OGGI, OTTANTA ANNI FA


10 GIUGNO 1940: L’ITALIA IN GUERRA

Tutti bramano la pace, a parole, ma le guerre, insite nella natura umana, continuano a scoppiare. “Togli il sangue dalle vene e versaci dell’acqua al suo posto: allora sì che non ci saranno più guerre”, diceva Tolstoi, e il suo monito, purtroppo, appare molto più realistico di quello, simbolicamente più bello, pronunciato da Einstein. Oltre sessanta milioni di morti tra militari e civili, intere città completamente distrutte, circa sette milioni di profughi, l’inferno della Shoah, cinque anni di incubo soprattutto in Europa e circa ottanta stati del Pianeta coinvolti: per quanto drammatici, i dati citati non riescono minimamente a caratterizzare la Seconda Guerra Mondiale. Occorre studiare i documenti, visionare i numerosi reportage, leggere e ascoltare le testimonianze di chi quella tragedia ha vissuto sulla propria pelle per avere almeno una pallida idea di cosa sia effettivamente accaduto. Anche il cinema aiuta molto, grazie alla bravura di registi che sono riusciti a ben rappresentare la ferocia umana. E la stupidità, che sempre si accompagna alla ferocia.

L’Italia, purtroppo, si lasciò coinvolgere dalla follia di un esaltato, protetto da una sorta di nemesi all’incontrario, che lo preservò dai numerosi attentati contro di lui orditi, come se fosse stato sancito da una forza misteriosa e imperscrutabile che era giunto il momento di sconvolgere nuovamente l’umanità, minata dalle ferite ancora sanguinanti inferte dalla Grande Guerra. Questa stramba nemesi, del resto, ebbe modo di manifestarsi prima ancora che cadesse preda delle sue farneticazioni: il 28 settembre 1918, quale caporale dell’esercito tedesco, prese parte alla battaglia di Cambrai-San Quintino in Francia. I soldati inglesi, con un attacco a sorpresa, ebbero la meglio sull’avamposto di cui faceva parte. Uno di loro, però, Henry Tandey, dopo aver ucciso numerosi tedeschi, vide un giovane impaurito e ferito, incapace di difendersi, che tremava come una foglia, rincantucciato nel fondo della trincea. Il fucile era già pronto per sferrare il colpo di grazia ma quello sguardo impaurito lo mosse a pietà e il colpo non partì. Molti anni dopo venne a sapere che quel giovane caporale da lui salvato era Adolf Hitler, pentendosi amaramente di aver ceduto a un sentimento di umana pietas.
Erano le 18 in punto, oggi, ottanta anni fa, quando Benito Mussolini, dal balcone di Palazzo Venezia, vagheggiando impossibile gloria, pronunciò le fatidiche parole che tanti lutti provocarono nel nostro paese: “La dichiarazione di guerra è già stata consegnata agli ambasciatori…”. Stava per aggiungere, come di fatto poi fece, “di Gran Bretagna e di Francia”, ma la sua voce fu sovrastata dal boato della folla in delirio e completamente soggiogata. Mille chilometri a sud, in una cittadina libica non distante dal confine con la Tunisia, dal mese di febbraio i soldati di leva della classe 1920 avevano imparato a convivere amorevolmente con le popolazioni autoctone, maturando significative esperienze di vita in quella che costituiva la principale colonia italiana. Mio padre era tra costoro e, per quanto come tutti i meridionali fosse attaccatissimo alla famiglia, non gli pesava più di tanto la lontananza: stava imparando tante cose che gli sarebbero senz’altro servite al termine del servizio, che allora durava diciotto mesi. Poter maturare quella esperienza al di fuori dei confini nazionali, poi, risultò particolarmente gradito: nei primi mesi il rancio era buono; si godeva di una certa libertà di movimento; il clima, contrariamente ad altre zone della Libia, era mitigato dalla brezza marina; le immense piantagioni di datteri costituivano un’attrattiva per tutti i soldati, anche se quella principale era rappresentata dalla vicinissima spiaggia, frequentatissima durante le ore di libera uscita. Come un fulmine a ciel sereno, quindi, giunse la notizia che il servizio di leva si sarebbe trasformato in guerra e i francesi, a pochi chilometri di distanza, nella vicina Tunisia, erano diventati nemici.
Oggi, a distanza di ottanta anni, raccogliamoci in commosso ricordo di tutte le vittime della follia umana, senza inutili e deleteri anacronismi. Soprattutto non stanchiamoci mai di “combattere” per preservare la pace: sarà anche vero che la natura umana è più forte della ragione, ma non per questo ci si deve abbandonare al vento della follia, troppo spesso alimentato solo dall’ignavia di chi vive invano, nascondendo perennemente la testa nella sabbia.


I RICORDI DI GUERRA DI MIO PADRE

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