FINIS HUIUS EUROPAE

 (Io mi fermo qui e parlo solo di quella bella).

Fonte foto: Huffingtonpost.it

INCIPIT
«Solo et pensoso i più deserti campi vo mesurando a passi tardi e lenti, et gli occhi porto per fuggire intenti ove vestigio human l’arena stampi». (Francesco Petrarca)

«Se chiudo gli occhi vedo talvolta un paesaggio oscuro con pietre, rocce e montagne all’orlo dell’infinito. Nello sfondo, sulla sponda di un mare nero, riconosco me stesso, una figurina minuscola che pare disegnata col gesso. Questo è il mio posto d’avanguardia, sull’estremo limite del nulla: sull’orlo di quell’abisso combatto la mia battaglia». (Ernst Jünger)

«Quando mi veniva voglia di capire qualcuno o me stesso, prendevo in esame non le azioni, nelle quali tutto è convenzione, bensì i desideri. Dimmi cosa vuoi e ti dirò chi sei». (Anton Pavlovic Cechov)

«Mamma, perché hai scelto Pompeo come secondo nome? Lo sto studiando ora e non è che mi piaccia molto». «Sapevo che non ti sarebbe piaciuto, ma non ti dirò perché ti ho chiamato come lui. Dovrai scoprirlo da solo». «E come?» «Vi sono solo tre modi: studiare bene la storia; non fidarti di ciò che studi; impegnarti a scoprire dove si celi l’imbroglio. Se vi riuscirai, vorrà dire che avrai capito il senso della vita. E sarai un uomo migliore». «E se non vi riuscirò?» «Poco male, sarai come la maggioranza del genere umano».  (Giuseppina Federico, la Maestra, mia Madre, 1966)

«Sei nato troppo tardi rispetto al passato e troppo presto rispetto al futuro, ma per quelli come te questa frase sarebbe valida sia nel passato sia nel futuro, quindi non crucciarti e cerca solo di imparare a convivere col presente, senza farti male». (Papà Lorenzo, l’uomo che sapeva solo amare, 1974).

«Se un giorno dovessi renderti conto che ti occorrono più di cinque secondi per scegliere le prime parole di un articolo, non scriverlo quell’articolo». (Piero Buscaroli, 1975)

«La più consistente scoperta che ho fatto dopo aver compiuto sessantacinque anni è che non posso più perdere tempo a fare cose che non mi va di fare». (Jep Gambardella, 2013; Lino lavorgna, 2020).

Ille est Pasquale, qui difficilius ab honestate quam sol a cursu suo averti potest. (Michele Falcone, amico del cuore, 2015).

*****

Sono trascorsi cinquanta anni nove mesi e alcuni giorni da quando, con il cuore che batteva forte, ricevetti da Nino Tripodi la nomina a corrispondente da Caserta del “Secolo d’Italia”. Da oltre mezzo secolo, quindi, su vari organi di stampa non faccio altro che parlare dei mali del mondo e di ciò che servirebbe per curarli. Non ho mai pensato che i miei scritti potessero influire in qualche modo sul corso degli eventi, anche perché ho sempre relegato l’impegno giornalistico in una dimensione extra-professionale, coltivandolo per passione o come supporto per altre attività in campo politico, culturale, lavorativo, decidendo di iscrivermi all’Ordine dei giornalisti solo dopo essere andato in pensione.  Nondimeno mi è sempre piaciuto esporre il mio pensiero, tirare sberle ai lestofanti, sbeffeggiare i mestatori, suggerire ciò che ritenevo potesse costituire un correttivo a qualsivoglia bruttura, in buona o cattiva fede commessa. Spesso, reiterando consolidate metodologie analitiche, sono stato costretto a ridire concetti e fatti afferenti a un passato che sembrava remoto, reso però attualissimo dal ciclico ripetersi delle distonie epocali e dalla mancata attenzione a chi, con largo anticipo rispetto ai tempi attuali, aveva previsto la deriva planetaria verso gigantesche forme di disfacimento e disperatamente cercava di farsi ascoltare. Io ero e sono ancora tra costoro, ma ciò che vedo ora è troppo nauseabondo e pesante da digerire. Soprattutto è pesante da descrivere, come meglio si percepirà più avanti, e pertanto ho deciso di cambiare registro narrativo.

