L’OMBRA DI STALIN: UN FILM SUL PRIMO GENOCIDIO UCRAINO

Titolo originale: Mr. Jones – Qui la versione integrale in inglese

PROLOGO
Esterno giorno. Campo di grano accarezzato dal vento, ripreso in campo lungo. Sullo sfondo, un vecchio casolare di legno. La scena si restringe verso l’interno di una stanza e il rumore del vento si fonde col ticchettio di una macchina da scrivere. Un uomo inquadrato prima alle spalle e poi di lato sta scrivendo qualcosa. La voce fuori campo ci rivela cosa : «Sull’opera non voglio fare commenti. Se non parla da sola è un fallimento. Volevo raccontare una storia facilmente comprensibile da chiunque; una storia così semplice che persino un bambino potesse capirla. La verità era troppo strana per dirla in un altro modo. Non sono nato per un’epoca come questa. E voi? Il mondo è invaso da mostri, ma suppongo che non vogliate sentire parlare di questo. Avrei potuto scrivere romanzi d’amore, romanzi che la gente ama davvero leggere; forse in un’epoca diversa lo avrei fatto. Ma se racconto la storia dei mostri per mezzo degli animali parlanti di una fattoria, forse l’ascolterete, forse capirete. È in gioco il futuro di tutti, quindi vi prego di leggere attentamente tra le righe».
L’uomo incomincia a scrivere il romanzo e la voce fuori campo, declamando le parole iniziali, ci fa comprendere che si tratta di George Orwell mentre dà corpo a uno dei suoi capolavori: “La fattoria degli animali”.

La scena si sposta altrove. Un giovane, in un grande salone con attempati signori raccolti attorno al tavolo, parla del viaggio in aereo in compagnia di Hitler e Goebbels. Da ciò che dice capiamo che siamo a Londra, nel 1933, e il giovane è Gareth Jones,  il giornalista gallese del Western Mail  che aveva trascorso qualche mese in Germania per raccontare l’ascesa al potere di Hitler. Con palpabile enfasi riferisce ai membri del governo capeggiato da Lloyd George, di cui è consulente per gli affari esteri, le impressioni maturate durante il soggiorno, suscitando condivisa ilarità perché nessuno dà credito alla sua previsione circa “l’imminenza di una guerra”.
(Dal film Mr. Jones, disponibile in italiano con il titolo  “L’ombra di Stalin”, diretto dalla regista polacca Agnieszka Holland).

IL GRANO DELLA CRIMEA È L’ORO DI STALIN
“Ben seduto sopra al trono, Stalin suona il suo violino. Guarda in basso con cipiglio, il Paese che dà il pane. Il violino è in legno scuro e l’archetto è molto teso. Quando suona i suoi comandi, li ascoltiamo tutti quanti. Ora Stalin ha finito di suonare il suo strumento. L’ha suonato così forte che le corde si son rotte. Sono morti quasi tutti, pochi sono sopravvissuti. (La poesiola, fino a questo punto nel film declamata da una bambina, continua sotto forma di canto, in russo, con sottotitoli in inglese,  N.d.R.)  Affamati e infreddoliti, siamo nelle nostre case. Niente da mangiare, nessun posto per dormire e il nostro vicino ha perso la testa (has lost his mind; ha perso la mente, è impazzito, N.d.R.) e ha mangiato suo figlio”.   (Triste canto dei bambini ucraini vittime dell’holodomor).

Non amo parlare delle piattaforme on line che trasmettono film, spesso producendoli e quindi impedendo la loro diffusione nei circuiti tradizionali, e mi genera grande sofferenza vedere la massiccia e crescente propensione all’utilizzo del tablet o addirittura del telefonino per la visione, la qual cosa equivale ad entrare nel ristorante La Tour d’Argent all’ora di pranzo e ordinare un hamburger con patatine fritte. Ma di questa triste fenomenologia sociale parlerò in altra occasione. Ora, invece, mi concedo una eccezione perché su una nota piattaforma, non a caso appartenente al terzo uomo più ricco del mondo, è disponibile un film del 2019 letteralmente snobbato dalle principali emittenti televisive e, manco  a dirlo, mai uscito nelle sale italiane: “Mr. Jones”, tradotto con il titolo “L’ombra di Stalin”.  Un film da vedere assolutamente sia per il valore intrinseco di natura storica sia per il solido rapporto con i fatti attuali.

La trama riguarda lo sterminio per fame del popolo ucraino perpetrato da Stalin,  denunciato al mondo dal giornalista gallese Gareth Jones, che si recò in Russia nel 1933, dopo l’esperienza berlinese, e poi in Ucraina, per seguire le orme di un collega assassinato perché aveva scoperto il genocidio che si stava perpetrando. Jones aveva solo ventotto anni, ma il solido background culturale, la prima laurea conseguita a soli ventuno anni, la seconda presso l’Università di Strasburgo nel 1929, la perfetta conoscenza del francese, del tedesco e del russo gli avevano consentito una grande autorevolezza presso la redazione del giornale con cui collaborava, il Western Mail di Cardiff, e di essere nominato consulente per gli affari esteri dal Primo Ministro inglese. L’apprendimento del russo gli era stato facilitato dalla madre, che aveva lavorato  nel territorio ora “ancora ufficialmente appartenente” all’Ucraina, al servizio di John Hughes, fondatore della città di  Hughesovka, l’attuale Donetsk, caduta nelle mani dei russi dopo la recente invasione. Jones vi abitò per un breve periodo, insegnando l’inglese agli abitanti.

