CONFINI: GIUGNO 2020


Disponibile on line il nuovo numero di “CONFINI”, il cui tema del mese è dedicato alla DEMOCRAZIA VIOLENTA. Di seguito la trascrizione del mio contributo: “DEMOCRAZIA MALATA: NIHIL NOVI SUB SOLE”. (Pagina 14 del magazine)


INCIPIT
Cerchiamo di rispondere, in non più di cinque secondi, al seguente quesito: “Indicare almeno uno stato occidentale nel quale, dal XVIII secolo in poi, la democrazia si sia affermata senza distorsioni, privilegiando esclusivamente i principi insiti nel termine”. 1…2…3…4…5. Nessuna risposta e non potrebbe essere altrimenti: non esiste.


DI MALE IN PEGGIO
Sulla democrazia malata esiste una florida e qualificata saggistica e anche in questo magazine la tematica è stata più volte dibattuta. Non si possono che ribadire, pertanto, concetti triti e ritriti circa i limiti di un sistema che, però, ha come alternativa delle formule ritenute peggiori dalla maggioranza del genere umano. Forse così non è, ma qui insorge subito il primo paradosso: nel momento stesso in cui, a livello planetario, è la maggioranza delle persone a ritenere la democrazia un sistema di governo imperfetto ma superiore a tutti gli altri, quel sistema viene legittimato come cardine di qualsiasi società che voglia definirsi civile. La necessità di anteporre “forse” alle possibili alternative, imposta da ciò che ci tramanda la storia, inferisce al discorso il colpo di grazia: quelle formule, infatti, afferiscono a una sfera ideale propria di pochi eletti, per lo più filosofi e intellettuali di altissimo rango, capaci di vedere molto più lontano di qualsiasi altra persona. Sono formule, pertanto, che assumono piena valenza solo nella loro caratterizzazione “concettuale”, senza avere alcuna possibilità di essere efficacemente tradotte nella realtà: i limiti della natura umana, infatti, le renderebbero spurie della loro essenza più nobile, trasformandole in qualcosa di meramente negativo, come di fatto sempre avvenuto quando sono riuscite ad affermarsi. È perfettamente inutile ripercorrere venticinque secoli di storia e basterà dire che la democrazia, sostanzialmente, iniziò a traballare sin dalla nascita in virtù del profondo disprezzo rivolto a coloro che non si occupavano di politica, ritenuti indegni di far parte della comunità, anche se si comportavano in modo irreprensibile. Di fatto si praticava una discriminazione, non scevra di violenza psicologica, antitetica rispetto ai “principi” del sistema. Le persone colpite dall’ostracismo democratico sono passate alla storia come “idiotes”, termine che ha subito un progressivo slittamento semantico, fino ad assumere il significato attuale, che rende bene l’idea di come si dovevano sentire, ai tempi di Pericle, coloro che di certo “idioti” non erano ma come tali venivano trattati.
Assodato, quindi, che la democrazia zoppica e spesso serve come copertura per praticare “violenze” tipiche delle peggiori dittature, è possibile inquadrare in una corretta ottica le attuali tensioni che, come sempre accaduto in circostanze eccezionali, stanno portando alla ribalta il meglio e il peggio delle persone. Ogni azione manifesta la qualità di chi la pone in essere. Uomini eccezionali compiranno imprese eccezionali; da uomini mediocri o pessimi, inevitabilmente, non possono che scaturire azioni mediocri o pessime. Se questi ultimi, poi governano stati o dirigono importanti enti sovranazionali, la frittata è fatta. In tempi normali i guasti prodotti dalla scarsa qualità dei potenti viene mitigata dalle eccellenze reperibili nella società civile, nel mondo del lavoro e delle professioni. Grazie a loro, sia pure tra mille difficoltà, la barca va. Con una pandemia come quella che ci sta angustiando da oltre quattro mesi, però, è ben evidente che tutto salta: la barca non può reggere un mare forza dieci se non ha alla guida un bravo capitano coadiuvato da bravi marinai e inevitabilmente affonderà, trascinando nei flutti anche quelle eccellenze, o buona parte di esse, che in precedenza le hanno consentito di restare a galla. Quello che stiamo registrando, dappertutto, riflette l’esempio, con differenze minime tra i vari stati, dal momento che in una scala da zero a dieci i migliori arrivano a cinque (forse), con solo un paio di eccezioni alle quali è possibile conferire la sufficienza.
