NATO: BENVENUTE SVEZIA E FINLANDIA

Magdalena Andersson e Sanna Marin

Oggi festeggiamo con la gioia nel cuore l’ingresso nella NATO di Svezia e Finlandia.
I problemi “interni” da risolvere sono tanti, ma oggi niente polemiche, anche perché la priorità va data a quelli “esterni”. Un passo alla volta. In tanti, per fortuna, stanno capendo che occorre pensare a un mondo migliore prima che sia troppo tardi. (Con molto ritardo – mi si perdoni l’autocelebrazione – considerato che chi scrive va ripetendo  di questa necessità parlano da molti anni). La NATO più forte e l’EUROPA più unita sono le premesse basilari per un futuro di pace.

I media dedicano molta attenzione al vertice della NATO, che inizia ufficialmente oggi a Madrid, dopo il “prologo” di ieri, non a caso definendolo storico.
Qui da me vi sono quarantadue gradi e, nel rispetto di quell’austerity che nessuno ci impone ma che tutti dovremmo auto infliggerci,  sto refrigerando il mio studio con “giochi di corrente” tra porte e finestre, senza far ricorso all’aria condizionata. Non è male, ma non ce la faccio a produrmi in un’analisi articolata su cosa rappresenti l’evento e pertanto vi rimando al bellissimo articolo di Claudio Tito su “la Repubblica”, il quale o è molto più resistente di me alla calura di questi giorni o ha scritto le sue riflessioni senza farsi tanti scrupoli, trasformando il posto di lavoro, in redazione o a casa, nella classica cella frigorifera che porterà alle stelle la prossima bolletta energetica. Se così fosse lo perdoniamo, dovendo egli onorare un impegno per il quale prende bei soldini, a differenza dell’umile collega che scrive questa nota.
(Se per una ragione qualsiasi il link non dovesse aprirsi o l’articolo non dovesse leggersi integralmente, lo trascrivo integralmente in calce).

Per quanto mi riguarda, pertanto, posso solo “onorare” questo giorno con un aneddoto personale, risalente a ben quarantasei anni fa, quando servivo la Patria in armi nel Corpo d’élite dell’Esercito Italiano, presso il 18° Battaglione “Poggio Scanno”, in quel di Milano. Alternavo il ruolo di “mortaista da 120” a quello di collaboratore del Comandante, per il quale traducevo gli articoli pubblicati nelle riviste militari francesi, inglesi e statunitensi. Incarico particolarmente gradito sia per lo status privilegiato che da esso scaturiva sia per l’arricchimento culturale dovuto alla lettura  di testi che, oltre alle strategie militari, trattavano argomenti di storia e geo-politica, mettendo in luce come i nostri alleati vedessero le vicende legate alle due guerre mondiali, alla guerra fredda, ai rapporti con la Russia, che allora costituiva il fulcro dell’URSS e faceva più paura di quella dissoltasi dopo il crollo del muro di Berlino e, purtroppo, meno di quella che ha ripreso a ruggire con la terribile recente invasione dell’Ucraina. Qualche problema, invece, si registrava sul fronte dell’addestramento tattico, a causa delle scarse risorse economiche dal Governo destinate alle Forze Armate, che  obbligavano a scelte forzate per rispettare il budget assegnato. All’esercitazione pratica, per esempio, fu destinato un solo giorno di addestramento nel poligono di Cuzzago Nibbio e ciascun mortaista ebbe a disposizione solo un proiettile per calibrare il tiro.

   I mortai attualmente in dotazione nei vari eserciti, dal punto di vista progettuale, sono identici a quelli di cento anni fa e si differenziano solo per l’utilizzo di bombe con sistemi di guida laser e GPS, che consentono la massima precisione nel centrare il bersaglio. All’epoca, invece, il puntamento veniva effettuato con complessi calcoli trigonometrici e a ogni batteria venivano assegnate quattro risorse (attualmente ne bastano due):  il comandante di squadra, solitamente un graduato, che aveva il compito di controllare l’arma prima del tiro e comunicare i dati da impostare; il capo arma puntatore, che impostava i dati di tiro; il porgitore, o servente all’alzo, che porgeva le munizioni al caricatore, detto anche servente allo sbando, che doveva intervenire sulla bussola dell’affusto e poi, finalmente, infilare il proiettile nella bocca di fuoco.

   Il mortaio in dotazione era difettoso e pertanto, nonostante il corretto puntamento, il proiettile cadde almeno duecento metri sulla destra del bersaglio, senza che ciò costituisse alcun problema: il tiro risultava perfetto, a giudizio del capitano, in virtù dello sbandamento previsto.