Il film ricostruisce dettagliatamente le vicende connesse alla drammatica scoperta dell’Holodomor, mettendo bene in evidenza la difficoltà riscontrata nel far conoscere la verità a causa della “simpatia” tributata dagli intellettuali di tutto il mondo al regime sovietico, grazie anche ai reportage di corrispondenti infami, per convenienza personale asserviti al regime staliniano pur conoscendone la vera essenza. Sotto questo profilo spicca il confronto tra James e il collega Walter Duranty, inglese di nascita ma emigrato negli USA, dove fu assunto dal New York Times  per poi essere inviato a Mosca come corrispondente. Duranty divenne ben presto un “vero” propagandista di Stalin, vinse anche un premio Pulitzer e con la sua influenza riuscì a convincere il presidente Franklin Delano Roosevelt a riconoscere ufficialmente l’Unione Sovietica, nascondendogli le atrocità di cui era responsabile Stalin. Nel film, mentre in un lussuoso ristorante Duranty festeggia con i facoltosi amici e colleghi l’evento solennemente annunciato dalla radio, drammaticamente impietosa, la voce fuori campo cita un passo del romanzo orwelliano: «Le creature fuori guardavano dal maiale all’uomo, dall’uomo al maiale e ancora dal maiale all’uomo, ma già era possibile dire quale fosse l’uno e quale fosse l’altro».
Il film, è facile intuirlo, è pregno di scene che evidenziano magnificamente il tormento di un uomo che in Ucraina vede scene raccapriccianti e non riesce a comprendere come, occidentali come lui, riescano a fare la bella vita a Mosca, incuranti delle atroci sofferenze di un popolo costretto a cibarsi con i cadaveri dei propri cari, morti prima di loro. Indescrivibile, per crudezza, la scena nella quale Jones, rifugiatosi nella casa dove aveva abitato con la mamma, dopo essere sfuggito alle autorità sovietiche che lo avevano smascherato ed avevano timore che potesse rivelare la “verità” dei fatti, si vide offrire del cibo da alcuni ragazzi e alla domanda su dove lo avessero reperito gli fu indicato il corpo senza vita del loro fratello maggiore. Emblematico anche l’incontro con Orwell, al quale rivelò che le autorità russe, dopo averlo catturato, gli intimarono di ritornare in Inghilterra e raccontare che in Ucraina tutto funzionava a perfezione e che nessuno moriva di fame, altrimenti sei ingegneri inglesi, anch’essi imprigionati senza che avessero commesso alcun reato, sarebbero stati uccisi.  «Se racconto questa storia – disse Jones – moriranno sei uomini innocenti; se però la scrivo, milioni di vite umane potrebbero essere salvate». Lapidaria la replica di George Orwell: «Io penso che dire la verità senza curarsi delle conseguenze sia un suo dovere, e un nostro diritto ascoltarla».

Jones raccontò la storia e disse anche che se Stalin non fosse stato fermato in tempo, ne sarebbero arrivati altri come lui. Ancora una volta, però, nessuno gli diede retta: l’unica preoccupazione era fare di tutto per non irretire Stalin con le sue storie. Orwell scrive nel suo romanzo: «Ma proprio in quel momento, come a un segnale convenuto, tutte le pecore scoppiarono in un belato tremendo. Quattro zampe buono, due gambe meglio. Continuarono per cinque minuti senza fermarsi. Quando le pecore si furono fermate l’occasione di protestare ormai era persa perché i maiali erano rientrati nella fattoria».

Anche Lloyd George rampognò severamente Jones, invitandolo a ritrattare le sue dichiarazioni perché aveva ricevuto le rimostranze da parte del governo sovietico e non poteva permettersi di rompere i rapporti con Stalin, mettendo a rischio gli scambi commerciali e l’attività delle industrie che operavano in Unione Sovietica, sostenendo le finanze del Regno. Tutta la stampa anglo-americana  si scagliò contro Jones, sobillata dal potente Walter Duranty, che sul New York Times pubblicò un articolo diffamatorio nei confronti del collega e altamente elogiativo per Stalin: «Voglio rassicurare i miei lettori affermando che la storia della carestia è completamente inventata», scrisse l’infame.

