Galvanor da Camelot (Lino Lavorgna)
Ho teso corde da campanile a campanile, ghirlande da finestra a finestra, catene d'oro da stella a stella, e danzo. www.lavorgna.it

CONFINI – APRILE 2017

CONFINI APRILE 2017 - LINO LAVORGNA


Disponibile on line il nuovo numero di CONFINI, il cui tema del mese è dedicato all’altra metà del cielto
A pagina 29 il mio contributo: “Un solo cielo, per favore”, che trascrivo anche in calce.
Di seguito il link per la visione dei numeri arretrati: NUMERI ARRETRATI DI CONFINI


All’altra metà del cielo ho dedicato un romanzo, “Prigioniero del Sogno”, e una messe infinita di poesie. Ogni donna che mi abbia sorriso ha ricevuto in dono almeno un componimento poetico e a tutt’oggi, a quanto mi risulta, gli unici versi dedicati alle meravigliose creature che rispondono al nome di “modelle” sono quelli da me fermati sulla carta una quindicina di anni fa, in una notte di luna piena, sulla piccola spiaggia di Amalfi il cui nome ricorda il colore delle acque spumeggianti che bagnano la sua battigia, suggestionato dal canto e dalla visione di dolcissime sirene. (1) Mi sarebbe oltremodo facile, pertanto, celebrare in questo articolo lo stupendo universo femmineo, cesellandolo con un sincero e sentito “grazie di esistere”. Non potrei aggiungere nulla di nuovo, però, a quanto traspaia da un numero sterminato di romanzi e saggi, molti dei quali di pregevole fattura. Se mi lasciassi sopraffare dalla tentazione, correrei solo il rischio di annoiare con una inutile e stucchevole ridondanza di concetti. Trovo molto più costruttivo, invece, destrutturare la pur suggestiva caratterizzazione attribuita a Mao Tse-tung e che ovviamente Mao Tse-tung non ha mai pronunciato, rinunciando a una divisione strumentale e manichea, protesa a considerare le donne come un universo a sé stante, ancorché fascinoso ed esaltante. Di fatto non esiste “l’altra metà del cielo”, ma un unico “cielo” nel quale, da sempre, uomini e donne si confrontano con tutte le modalità rese possibili dalla natura umana. Scandagliamolo questo cielo, soprattutto alla luce della complessa realtà contingente, dando per scontata la conoscenza di una storia che si perde nella notte dei tempi e che può risalire tanto a 250mila anni fa, volendo prendere per buona l’accreditata e ampiamente condivisa teoria che attribuisce alla comparsa dell’homo sapiens l’origine della specie umana, quanto a oltre due milioni di anni fa, come invece amo sostenere, sia pure in scarna compagnia, immaginando l’homo habilis in tutte le funzioni che gli consentivano di sopravvivere e perpetuarsi, ancorché praticate in modo che oggi definiremmo “bestiali”, soprattutto per come si procacciava il cibo e si accoppiava.
Senza tanti giri di parole, quindi, affondiamo il coltello nella piaga. La donna per millenni è stata considerata un accessorio al servizio dell’uomo e lo è ancora in molte parti del mondo. Anche nel “civilizzato” occidente il processo di emancipazione nasce con terribile ritardo rispetto a quanto sarebbe stato lecito aspettarsi in virtù del progressivo sviluppo del pensiero, sancendo, di fatto, una dicotomia prettamente antropologica tra “progresso culturale” e “natura umana”. Tra la moltitudine di esempi che la storia mette a disposizione, emblematiche risultano le riflessioni di personaggi del calibro di Vincenzo Gioberti e Antonio Rosmini. Per il primo “La donna, insomma, è in un certo modo verso l’uomo ciò che è il vegetale verso l’animale, o la pianta parassita verso quella che si regge e si sostentata da sé”. Per Rosmini, fiore all’occhiello della cultura cattolica e recentemente assurto agli altari della beatitudine, “Compete al marito, secondo la convenienza della natura, essere capo e signore; compete alla moglie, e sta bene, essere quasi un’accessione, un compimento del marito, tutta consacrata a lui e dal suo nome dominata”. Pur nella doverosa contestualizzazione epocale, è evidente come fosse marcato il distorto retaggio culturale, che non va confuso, è bene chiarirlo subito, con la più famosa visione nicciana, inserita nel “Così parlò Zarathustra”, in virtù della quale “L’uomo deve essere educato alla guerra e la donna al ristoro del guerriero”. Qui siamo in un altro fronte di speculazione concettuale, del quale, magari, è lecito trattare qualora si dovesse affrontare il problema della “crisi dell’uomo” e non certo in questo contesto.
Si devono ad Anna Kuliscioff e solo agli inizi del ventesimo secolo i primi approcci per una estensione dei diritti primari alle donne, con risultati molto flebili. Per la stragrande maggioranza degli uomini la donna continuava a essere un oggetto utile solo per soddisfare voglie e desideri, costretta alla bieca obbedienza e alla sopportazione di ogni sopruso. Guai a ribellarsi! In provincia di Latina, nel 1902, una ragazzina di appena undici anni conquistò fama planetaria per essersi opposta a uno stupro, pagando con la vita il gesto di ribellione: il suo nome è Maria Goretti, venerata come santa e martire dal 1950. Se tutte le donne stuprate negli ultimi cento anni dovessero trascorrere l’eternità in Paradiso, non basterebbe una città grande come New York per contenerle.