   L’attività in caserma procedeva con il metodico programma quotidiano, che sfociava nelle gradite scappatelle del fine settimana, sfruttate per un breve rientro domiciliare o per l’inevitabile avventuretta sentimentale con qualche fanciulla disponibile, magari conosciuta durante le frequenti passeggiate al Parco Lambro nelle ore di libera uscita. Di nuove esercitazioni pratiche non se ne parlava proprio. Come un fulmine a ciel sereno, invece, arrivò una notizia che fece trasalire tutti: trasferta a Capo Teulada per partecipare alle esercitazioni congiunte dei Paesi aderenti alla NATO. La notizia, ovviamente già nota ai superiori, ci fu comunicata solo sette giorni prima della partenza. Forte del ruolo privilegiato in funzione del rapporto diretto col Comandante, trovai il coraggio di chiedere un ritorno al poligono per effettuare i tiri necessari a stabilire una corretta taratura del mortaio, al fine di correggere lo sbandamento, ottenendo, però, un deciso rifiuto: le deficitarie risorse economiche non consentivano esercitazioni fuori programma.  Il poligono di Capo Teulada, raggiunto dopo un estenuante viaggio in treno, elicottero e camion militare, si estende su una superficie di ben 7.200 ettari e funge da struttura per le esercitazioni sin dal 1951. Le esercitazioni del battaglione erano programmate per il giorno successivo a quelle dei soldati statunitensi, che si fecero ammirare per efficienza e l’impressionante volume di fuoco rovesciato sui vari bersagli, sia con i carri armati sia con le armi in dotazione alla fanteria.

   Verso le dieci del mattino furono i fanti a iniziare le esercitazioni, che consistevano nella simulazione di un attacco a una postazione nemica. Erano muniti del vecchio fucile Beretta BM 59, che consentiva di sparare a colpo singolo o a raffica. Il caricatore poteva contenere venti colpi, ma a ogni soldato ne furono dati solo otto, con l’ordine perentorio di sparare a colpo singolo, distanziando gli spari di qualche secondo per dare alla manovra un minimo di credibilità, senza peraltro riuscirvi: il volume di fuoco era davvero poca cosa rispetto a quello messo in campo dai soldati statunitensi, il giorno precedente.

Bersagliere a cinque anni, a venti… bersagliere per sempre.

   Nel pomeriggio era prevista l’esercitazione con il mortaio e proprio non mi andava di espormi a una brutta figura, ancorché ampiamente prevista e quindi senza conseguenze. Il bersaglio da colpire era al centro di un isolotto distante poco più di tre chilometri dalla postazione e trecento metri dalla battigia, a ridosso della quale era stato collocato un immenso palco che ospitava autorità civili, militari e religiose; giornalisti e ospiti vari. L’ordine era chiaro: calcolare la traiettoria senza preoccuparsi dello sbandamento e pazienza per il sicuro mancato centro. Anche a venti anni non potevo certo definirmi una “testa calda” ma,  come già detto, l’idea di far ridere i soldati di mezzo mondo proprio non la reggevo. Un pensiero mi frullava nella mente già da alcuni giorni: calibrare il tiro in modo da “tentare” di recuperare lo sbandamento. Tutto sarebbe stato più semplice se si fossero effettuate delle esercitazioni preventive, ma si poteva tentare lo stesso il colpaccio: dopo tutto si trattava di recuperare un paio di centinaia di metri sulla destra dell’isolotto con una piccola correzione manuale dell’angolo di incidenza. Magari il proiettile non sarebbe caduto proprio al centro del  cerchio dipinto sul terreno, che fungeva da bersaglio, ma comunque non sarebbe finito in mare! La correzione empirica della parabola, invece, leggermente superiore a quella che sarebbe servita per centrare l’isolotto, purtroppo “conquistò” oltre duecento metri anche alla sua sinistra! Il proiettile, quindi, cadde non lontano dalla battigia, sollevando un’enorme massa d’acqua che generò il panico tra le autorità ammassate sul vicino palco. Errore umano o atto terroristico? Nessuno perse tempo a chiedersi cosa stesse accadendo e iniziò il più classico dei fuggi fuggi. Un generale turco, che assisteva alle operazioni con moglie e figli, era il più inferocito e urlava frasi che non lasciavano presagire nulla di buono. In men che non si dica la batteria fu circondata da soldati con le armi in pugno, mentre un ufficiale ci ordinava con quanto fiato avesse in corpo di sdraiarci per terra, con le mani dietro la schiena.  Replicando con pari intensità vocale cercavo di spiegare  che l’unico responsabile ero io,  ma in quella concitazione nessuno mi dava retta e così fummo messi tutti in guardiola. Il provvidenziale arrivo del Comandante consentì di risolvere il problema dei commilitoni ingiustamente arrestati, mentre io restai in cella per tutta la durata delle esercitazioni, che si conclusero dopo tre giorni. 