Per non guardare il dito mentre si indica la luna, pertanto, occorre chiedersi perché in tanti paesi nei quali si celebra il mito della democrazia rappresentativa siano solo le mezze cartucce o degli autentici fetentoni a conquistare le leve del potere, provocando gli immani disastri che ben conosciamo. Il sonno della ragione genera mostri, scriveva Goya in un celeberrimo dipinto ed è perfettamente inutile, quindi, passare le giornate a vomitare strali contro i potenti delinquenti e incapaci, soprattutto se si sia corresponsabili del consenso loro tributato. Ciascuno si faccia un serio esame di coscienza e analizzi il proprio agire, prima di sputare sentenze, acquisendo consapevolezza che quasi sempre è il principale responsabile delle proprie sciagure. Ai fini curativi la ricetta è nota e rimanda all’esempio del gatto che si morde la coda: occorre favorire una catartica palingenesi che faccia piazza pulita del marcio che sta soffocando il Pianeta; per fare piazza pulita occorre imparare a scegliere bene i rappresentanti cui delegare il potere politico, mutando completamente il modo di pensare e di agire e diventando, di fatto, più saggi, cosa non certo facile; occorre avere il coraggio, nei posti di lavoro, di esporre al pubblico ludibrio coloro che creano problemi perché incapaci e raccomandati, soprattutto quando abbiano la facoltà di dare ordini a chi ne sappia più di loro: i capi mediocri, in posizioni apicali per meriti politici, hanno la propensione a fare il vuoto intorno a loro mobbizzando i dipendenti capaci e ciò non dovrebbe essere tollerato. Occorre tenere bene a mente che il motto delle mezze cartucce al potere è “mediocri di tutti il mondo unitevi” e loro sanno fare bene squadra, anche quando siano in posizioni contrappositive, pur di tutelarsi reciprocamente. Per quanto concerne le manchevolezze delle istituzioni comunitarie basta fare riferimento ai tanti articoli scritti in passato: la solfa è sempre la stessa, aggravata dalle circostanze. Circa i problemi del nostro Paese, in questo magazine, che ha la presunzione di “volare alto”, non è il caso di confondersi col ciarpame mediatico e politico intriso di squallore, intento solo a suonarsele reciprocamente di santa ragione, anche in modo subdolo. Sia i partiti di governo sia quelli di opposizione stanno dando il meglio del loro “peggio” e i giornali di riferimento, ben allineati, onorano degnamente il compito assegnato: “mistificazione e disinformazione”. I dibattiti televisivi, da quattro mesi monopolizzati dalla contingenza pandemica, costituiscono una valida testimonianza del bassissimo profilo qualitativo dei protagonisti, fatte salve le solite poche eccezioni, e proprio non serve aggiungere altro. È molto più opportuno e corretto, invece, enfatizzare quella parte buona e sana della società che ci ha consentito di limitare i guasti determinati dalla malapolitica. Medici e operatori sanitari italiani sono i migliori del mondo, ancorché costretti a lavorare in condizioni miserrime per colpa dei farabutti che hanno distrutto la Sanità sia con la frammentazione regionalistica sia con le tante ruberie. A questi rari nantes in gurgite vasto vada il plauso e la gratitudine dell’intera nazione.