UOMINI E DONNE: IL DIFFICILE EQUILIBRIO


Al termine della seconda guerra mondiale, almeno in occidente, per la donna inizia un percorso di parificazione. Nel 1948, con la dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, si sancisce il diritto di voto, in precedenza adottato solo da pochi stati. Dovremo però arrivare al biennio1979-1981, praticamente ieri, affinché l’ONU ratifichi la Convenzione sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione della donna. Il trattato internazionale, manco a dirlo, è lastricato di eccellenti propositi e contempla tutto quanto di bello e di buono si possa desiderare per una concreta parità di genere. Questo nella forma. Nella sostanza, però, la realtà è ben diversa e sono ben evidenti gli scogli, che di fatto assomigliano a catene montuose, se si guarda al di sotto delle onde dalle quali affiorano: per i paesi islamici, ovviamente, la convenzione è un tabu; è sconvolgente, invece, ma solo per chi non conosca la realtà sociale di quel paese, la mancata ratifica da parte degli Stati Uniti, dopo aver comunque firmato il trattato. Per dovere di cronaca, poi, va detto che il Vaticano non l’ha proprio sottoscritto. Eccezion fatta per il Nord Europa, negli altri paesi con “le carte a posto”, tra i quali l’Italia, la cronaca quotidiana ci mostra nella sua spietatezza quanto la realtà sia difforme dai buoni propositi.
Al di là delle roboanti iniziative fini a se stesse e inconcludenti sul piano pratico, il vero processo di emancipazione femminile inizia negli anni sessanta e assume caratterizzazioni consistenti e crescenti dalla metà degli anni settanta del secolo scorso. Nel 1963 Mary Quant indusse milioni di donne a indossare la minigonna, suscitando fremiti di ogni genere in un universo maschile non certo pronto a recepire la portata rivoluzionaria di un cambiamento di costumi che andava ben oltre la sua apparenza. In un vero battito di ali la donna prende coscienza della sua forza e trasforma la società, imponendo con prepotenza il proprio ruolo sia nella famiglia sia nel mondo del lavoro. Si emancipa anche sessualmente, mettendo sempre più in crisi gli uomini che non riescono a marciare con la stessa velocità. Il gap diventa via via più marcato e di difficile decantazione, come qualsiasi cosa che, venendo da molto lontano, presenta lati oscuri e indecifrabili.


