DA RAMSTEIN SEGNALI DI RISCOSSA PER L’OCCIDENTE. SI SPERA.

Ramstein

Scriviamolo subito, a scanso di equivoci e a beneficio dei rompiballe sempre pronti a guardare il dito mentre si indica la luna e, come già scritto in un precedente articolo, pronti anche a rampognare duramente se non si faccia la storia del mondo prima di parlare di qualsivoglia tragico evento attuale: i guai e le divisioni in casa nostra sono tanti; ne abbiamo sempre parlato e continueremo a farlo; ora, però, cerchiamo di apprezzare e sostenere gli sforzi per “stare insieme” contro il terribile nemico che minaccia il mondo; gli sforzi per aiutare, tutti insieme, un popolo allo stremo.

A Ramstein, nella base aerea statunitense, i rappresentanti di ben quarantatré  Paesi si sono riuniti per coordinare il sostegno militare all’Ucraina. Ai Paesi aderenti alla NATO si affiancano alleati importanti del Pacifico: Giappone, Corea del Sud, Australia e Nuova Zelanda; rappresentanti del Medio Oriente: Israele, Qatar e Giordania; quattro Stati africani: Kenya, Liberia, Marocco e Tunisia. Per l’Europa partecipano Svezia e Finlandia, che stanno lavorando alacremente per formalizzare il loro ingresso nella NATO, e ovviamente l’Ucraina.  

Gli argomenti all’ordine del giorno mettono al primo posto la sicurezza e la sovranità dell’Ucraina, concetti sui quali non sono ammesse deroghe, nonché la linea da tenere con Mosca dopo la fine delle ostilità. L’incontro arriva dopo la visita a Kyiv di Lloyd Austin (segretario della Difesa USA e coordinare generale del meeting) e Antony Blinken (segretario di Stato – funzione che negli USA equivale a quella del nostro ministro degli Esteri).

Mark Milley, capo di Stato maggiore dell’esercito statunitense, ha dichiarato che l’Alleanza deve assicurare «un supporto continuato all’Ucraina affinché vinca sul campo di battaglia». Lloyd Austin, dal suo campo, subito dopo l’incontro con Zelensky aveva dichiarato testualmente: «Vogliamo vedere la Russia indebolita a tal punto che non possa più essere in grado di condurre attività come l’invasione dell’Ucraina». I delegati statunitensi si vanno sempre più convincendo che, grazie ai sostanziali aiuti, l’Ucraina potrà fermare le armate di Putin e l’incontro dovrà servire soprattutto a rompere ogni tipo di ambiguità che ancora si registra in Europa nell’affrontare la vicenda russo-ucraina. Servono armi, non solo dagli USA ma da tutto il fronte occidentale. E servono sanzioni più severe perché finora si è solo fatto il solletico all’economia russa. La minaccia della Russia non riguarda solo l’Ucraina ma, come sto scrivendo da settimane, l’intera Europa.

Solo due giorni fa “ipotizzavo” che tutto lasciava presagire una imminente estensione del conflitto oltre gli attuali confini, con esplicito riferimento alla Transnistria, conferendo all’aggettivo “imminente” una valenza temporale superiore alla settimana. Sono stato smentito dai fatti, ma purtroppo non come sarebbe stato auspicabile, stando a quel che si sente dai media.

Speriamo che nella piccola cittadina del Palatinato Renato si lavori davvero “cum grano salis” e si percepisca che, ci piaccia o no, il mondo è cambiato all’improvviso.

Non stavamo messi bene prima; stiamo molto peggio ora. E questa volta proprio non è possibile trascinarsi in eterno con chiacchiere senza costrutto, come per i summit sull’ambiente, nei quali da mezzo secolo si dicono sempre le stesse cose. (Ne abbiamo parlato più volte in queste pagine e su CONFINI). Putin, il suo cerchio magico e purtroppo una fetta consistente del popolo russo, danno continui segnali allarmanti: che siano folli o lucidamente intenti a colpire l’Occidente, fa poca differenza. Vanno fermati prima che sia troppo tardi.

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