AUGURI MAMMA, AUGURI PAPÀ

È in giorni  come questo che la vostra assenza pesa ancor più del solito, soprattutto se le coincidenze rendono palpabile  quanto importanti siano stati i vostri insegnamenti che, più di ogni altra cosa, mi hanno consentito di essere ciò che sono. Oggi è on line il nuovo numero di CONFINI, dedicato alla “Pubblica distruzione”. Non potevo iniziare il mio articolo se non con un tuo incipit, cara Mamma, Maestra di vita e di scuola.

INCIPIT
“Si pagherà un caro prezzo per l’abolizione del maestro unico e prevedo un futuro oscuro per le nuove generazioni”.
(Giuseppina Federico, maestra elementare dal 1944).

ELENCO MINISTRI DAL 1861 AL 2021 CON NOTE ESSENZIALI E VOTO
(Metodologia analitica utilizzata ai fini delle valutazioni).
La scala valoriale va da 0 a 10. È stato aggiunto un livello superiore solo per alcuni personaggi, convenzionalmente definiti  “gloria nazionale”, i quali, per il loro indiscusso valore, trascendono i limiti dell’eccellenza. Nella valutazione l’attività ministeriale ha pesato per il 30% e il curriculum personale per il 70%. Sono stati utilizzati complessi parametri in grado dì conferire alla comparazione quanta più  oggettività” possibile, sia pure nei limiti di una soggettività che nessun analista di fenomenologie sociali potrà mai annullare del tutto.   

Per il periodo 1861-1945 non si è dato alcun peso all’appartenenza politica, rappresentandone la componente ideologica un elemento fondamentale. Per il periodo 1946-1994, segnati dal dominio del cosiddetto “pentapartito”, sono stati tolti tre punti in modo che il punteggio massimo fosse sette. Pur trovandoci in presenza di molti soggetti con brillante curriculum professionale e accademico, infatti, non sarebbe stato corretto metterli sullo stesso livello dei predecessori, non potendo ritenere che ignorassero le collusioni malavitose e le metodiche operative dei partiti di cui facevano parte, che tante sciagure hanno procurato al Paese, evidentemente tollerate per mero interesse personale. Per i ministri dei governi di Berlusconi sono stati tolti cinque punti, non potendo riconoscere alcuna buona fede nei soggetti che si siano resi complici dei suoi sporchi giochi. Per i ministri di sinistra dal 92 in poi sono stati tolti tre punti, eccezion fatta per Mussi che, pur operando in un contesto epocale fortemente deideologizzato, non può essere accusato di strumentalismo o mala fede nell’esercizio delle sue funzioni. Per l’unico ministro leghista presente nell’elenco e per i due ministri del M5S non sono state apposte contrazioni nella scala valoriale. Non è stata espressa alcuna valutazione per i ministri in carica. Alcuni ministri hanno retto più volte il dicastero e i vari periodi sono stati indicati con numero crescente accanto al nome.

Omessi i nominativi dei ministri dell’università e della ricerca dal 1962 al 2001, avvicendatisi come ministri senza portafoglio fino all’istituzione del Ministero dell’università e della ricerca, nel 1988. Successivamente si sono avuti altri scorpori e accorpamenti in funzione di esigenze prettamente partitiche, senza alcun riguardo per la scuola e l’università, abbandonate in un baratro senza fondo nel quale continuano a precipitare.

PROIEZIONE GRAFICA

*  TULLIO DE MAURO: Non si esprime il voto. Soggetto di altissimo profilo che non ha potuto fare nulla in un contesto sostanzialmente marcio.  ** MIUR . ***  Il MIUR viene abolito da Prodi e ritorna il Ministero della PI  con Mussi, PD, che si occupa di università e ricerca.  ****    Berlusconi ripristina il MIUR                                                                                                                 

Dai dati riportati nelle tabelle si evince la crescente disaffezione del potere politico nei confronti dell’istruzione. Sarebbe riduttivo e fuorviante, tuttavia, imputare alla sola politica la crisi della scuola, che invece è il risultato di fattori negativi convergenti, sviluppatisi decennio dopo decennio e sommatisi gli uni agli altri.

In primis, pertanto, è opportuno inquadrare cronologicamente “ciò che è stato fatto e perché” e poi analizzare le effettive risultanze dei processi attuati, sia pure in questo contesto molto sinteticamente, essendo stata la materia ampiamente trattata in passato.

