QUANDO BIG NON VUOL DIRE GRANDE

Un cantante molto amato dai giovani nell’edizione 2020


Tal Amedeo Umberto Rita Sebastiani, meglio noto come Amadeus, in un programma televisivo ha rivelato i nomi dei ventisei cantanti che parteciperanno al prossimo Festival della canzone italiana.
Vediamo i loro nomi e le canzoni che proporranno in gara.
Francesco Renga (Quando trovo te); Coma_Cose (Fiamme negli occhi); Gaia (Cuore amaro), Irama (La genesi del tuo colore); Fulminacci (Santa Marinella), Madame (Voce); Willie Peyote (Mai dire mai-La locura); Orietta Berti (Quando ti sei innamorato); Ermal Meta (Un milione di cose da dirti); Fasma (Parlami); Arisa (Potevi fare di più); Gio Evan (Arnica); Maneskin (Zitti e buoni); Malika Ayane (Ti piaci così); Aiello (Ora); Max Gazzè (Il farmacista); Ghemon (Momento perfetto); La Rappresentante di Lista (Amare); Noemi (Glicine); Random (Torno a te); Colapesce e Di Martino (Musica leggerissima); Annalisa (Dieci): Bugo (E invece sì); Lo Stato Sociale (Combat Pop); Extraliscio-Davide Toffolo (Bianca luce nera); Francesca Michielin e Fedez (Chiamami per nome).
Sono definiti “Big” e quindi destinati a entrare nelle enciclopedie e nei testi di storia della musica, affiancando artisti che si chiamano, per esempio, Domenico Modugno, Lucio Battisti, Franco Battiato, Claudio Baglioni, Fabrizio de André, Adriano Celentano, Mina, Pooh, Paolo Conte, tanto per citarne solo alcuni di una lunga lista.
Ogni epoca ha la sua musica e le comparazioni generazionali, a livello mediatico, sono sempre da evitare perché stucchevoli e inutili.
L’unica cosa assennata, quindi, è invitare le istituzioni e gli adulti che operino seriamente nel sociale a studiare con maggiore attenzione le fenomenologie legate al mondo della musica, per bonificarlo da un inquinamento che produce seri danni sui ragazzi. Non bisogna girarci intorno con deleteria “diplomazia”: nel succitato elenco non manca qualche nome decente, la cui proposta musicale, se non proprio eccelsa, si può definire accettabile, ma è ben evidente che il “rumore” associato al nulla regna sovrano e bisogna anche considerare che la lista è ben più corposa e comprende soggetti molto più deleteri. In questo caso il gusto c’entra poco: si tratta di analizzare testi e composizione musicale, esprimendo un giudizio di merito.
Se è lecito sostenere che la responsabilità delle scelte è sempre personale è anche giusto considerare, però, che una persona intenta a consumare un pasto, dovendo scegliere solo tra cinque pietanze, realizzate con prodotti scadenti e cucinate male, sceglierà quella “più appetibile”, nella fattispecie la meno schifosa. La percezione di “un insieme”, in funzione della capacità e possibilità di osservazione, è storia vecchia e rimanda al celebre mito della caverna, magistralmente descritto da Platone.
Che cosa fare, quindi? Acquisire consapevolezza che la musica è un elemento importantissimo per la formazione di un essere umano e pertanto va inserita in modo più incisivo nei processi scolastici.
Se sin dalla più tenera età si incomincerà ad ascoltare musica classica, per esempio, la mente subirà sollecitazioni che saranno meglio sfruttate nel prosieguo degli anni. Arriverà poi il momento di privilegiare qualcuno nell’ascolto, rispetto ad altri, a seconda di ciò che viene suggerito da un insieme di fattori, tra i quali spiccano retaggio ancestrale, livello culturale e condizionamento ambientale, senza che ciò costituisca alcun problema: amare un po’ di più Wagner rispetto a Verdi o viceversa non cambia la sostanza delle cose, ossia di trovarsi comunque al cospetto di persone raffinate.
Con un sano e proficuo insegnamento della storia della musica, che faccia ben recepire i vari generi, si avrà una conoscenza tale che consentirà di allargare, e non di poco, i ristretti confini nei quali ci si muove oggi, sempre più somiglianti alla già citata caverna di Platone.
Diciamolo a chiare lettere, se dei ragazzini di scuola media, che avessero già recepito un minimo di “formazione musicale” durante le scuole elementari, fossero indotti ad imparare a memoria, per esempio, testi di canzoni come “Ne me quitte pas”, gli scalcinati e osceni esponenti del mondo “trap” e anche “pseudo-rap” non avrebbero alcuna probabilità di incantarli con le loro orribili e insulse canzoni, senza contare che, con un processo formativo come quello descritto, il problema si risolverebbe alla fonte. Gli esseri umani negativi sono come i virus: si sconfiggono con adeguati antidoti, il principale dei quali si chiama “cultura”, che genera “consapevolezza” e capacità di discernere il grano dal loglio.
Prima si comincia a formare in modo adeguato bimbi e ragazzi è meglio è, perché i guasti prodotti dall’attuale offerta musicale sono immani e fanno perdere ogni reale approccio con il bello, il valido, l’eccelso. Basti pensare, per esempio, che quel mediocre conduttore nominato direttore artistico del Festival di San Remo, ha ritenuto che le persone della mia generazione potessero essere degnamente rappresentate da una simpatica strimpellatrice che, da mezzo secolo, canticchia un giorno sì e l’altro pure: “Fin che la barca va, tu lasciala andare”.

Un pensiero riguardo “QUANDO BIG NON VUOL DIRE GRANDE

  1. Io ho visto soltanto 5 concerti in tutta la mia vita, e3 di essi erano proprio di Franco Battiato. Gli piace farli in mezzo ai prati, e questo talvolta causa degli inconvenienti non da poco.
    Ad esempio, al primo dei 3 concerti aveva piovuto a dirotto dalla mattina fino a un’ora prima dell’ inizio, e quindi per raggiungere il mio posto a sedere dovetti avanzare nel fango che mi arrivava fino alle caviglie.
    Tuttavia, fare i concerti in un contesto agreste ha anche dei lati positivi: ad esempio, al secondo e al terzo concerto eravamo in piena Primavera, e quindi l’aria era carica di tutti gli odori naturali della terra, sembrava di essere nel giardino dell’ Eden.
    Al primo concerto Battiato fece un’entrata in scena spettacolare: arrivò in macchina, fece fermare l’ autista a poca distanza dagli ultimi posti a sedere e poi percorse a piedi il tragitto da lì al palco. Anche lui si sarà riempito le scarpe di fango, ora che ci penso.
    Il pubblico fu molto disciplinato: invece di sporgersi in avanti per toccarlo, si alzò in piedi e lo applaudì a scena aperta. Lo facemmo perché avevamo capito il senso profondo di quella scelta: Battiato voleva esprimere vicinanza al suo pubblico non con un sorriso finto, non con un ringraziamento stereotipato, ma con il gesto simbolico di camminare in mezzo a noi. Ci commosse senza bisogno di dire una parola.
    Il terzo concerto fu il più bello in assoluto, perché lui nell’ultima mezz’ora ci chiamò tutti sotto il palco e fece canzoni a richiesta finché non gli andò via la voce.
    Quella sera stessa capii che non l’avrei più visto in concerto, perché era meglio chiudere così, avevo già toccato l’apice.
    Cosa ne pensi di queste mie esperienze?

    "Mi piace"

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.