I CAN’T BREATHE
Otto minuti e quarantasei secondi: tanto è durata l’agonia di George Perry Floyd, afroamericano quarantaseienne, ucciso a Minneapolis lo scorso 25 maggio dal poliziotto Derek Michael, quarantaquattrenne, aduso ad arrotondare lo stipendio svolgendo anche il lavoro di guardia di sicurezza presso la discoteca “El Nuevo Rodeo”, entrando spesso in conflitto con la proprietaria per i frequenti scatti d’ira e i modi violenti usati nei confronti dei clienti. La tragica vicenda di Minneapolis ha fatto scoprire al mondo, come non mai negli ultimi tempi, la brutalità e la ferocia del razzismo, essendo ben chiaro che il colore della pelle ha influito non poco a far sì che il pur violento poliziotto restasse insensibile alle implorazioni della vittima, che tutti abbiamo visto e ascoltato essendo state filmate dal primo all’ultimo minuto.
Le proteste si sono levate immediate e imponenti in ogni angolo del Pianeta e continuano ancora oggi, mentre scrivo questo articolo, dopo ben venti giorni. Un segnale forte, che sta condizionando pesantemente la campagna per le elezioni presidenziali, negli USA, che ora vedono Biden favorito. Ma se anche l’ex vice di Obama dovesse sconfiggere Trump, e chi scrive è convinto che così sarà, cosa cambierà effettivamente? Poco o nulla. Gli Stati Uniti rappresentano l’emblema di come la “democrazia” sia solo un paravento per mascherare le più bieche scelleratezze dei potenti. Trump e Biden sono senz’altro degli uomini diversi per carattere e stili di vita, ma entrambi incarnano quell’american way of life che tende a dissimulare il vero, elevando l’ipocrisia a dogma. Un americano “completamente” diverso e “migliore”, intriso di quei principi etici che dovrebbero essere patrimonio comune di ogni statista e con altissimo profilo culturale, fu fatto fuori come presidente grazie a un imbroglio orchestrato dai fratelli Bush nel 2000, quando aveva solo 52 anni: il suo nome è Al Gore e ancora oggi potrebbe rappresentare, considerata l’età dei due contendenti, una valida alternativa alla mediocrità al potere. Proprio l’alto profilo etico-culturale, però, si è rivelato il suo più grande nemico, mettendolo fuori gioco per il ruolo più importante, dopo una brillante carriera culminata con gli otto anni alla Casa Bianca quale influente vice di Clinton: negli USA il Capo dello Stato deve essere (o per meglio dire: deve apparire) un uomo come gli altri, un “brav’uomo”; se fosse superiore, un “uomo bravo”, inquieterebbe. Che poi siano in tanti a pagare il fio di questo sciocco presupposto non importa: i problemi, per gli americani, vanno affrontati (e spesso “non” risolti) all’interno di questa logica, ancorché per loro stessi penalizzante.
Il fratello di George Floyd ha tenuto un toccante discorso al cospetto dei membri del Congresso statunitense, concludendolo con un commosso riferimento alle decine di milioni di persone che stanno manifestando contro il razzismo: “Guarda cosa hai fatto George, stai cambiando il mondo”. In queste parole e nella straordinaria testimonianza di solidarietà, ha trovato un minimo di conforto e ciò è un bene. È inutile farsi illusioni, tuttavia, sulla possibilità che il mondo possa effettivamente cambiare perché la misura è colma: sono secoli che la misura è colma e per quanto una generosa illusione sia preferibile a una negazione preconcetta, resta pur sempre una generosa illusione. Gli spontanei e sinceri sentimenti di disgusto per le tragiche vicende statunitensi, tra l’altro, sono costantemente inficiati dagli idioti che la fanno fuori dal vaso, imbrattando statue, chiedendo la rimozione di quelle non gradite, censurando film come “Via col Vento” e comportandosi da perfetti malpancisti, salvo poi dimenticarsi tutto quando il mal di pancia passa e si torna alle normali occupazioni, in attesa di quello successivo.
Nel frattempo i poliziotti continuano a uccidere i neri sparando loro alle spalle; in Italia i “caporali” continuano a sfruttare gli immigrati clandestini, chiamandoli “scimmie” e facendo loro bere l’acqua di scolo dei canali; negli stadi non si sentono più gli odiosi cori solo perché le partite si giocano a porte chiuse. No, caro fratello di George, il mondo non cambierà.
Nihil novi sub sole, mannaggia.


Di seguito il link per la visione dei numeri arretrati: CONFINI: NUMERI ARRETRATI

VERSIONE PDF DEL MAGAZINE, SCARICABILE.

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