Jones ritornò a Cardiff e riprese a lavorare presso il Western Mail, ma con ruolo ridimensionato rispetto al suo valore. Caso volle, però, che ebbe l’opportunità di parlare con William Randolph Hearst, a capo del più imponente gruppo editoriale e multimediale dell’epoca, che contava decine di giornali, riviste, stazioni radiofoniche, agenzie che fornivano notizie ai quotidiani di tutto il mondo. I giornali di Hearst pubblicarono l’articolo di Jones e così la cortina di fumo che aveva avvolto i crimini di Stalin si dissolse come neve al sole. Solo apparentemente però, perché, nonostante l’evidenza, i fatti futuri avrebbero dimostrato che l’umanità non ha tratto alcuna lezione da quei drammatici eventi. «Per giorni e giorni gli animali non mangiarono che paglia e barbabietole. La fame sembrava guardarli dritti in faccia. Era di vitale importanza nascondere questo fatto al mondo esterno. Incoraggiati dal crollo del mulino, gli umani stavano già inventando nuove menzogne sulla fattoria degli animali» fa dire la regista alla voce fuori campo, lasciando a Orwell le ultime drammatiche e profetiche parole.

Il RUOLO DEL GIORNALISTA
«Il giornalismo è la professione più nobile; devi seguire i fatti, dovunque portino, senza prendere posizione». Così si esprimeva Jones parlando con una collega tedesca, giustamente irretita per la piega che stava prendendo la politica del suo Paese, ma ritenendo che il comunismo staliniano potesse essere “la soluzione” per i problemi del mondo.
Seguire i fatti senza prendere posizione è qualcosa di straordinariamente sublime, perché consente di dire oggi che Tizio è stato bravo nella tal cosa e domani che ha commesso una sciocchezza immane. Chi eserciti la professione  “prendendo posizione”, invece, ponendosi al servizio di qualcuno, prima o poi riceverà “l’ordine” di scrivere che Ruby Rubacuori è la nipote di Mubarack, che Putin è buono e misericordioso e la Russia dovrebbe entrare nell’Unione Europea, che la colpa della Seconda Guerra Mondiale va attribuita a Francia e Inghilterra e altre amenità simili. I giornalisti veri, gli uomini come Gareth Jones dovrebbero essere portati in palmo di mano, ma la storia insegna, invece, che sono i Walter Duranty a vincere i premi Pulitzer e a vivere alla grande.

Per la cronaca: nell’agosto del 1935, Gareth Jones, mentre effettuava un reportage nella Mongolia Interna, fu rapito da alcuni banditi grazie alla complicità della guida, di cui ignorava il legame con i servizi segreti sovietici. Fu ucciso il 12 agosto, alla vigilia del trentesimo compleanno. La sua attività giornalistica in Unione Sovietica, come ampiamente trasparso, ispirò  Eric Arthur Blair, alias George Orwell, per la stesura del romanzo “La fattoria degli animali”.

NOTE A MARGINE
Mentre scrivo questo articolo, dalla TV, impietose, giungono le immagini dell’offensiva russa in Ucraina. Il corrispondente di SkyNews24, Jacopo Arbarello, parla da Kharkiv con il freddo tono professionale imposto dal ruolo, ben celando ciò che prova: «Le cose vanno sempre peggio in Donbass per l’esercito ucraino. Questa mattina è arrivata la notizia che l’esercito russo controlla tutta la città di Liman,  strategica perché e un hub ferroviario». Seguono le informazioni sull’inarrestabile avanzata e l’accerchiamento di importanti città, senza gas e senza elettricità da settimane. Sono oltre diecimila i soldati ucraini assediati. L’artiglieria, secondo consolidate tattiche militari, sta spianando la strada alla fanteria per l’attacco finale. Gli ucraini invocano nuove armi e il corrispondente dice che “forse si sbloccherà qualcosa da parte degli USA”, tra qualche settimana.

Zelensky, conclude l’inviato, accusa espressamente la Russia di praticare il genocidio del popolo ucraino e chiede con insistenza le armi di cui ha bisogno per difendere la sua gente.  Questo è il secondo genocidio ucraino, cui assistiamo in diretta mondiale grazie ai reportage di valorosi giornalisti.

Che dire, a questo punto? Poco o punto.  Le cose, come sempre, andranno come si deciderà lì dove si puote ciò che si vuole e noi poco possiamo fare, ora. Facciamolo, comunque, almeno quel “poco”. Nelle edicole, nei web store, nelle librerie, è disponibile il saggio Volodymyr Zelensky per l’Ucraina”, edito da “La nave di Teseo”. Il libro raccoglie i discorsi del presidente ucraino sin da quando invitò solennemente il popolo all’unità di fronte all’imminente invasione russa. Dalle parole drammatiche del primo giorno di conflitto a quelle pronunciate davanti al Parlamento italiano, al Congresso americano e nelle più alte sedi europee, fino ai discorsi rivolti alla popolazione pubblicati sui social network, Zelensky è in prima linea. Difensore del suo Paese e della libertà messi in pericolo dalla guerra, ci avverte: «se cade l’Ucraina, cade l’Europa».

L’opera è stata pubblicata con il concorso delle autorità governative ucraine, rappresentate da Sua Eccellenza Vadym Omelchenko, ambasciatore in Francia. Il ricavato delle vendite sarà versato all’organizzazione di sostegno al popolo ucraino gestita dall’ambasciata ucraina in Francia. Non sarà molto, non fermerà i carri armati, ma servirà a dare un minimo di conforto a chi ha perso tutto e ora sta perdendo anche la speranza.

Scena del film: Jones in Ucraina tocca con mano gli effetti del genocidio

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