Realizzata l’unità d’Italia, con le leggi Casati (1859-1861) e Coppino (1877) iniziò la lotta contro l’analfabetismo, che riguardava il 74% della popolazione. Nel 1888 si ebbe una prima significativa svolta con il pedagogista Aristide Gabelli, per il quale la scuola deve sì liberare l’individuo dall’ignoranza, ma soprattutto metterlo in grado di pensare autonomamente, sviluppando il senso critico, al fine di partecipare alla vita sociale e civile e contribuire allo sviluppo economico del Paese. Pensieri mutuati dal positivismo, di cui fu tra i principali promotori in Italia, dopo averlo bonificato con l’eliminazione della componente materialista e dell’anticlericalismo – concetti cari ai veri epigoni comtiani – ritenendo in tal modo di prendersi solo ciò che di buono la corrente filosofica offriva per lo sviluppo della società. Anche un positivismo annacquato, però, non poteva andare bene per un filosofo come Giovanni Gentile, che, nel 1923, portò a compimento la famosa  riforma destinata a condizionare l’istruzione per molti anni. Anch’egli vede nel maestro la guida ideale per stimolare ragione e consapevolezza, ma vola più alto rispetto a Gabelli sul fronte della spiritualità, conferendo particolare importanza alla conquista di una  “umanità” condizionata proprio dalla crescita interiore e non dalla fede, secondo dettami prettamente socratici.

Dal punto di vista organizzativo l’obbligo di frequenza fu innalzato a quattordici anni e la scuola secondaria divisa in due settori: avviamento professionale e licei. L’accesso a tutti i corsi di laurea fu consentito solo a chi proveniva dal liceo classico; chi frequentava lo scientifico non poteva iscriversi a giurisprudenza, lettere e filosofia; niente università, invece, per chi conseguiva il diploma di avviamento professionale.

Nel 1955, con la DC saldamente al potere, Giuseppe Ermini conferì ai programmi un’impronta fortemente ancorata all’umanesimo cristiano, supportandoli con una didattica mutuata dal pensiero dei pedagogisti John Dewey e Jean Piaget. L’intento era quello di coniugare le radici culturali con metodiche ritenute innovative ma che, soprattutto per quanto concerne la teoria dello sviluppo cognitivo elaborata da Piaget, evidenzieranno nel corso degli anni molte lacune, sistematicamente rilevate da altri insigni pedagogisti: eccessiva attenzione alla sfera emotiva (intuizione, fantasia, sentimento) a danno della componente cognitiva e razionale della personalità. A questi rilievi, di stampo prettamente scientifico,  si aggiungevano anche quelli di natura ideologica, provenienti dagli ambienti di sinistra, che criticavano il maestro unico e  l’impostazione filo-cattolica. Sia pure tra tanti crescenti problemi, comunque, fino all’inizio degli anni Settanta, nelle scuole primarie e secondarie si registrava un clima che consentiva, soprattutto a chi ne avesse avuto davvero voglia, di perfezionare il percorso formativo in modo decoroso e dignitoso. Anche nelle facoltà universitarie, nonostante il deprecabile operato dei “baroni”, la percentuale degli studenti che conseguivano la laurea con preparazione adeguata a un onesto ingresso nel mondo del lavoro e delle professioni era di gran lunga superiore a quella che si sarebbe registrata nei decenni successivi. Le burrasche del 1968, infatti, avviarono un processo di continua disgregazione che trasformarono, con riforme e leggi varie, la  pubblica istruzione” in  “distruzione della formazione scolastica e universitaria.

