BYE BYE ONU

Putin e Guterres

Zelensky, che ovviamente ha ben chiare le dinamiche che muovono le mosse di Mosca, era stato molto esplicito: «Caro Guterres, che cacchio vai a fare da Putin?»
Le parole non sono state proprio queste, ma rendono bene lo spirito con il quale il presidente ucraino ha cercato di far comprendere al segretario generale dell’ONU che non vi è trippa per gatti in quel salone in cui fa bella mostra un tavolo che, simbolicamente, incarna la distanza tra due mondi con valori inconciliabili.
Ha fatto la figura del babbeo, Guterres, mentre Putin si prendeva gioco di lui, sfottendolo più o meno come dalle nostre parti fa con un intero popolo quel tizio capace di far giurare a un manipolo di lacchè che Ruby Rubacuori fosse la nipote di Mubarak. Mentire e far mentire per coprire una scopata con una minorenne, tuttavia, ancorché gravissimo, è ben poca cosa rispetto al dire in diretta planetaria, al cospetto del massimo rappresentante dei Paesi del mondo, che il massacro di Bucha non può essere imputato alle truppe russe: «Sappiamo chi ha messo in scena la provocazione», ha dichiarato letteralmente, con l’espressione sardonica di chi ben sa di potersi permettere di dire tutto quello che vuole, definendosi anche “messaggero di pace” e tirando in ballo, a giustificazione delle proprie azioni,  la dissoluzione della Jugoslavia e l’intervento armato della Nato, paragonandolo alla situazione nel Donbass. In pratica, con un ragionamento arzigogolato, ha ricordato che la Repubbliche popolari di Donetsk e Lugansk hanno il diritto di dichiarare la loro sovranità senza ricorrere alle autorità centrali dell’Ucraina, perché è stato creato un precedente in Kosovo,  autoproclamatosi indipendente dalla Serbia nel 2008 e riconosciuto solo da un centinaio di Stati. Si è “dimenticato” di aggiungere, tanto per rendere più beffarde le sue argomentazioni, che tra gli Stati che non riconoscono il Kosovo figura proprio la Russia, come noto legata a doppio filo con la Serbia. Gli errori degli altri, di fatto, “autorizzano” chiunque a commetterne di analoghi; le guerre sbagliate degli altri giustificano le proprie, permettendo di rendere legittimo ciò che in passato si era addirittura condannato. Non ragionano diversamente i politici che rubano asserendo: “tanto lo fanno tutti, una volta eletti”.

L’incontro tra Putin e Guterres, in buona sostanza, se è risultato del tutto inutile per individuare una soluzione pacifica alla guerra in atto, sotto il profilo “socio-politico” ha reso ben evidente – caso mai ve ne fosse stato ancora bisogno – che l’ONU, con le sue regole, non può in alcun modo ottemperare ai principi fondanti: “Mantenimento della pace e della sicurezza mondiale, sviluppo di relazioni amichevoli tra le nazioni,  perseguimento di una cooperazione internazionale,  favorire l’armonizzazione delle varie azioni compiute a questi scopi dai suoi membri”. Il mondo è una polveriera perché i confini geografici non corrispondono né con la volontà di dominio di molti tiranni né con il desiderio di appartenenza di milioni di persone. Le religioni fanno il resto e il forte dislivello economico aggiunge un bel carico da dieci. Prendiamo atto di questa realtà e rendiamoci finalmente conto che il mondo idilliaco, modello Shangri-la, esiste solo nello stupendo romanzo “Orizzonte perduto”, scritto da James Hilton nel 1933.

Che cosa fare, quindi? Quello che suggerisco da almeno mezzo secolo: l’Europa trovi la forza di unirsi in una federazione capace di costituire “un baluardo” contro ogni tentazione espansionistica da parte di chicchessia. Un esercito europeo, che di fatto rappresenterebbe l’esercito più potente del mondo, indurrebbe chiunque a miti consigli. Con un’Europa veramente unita sotto un’unica bandiera e un esercito “potente”, anche il ruolo della NATO assumerebbe una diversa connotazione geo-politica perché non sarebbe più a guida statunitense, ma europea. L’Europa, di fatto, assumendo il ruolo di “faro del mondo”, rappresenterebbe il più valido presupposto per quella pace oggi a parole da tutti invocata, ma difficile da raggiungere. Nel frattempo non dimentichiamoci che l’Ucraina ha bisogno di maggiori e più consistenti aiuti perché proprio non possiamo permettere che finisca nelle mani di Putin. Una volta stabiliti i “nuovi punti di forza”, potremo di nuovo permetterci di passeggiare sulla Prospettiva Nevskij e tornare ad abbracciare gli amici russi, col sorriso sulle labbra. E chissà, magari con un’Europa più potente, in Russia si potranno creare le premesse per un reale sommovimento interno capace di portare al potere le forze che si oggi si oppongono a Putin, in modo da non doverla più temere.
Non saremo a Shangri-La ma avremmo fatto davvero un bel passo avanti.

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