   In Italia non esiste la “Corte marziale” e la competenza per i reati commessi dai militari è riservata ad appositi tribunali, ubicati a Verona, Roma, Napoli, ciascuno con giurisdizione negli ambiti territoriali di pertinenza. Non ho mai saputo esattamente come si svolsero le vicende connesse al mio atto di insubordinazione, ma non subii alcun processo e mi furono solo comminati tre giorni di prigione, da scontare al termine del servizio. Fui anche esonerato dalla collaborazione con il Comandante, cosa che mi dispiacque molto sul piano umano, mentre non sortì particolari effetti su quello pratico, dal momento che mancavano meno di due mesi al termine del servizio di leva.
Che cosa dire a conclusione di questo aneddoto? Che un esercito ha bisogno di risorse adeguate per essere “efficiente” e pertanto le recenti polemiche che hanno investito il Governo per il potenziamento del nostro apparato militare sono stupide, pretestuose e pericolose.
«Il mondo è cambiato» ha ripetuto più volte, nei mesi scorsi, l’attuale segretario generale della Nato, ribadendolo in modo ancora più chiaro solo poche ore fa, a Madrid: «ll mondo è totalmente diverso ora, rispetto al 2010, quando avevamo concordato l’attuale Concetto strategico a Lisbona. Nel 2010 ero lì come primo ministro norvegese e a quell’incontro partecipava anche Dimitri Medvedev, che allora era il presidente della Russia. Ci mettemmo d’accordo sul fatto che la Russia era un partner strategico per la Nato. Naturalmente, ora non sarà così. Mi aspetto che, quando i leader daranno il loro accordo oggi sul nuovo Concetto strategico, dichiarino chiaramente che la Russia rappresenta una minaccia diretta alla nostra sicurezza. E, naturalmente, questo si rifletterà su tutto il Concetto strategico, e anche sulle altre decisioni che prendiamo; ad esempio, per investire di più e anche per migliorare e rafforzare la nostra difesa collettiva e la nostra posizione di deterrenza e difesa».

Il mondo è cambiato, dice Jens Stoltenberg, e che ci piaccia o no dobbiamo prenderne atto. Un Paese europeo, prossimo ad entrare nell’Unione, sta subendo una vile aggressione e tutto lascia presagire che le mire espansionistiche della Russia, come più volte scritto in precedenti articoli, vadano ben oltre l’Ucraina. Bisogna agire subito, quindi, per bloccare “l’orso russo”, o sarà troppo tardi per preservare l’Europa , e forse il mondo intero, da quella catastrofe che nessuno vuole. Ora più che mai vale il vecchio detto: “Si vis pacem para bellum”.

Di seguito l’eloquente articolo di Claudio Tito.

Una Nato globale che guarda all’Est Europa e alla Cina: a Madrid l’Alleanza ridisegna il suo futuro

La Nato deve cambiare, trasformarsi. Compiere ora la sua più grande riforma “dalla fine della Guerra fredda”. L’obiettivo è diventare “globale”. E per questo non può che assumere un assetto “bicefalo”. Che guarda a Est ma con due lenti diverse. Con una rafforza i legami con suoi “membri”, imposta un rapporto innovativo con l’Unione Europea e torna a chiamare esplicitamente la Russia un ”nemico”. Con la seconda lente definisce un quadro di “partnership” dall’Africa all’estremo Oriente. Perché il mondo della Difesa non si muove più solo lungo l’asse Washington-Mosca. Entra nel grande quadro della geopolitica la Cina. Che non è un avversario militare ma rappresenta una “sfida”. E in questo quadro generale, l’Ucraina è quasi un test. Da cui dipende il futuro dell’Organizzazione. Da superare. Per questo Kiev verrà sostenuta e difesa “fino alla fine”.

Che cosa è lo Strategic Concept

Dopo dieci anni l’Alleanza Atlantica aggiorna dunque il suo “Strategic Concept”. Un vero e proprio programma di azione per il prossimo decennio che si fonda su un concetto preliminare: “Resilienza”. La capacità di resistere e di sagomarsi sulle nuove esigenze. Rispetto all’impostazione del precedente summit di Lisbona, il cambiamento è totale. Sembra passato un secolo. E così ogni valutazione si basa sulla traiettoria Mosca-Pechino. Nell’ultima bozza del documento finale, allora, la Russia è il primo pericolo da affrontare. Si tratta di una totale inversione del rapporto. Nel precedente Concetto Strategico il Cremlino era definito un “Partner” e Pechino non era sostanzialmente menzionata.