Come anticipato, questo argomento è stato diffusamente trattato in tanti numeri tematici e pertanto è perfettamente inutile ribadire concetti ben consolidati nell’immaginario collettivo, quanto meno in quello delle persone sane ed equilibrate. Qui basterà dire che il radicale mutamento dei costumi, la crisi della famiglia, l’acuirsi dello scontro generazionale, il continuo e crescente declino di una classe politica pregna di tutti i difetti di quella precedente senza averne i pochi pregi, costituiscono la causa principale della disastrosa realtà attuale. Al di là di ciò che si evince dalla cronaca quotidiana, basta accedere alla piattaforma YouTube per visionare video scioccanti che ben evidenziano cosa accada nelle scuole italiane, perché molti alunni non solo si comportano in modo osceno ma si divertono a pubblicare in rete le loro oscenità. Non mancano, purtroppo,  le testimonianze che evidenziano anche i limiti del corpo docente, sotto qualsivoglia punto di vista:  scarsa o nulla capacità reattiva al comportamento violento degli alunni, inconsistente preparazione personale, debolezza di carattere, scarsa personalità, inadeguatezza al ruolo come nel caso di una docente che, circondata dagli allievi, continuò amorevolmente a discorrere con loro mentre alle sue spalle un alunno le infilava le mani nei pantaloni a bassa vita, dai quali fuoriusciva un sexy tanga, stimolandola sessualmente. Non occorre avere una laurea in psicologia per comprendere che la docente, non riuscendo a gestire i freni inibitori del subconscio, si fosse abbandonata a quell’estasi travolgente che le derivava dal piacere sessuale provocato dalle mani dell’alunno, in un contesto così coinvolgente come quello offerto dagli altri alunni che facevano da cornice. Peccato che queste gradevolissime sensazioni fossero state provate in un’aula scolastica, durante l’orario di lezione, con ragazzini di tredici anni.

COME USCIRE DAL TUNNEL: IL CORAGGIO DELLE SCELTE DIFFICILI
Non è argomento da trattare in un capitolo di un articolo ma in numero speciale del magazine. È solo possibile, pertanto, indicare delle linee guida.

Una riforma del sistema scolastico è inutile senza un radicale cambio di rotta che consenta di recuperare quei valori soppiantati dai falsi miti del modernismo, a loro volta già obsoleti e pronti a cedere il passo a nuove forme di degenerazione sociale, ancora più pericolose e disgreganti. La problematica, esposta in questo modo, appare senza via di uscita, rimandando al famoso gatto che si morde la coda: occorre cambiare tutto, in ogni ambito, ma chi può effettuare questo cambiamento se quasi tutti, tra i quali coloro che detengo il potere, accettano lo status quo e le sue contraddizioni, ritenendo che si possa agire solo all’interno dell’attuale sistema senza metterlo in discussione? Il cambiamento è possibile, invece, se la minoranza qualificata dei cittadini – per intenderci: quella che concorda nel “cambiare tutto” – trovi il coraggio di proporre le scelte difficili, motivandole con argomenti seri e validi, tacitando con la propria autorevolezza l’autoritarismo maccheronico dei parvenù che si sono impossessati del Paese e fanno a gara a chi urla più forte per imporre baggianate alle quali sono i primi a non credere. Non è un compito facile, ma l’alternativa è continuare a vivacchiare in questo clima melmoso.

A livello formativo bisogna partire dalle elementari, recuperando la figura del  maestro unico, con la sola eccezione per le lingue straniere, il che implica un’adeguata preparazione del corpo docente. Va rielaborato il quadro orario, essendo quello attuale deficitario e mal strutturato. Tutto ciò che non possa essere insegnato dal “maestro” (cultura musicale, arte, tecnologia e informatica), deve configurarsi come attività di supporto da espletarsi in fascia oraria pomeridiana. In pratica si tratta di strutturare dei veri e propri corsi tenuti da specialisti settoriali, che vanno ben distinti dalla figura del maestro, che deve ritornare a essere “il” punto di riferimento principale del fanciullo nella prima fase dell’apprendimento scolastico.
Vanno smantellate, quindi, con forza, coraggio e determinazione, tutte le tesi e teorie sciorinate, con la ben nota saccente e vacua prosopopea, da pedagogisti avvelenati un po’ da Durkeim e tanto dalla scuola di Francoforte, politicantucoli adusi a parlare su induzione senza avere alcuna cognizione delle tematiche discusse, filosofastri da quattro soldi e chi più ne abbia più ne metta, tese a trasformare la scuola elementare in una vera e propria baraonda.

Occorre aggiungere una seconda lingua straniera e intensificare la preparazione in campo tecnologico affinché i bambini non diventino solo dei  “mostri di bravura” nell’utilizzo dei programmi ma imparino a utilizzare il PC in modo  “congruo”, soprattutto per tutelarsi dalle intrusioni e dalle sollecitazioni malevole. Il PC è una casa: bisogna insegnare a difenderla né più né meno di come s’insegni a difendere, con opportuni accorgimenti, quella abitata. Di fondamentale importanza risulta l’educazione musicale, che deve fungere soprattutto da antidoto contro la spazzatura affermatasi negli ultimi decenni, che tanta presa ha sui fanciulli, rovinandoli in modo irrimediabile. Vanno rivisti, inoltre, i libri di testo e la didattica. Completamente da ridisegnare, manco a dirlo, i tre anni di scuola secondaria di primo grado, magari ripristinando il vecchio nome di  “scuola media” non fosse altro perché è più corto, le scuole superiori e l’università, quest’ultima inquinata da corsi inutili, concepiti ad arte per favorire i protetti dei baroni, che dovrebbero essere  considerati dei veri e propri criminali.