LIMITI E RITARDO EVOLUTIVO DEL GENERE MASCHILE


Il rischio di generalizzazione è forte e quindi, a scanso di equivoci, invito tutti a visitare il sito del Professore Claudio Risé (2) e fare incetta dei suoi libri, dopo aver stabilito, con calma, un percorso di lettura che ne consenta la più congrua fruizione. Come ho detto innanzi, la pubblicistica valida è senz’altro corposa, ma i libri e gli articoli di Claudio Risé sono più che sufficienti per comprendere la più complessa tra le fenomenologie esistenziali. Qui, pertanto, mi limito a rappresentare, con pennellate rapide, la pochezza di un universo maschile che, nel rapporto con la donna, si può definire solo squallido e penoso, in particolare al di sotto del quarantacinquesimo parallelo. Partiamo da un singolo esempio, che ne vale milioni: qualche anno fa era possibile reperire in rete il video di un rapporto orale tra il professore di una nota università del centro Italia e una sua allieva. Il professore era solito ricattare sessualmente le allieve per promuoverle all’esame. Il video, che ebbi modo di vedere, è raccapricciante: la ragazza piangeva copiosamente mentre con disgusto gli succhiava l’uccello e il tipastro, invece, ansimava con occhi chiusi, incurante della violenza che stava perpetrando. Sappiamo tutti che questa pratica è diffusa e che tanti uomini riescono a provare piacere sessuale pur nella consapevolezza di generare ribrezzo alle povere malcapitate. Tale “propensione”, che con termine più appropriato è definita “capacità”, costituisce una vera e propria psicopatologia, non certo lieve. Questi soggetti, di fatto, su una scala da zero a dieci, che veda collocati sullo zero i necrofili e sul dieci le persone mentalmente sane, sono racchiusi tra il segmento 1-3. Bella roba, vero? E sono tanti! Milioni!
Tutti noi ne conosciamo almeno un paio, magari senza avere consapevolezza di essere al cospetto di pervertiti. In virtù della mia eclettica vita ne ho conosciuti tantissimi, anche consapevolmente. Da molti di loro, infatti, sono stato “amorevolmente sfottuto” per aver sempre evitato di approfittare del mio ruolo professionale. (3) Un paio di pervertiti, poi, hanno addirittura incrociato la mia strada, tentando di sedurre due mie fidanzate. Il primo era un noto docente dell’ISEF e la mia compagna, che sapeva bene come avrei reagito, mi confidò il suo malsano approccio solo dopo la sua morte. Nel secondo caso si trattava di un importante direttore sanitario e anche in questa circostanza la notizia mi fu comunicata, dal papà della mia ex, in modo da impedirmi ogni reazione. Indossava una divisa con un grado di tutto rispetto e mi fece giurare che “qualunque cosa mi avesse riferito non avrei fatto nulla”. “Voglio evitare – aggiunse – di doverti arrestare“. Inutile precisare che la mancata corresponsione delle avance e delle esplicite proposte oscene non consentì alla mia fidanzata di essere assunta.
Solo poche settimane fa abbiamo avuto modo di assistere a un episodio sconcertante, che è costato il posto alla conduttrice RAI Paola Perego. Nel suo programma ha mostrato le sei ragioni che inducono gli uomini italiani a preferire le donne dell’est: recuperano bene la fisicità dopo il parto, sono sempre sexy, perdonano il tradimento, sono disposte a far comandare il proprio uomo, lavorano bene in casa, non frignano e non fanno mai storie. La conduttrice ha senz’altro sbagliato l’approccio giornalistico con il quale ha montato il servizio, incentrato sulle donne e non sullo “schifo” che traspare dal sondaggio. A sua discolpa va detto che quel taglio era stato autorizzato proprio dai dirigenti che poi l’hanno licenziata, spaventati da un vero sollevamento popolare. Al di là di ogni pur valido disgusto per i limiti e le incapacità dei dirigenti RAI nel fronteggiare problematiche solo leggermente complesse, il dato importante è ciò che emerge dal sondaggio: una tipologia di maschio da buttare nel cesso e sommergere con una cascata di acqua mefitica.
Negli ultimi anni, ai succitati fenomeni di sub-cultura, si è aggiunta (o per meglio dire: si è amplificata) un’altra grave psicopatologia: l’incapacità di accettare la fine di un amore, che sfocia nell’incontrollata aggressività. Sono circa duemila le donne ammazzate dal 2006 e purtroppo il fenomeno non sembra arginabile. Sono troppe le variabili che influiscono negativamente, a cominciare dalla mancanza di un’adeguata legislazione e dalla leggerezza con la quale le donne si pongono di fronte al problema. La propensione ad accettare forme di dialogo anche in contesti impossibili, infatti, costituisce un imperdonabile errore di valutazione psicologica: si attribuisce al partner la capacità di gestire la crisi relazionale con la forma mentis che si sente propria. Altra variabile negativa è l’eccessiva tolleranza: sono oltre sette milioni le donne che hanno subito in silenzio, per vergogna o paura, atti di violenza, stupri, vessazioni, ricatti sessuali, botte. La mancata denuncia di questi crimini si tramuta in un innegabile vantaggio per chi li perpetra.


