QUELL’ALBA TRAGICA DI SETTE ANNI FA


Dal 1968 ogni anno inizia con una importante ricorrenza, istituita da papa Paolo VI: “Giornata mondiale della pace”. All’epoca l’umanità era scossa dalla feroce guerra in Vietnam e il Papa, rifacendosi ai principi della Pax romana, rivolse un accorato appello affinché si concordasse un tregua e si creassero i presupposti per far tacere le armi.
Da quell’anno la ricorrenza è stata sempre caratterizzata da una tematica di matrice etico-filosofica protesa a incidere sul sociale con il nobile proposito di contribuire alla crescita morale e culturale dei popoli. Quanto vana sia risultata questa encomiabile iniziativa è sotto gli occhi di tutti e per comprenderne il perché si può far riferimento ai celebri versi di Robert Frost tratti dalla poesia La strada non presa: “Due strade divergevano in un bosco, io ho preso quella meno battuta e ciò ha fatto la differenza”. La strada meno battuta, o “percorsa”, volendo tradurre fedelmente i versi, è senz’altro più fascinosa ma anche la più impervia. La maggioranza del genere umano, da sempre, è abbagliata da ciò che sente più alla propria portata e pazienza se i sentieri percorsi, magari in gradevole compagnia, solo apparentemente risultano più facili e più belli degli altri, essendo in realtà costellati di trappole e di false radure che nascondono mortali precipizi.
Quanti insegnamenti traspaiono dai messaggi che i pontefici hanno affidato all’umanità dal 1968 ad oggi! Ma quante persone hanno letto e assimilato quei messaggi? Poche, purtroppo, e tra l’altro tutte afferenti a quel ristretto club di rari nantes in gurgite vasto che in essi hanno trovato solo il piacere di vedere confermati principi morali già saldamente insiti nel proprio essere.
In questo giorno, per mia sorella e per me tristissimo, riportandoci esso a quell’ultimo abbraccio che Mamma ci concesse in un’alba tragica segnata dalla nequizia umana più che dalla caducità della vita, ho inteso proprio riferirmi ai tanti messaggi diffusi in occasione della giornata della pace, in particolare a quelli che affrontano le tematiche della giustizia, del perdono e del valore della vita, sviluppate in modo senz’altro più incisivo rispetto alle altre, a riprova della loro importanza fondamentale per creare un mondo migliore. Iniziò proprio Paolo VI, nel 1972, sviluppando il tema: “Se vuoi la pace, lavora per la giustizia”, per poi cesellare il concetto nel 1977 con il messaggio: “Se vuoi la pace, difendi la vita”. Nel 2002, a pochi mesi dai tragici eventi del settembre precedente, papa Giovanni Paolo II diffuse il messaggio: “Non c’è pace senza giustizia, non c’è giustizia senza perdono”, per me illuminante, perché contribuì a sedare il tormento scaturito da un pensiero in netto contrasto con la diffusa propensione a privilegiare una insostenibile leggerezza dell’essere protesa a giustificare ogni cosa, a perdonare con estrema facilità ogni azione nefasta, sostituendosi a Dio e anche alle leggi, prevedendo l’ordinamento giuridico il perdono in un ambito molto ristretto che riguarda solo i minorenni. La meravigliosa riflessione di papa Giovanni Paolo II mi è stata di conforto, fungendo da guida – anche se ne avrei fatto volentieri a meno – in occasione della tragica morte di Mamma per malasanità, imponendomi di invocare giustizia.
Sostiene papa Giovanni Paolo II, infatti: “[…] non si ristabilisce appieno l’ordine infranto, se non coniugando fra loro giustizia e perdono. I pilastri della vera pace sono la giustizia e quella particolare forma dell’amore che è il perdono”.
Si può e si deve perdonare, quindi, tenendo ben presente che il perdono si oppone al rancore e alla vendetta, non alla giustizia. La pace, intesa nella sua accezione più ampia, come sancito dal Concilio Vaticano II, è il frutto dell’ordine immesso nella società umana dal suo Fondatore. Un ordine che deve essere attuato da uomini assetati di una giustizia “sempre più perfetta”. Parole forti, come si vede, che si ispirano al delicato e, allo stesso tempo, imponente principio propugnato da Agostino: “La pace, a cui mirare con l’apporto di tutti, consiste nella tranquillitas ordini, nella tranquillità dell’ordine”. Una tranquillità impossibile da ottenere quando viene meno il presupposto di giustizia e traballa la fiducia nei confronti di essa.
La strada maestra del perdono, quindi, non può prescindere dalla giustizia e ogni deriva da questo presupposto costituirebbe un’offesa a Dio, avendo esso una radice e una misura divine. Costituirebbe, poi, un’offesa a tutti coloro che, a prezzo di immani sacrifici, quel giorno che incontrarono due strade nel bosco, scelsero la meno battuta per percorrere solo i sentieri della rettitudine e del bene, magari pagando un prezzo altissimo per quella scelta. Non perdiamo mai di vista, pertanto, che se l’umanità ancora non è sprofondata in un abisso è solo grazie a loro e non stanchiamoci mai di invocare, anzi, pretendere, giustizia, senza della quale non è possibile alcun perdono.

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