LA SCUOLA IN TEMPO DI PANDEMIA
Il rischio più grosso che stiamo correndo, tipico dei momenti tragici, èl’assuefazione al peggio”. La mente si rifiuta di percepire il pericolo e opera una sorta di rimozione che consente di convivere con l’orrore. Ciò è sbagliato, ma sbaglia anche chi, essendo immune da questa che è una vera e propria psicopatologia, reagisce con veemenza, non riuscendo a comprendere come sia possibile non rendersi conto di cose banali nella loro drammaticità: le scuole vanno chiuse senza porsi limiti temporali, perché il tenerle aperte significa solo allungare, e di molto, i tempi della pandemia. È una tragedia, il Covid-19, che non si sconfigge né ignorandola né con il muro contro muro. Con calma e pazienza, quindi, ma anche con tanta fermezza affinché non si parli al vento, occorre spiegare a chi non l’abbia ancora compreso che non è possibile conciliare l’inconciliabile, come del resto sta emergendo dai provvedimenti che si stanno emanando mentre va in stampa questo articolo. Tutto ciò, ovviamente, al netto dei mestatori, che non mancano mai e nelle tragedie ci sguazzano, volgendole a loro esclusivo vantaggio: con loro è inutile perdere tempo ed è preferibile ignorarli perché anche il rampognarli significa legittimare le loro farneticazioni.

Non saranno i mesi di chiusura necessari a superare l’emergenza pandemica che determineranno l’ignoranza dei ragazzi, come qualcuno sostiene. A prescindere dalla didattica a distanza, che va mantenuta e possibilmente estesa, vi sono molte altre valide opzioni che consentono di fare di necessità virtù in un momento drammatico come questo.

Agli studenti delle scuole medie e superiori, per esempio, si prescriva la lettura di un libro a settimana, alternando i romanzi ai saggi di carattere storico e scientifico. Per ogni libro letto dovranno redigere una recensione, che sarà vagliata dai docenti.

Anno dopo anno si sta perdendo l’abitudine di imparare le poesie a memoria, pratica che sopravvive in qualche scuola media ed è del tutto scomparsa nelle scuole superiori. I succitati stupidi presupposti di modernismo, per lo più retaggio della sub-cultura sessantottina, considerano l’apprendimento mnemonico un portato d’altri tempi  superato dalla naturale evoluzione della didattica. Quella naturale evoluzione, per esempio, che alle elementari non associa più il verbo tremare” a  “foglia” ma a “lavatrice” e consente agli studenti delle medie e delle superiori di spostare la scoperta dell’America nell’epoca moderna, la nomina di Hitler a cancelliere nel 1972, l’inizio della Seconda Guerra Mondiale nel 1789 e la fine nel 1965! Quanti ragazzi dai 12 ai 18 anni ascoltano musica classica? Se da qualche studio dovesse uscire una percentuale a una cifra non vi sarebbe da stupirsi. Come sarà un ragazzo che, alla ripresa delle lezioni in presenza, abbia letto almeno una quarantina di libri che non avrebbe mai letto, imparato un po’ di poesie e ascoltato, dopo i necessari approfondimenti, una discreta messe di sinfonie e opere liriche?

In Italia si organizzano ogni anno centinaia di concorsi di narrativa e poesia. Non tutti, è noto, sono da prendere in considerazione, ma  qualsiasi docente dovrebbe essere in grado di selezionare quelli validi. Ogni scuola, pertanto, potrebbe chiedere ai rispettivi alunni di candidarsi al concorso scelto, offrendo loro una possibilità competitiva e comparativa comunque interessante, a prescindere dal risultato finale. Sono solo degli esempi e molto altro potrebbe essere aggiunto.

Più di ogni altra cosa, però, si trovi il coraggio di spiegare bene ai ragazzi cosa stia accadendo a livello planetario, perché da quel che traspare dai social sono ben lontani dall’averlo compreso, alla pari di tanti adulti, purtroppo.

(Cliccare sulle foto per vederle ingrandite)

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