di tanti altri oggetti di pregevole valore, improvvidamente lasciati nella dimora dopo il trasferimento a Caserta, nel 1968, costituirono facile preda per ladri che, evidentemente, ben sapevano dove mettere le mani. Marcello Mastroianni non ho avuto modo di vederlo perché ero appena nato quando venne a girare alcune scene de “La bella mugnaia” nei pressi del “Casino Montefusco”, l’antico maniero dei baroni Massone a poche centinaia di metri da casa, dove avesti i natali e il privilegio di essere battezzato nella cappella privata, dedicata a San Nicola. Ben ricordo però, il tuo sorriso di compiacimento mentre raccontavi come lo accogliesti quando venne a ristorarsi, manifestando la sua gioia nel degustare le squisite bruschette con omodorini e pancetta cotta sulla brace, impreziosite da un paio di bicchieri di quel rosso che tutti trovavano semplicemente “impareggiabile”. Questi e tanti altri ancora, caro Papà, sono i ricordi che mi accompagnano e mi sostengono ogni giorno, perché, lo sai, Tu sei sempre con me, al mio fianco e nel mio cuore. Nondimeno la tua assenza pesa, e non poco, soprattutto in questo periodo di terrore planetario. Ora più che mai, poterti stringere in un caldo abbraccio, infonderebbe forza e fiducia. Provo a socchiudere gli occhi e a invocarti… e ti sto abbracciando.
Ti voglio bene, Papà. Ti voglio tanto bene.


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