Ho vissuto e continuo a vivere all’insegna di valori rigorosi, per i quali ho pagato, consapevolmente e coscientemente, un prezzo altissimo. Pur volendo, del resto, non sarebbe stato possibile altrimenti, per manifesta incapacità a derogare da quelle regole insite nel DNA ed esaltate dal continuo esempio di genitori straordinari, più unici che rari. Va bene così, quindi, mentre vago tra i ricordi, indelebili, perché carta canta, assaporando il magnifico profumo di una libertà assoluta e totale, che mi ha consentito di camminare sempre a testa alta e di farla abbassare ai servi intrisi di squallore esistenziale, anche quando proprio grazie ad esso sono stati ritenuti utili al potere, traendone grande beneficio. Una libertà che senz’altro ha limitato i “doni materiali”, ma mi ha consentito di ricevere quello più bello che un uomo (un vero uomo) potesse desiderare, racchiuso in quella stupenda frase presente nell’incipit, pronunciata da una delle poche persone che sono state capaci di amarmi senza riserve e con piena sincerità d’animo. Oggi Michele Falcone cavalca le verdi praterie, essendosi dovuto arrendere a quel terribile virus che flagella l’umanità da oltre due anni, ma me lo trovo in ogni attimo al mio fianco, grazie proprio a quella frase, scritta con caratteri cubitali nel poster affisso alla parete del mio studio, contenente quel termine sublime il cui significato va ben oltre quello scontato che subito salta alla mente (per quella onestà non sarebbe stato necessario scomodare Eutropio, essendo sufficiente la storia personale e familiare)  e sconfina in quei campi tortuosi che vanno arati con meticolosa cura, per discernere il grano dal loglio.

Ho conosciuto uomini straordinari e ho combattuto contro uomini non meno straordinari. Ѐ stato veramente bello; sono state belle le vittorie e dolorose le sconfitte, ma non mi hanno mai appagato le prime né fiaccato le seconde. Oggi, però, trovo indignitoso tenere la mia Excalibur sguainata contro le mezze cartucce che si sono impossessate di questa meravigliosa Terra che si chiama Europa. Assisto a un “gioco” tra bande nelle quali ciascuno recita la sua parte, facendo girare come trottole chiunque fosse estraneo al gioco. Non se ne parla nemmeno, ovviamente, di diventare parte del gioco; tanto meno mi si addice il ruolo di trottola, che mi obbligherebbe oggi a parlare bene di Tizio e male di Caio e domani di fare l’esatto contrario. Un gioco stancante e soprattutto inutile. Lo lascio ad altri, pertanto, dando vita a un nuovo ciclo narrativo. Invece di privilegiare, con le continue denunce, il concetto banale insito nel proverbio “non è tutto oro quello che luccica”, voglio dare corpo a quello esattamente opposto, di ben più alto valore simbolico, coniato da Tolkien e messo sulle labbra di Gandalf, che lo dedicò ad Aragorn: “Non tutto quel che è oro brilla”. C’è tanto di buono, in questo Continente, che non brilla perché per troppo tempo si è lasciato che fossero le patacche a luccicare. Ecco, da oggi voglio dedicarmi ai “buoni”, a narrare le loro storie, a farli conoscere, affinché tutti possano capire la differenza tra oro vero e oro laccato. E magari regolarsi di conseguenza. Per me è questo il modo di tornare a scrivere con la gioia nel cuore, senza stressarmi. Magari riuscirò a far percepire anche la “vera” differenza tra Pompeo e Cesare (senza spiegazioni esplicite, che diventerebbero confutabili), che grazie all’incitamento di mia Madre sono riuscito a cogliere, e soprattutto la sostanziale differenza tra i Cesare e i Pompeo del nostro tempo, da tanti percepiti in modo distonico rispetto alla loro vera essenza, contribuendo in tal modo a far lievitare quel grande Caos nel quale sguazzano, divertendosi un mondo, i burattinai di turno.



Cliccare sulle foto per vederle ingrandite.

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