La difesa dell’Est Europa: i “B-Nine”

Ma quest’ultimo – il ruolo cinese –  è uno dei punti ancora da definire. Gli Stati Uniti, in extremis, stanno cercando di rafforzare il giudizio sulla Cina. La Casa Bianca vorrebbe un salto ulteriore. Per gli States è troppo poco definire Pechino una “sfida”. Sebbene – si legge nel documento – si faccia riferimento a “sicurezza, valori e interessi” dell’Organizzazione. Ovviamente il rischio che un’alleanza tra Cina e Russia si saldi definitivamente accompagna nella sostanza l’intero documento.

Quindi? Quali sono le risposte della Nato? La prima riguarda la “postura” ai confini dell’Europa orientale. Perché la Russia rappresenta comunque “l’attacco più diretto alla nostra sicurezza”. Più truppe (fino a 40mila uomini in più) e più mezzi, allora, in tutti i Paesi-membri vicini della Russia. A cominciare dai Baltici. I cosiddetti “B-Nine”, cioè il gruppo dei nove alleati dell’ex gruppo un tempo appartenente al Patto di Varsavia, chiedono anche “comandi permanenti” nei loro territori. Soluzione, però, che al momento non dovrebbe essere praticata anche perché significherebbe distogliere risorse e strutture da Paesi come Germania e Italia. Ma viene amplificata la strategia della “deterrenza”: quindi più truppe, più depositi, più armi, più aerei e più ”air policy” in difesa del fronte Est.

In questa prospettiva l’Ucraina si presenta come una battaglia che non si può perdere. E continuerà ad essere aiutata con un “pacchetto complessivo” cercando di evitare una escalation del conflitto. Resterà e anzi sarà sempre più un “partner” e si lancerà da subito uno sguardo alla ricostruzione.

La “sfida” alla Cina

Nello stesso tempo, la “seconda testa” deve rivolgersi ancora più a oriente. Con la Cina il rapporto non potrà essere che competitivo. Anche sul piano delle “nuove tecnologie”. Ma al momento preoccupa soprattutto l’espansione degli interessi di Pechino in Asia, in Africa e anche nel continente Artico. Per questo serve un ampliamento delle prospettive. Con un sistema ampio di “partnership”.  Una rete di relazioni che si realizzi come un vero e proprio contropotere anticinese. Non è un caso che a Madrid sono stati invitati due “gruppi” diversi di “amici” in qualità di ospiti. Il primo appartiene alla sfera dell’Indopacifico: Giappone, Corea, Australia e Nuova Zelanda. È anche il modo per porre fine alla diatriba della scorsa estate sulla cosiddetta alleanza Aukus ma soprattutto per arginare l’espansionismo di Pechino. Nello stesso tempo saranno presenti Bosnia, Giordania e Mauritania. Stesso obiettivo ma su un’area del mondo diversa, quella del Sud.

Finlandia e Svezia

Da qui alla fine del vertice, però, manca un ultimo tassello. L’ingresso della Finlandia e della Svezia nella Nato. Fino ad oggi la Turchia ha continuato a porre il veto. Vuole rassicurazioni sul giudizio che i due potenziali membri esprimono sul Pkk, il partito dei lavoratori curdo. I contatti gestiti fino ad ora dal Segretario Generale Jens Stoltenberg non hanno condotto ad una soluzione. Anzi, il vertice dell’Alleanza ha sostanzialmente chiesto al presidente americano di provare a svolgere la mediazione finale per evitare che il vertice si trasformi in un fallimento e in una vittoria, almeno di immagine, per Putin. Biden dovrebbe allora avere nelle prossime ore – dopo la recente telefonata – un incontro bilaterale con Erdogan. La chance estrema di arrivare ad un accordo. Il Summit di Madrid si caratterizza sempre più come straordinario. Proprio come i tempi che stiamo vivendo in Europa.

***
Tito ha scritto il suo articolo ieri e, come noto, Erdogan ha tolto il veto sui due Paesi scandinavi (di questo aspetto parlerò in un prossimo articolo: come anticipato oggi niente polemiche interne) e poco fa è stato varato  il nuovo Strategic Concept 2022 che prevede un incremento di truppe e strutture Nato in  Polonia (che avrà una nuova base strategica), Romania,  Italia, Germania e Spagna.

L’Occidente è sotto attacco e frustrato da mille contrasti interni. Le sfide future impongono unità d’intenti e forte coesione, o saranno dolori.



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