LA DIFFERENZA TRA I VERI PACIFISTI E I QUAQUARAQUÀ

Nel giorno sacro degli armeni, che ricordano il genocidio perpetrato dai turchi nel 1915, uniamo idealmente due popoli vessati dalla tirannide.
A sinistra i valorosi soldati dell’esercito ucraino che si stanno immolando contro le soverchianti forse russe; a destra e in basso alcune immagini del genocidio armeno.


“Le parole sono importanti”. Quante volte lo abbiamo scritto, citando come esempio esplicativo la frase urlata da un irritato Nanni Moretti a una giornalista stupidotta nel film Palombella rossa, seguita da un sonoro e scorrettissimo ceffone, provocatoriamente utilizzato proprio per far meglio recepire il concetto.

E allora diciamolo con estrema chiarezza, affinché non sorgano equivoci di sorta: “I veri pacifisti sono coloro che, se necessario, imbracciano le armi per difendere la pace combattendo. Tutti gli altri, che la invocano con marce accompagnate da canti e balli, con lo zaino pieno di panini e bibite per concludere festosamente un’allegra giornata, sono solo dei quaquaraquà che non hanno compreso nulla della vita e non hanno imparato nulla dalla Storia”.

“Mortui ut patria vivat” è scritto sul frontone del portico del sacrario Militare di Montelungo (foto in basso)  per ricordare che la pace fu conquistata armi in pugno, perché quando un nemico feroce ti attacca, le parole e i canti servono a poco.

Oggi, 24 aprile, si celebra il Giorno del Ricordo per il genocidio armeno, perpetrato dai “giovani turchi” nel 1915, quando massacrarono circa due milioni di “pacifici” armeni che da molte generazioni vivevano in Turchia.

Accomuniamo idealmente, pertanto, gli armeni agli ucraini, popoli continuamente vessati dalla tirannide protesa al loro sterminio. Più volte abbiamo parlato dello sterminio per fame del popolo ucraino; solo due anni fa, l’Azerbaigian, sorretta dalla Turchia e dalle milizie siriane ostili al Governo di Baššār al-Asad, in poco meno di due mesi ebbe ragione del piccolo e mal armato esercito armeno, “rubando” un pezzo di terra dal grande valore simbolico per il fiero popolo: l’Artsakh, meglio noto come Nagorno Karabakh. Ciò che sta accadendo in Ucraina è sotto gli occhi di tutti e l’ombra cupa di una possibile escalation dell’aggressività russa, protesa a estendersi oltre i confini del Donbass, deve chiamare tutti noi ad un alto senso di responsabilità, a pesare bene le parole, a non pronunciarle a vanvera, dando loro pieno senso attinente alla realtà.

Ben prima del 24 febbraio scorso, avendo già intuito da tempo che la Russia avrebbe invaso l’Ucraina, scrivevo un giorno sì e l’altro pure, parlando al vento: “SI VIS PACEM PARA BELLUM”. Ora c’è ben poco da preparare. L’Ucraina è un Paese in macerie; trema la Moldavia avendo ben capito che l’attacco alla Transnistria sarà il prossimo passo della Russia se il valoroso esercito ucraino non riuscirà a fermarlo e noi continuiamo a dare voce, sui giornali e nei salotti televisivi, ad autentici signor nessuno che “parlano a vanvera” di pace da costruire dialogando con Putin.   

La poesia scritta da Carducci nel 1897. I turchi, dopo averli sempre discriminati, hanno iniziato a massacrare gli Armeni già nel 1878, subito dopo la batosta subita nella guerra scoppiata l’anno precedente con la Russia, a seguito della quale l’impero ottomano perse molti territori. 

Documenti visivi sul genocidio armeno

IL GENOCIDIO ARMENO – DOCUMENTARIO

MAYRIG – Regia Henri Verneuil – Francia 1991

“IL PADRE” – (The cut) – Regia di Fatih Akın, 2014

12 APRILE 2015 – LA MESSA DI PAPA FRANCESCO (Centenario del genocidio armeno)

ILS SONT TOMBÉS – Charles Aznavour

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