UOMINI E DONNE SOTTO LO STESSO CIELO, MANO NELLA MANO.


Per fortuna il titolo di questo paragrafo non rappresenta una meta retorica, ma una realtà conclamata e consolidata, anche se minoritaria. L’obiettivo da perseguire, pertanto, è quello di elevare la percentuale a livelli tali da relegare le distonie al rango di fisiologiche eccezioni. Lo sforzo deve essere congiunto e proprio le donne devono fungere da spinta propulsiva per un concreto passo avanti verso la civiltà. L’uomo, infatti, ha dimostrato di fare pasticci anche quando si sforza di essere dalla parte delle donne. Un esempio eclatante, a tal proposito, è rappresentato dalle quote rosa in politica, baggianata che offende precipuamente le donne, come ho avuto modo di scrivere più volte. Un partito che, per esempio, dovendo presentare una lista di venti persone, disponesse di dodici donne meritevoli, dovrebbe privarsene di due. Anche nel caso opposto, con più uomini disponibili e meritevoli, si dovrebbe abbassare il livello qualitativo della lista per rispettare una legge idiota. Un altro aspetto da non sottovalutare è l’errata “gestione” del processo di emancipazione femminile in taluni contesti lavorativi. E’ pacifico che uomini e donne abbiano una conformazione fisica diversa e “compiti” diversi loro assegnati dalla natura. Affidare la vigilanza armata di un obiettivo sensibile a una donna, ancorché perfettamente addestrata, è una sciocchezza: un terrorista maschio, a parità di addestramento, avrebbe facilmente il sopravvento.
Verrà il giorno, forse, in cui vedremo davvero, almeno nel nostro emisfero, uomini e donne sotto lo stesso cielo, mano nella mano, in piena e compiuta armonia. Nell’attesa, non stanchiamoci mai di ripetere che l’uomo e la donna sono due scrigni chiusi a chiave, dei quali uno contiene la chiave dell’altro. Uno dei due, pertanto, deve scardinare il proprio scrigno affinché possa aprire l’altro. Non importa chi dei due lo faccia, l’importante è che ciò accada. Cerchiamo sempre di ricordarci, poi, soprattutto noi maschietti, che un uomo sulla luna o su Marte non sarà mai interessante quanto una donna sotto il sole.


1. (Belle, leggiadre, sorridenti, come farfalle nei prati in fiore svolazzano le modelle. Incroci lo sguardo ed è come se il sole ti baciasse, rigenerando corpo e mente. Catartica palingenesi, bellezza sublimata dal profumo della vita, cuori che pulsano e il ritmo frenetico di chi non sa fermarsi mai. A volte passeggiano nella notte su spiagge deserte, per ritrovarsi. Come sembrano piccole, le stelle nel cielo!)
2. http://www.claudio-rise.it (Vedere anche il blog http://www.claudiorise.wordpress.com). Claudio Risé è uno dei più grandi psicoterapeuti al mondo e tra i massimi studiosi del rapporto uomo-donna.
3) Quando dirigevo una emittente televisiva, per avere la certezza che una donna scegliesse “me” e non il direttore dell’emittente, nessuna delle mie partner aveva accesso ai vari programmi televisivi. Nell’ambito dei fashion award e dello showbiz, poi, vigevano le stesse regole e venivano sistematicamente rifiutate sia le avance di fanciulle in cerca di “protezione” sia quelle di qualche mamma avvenente. “Guarda che funziona così ovunque”, mi dicevano tanti colleghi, “scandalizzati” per la mia condotta, che suscitava anche dei dubbi sulla mia virilità allorquando replicavo che non sarei mai riuscito ad avere un rapporto con una donna che, di fatto, si stava solo prostituendo.

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